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Diventare gruppo «ecclesiale»

 

Riccardo Tonelli

(NPG 93-2-3)

 

 

Abbiamo già parlato spesso di gruppi. Si tratta di un tema "obbligato" nel nostro modello di pastorale giovanile.

Con molti educatori riconosciamo che il gruppo è il luogo privilegiato in cui i giovani possono incontrare progetti di maturazione umana e cristiana e in cui possono sperimentare direttamente la significatività e la concretezza di ogni proposta.

Il gruppo è per noi anche la "mediazione privilegiata" di appartenenza ecclesiale: lo spazio, egualmente concreto e significativo, dove i giovani scoprono la Chiesa, ne vivono una iniziale esperienza, si abilitano progressivamente ad una condivisione sempre più ampia.

Questo dossier e quello complementare, proposto in 1992/8, affrontano soprattutto questo importante problema pastorale.

Qui analizziamo quello che capita nella vita del gruppo "durante il tempo del gruppo". Là quello verso cui il gruppo si va preparando per il tempo del "dopo gruppo".

La proposta si muove in quattro momenti complementari.

Prima di tutto verifichiamo quello che i documenti del Magistero ecclesiale recente chiedono ai gruppi per poter essere di fatto un luogo di ecclesialità. In gergo, queste condizioni sono chiamate i "criteri di ecclesialità".

Per chi crede alla educazione, come fa la rivista anche negli spazi specifici dell'educazione alla fede, non basta una indicazione di principio. Le proposte, anche le più autorevoli, vanno ripensate dalla parte del vissuto quotidiano e in chiave educativa. Il secondo momento del dossier suggerisce qualche categoria per tentare un'operazione, tanto delicata quanto urgente.

La terza parte, quella più lunga e concreta, ripensa due dei fenomeni più cruciali della vita di un gruppo (la coesione e la prassi verso l'esterno) dalla prospettiva di questi criteri di ecclesialità.

Nell'ultima parte si suggerisce una conclusione molto precisa: quali gruppi, allora, possono essere ecclesiali?

 

 

I CRITERI DI ECCLESIALITÀ

 

Dopo i primi suggerimenti generali del Concilio, si sono moltiplicati interventi del Magistero ecclesiale, a livello universale, nazionale e locale, destinati a fare il punto sulla possibilità di vivere l'appartenenza alla Chiesa in quella forma speciale rappresentata da gruppi e comunità "di base".[1]

Con toni e ragioni diverse, riconoscono tutti che i gruppi e le comunità ecclesiali sono un fatto nuovo e positivo nella vita della Chiesa, come luogo di intensa esperienza ecclesiale, di rinnovamento ecclesiologico e di grande speranza pastorale.

Nello stesso tempo, però, e con la stessa intensità, tutti i documenti suggeriscono condizioni precise e concrete che gruppi e comunità sono sollecitati ad assicurare, con impegno crescente, se vogliono essere di fatto quello che viene loro riconosciuto come possibilità. Nei documenti è invalsa l'abitudine di indicare, in termini sintetici, queste "condizioni" con la formula "criteri di ecclesialità".

 

La proposta

 

Basta anche una scorsa veloce per costatare come la stessa preoccupazione sia espressa in concreto con indicazioni assai diverse.

Non voglio fare un'analisi puntuale di questi importanti materiali.[2] Mi basta ricordare i suggerimenti più generali.

Prima delle differenze, ci sono punti di convergenza notevoli. E' facile raccoglierli attorno ad alcuni indicatori di sintesi. Ne sottolineo quattro:

- Il rapporto con le Chiese particolari e soprattutto con i rispettivi Pastori. Questa importante esigenza viene espressa in una gamma di condizioni che vanno dal dialogo con tutte le altre realtà di Chiesa e dalla ricerca di una comunione ecclesiale che non sopprime né la diversità né i conflitti sull'opinabile, alla richiesta di inserimento pieno nelle Chiese particolari e di disposizione ad accogliere con lealtà e obbedienza la funzione magisteriale del Vescovo.

- L'ascolto della Parola di Dio e la vita liturgico-sacramentale, per assicurare una dimensione teologale alla vita di gruppi. Il Vangelo e la confessione di fede sono gli eventi che fondano la comunità. Ogni altro motivo ha senso solo se è subordinato a questo riferimento costitutivo.

- Anche la prassi viene giustamente richiamata tra i criteri di ecclesialità. Su questo titolo riaffiorano le diversità. Alcuni documenti raccomandano soprattutto l'ortodossia dottrinale e la coerenza di vita; altri invece insistono maggiormente sulla necessità di realizzare una presenza evangelica nel mondo.

- Infine alcuni documenti aggiungono tra i criteri il riconoscimento formale da parte dell'autorità ecclesiastica. Questo riconoscimento ha una scala di modalità, a partire dai differenti livelli di condivisione delle finalità pastorali della Chiesa.

 

Le ragioni della differenza

 

Mi sembra importante cercare di comprendere le ragioni che fondano la diversità. Solo così sarà possibile procedere verso indicazioni operative, senza essere costretti a scegliere un documento (perché più vicino alla sensibilità dell'operatore pastorale), ignorando gli altri.

Le diversità tra un documento e l'altro non sono solo causate dal fatto che i documenti sono prodotti in tempi successivi; e neppure sono legate solo al contesto culturale e sociale in cui sono sorti. Differenziazioni di questo tipo sono evidenti; e non pongono nessun problema a chi cerca di sapere come orientarsi nella prassi.

Le diversità - piccole ma non insignificanti - attraversano i documenti stessi, a causa di un orizzonte ecclesiologico diversificato. Basta rileggerli con calma, per costatarlo.

Le ragioni sono diverse.

Ne ricordo una, che mi sembra particolarmente impegnativa nell'ambito pastorale: l'attenzione alle esigenze dell'educazione, anche quando è in questione l'esperienza di fede.

