Un modo adulto di accostarsi al mondo giovanile /2

Inserito in NPG annata 1993.

 

Principi di metodo /3

Mario Pollo

(NPG 1993-02-34)


L'ADULTO COME EDUCATORE ASIMMETRICO

Il modo di concepire la relazione educativa ed esistenziale dell'adulto con il giovane, attraverso la reciprocità, l'accoglienza incondizionata e la fiducia, descritta nella precedente voce, non significa affatto che l'animatore debba porsi in modo simmetrico rispetto al giovane, annullando la differenza di responsabilità, di esperienza e di ruolo che segna le due generazioni.
Tutt'altro! L'animatore, infatti, per svolgere efficacemente il suo ruolo educativo deve valorizzare al massimo la distanza generazionale che lo separa dal giovane.
Questa affermazione può sembrare paradossale, visto che la maggior parte dei problemi della comunicazione tra adulti e giovani sono imputati, di solito, a questa distanza generazionale e molti educatori si ingegnano, elaborando più o meno sofisticate strategie, per ridurla o, addirittura, annullarla.

La distanza generazionale come problema che nasce dal tentativo di risolverlo

Nella vita sociale e individuale degli esseri umani si presentano molti problemi che sono risolvibili semplicemente con interventi di contrasto. Ad esempio se una casa è fredda è sufficiente riscaldarla per risolvere il problema, oppure se una persona è isolata si opera per inserirla in una rete di relazioni umane.
Ci sono, invece, altri problemi in cui il tentativo di contrastarli non fa altro che aggravarli. Uno di questi casi tipici è costituito dal problema della distanza generazionale.
Per comprendere questa affermazione è necessario considerare che questo tipo di problema è presente in tutte le epoche della storia umana, almeno di quelle di cui si ha qualche memoria. In una nota del libro Change di Watzlawick ed altri,[1] si può leggere, ad esempio, questo testo di una tavoletta babilonese di argilla di 3000 anni fa: "La gioventù di oggi è corrotta nell'anima, è malvagia, empia, infingarda. Non potrà mai essere ciò che era la gioventù di una volta e non potrà mai conservare la nostra cultura". Credo che ognuno con po' di impegno potrà trovare nei documenti letterari e storici di ogni epoca affermazioni di questo tenore.
La constatazione che il problema della distanza generazionale attraversi, anche se con accenti e importanza diversi, la storia umana dovrebbe aiutare a comprendere che esso è fisiologico e va accettato, come del resto hanno fatto le civiltà precedenti la nostra.
Infatti, molto probabilmente, la distanza generazionale non è altro che un meccanismo attraverso cui si svolge il processo evolutivo della civiltà umana, ovvero delle culture umane che la costituiscono. Se venisse meno la distanza generazionale le varie culture vivrebbero una stagnazione di tipo conservatore che oltre a impedirne l'evoluzione ne provocherebbe l'involuzione e, quindi, la degenerazione progressiva.
Se si accetta questo approccio al problema della distanza generazionale si vede che la soluzione di esso non è affatto nella sua abolizione, ma nella sua valorizzazione ai fini educativi. Questa valorizzazione avviene però solo se tra l'adulto ed il giovane si instaura una comunicazione di tipo dialogico, in grado cioè di rendere prossima la diversità generazionale senza abolirla. Ora occorre tenere presente che ogni comunicazione interpersonale per svilupparsi richiede che i comunicanti siano da un lato simili e dall'altro diversi. Infatti la comunicazione tra due comunicanti perfettamente identici è inutile, così come quella tra comunicanti completamente diversi è impossibile. Questo significa che un adulto ed un giovane sono nella condizione ottimale per comunicare, in quanto sono abbastanza simili e abbastanza diversi.
Ancora una notazione sulla distanza, aut sulla differenza generazionale. La differenza tra le persone, quando può contare su un nucleo di similarità, è sempre produttrice di vita. La vita nello spazio tempo del mondo si nutre infatti della differenza, come già notava all'origine del pensiero filosofico occidentale Eraclito, e come in tempi più recenti suggerisce il secondo principio della termodinamica. L'uguaglianza, con il suo volto dell'omogeneità, produce solo morte se non evolve continuamente nella differenziazione. La differenza generazionale non deve, quindi, essere letta come una imperfezione ma come un motore della vita e della civiltà umana. Questo non significa che essa non sia faticosa da gestire, scomoda e a volte disperante. Tuttavia ogni evoluzione della condizione umana è sempre frutto di una fatica a cui nessuno può sottrarsi e tantomeno l'animatore.

L'asimmetria educativa come valorizzazione della differenza adulto/giovane

La prima valorizzazione della differenza animatore/animando è prodotta dalla consapevolezza dell'animatore di essere portatore di una responsabilità educativa e di un patrimonio esistenziale e culturale che deve - e questo, tra l'altro, è l'imperativo della conservazione e dello sviluppo della civiltà umana - trasmettere al giovane. Questa trasmissione, come si è visto, può avvenire solo perché c'è una asimmetria, una differenza di potenziale, tra l'adulto ed il giovane.
La trasmissione da una generazione all'altra del patrimonio culturale ed esistenziale prodotto da una data cultura sociale è nell'essere umano l'equivalente della trasmissione delle abilità nell'animale, che, come è noto, avviene, quasi esclusivamente, per via genetica. Senza questa trasmissione l'essere umano si troverebbe sprovvisto delle tecniche del vivere, oltre che dei significati che orientano e motivano il suo agire nel mondo. Senza questa trasmissione ogni generazione dovrebbe ricominciare dall'inizio la conquista del suo adattamento all'ambiente, della capacità di sopravvivenza, di pensiero e di controllo di sé e delle condizioni dell'ambiente e, non si avrebbe nessuna evoluzione ed alcun progresso.
Questa responsabilità della comunicazione intergenerazionale del patrimonio della cultura, attraverso l'educazione ed i processi di socializzazione e di inculturazione, costituisce il fondamento e la necessità della asimmetria delle relazioni educative.
L'asimmetria non è perciò nient'altro che la esplicitazione del dovere dell'adulto di educare e del giovane di essere educato accettando, almeno nella fase in cui è soggetto ai processi educativa, i vincoli che il passato pone al suo desiderio ed alla sua libertà.
Per poter realizzare il discorso della civiltà e della propria autocostruzione il giovane non può sottrarsi dall'apprendere ciò che le generazioni precedenti hanno prodotto. Solo dopo che avrà acquisito la cultura sociale che la generazione precedente gli ha proposto potrà, eventualmente, rifiutarla o trasformarla e produrne una nuova e più evoluta.
Tuttavia l'asimmetria, oltre al dovere di trasmettere e a quello di ricevere, propone anche al giovane il dovere di trasformare ciò che ha ricevuto. Infatti se il giovane si sottrae a questo dovere si limita a mummificare la cultura del passato in un presente in cui la vita tende a spegnersi. Ora mentre gli adulti tendono alla conservazione i giovani dovrebbero tendere alla trasformazione. Questo volto della asimmetria è complementare al primo e solo se esistono entrambi la vita evolve.
L'asimmetria non va perciò confusa con l'autoritarismo del passato nei confronti del futuro, ma deve essere considerata solo come il dono che il passato fa al futuro. Un dono che se rifiutato provoca l'inaridimento della vita e non consente all'educazione ed alla socializzazione di svolgere la loro funzione di motore della civiltà.
Questo significa che l'asimmetria non postula assolutamente tra l'animatore e gli animandi una relazione autoritaria. Infatti affinché il giovane, oltre alla capacità di ricevere la cultura già fatta, possa elaborare la sua capacità di innovazione, e partecipare, quindi, alla produzione di nuova cultura, è necessario che la relazione educativa sia sempre fondata sulla criticità e sulla democraticità, ovvero sulla persuasione e sul dialogo.
L'essere animatore comporta, perciò, anche l'acquisizione della capacità di costruire una relazione con i giovani che sia nello stesso tempo asimmetrica, dialogica, democratica e critica.
Per questo motivo essa deve rispettare accanto all'asimmetria i caratteri tipici del dialogo, che sono: la reciprocità, l'introiezione dell'immagine dell'altro, la terziarietà del messaggio, la ciclicità, il riferimento all'esperienza e la capacità di divenire spazio del dialogo.