Qualche documento dà l'impressione di definire i criteri di ecclesialità in termini statici; per questo è facile verificarne la presenza o l'assenza. La teologia pastorale, costruita sul principio dell'Incarnazione, al contrario, è oggi particolarmente attenta alla distinzione tra la cosa-in-sé e il livello di consapevolezza riflessa e tematica che di essa si possiede, e, di conseguenza, alla necessità di progettare obiettivi vivibili pienamente anche ai diversi livelli di maturità raggiunti. Si vuole evitare il rischio di fare dell'esperienza cristiana e della vita della Chiesa qualcosa di esprimibile solo nella maturità di quell'adulto che guarda lo scorrere impetuoso della vita dal tranquillo possesso del suo vissuto ormai conquistato.

Tutto ciò introduce l'istanza della gradualità e della progressività anche nella ricerca sui criteri di ecclesialità. Non solo si può educare all'ecclesialità attraverso l'esperienza di gruppo, ma anzi essa è esprimibile in quella logica di progressiva maturazione educativa che caratterizza l'esistenza umana.

Prendendo sul serio l'educazione e le sue esigenze, mi sembra possibile elaborare una ipotesi nuova.

 

 

UNA RILETTURA EDUCATIVA: ECCLESIALITÀ TRA "SIGNA REGNI" E "SIGNA ECCLESIAE"

 

Il tentativo di vivere l'esperienza ecclesiale in quel luogo privilegiato e speciale che è il gruppo (compreso secondo le dinamiche che lo definiscono, anche da un punto di vista tecnico), sollecita a dire, in fedeltà innovativa, le esigenze normative di ecclesialità "in situazione di gruppo".

La mia proposta si sviluppa, per forza di cose, a passi successivi, ma invito il lettore a considerare attentamente l'insieme, per poterla verificare in modo critico e pertinente.

Essa è costruita su un rapporto molto preciso tra signa regni e signa ecclesiae.

 

I termini della questione

 

Prima di tutto devo precisare le due formule: signa ecclesiae e signa regni.

Con la prima formula (signa ecclesiae) intendo designare le note formali di ecclesialità, quelle che definiscono in modo esplicito e tematico la decisione di appartenere alla Chiesa e di vivere in essa una vita nuova. I documenti magisteriali concentrano l'attenzione su questi elementi. E li precisano attorno ai tre riferimenti tradizionali della "parola", dei "sacramenti" e del "mistero". La circolazione della parola, la celebrazione della vita nuova nei sacramenti e l'obbedienza a coloro che nella comunità servono l'unità e la carità indicano i criteri più immediati e misurabili di ecclesialità.

Con la seconda formula (signa regni) intendo invece designare i tratti promozionali, attraverso i quali si anticipa nell'oggi la promessa del Regno. La salvezza cristiana, di cui la Chiesa si afferma sacramento, è, come ricorda ancora Evangelii nuntiandi, "il dono grande di Dio, che non è solo liberazione da tutto ciò che opprime l'uomo, ma è soprattutto liberazione dal peccato e dal maligno, nella gioia di conoscere Dio e di essere conosciuti da lui, di vederlo, di abbandonarsi a lui" (9). Tutto ciò che è "liberazione" è nell'ordine della salvezza: la anticipa, la significa, la concretizza. Questi segni anticipatori sono da una parte misurati dalla definitività della salvezza, perché possono essere sue anticipazioni solo se sono nella sua logica. Dall'altra parte, però, sono fatti storici, di intonazione culturale, perché possono visibilizzare la salvezza solo se la dicono all'interno delle attese dell'uomo, lungo lo scorrere del tempo.

Signa regni, in un tempo di crisi, per una condizione giovanile che cerca ragioni di vita contro l'avanzare della morte, sono la produzione di una nuova qualità di vita: la pace, la giustizia, la libertà, la liberazione dei poveri e degli emarginati, il rispetto dei diritti di tutti, l'attenzione ai soggetti emergenti (la donna, i giovani stessi), la produzione e l'esperienza di senso, la capacità formativa, la saturazione dei bisogni di sicurezza e di identità. Nella logica di un gruppo sono ancora signa regni tutti quei modi di affrontare e risolvere i problemi  della vita quotidiana che, in qualche modo, sono coerenti con lo stile di esistenza che traspare dal Vangelo: condivisione della responsabilità, decentrazione verso l'impegno e la promozione della vita, gestione del potere come servizio, accoglienza degli ultimi.

I documenti ecclesiastici che affrontano lo studio dei criteri di ecclesialità dei gruppi, non sono molto attenti ai signa regni. Forse danno per acquisita ormai la loro importanza nella prassi ecclesiale e concentrano la criteriologia attorno alla pratica dei signa ecclesiae. Mi sembra urgente però, per fare una riflessione sul gruppo ecclesiale ben contestualizzata, riaffermare vigorosamente che la comunità cristiana non ha il luogo emergente ed esclusivo della propria esperienza nell'obbedienza vissuta responsabilmente dei signa ecclesiae, quanto nell'obbedienza finalizzante dei signa regni.

Certo, non possiamo ridurre la misura dell'ecclesialità alla presenza o alla assenza dei signa regni, perché svuoteremmo la specificità dei criteri di ecclesialità. Di un simile svuotamento i nostri gruppi ecclesiali hanno tutt'altro che bisogno. Non possiamo però concentrare la ricerca e misurare l'ecclesialità solo sui signa ecclesiae, per i gravi rischi, teologici e culturali, che il fatto comporta.

I signa ecclesiae sono la celebrazione, la risignificazione, la verifica profetica dei signa regni. Da una parte, li collocano nella loro giusta prospettiva, di anticipazioni storiche e parziali di una salvezza che è radicalmente dono, che attinge la definitività dell'esistenza, che solo possiamo vivere nella accoglienza obbediente della celebrazione. Dall'altra, li orientano verso la loro autenticità anche antropologica, perché nella salvezza annunciata e celebrata l'uomo è maturato profeticamente verso la sua verità.

Senza l'illuminazione della Parola, la produzione della vita può restare intristita e ripiegarsi contro i sogni liberatori dei suoi cultori. Senza produzione di vita, nella fatica del quotidiano, la celebrazione diventa vuoto rincorrersi di parole o scivola in un magismo inconcludente.