La reciprocità

Il principio della reciprocità è semplicemente l'affermazione, apparentemente banale, che il tempo della trasmissione deve essere seguito dal tempo della ricezione. Questo significa che ogni partner del dialogo non deve solo preoccuparsi di emettere messaggi, ma anche di produrre dopo di esso spazi di silenzio in cui poter ascoltare i messaggi dell'altro. Senza il ritmico alternarsi di emissione e di ricezione nessun dialogo può infatti avvenire.
Tuttavia produrre spazi di silenzio non deve essere semplicemente inteso come un passivo tacere, ma bensì come un'azione tesa a produrre la conoscenza dell'altro. Questo significa che il silenzio è il far tacere se stessi, la propria visione del mondo, le proprie precomprensioni, i propri pregiudizi per cercare di cogliere l'altro nella sua autenticità e, soprattutto, collocandosi dal suo punto di vista.
Il silenzio è la capacità di contemplare l'altro, creando però le condizioni perché questi possa esprimersi nella sua autenticità e non sia troppo condizionato dalle nostre attese nei suoi confronti. Quante volte nelle relazioni umane, specialmente in quelle tra un adulto educatore ed un giovane, i partners non manifestano in modo autentico se stessi, ma cercano, invece, magari inconsciamente, di presentarsi in conformità all'immagine che pensano che l'altro desidera che loro abbiano.
L'azione del silenzio è necessaria sia per mettere in valore l'identità dell'altro, sia per rendere fattibile il dialogo. Infatti un principio fondamentale del dialogo è costituito dalla constatazione che esso è possibile solo se i dialoganti hanno in se l'immagine dell'altro.

L'introiezione dell'immagine dell'altro

Senza l'interiorizzazione di una corretta immagine dell'altro nessun dialogo è, di fatto, possibile. Le incomprensioni e l'incapacità di stabilire un dialogo sono spesso il frutto della interiorizzazione di una immagine distorta o carente dell'altro. Questo significa che il dialogo deve essere preceduto da un processo conoscitivo in cui i protagonisti cercano di costruirsi una corretta immagine dei partner del dialogo.
L'animatore per poter dialogare con gli altri deve cercare di conoscere in profondità sia la condizione sociale e culturale in cui vivono i giovani con cui opera, sia la storia e la particolare identità personale di ognuno di essi. La conoscenza dei giovani e del loro mondo non serve, quindi, all'animatore solo per formulare correttamente gli obiettivi della sua animazione ma anche per poter stabilire con loro quella asimmetria della prossimità che è tipica dell'autentico dialogo tra un adulto e un giovane.
Nello stesso tempo l'animatore deve fornire ai giovani la conoscenza del mondo adulto che egli abita e quella sua personale per fare in modo che l'immagine che i giovani si fanno di lui sia la più corretta ed autentica possibile.

La terziarietà del testo

Dietro questa espressione alquanto ermetica vi è il principio che afferma che affinché il dialogo si realizzi è necessario che il "messaggio" trasmesso e quello ricevuto formino, da un terzo punto di vista, un unico messaggio. Questo significa che il messaggio che l'animatore trasmette, prevenendo la risposta, deve contenere gli elementi necessari alla sua traduzione nel linguaggio del ricevente. Un esempio, molto evidente, di questo tipo di messaggio, è dato dalla comunicazione della madre con il bambino molto piccolo. Infatti la madre quando parla al bambino introduce nella sua comunicazione accanto agli elementi verbali degli elementi mimici simili a quelli che il bambino utilizza per comunicare con lei. Anzi introduce degli elementi che anticipano la risposta che ella desidera che il bambino le dia.
Allo stesso modo un animatore che parla con un giovane deve introdurre nel suo linguaggio alcuni elementi tipici del linguaggio giovanile, pur senza rinunciare alla sua identità linguistica.
Questo non deve però essere inteso nel senso che l'animatore deve abbandonare il suo linguaggio adulto per mettersi a scimmiottare il linguaggio e le forme del comunicare tipici della cultura giovanile, ma solo che egli deve fornire l'indicazione di quale è, secondo, lui la risposta che il linguaggio e la cultura giovanile possono offrire al suo messaggio. In altre parole, questo è anche un modo per dare fiducia al giovane, per fargli comprendere che egli possiede gli strumenti linguistici e culturali per dialogare adeguatamente con l'animatore e con l'adulto in genere.

La ciclicità

Il dialogo richiede anche per potersi svolgere che quando uno dei due comunicanti è in fase espansiva l'altro sia in intervallo. Questo significa, ad esempio, che quando un comunicante è nella fase euforica, ovvero è in una fase di forte ed intensa espressività, l'altro deve essere in una fase depressa, ossia deve essere in una posizione di silenzio e di ascolto. Infatti due comunicanti entrambi euforici o depressi non riescono a dialogare. Nel primo caso perché si sovrappongono nel secondo perché creano un clima di faticoso ed imbarazzato silenzio.
Capita, invece, alcune volte, o magari anche spesso, che le persone in relazione abbiano entrambe contemporaneamente una voglia sfrenata di dire delle cose, di esprimersi e non abbiano la pazienza di lasciar esaurire la emissione dell'altro prima di avviare la propria. Il risultato sono quelle chiacchiere rumorose e caotiche in cui ognuno comunica solo con se stesso e non è in grado di ascoltare l'altro.
Quando il giovane è in fase euforica l'animatore deve, deprimersi, ovvero deve mettere al centro del suo comportamento la tutela delle condizioni che assicurano al giovane l'espressione e l'ascolto.