In un tempo di presuntuosa autosufficienza, come era quello che sembra definitivamente concluso, i gruppi dovevano essere sollecitati a misurare la loro ecclesialità sulla capacità di decentrarsi gratuitamente verso la sconvolgente e imprevedibile irruenza dell'evento di salvezza. Quando invece l'uomo tocca con mano la sua pochezza e cerca disperatamente ragioni di vivere fuori di sé, la profezia evangelica lo deve sollecitare a riprendere coraggiosamente in mano la propria esistenza, perché può celebrare il Signore della vita solo chi tenta di essere signore di questa sua vita. Il nostro è tempo di crisi. Troppi gruppi la risolvono sfuggendo dalle proprie responsabilità; altri relegano i momenti celebrativi al tempo vuoto della vita di gruppo. L'invito a misurare l'ecclesialità sui signa regni, celebrati dai signa ecclesiae, permette di riallacciare nel concreto dell'impegno quotidiano la profezia della fede e la produzione di una nuova qualità di vita.

 

Un modo nuovo di pensare ai "criteri di ecclesialità"

 

Questa è dunque la mia proposta: i gruppi giovanili sono "ecclesiali", realizzano cioè la condizione che li fanno "mediazione" di Chiesa, nella misura in cui diventano luogo dove si producono i signa regni di una nuova qualità di vita e, nello stesso tempo, luogo in cui progressivamente si verifica e si celebra tutto ciò nei signa ecclesiae. L'ecclesialità di gruppo non è determinata prima di tutto dalla accoglienza tematica di parola-comunione-sacramenti (i signa ecclesiae), ma dalla capacità di diventare luogo in cui i giovani di questo tempo di crisi esperimentano ragioni per vivere e sono sollecitati dalla testimonianza delle diverse comunità ecclesiali a fare questa esperienza nel nome del Signore della vita. Questa scelta, di natura prevalentemente teologica, mette in primo piano la preoccupazione esplicitamente educativa. L'ecclesialità investe quindi la gestione della vita interna di gruppo, le modalità in cui si sviluppa.

Il riferimento alla logica del Regno è importante per indicare quale stile di vita il gruppo è impegnato ad assicurare. Non basta di certo impegno e buona volontà. Si tratta, invece, di misurare gesti, interventi, soluzione dei problemi, processi su esigenze normative, che hanno una loro consistenza molto precisa.

Solo a questa condizione, il gruppo diventa veramente e pienamente ecclesiale: consolida una reale esistenza nello stile del Regno e celebra progressivamente tutto questo in espressioni, esplicite e tematiche, di ecclesialità, quegli atteggiamenti che, nel capitolo precedente, ho chiamato signa ecclesiae.

 

 

IL PUNTO CONCRETO DI VERIFICA: LA COESIONE E LA PRASSI DEL GRUPPO

 

Sul piano dei principi è abbastanza facile trovarsi d'accordo su queste esigenze. I problemi sono altrove: sul merito.

Non ho intenzione di utilizzare il riferimento al Regno in termini rigidi e deduttivi, cercando magari di scrivere una dinamica di gruppo a partire dal Vangelo. Purtroppo qualche gruppo lo fa, pieno di eccessivo fervore, quando si trova a corto di competenze tecniche.

La via è un'altra: il richiamo alla logica evangelica deve servire da ispirazione globale, per dire qualcosa "nello stile del Regno" sui fenomeni tipici dei gruppi nel cuore dei problemi e nel linguaggio della dinamica di gruppo.

Come si vede, ci resta da percorrere un cammino ancora lungo e impegnativo per precisare la prospettiva e per utilizzarla.

In questo paragrafo analizzo solo alcune dimensioni centrali della vita dei gruppi giovanili: la coesione, il rapporto verso l'esterno. Lo faccio per suggerire due esempi, significativi per una ricerca che deve continuare.

 

La coesione come stile di aggregazione

 

Tutti abbiamo fatto esperienza di gruppi al cui interno si sta bene. Le attività sono ben partecipate. Le riunioni procedono ordinate e interessanti. Non c'è bisogno di moltiplicare gli inviti per avere assicurate le presenze. Purtroppo non sono assenti le esperienze contrarie: gruppi pesanti, che sopravvivono a stento, con un indice molto basso di partecipazione.

I primi sono gruppi a forte coesione interna. I secondi  ne sono privi.

Non c'è solo l'alternativa tra presenza o assenza di coesione.

Senza un indice alto di coesione il gruppo non esiste come gruppo: perdiamo quindi irrimediabilmente tutti i vantaggi educativi che esso assicura. La coesione può però diventare un idolo, a cui si sacrificano risorse e pretese. Il gruppo funziona benissimo come gruppo, con alta capacità gratificante per i suoi membri e, qualche volta, persino per osservatori abbastanza disincantati. L'obiettivo è stato ottenuto con l'operazione pericolosa di rinunciare a troppe esigenze importanti di ecclesialità.

Quello della coesione è uno dei punti critici della vita di un gruppo e un punto cruciale di verifica della sua ecclesialità. Va studiato con calma.

Lo faccio, cercando di mettere in pratica quei criteri operativi di cui ho appena parlato. Studio i fatti con attenzione disponibile, raccogliendo informazioni dalle discipline competenti. Li interpreto alla luce di modelli di ecclesialità "in situazione di gruppo". Formulo linee strategiche che siano, in qualche modo, la traduzione, ancora attraverso procedure di dinamica di gruppo, dei modelli normativi assunti.

 

Le variabili che influenzano la coesione di gruppo

 

Incominciamo dalla recensione dei fenomeni: il fatto della coesione di gruppo e le variabile che lo influenzano.

Possiamo immaginare il gruppo come un campo di forze: alcune tendono ad allontanare dal gruppo; altre invece spingono a restare in gruppo. La coesione è come la risultante di queste forze: è l'unione di spirito dei membri del gruppo, proveniente dalla attrazione esercitata su di essi dal gruppo stesso.

Se il gruppo riesce a saturare tutte le attese personali, in esso predominano le forze centripete e risulta molto coeso. Se invece le attese dei membri sono molto lontane dalle possibili risposte, prevalgono le spinte centrifughe, perché resta attivo in ciascuno il bisogno di saturare altrove le proprie attese. Il gruppo così ha un indice molto basso di coesione.

I primi dati da studiare a proposito della coesione di gruppo sono perciò quelli che giocano sul rapporto tra attese personali e risposte di gruppo: l'elenco delle forze che tendono ad allontanare dal gruppo e di quelle che invece favoriscono la partecipazione.

Gli autori che considerano la coesione come una variabile dipendente (come cioè un dato che è influenzabile da altri fattori), ne offrono lunghi elenchi.

Propongo una mia sintesi, costruita mettendo assieme diversi contributi:

- il numero dei membri del gruppo;

- l'orientamento collaborativo o competitivo nei confronti delle decisioni, nella definizione degli obiettivi, nella gestione delle informazioni;

- l'accessibilità o l'irraggiungibilità degli obiettivi di gruppo  e il conseguente progressivo avvicinamento o allontanamento da essi;

- la flessibilità o la rigidità delle norme;

- la reazione dell'ambiente esterno  al gruppo: isolamento, minaccia, riconoscimento, rifiuto;

- gli atteggiamenti e le condizioni motivazionali delle persone che compongono il gruppo (bisogno si affiliazione, di riconoscimento, di sicurezza; interesse verso ciò che il gruppo garantisce; capacità di confronto  e di dialogo; capacità di elaborare e organizzare le diverse appartenenze);

- l'omogeneità o eterogeneità psicologica, sociale, biologica;

- la presenza o assenza di forti alternative esterne;

- l'assimilazione personale degli obiettivi di gruppo;

- il livello di competitività verso l'esterno ed eventuale "punizione sociale" per chi abbandona il gruppo.

Già un elenco così è molto eloquente. Basta infatti un minimo di esperienza sulla vita dei gruppi giovanili per costatare come nella rassegna siano ricordati un po' tutti gli elementi dell'esistenza quotidiana e quei nodi sui quali ci si scontra tanto frequentemente.

La costatazione porta a concludere che la coesione, la sua costruzione e il suo consolidamento in una prospettiva matura sono veramente giocati sul filo dell'esistenza e delle scelte di ogni giorno.

Per evitare il rischio di dimenticare qualcuna delle variabili che influenzano il livello di coesione, si può tentare, come fa qualche autore, di organizzare meglio il tutto attorno ai fattori di riferimento. Il discorso è più generico, ma, in compenso, è più difficile smarrire per via indicazioni preziose.

Tre sono i fattori:

- fattori strutturali: i fattori legati alla particolare situazione di quell'insieme sociale che è il "gruppo" (quelli studiati in genere dalla dinamica di gruppo). L'elenco riportato sopra si riferisce prevalentemente a quest'ambito;

- fattori ambientali: quelli che dipendono dalla collocazione del gruppo in un preciso contesto, dal momento che l'ambiente esterno condiziona notevolmente la vita interna del gruppo. In questo ambito, più che a discipline particolari il richiamo corre verso l'osservazione attenta di quello che si scatena per il fatto che un certo gruppo vive in uno spazio esistenziale e non in un altro;

- fattori personali: quelli legati al livello di identificazione della persona al gruppo (come sono, per esempio, le motivazioni personali per appartenere al gruppo, il livello di maturità personale e di capacità di interazione interpersonale, la personale capacità innovativa, la capacità di sopportare la conflittualità legata alla pluralità di appartenenze, la dimensione totalizzante del gruppo...). Anche a questo livello le informazioni derivabili da discipline di tipo psicologico vanno collegate all'osservazione attenta in situazione.

 

Criteri di ecclesialità e coesione di gruppo

 

Le variabili  che influenzano la coesione di gruppo, esercitano il loro influsso nel cuore del rapporto tra attese personali e risposte di gruppo.

Chi possiede una struttura di personalità forte e matura difficilmente si lascia spossessare delle proprie attese per recuperare la gratificazione che il gruppo offre con le sue risposte. Chi invece è in fase di maturazione e chi brancica in una ricerca affannosa di senso e di sicurezze, è disposto a pagare lo scotto della rinuncia alle attese, per fruire delle risposte di gruppo.

Inoltre, come ho appena ricordato, sulle attese personali e sulle risposte di gruppo pesa non solo l'identificazione affettiva al gruppo ma anche il clima culturale che si respira.

Assicurare la coesione non è quindi un grave problema. Basta scatenare opportunamente la spontanea pressione di conformità, controllando ed eliminando le poche resistenze; e l'obiettivo è facilmente raggiunto.

Ad una ipotesi del genere viene spontaneo ribellarsi. La figura di educazione che fa da orizzonte della nostra ricerca e l'immagine di Chiesa che sogniamo coprono di sospetto un modo di operare come questo.

Se le persone sono disposte a riformulare le loro attese sulla misura delle risposte di gruppo, sublimando la rinuncia sulla gratificazione che il gruppo offre, non viene scelto un gruppo sulla discriminante dei suoi contenuti, ma sulla capacità che essi hanno di saturare i bisogni  di rassicurazione e di gratificazione. La vita di gruppo è centrata così sul gruppo stesso, piegando quasi la responsabilità e la libertà delle persone a questa esigenza superiore.

L'orientamento pone davvero notevoli problemi in ordine alla vita ecclesiale del gruppo.

Ma non basta. A complicare le cose si aggiunge - per fortuna - il fatto che non poche delle variabili elencate sono condizioni impraticabili, educativamente e pastoralmente. Si pensi, per esempio, alla esigenza di un numero molto ridotto di membri, all'omogeneità in un tempo di pluralismo, alla competitività verso l'esterno che riduce l'esigenza ecclesiale della solidarietà e della compartecipazione, ai continui processi di riaggiustamento dell'obiettivo.

Che fare?