Il riferimento all'esperienza

Alcuni animatori, constatata la diversità della loro cultura e dei loro linguaggi rispetto a quella dei giovani con cui lavorano, non sanno come ovviare a questo problema comunicativo aut relazionale se non attraverso l'assunzione della cultura e dei linguaggi giovanili, oppure cercando di far assumere ai giovani, in modo astratto e forzoso, la propria cultura ed i propri linguaggi.
Questa strategia comunicativa, oltreché ingenua, non è normalmente produttiva in quanto non riesce a dar valore alla differenza adulto-giovane. Infatti questa strategia mira ad abolire la differenza.
La soluzione corretta, in grado di valorizzare, invece, la differenza di linguaggio dei comunicanti la si ha quando la comunicazione animatore-animandi ha come riferimento un'esperienza comune. È infatti la riflessione intorno ad una esperienza comune quella che consente ai differenti linguaggi di confrontarsi e di scoprire i codici della traduzione reciproca dell'uno nell'altro. Questo consente, infatti, ai comunicanti di tradurre nel proprio linguaggio quello dell'altro e nello stesso tempo di acquisirlo. Il dialogo richiede sempre il riferimento ad esperienze fisiche o mentali comuni.
Anche il racconto di una storia può costituire una esperienza comune tra narratore e ascoltatore in grado di supportare il dialogo che si sviluppa a partire da essa.
Il fare esperienze comuni, ovvero il vivere degli eventi insieme riflettendo poi su di essi, è l'unica via attraverso cui l'animatore può dialogare e far comprendere ai giovani i linguaggi e la cultura del suo mondo adulto. Allo stesso modo è l'unico modo che ha a disposizione per comprendere direttamente la cultura ed i linguaggi giovanili.
Il fare esperienza è uno degli elementi centrali della relazione di animazione.

Divenire spazio del dialogo

Ogni partecipante al dialogo è nello stesso tempo partner del dialogo e spazio del dialogo. Lo spazio del dialogo, infatti, non è esterno ma interno ai comunicanti. Sono i comunicanti che creano un maggiore o un minore spazio del dialogo.
Questo significa che lo spazio del dialogo è un fatto interiore ai comunicanti prima ancora di essere il frutto di situazioni e di circostanze a loro esterne. Il dialogo è frutto di una conversione personale, prima ancora di esserlo delle favorevoli o sfavorevoli condizioni in cui esso si svolge.
Questo significa che per creare una condizione di dialogo con gli animandi l'animatore deve operare per creare dentro di sé e dentro gli animandi lo spazio in cui il dialogo possa svolgersi. Questa azione, normalmente, è il frutto di tutte quelle descritte in precedenza.
È chiaro che questi principi, desunti con molta libertà, e probabilmente arbitrarietà, dall'opera Semiosfera di Lotman, nel dialogo si intrecciano in un unico atteggiamento dei comunicanti e che, quindi, la loro distinzione analitica ha uno scopo meramente didattico. Essi però se applicati con umiltà e coerenza producono realmente dialogo.

La criticità

Si è detto che l'asimmetria per essere produttiva, oltre che svolgersi all'interno di una relazione di dialogo, deve essere caratterizzata dalla razionalità critica. Questo vuol dire che l'animatore quando trasmette la cultura sociale deve fornire agli animandi gli strumenti perché questa possa essere analizzata e valutata criticamente. È questo il motivo per cui tra gli strumenti dell'animazione è stata indicata anche la metodologia della ricerca, ovvero dello strumento critico fondamentale della conoscenza scientifica della nostra cultura sociale.
I principi metodologici utili a sostenere questa azione di analisi critica della cultura sociale saranno esposti in una prossima voce. Per ora è sufficiente ricordare che senza questa azione l'asimmetria rischia fortemente la valenza autoritaria.

 

NOTA

[1] Watzlawick P., Weakland J.H., Fisch R., Change, Astrolabio, Roma 1974, p. 47