Esiste un modello di intervento capace si assicurare un livello  alto di coesione senza deprimere la responsabilità, la progettualità, la creatività delle persone e l'inserimento accogliente e promozionale nell'ambiente?

 

Un progetto: la coesione tra unità e differenziazione

 

Prima di suggerire una risposta al problema concreto, dobbiamo metterci d'accordo sul tipo di coesione che vogliamo raggiungere.

E' fuori discussione l'importanza della coesione. Ma verso quale coesione canalizziamo gli sforzi?

Non è detto che l'unico modello sia quello presentato abitualmente.

In genere sembra che la coesione esiga l'uniformità di gruppo: tutte le attese personali "coincidono" con le risposte di gruppo e tutte le attività personali sono organizzate e dirette nella logica operativa che il gruppo fa propria.

Senza questa condizione sembra che il gruppo perda di coesione. La diversità progettuale e operativa significa scarsità di coesione.

Sono convinto che sia possibile e necessario costruire un modello alternativo, espresso su un rapporto differente tra unità e diversificazione.

Lo dico a partire dalla figura di Chiesa in cui mi riconosco.

Nella comunità ecclesiale matura non tutti possono fare le stesse cose  e soprattutto queste non possono essere prodotte allo stesso modo. Lo proibisce il rispetto della irripetibilità personale e il dovere di accogliere il diverso-da-sé come proposta di arricchimento. Lo impedisce il clima di pluralismo: a prescindere dalla sua valutazione, esso resta un fatto con cui fare i conti.

Questa figura può essere riscritta dentro il gruppo. Nonostante l'impressione contraria, il gruppo può permettere esperimenti interessanti al riguardo e può controllare le tensioni che la scelta inevitabilmente scatena.

L'unità è richiesta (un germe che va progressivamente consolidandosi) attorno ad un minimo di convergenza sui valori di fondo e sugli obiettivi dell'esercizio della comune corresponsabilità. Essa si costruisce così attorno alla condivisione, dialettica e progressiva, di un nucleo di significati e di valori operativi che rappresentano il progetto del gruppo, nel frammento di spazio e di tempo in cui è presente.

La diversificazione è invece la traduzione operazionale di questo progetto condiviso. Si tratterà di una diversificazione molto ampia, perché sostenuta dalla responsabilità e dalle sensibilità personali, dai compiti e dalle urgenze, da quel concreto quotidiano in cui prende corpo il progetto e su cui si riformulano valori e obiettivi.

In questa ipotesi, unità e diversificazione  sono in reciproco riferimento: l'unità si concretizza nella diversificazione e le diverse operazioni trovano un punto di raccordo e di verifica sui valori costitutivi dell'unità. Si rifiutano così due modi riduttivi di pensare all'unità: una unità ridotta al minimo, fatta più di dichiarazioni che di vissuto o, al contrario, la pretesa di una unità assicurata su qualcosa di totalizzante, che spegne ogni possibilità di diversità. Nel primo caso trova spazio la diversificazione, ma a scapito della convergenza, perché essa è giocata su dati così esigui da risultare inconsistente. Nel secondo caso si brucia la diversificazione, trasformando la necessaria unità in una piatta uniformità.

La soluzione di questo conflitto non sta nel "giusto equilibrio", incapace di cogliere la radice dei problemi; ma nell'invenzione di un modello alternativo. Nel gioco tra unità e differenziazione, la coesione è diventata una figura ideale di gruppo, un modello di gruppo in azione.

 

La coesione come aggregazione

 

E' tempo di ritornare al concreto.

Penso ad un  modello di gruppo così. E mi chiedo: cosa si può fare per favorire la sua capacità aggregativa? Aggregazione è, in ultima analisi, la forza di identificazione che si sprigiona da un gruppo coeso, quella forza che lo costituisce come luogo dotato di carica propositiva al servizio della crescita della persona, per aiutarla a modificare gradualmente la sua identità e i valori in cui si riconosce, nel confronto con gli altri, in e attraverso il gruppo.

Per rispondere va progettato un itinerario educativo, coerente con il modello teorico che abbiamo elaborato. Nella mia ipotesi, tappa dopo tappa, il gruppo giovanile procede  da una coesione realizzata attorno a rapporti primari  e a obiettivi a forte risonanza emotiva, verso una coesione assicurata dalla condivisione, impegnata e aperta, di valori.

Tutto può servire per fare aggregazione

Nella vita di un gruppo tutto può servire per iniziare il processo di aggregazione. Ogni suggerimento, a questo proposito, può essere dato solo a titolo di esempio. Così può essere ottimo punto di partenza l'incontro spontaneo attorno a interessi, come può costruire aggregazione la semplice ricerca di stare assieme come reazione all'anonimato e alla disgregazione.

Questa tappa è già intervento educativo: presenza di un educatore accorto che accoglie la realtà, consapevole che essa si porta dentro germinalmente una tensione di maturazione. Il suo servizio consiste nel favorire la crescita spontanea, sostenendo i primi difficili passi e immettendo stimoli di sviluppo.

Per esigenze di concretezza suggerisco alcune modalità di questo servizio educativo.

Prima di tutto è indispensabile dare al piccolo o grande obiettivo che ha suscitato l'aggregazione, una chiara e condivisa risonanza collettiva.

Certamente ogni obiettivo ha una risonanza collettiva; spesso però può essere così stravolto da diventare individualista e alienante. In questo caso minaccia la vita del gruppo, perché non permette la convergenza verso ciò che caratterizza il gruppo stesso: il senso del "noi" e la gratificazione che esso produce. L'obiettivo va perciò come "umanizzato": restituito alla sua giusta dimensione collettiva. Essa non è un'aggiunta dall'esterno, ma la riscoperta più profonda e intensa della verità delle cose.

E' poi importante far acquisire "prestigio" all'obiettivo, perché solo quando esso possiede un suo fascino, è in grado di creare convergenza attorno a sé. Anche a questo livello, il servizio educativo consiste nel ridare quel vigore che le cose già possiedono e che lunghi periodi di decantazione hanno annebbiato e svilito. Il fascino può scatenare le  dimensioni emotive o irrazionali dei giovani e quindi svuotare la ricchezza personalizzante del gruppo. Ma il rischio opposto è più grave: senza  fascino non c'è aggregazione.

Infine, è importante sollecitare il gruppo a cercare veramente quello che dice di cercare a parole. Le maschere e gli stereotipi possono trascinare i membri del gruppo a grosse parole, a pretese affascinanti, sotto il cui velo si mistifica invece il disimpegno e l'egoismo.

 

L'intervento di contrappeso

 

L'educatore non ha solo il compito di far emergere quanto già c'è. Ha anche la responsabilità di "proporre": di integrare quanto è carente.

L'aggregazione è duratura e maturante solo se il gruppo sa dosare bene efficienza e gratificazione. Una gratificazione senza efficienza è alienante e mistificante; un'efficienza senza gratificazione riproduce esattamente la logica della "catena di montaggio".

Sulla misura del gruppo giovanile attuale, questa esigenza significa riportare nel gruppo un corretto dosaggio di "personale" e "politico", di "festa" e di "impegno", di cose fatte e di celebrazione festosa per quello che si è fatto, di realismo e di speranza, di confronto e di interiorizzazione, di tempo forte e di quotidiano: di gruppo e di vita reale, in una parola.

 

Coesione nella condivisione di un progetto

 

Lo spazio privilegiato su cui produrre aggregazione è la condivisione di un progetto: un insieme di valori organizzati in modo operativo e orientati globalmente a innescare processi di liberazione. Gratificazione ed efficienza trovano un adeguato punto di condensazione proprio dentro questo progetto.

Se il progetto è ampio e articolato, esso permette un reale pluralismo di interessi e di attività. Può essere condiviso consapevolmente anche tra giovani che realizzano la loro presenza nella storia in modi diversificati. Il gruppo non chiede il "tempo pieno" al suo interno, ma si proietta progressivamente verso la storia e la vita di tutti.

L'aggregazione non è tranquillo possesso, ma tensione dinamica. La prassi infatti allarga l'ambito della riflessione e immette nella vita  di gruppo stimoli sempre nuovi, capaci di sollecitare in avanti.

L'aggregazione non è più giocata tra il polo dell'efficienza o quello della gratificazione. Il giovane maturo non le cerca nel gruppo (o solo nel gruppo), perché sono dimensioni dell'esistere storico di ogni uomo, che vanno cercate, prodotte, condivise nella vita, nella storia. Nel gruppo cerca la ricomprensione del senso della propria esistenza e il sostegno per giocarla nella promozione degli altri. Cerca, cioè, il supporto alla sua identità.

 

 

LA PRASSI DEL GRUPPO ECCLESIALE

 

Affronto un secondo nodo problematico nella vita dei gruppi ecclesiali. L'ho intitolato con una formula un poco generica: la prassi del gruppo ecclesiale.

Il titolo va precisato.

Il gruppo è mediazione di esperienza ecclesiale non solo perché è il luogo concreto in cui i giovani incontrano l'evento ecclesiale, ma anche perché nel gruppo essi sono Chiesa in azione. Fanno esperienza di Chiesa non in modo strumentale ma esistenziale: esperimentano l'appartenenza ecclesiale vivendo la Chiesa.

Questa costatazione pone immediatamente al centro una esigenza di forte respiro educativo: il gruppo ecclesiale è impegnato ad aprirsi verso l'esterno, per trasformare la realtà secondo il progetto di esistenza in cui si riconosce.

Questa esigenza non è tipica solo dei gruppi ecclesiali. Ogni gruppo si apre verso il suo esterno. L'ambiente che lo circonda è una componente della sua vita, anche quando magari non ne ha nessuna coscienza e si rinchiude, timoroso, dentro i confini ristretti della sua esistenza.

In questo rapporto tra la vita interna del gruppo e il contesto che l'avvolge, ogni gruppo dice a se stesso chi è, sollecita gli altri a costatare la sua esistenza e, in qualche modo, cerca di trasformare l'esistente secondo i modelli che all'interno riscuotono consenso e prestigio.

Lo fa ogni gruppo, per evidenti ragioni di sopravvivenza.

Lo fa il gruppo ecclesiale per una consapevolezza urgente di responsabilità vocazionale.

Chiamo il processo e i fenomeni connessi con il termine generale di "prassi" di gruppo.

Con la coscienza sociale che abbiamo ormai maturato, è facile costatare quanto questa prassi abbia risonanza "politica". Nel rapporto con l'esterno il gruppo tocca infatti problemi di potere; mette in circolazione informazioni e cerca di controllarne contenuti e percorsi; produce (almeno sul piano delle intenzioni) ipotesi di strutture alternative e si scontra con quelle esistenti; dialoga con persone, segnate da responsabilità di differenti livelli. Vive insomma una chiara esperienza politica. La prassi del gruppo è sempre, di conseguenza, una prassi politica, nel senso più ampio del termine.

Basta una ricognizione attenta del vissuto dei gruppi giovanili e della sua formulazione riflessa nei testi di dinamica di gruppo per costatare gli enormi problemi connessi con questa esperienza.

 

Il gruppo in azione: problemi e tendenze

 

Lo studio della dinamica di gruppo e il confronto con il vissuto dei gruppi giovanili permettono di tracciare la mappa delle linee di tendenza e dei problemi che investono l'esistenza dei gruppi impegnati in una prassi verso l'esterno.

 

Il tempo della grande illusione

 

Molti testi di dinamica di gruppo mettono in risalto una tendenza diffusa nei gruppi primari. Essi sono portati a creare identificazione al gruppo stesso, sognato e sperimentato come un essere vitale, capace di soddisfare ogni attesa affettiva. Per consolidare questa illusione, i membri sono disposti a sacrificare tutti i desideri e tutti i progetti. La fatica di passare all'azione aprirebbe infatti al conflitto e all'angoscia: conflitto richiesto dalla costitutiva ambiguità del reale e angoscia che scaturisce quando si ammettono gli ostacoli che si frappongono alla  loro soddisfazione.

Nel gruppo si scatena così la grande illusione di aver finalmente trovato l'oasi felice, dove godere ogni conforto e dove essere difesi da ogni vento di tempesta.

Ci si illude di poter vivere senza capi, senza leggi, con progetti continuamente riformulabili, scritti nel linguaggio della poesia e del sogno.

In questa tipologia possono facilmente rientrare anche i gruppi giovanili ecclesiali. Essi infatti aggregano sulla dimensione formativa e operano prevalentemente attraverso la riflessione, la ricerca e il confronto per assicurare meglio il processo educativo. Sono quindi gruppi molto centrati sulla funzione gratificante del gruppo. Il gruppo rifiuta il confronto con la realtà e si chiude nella spirale involvente di una illusoria gratificazione. La maturità ecclesiale è minacciata così dalla carenza di progettualità.

Anche su di essi inoltre preme quella esigenza di intensi rapporti primari e la pretesa di non avere altro scopo che di vivere assieme e di trovarsi bene, che investono l'attuale condizione giovanile.

La stessa esperienza religiosa può essere vissuta come una proiezione rassicurante verso un luogo diverso da quello della nostra difficile situazione quotidiana.

 

La crisi del primo impegno

 

Alcuni gruppi cercano di superare questo modello paradisiaco e si buttano all'azione. Nuove difficoltà affiorano all'orizzonte in un ambito, come è quello della prassi, centrale per l'ecclesialità sostanziale del gruppo.

Siamo di fronte ad uno dei dati più inquietanti nella vita dei gruppi giovanili ecclesiali. Le preoccupazioni nascono dal fatto che la cattiva gestione dei problemi produce esiti che, a prima vista, potrebbero essere interpretati come sintomi di "buona salute".

Studio il problema, con uno sguardo che scorre dalla letteratura sull'argomento al vissuto dei gruppi giovanili ecclesiali, in tre momenti: cerco prima di tutto di comprendere cosa sta alla radice della eventuale situazione di crisi; quali sono i suoi esiti spontanei; il riflesso sulla stessa esperienza religiosa.

 

- Il difficile rapporto tra identità e rilevanza

Ho già ricordato, aprendo il paragrafo, che la prassi del gruppo ecclesiale è sempre "politica". Richiede di conseguenza strumentazioni adeguate, per leggere l'esistente e per progettare una sua trasformazione.

Dove rintracciare questi "materiali" strategici?

Il gruppo è una realtà che esiste prima e indipendentemente dalla sua finalizzazione ecclesiale. Rappresenta una esperienza che appartiene a coloro che la vivono. Ed è oggetto di analisi e di progettazione da parte di scienze da assumere nella loro autonomia e consistenza.

Il gruppo ecclesiale, quando progetta interventi al suo interno  e verso l'esterno, è costretto ad utilizzare una di queste elaborazioni scientifiche, selezionandola tra le tante a sua disposizione nella vasta letteratura.

Può assumere modelli dotati di una logica interna che lo spiazza di fatto rispetto all'ecclesialità normativa che deve esprimere o rispetto agli orientamenti culturali diffusi nel contesto in cui è presente. In altre parole è possibile organizzare la propria vita e prassi in modo da ridurre o vanificare l'ecclesialità. Oppure è ipotizzabile una vita di gruppo, coerente con le esigenze dell'ecclesialità, ma lontana e staccata dai dinamismi sociali e culturali.

Quando predomina la prima ipotesi, il gruppo soffre di crisi di identità. Fatica ad esprimere la sua ecclesialità e fatica a farsela riconoscere formalmente. Anche se la vita interna sembra fluente e la prassi efficace, la crisi di identità  ecclesiale apre verso una sua progressiva emarginazione.

Questa è la storia di molti gruppi ecclesiali, attenti, nel recente passato, alla riscoperta e alla passione politica. Per assicurare consenso, prestigio e incidenza, si sono autodefiniti su opzioni troppo legate alle logiche dominanti. E sono entrati in crisi. Contestati dai responsabili della vita ecclesiale, progressivamente si sono accampati ai margini della Chiesa, con la speranza di diventare una chiesa alternativa.

Altri gruppi, invece, per salvare la loro ecclesialità nella mischia del pluralismo e della secolarizzazione, si sono arroccati, chiudendosi in difesa. Hanno assunto una dinamica culturale superata e insignificante. La loro ecclesialità è formalmente indiscutibile; ma purtroppo è minacciata di integrismo, non ha peso sociale e non esprime una "buona notizia" in situazione. Questi gruppi soffrono così una intensa crisi di rilevanza.

La crisi di identità o di rilevanza può investire ogni aspetto della vita dei gruppi. La minaccia è però particolarmente incombente quando il gruppo decide i tratti della sua azione sociale.

 

- Per superare la crisi senza sanarla

Il gruppo non può vivere in situazione di crisi. Si sfascerebbe o resterebbe tanto malconcio da non poter produrre più nulla di buono per la maturazione dei suoi membri.

Dalla crisi si può uscire cercando di affrontarla di petto alle sue radici o trovando un rimedio, a carattere sublimatorio, che serve solo ad addormentarla.

La seconda soluzione è la più facile, in un tempo come è il nostro. Il gruppo si inventa così un nuovo principio di sopravvivenza: le energie, che dovrebbero essere canalizzate nei compiti, sono invece progressivamente impegnate nello sforzo di autoconservazione.

Sembra che la vita scorra tranquilla, nonostante le crisi. Si è prodotto invece solo un processo pericoloso di sublimazione: gli ostacoli non sono stati superati, ma solamente rimossi.

Generalmente sono tre gli atteggiamenti che permettono al gruppo di sopravvivere nonostante la crisi diffusa: la dipendenza, l'aggressività, l'utopismo.

L'atteggiamento di dipendenza è legato al tentativo di recuperare sicurezza mediante l'accettazione di dipendere supinamente da qualche leader, interno o esterno al gruppo, oppure dal proprio passato, considerato come particolarmente glorioso e affascinante.

Attraverso atteggiamenti di aggressività si cerca di rimuovere lo stato di crisi lanciandosi contro cose e persone da cui ci si sente minacciati oppure assumendo una reazione, dura e continua, verso l'esterno.

La sicurezza può essere anche recuperata proiettandosi continuamente verso un domani radioso, sempre irraggiungibile, e per questo utopico. Qualche volta questo atteggiamento assume anche i toni di un idillio a sfondo sessuale.

 

- Una minaccia alla stessa esperienza religiosa

Basta uno sguardo sul panorama dei gruppi ecclesiali per costatare come questi rischi siano tutt'altro che remoti. Dipendenza, aggressività, utopia risuonano facilmente nell'esistenza cristiana. Sembrano le caratteristiche più raffinate del gruppo ecclesiale impegnato.

Rileggendo le cose in termini attenti e critici, ci si accorge però che tra il modello evangelico e quello evocato da queste considerazioni c'è una profonda insanabile differenza. Nell'esistenza credente siamo sollecitati a riconsegnarci a Chi, fuori di noi, è la fonte gratuita e interpellante della nostra speranza e del nostro impegno. Nel gruppo, catturato da questi atteggiamenti sublimatori, la ragione è invece il gruppo stesso, ripiegato sulla propria storia.

Qui si colloca la catechesi, la sua funzione, lo stile in cui si realizza, i contenuti che fa circolare, i modelli verso cui cerca il consenso.

 

Una proposta alternativa

 

Abbiamo accumulato una serie di informazioni. Ci hanno aiutato a comprendere meglio il problema che stiamo dibattendo. In questa ricerca ci siamo accorti che il gruppo ecclesiale attraversa le stesse difficoltà degli altri gruppi. La sua speciale collocazione non solo non lo sottrae dai conflitti, ma in un tempo di pluralismo e di crisi li può aumentare e rendere più drammatici.

Se ne può uscire solo elaborando un modello di azione attento alle esigenze della dinamica di gruppo e, nello stesso tempo, molto fedele alla fondamentale ispirazione credente ed ecclesiale.

Anche in questo contesto, infatti, se prendiamo sul serio il gruppo come luogo di formazione e di esperienza ecclesiale, siamo costretti a costatare che non possiamo riservargli solo una funzione strumentale e sussidiaria. Dobbiamo invece riconoscergli un peso importante nella formulazione stessa dei contenuti della fede.

Non è praticabile perciò né l'ipotesi di mantenere gli eventuali effetti indesiderati in limiti sopportabili, né il tentativo di censurare le logiche di gruppo senza snaturarlo. E' necessario invece elaborare alternative che dicano il nuovo nel linguaggio tipico del gruppo e realizzare quella capacità critica, che sollecita a prendere eventuali distanze nel nome delle esigenze più radicali dell'esperienza ecclesiale, nel cuore stesso della implicazione.

Chi ci ha provato, sa che non è facile. Non ci sono però alternative, se non si vuole insabbiare i grandi progetti negli atteggiamenti pericolosi che ho analizzato nella pagine precedenti.

Per aiutare i gruppi che hanno voglia di provarci, formulo una proposta su tre linee generali di intervento:

- un confronto continuo e disponibile verso le provocazioni dell'esterno,

- la scelta di atteggiamenti alternativi a quelli "sublimatori", appena denunciati,

- un modo cristiano di vivere anche l'impegno per la vita: le celebrazioni della fede.

Il gruppo ecclesiale diventa così fedele alla sua identità non solo perché annuncia il suo Signore, celebrando nella Chiesa la sua offerta di vita e diffondendo attorno a sé i segni anticipatori di questa speranza; ma soprattutto perché, articolando i due compiti in un progetto unitario di presenza, gioca la sua ecclesialità in una prassi produttrice di vita nuova e nella celebrazione credente di questa prassi.

 

"Decentrati" verso la vita

 

Un gruppo si mette a pensare e a progettare, perché i suoi membri si sentono inquietati da problemi a cui vogliono trovare risposte adeguate. Alle prese con problemi irrisolti, il gruppo va in crisi di sopravvivenza o reagisce scatenando atteggiamenti sublimatori.

Spesso i problemi che ci premono addosso sono problemi veri e reali.

Qualche volta, purtroppo, sono problemi falsi.

Possono essere falsi per differenti ragioni: o perché ce li siamo proprio inventati, forse per eccesso di zelo; o perché rappresentano qualcosa che non ha radici solide; o perché sono solo di una fetta di gente, alle prese con i propri problemi per non accorgersi di quelli gravissimi che attraversano l'esistenza dei più.

L'aggettivo "falsi" va preso quindi con beneficio d'inventario. Ma non può certo tranquillizzare.

Non mi interessa il modo di risolverli. Mi sta a cuore, prima di tutto la qualità dei problemi. Quando essi sono autenticamente "veri", allora è più facile immaginare soluzioni corrette.

Per discernere tra quelli veri e quelli falsi, il criterio è il riferimento a Gesù di Nazareth e alla esperienza che i suoi discepoli hanno avuto di lui.

Gesù si proclama per la vita (Gv. 10, 10). In genere, non si preoccupa di precisarla con aggettivi, che possono avere sapore riduttivo. Quelli che usa sono "piena" e "abbondante". I problemi veri sono quelli che nascono attorno alla vita.

Ma di quale vita si tratta? Il vangelo ci riporta alla quotidianità: la vita è quella di tutti i giorni, dove la donna perde una moneta preziosa e la pecora scappa dall'ovile come il ragazzo, assetato di libertà e di avventura, dove la festa sta per finire per mancanza di vino o il ritorno verso casa si fa triste per il tormento della fame.

Il gruppo ecclesiale risolve i suoi problemi nella misura in cui riesce a "decentrarsi" verso i problemi che riguardano la "vita" di tutti, soprattutto di coloro a cui è stata più violentemente sottratta.

L'impegno per la vita e la sua promozione si traduce in gesti concreti. Si fa vera prassi "politica". Come realizzare questo servizio impegnativo per la vita?

Dando voce al vissuto di molti gruppi ecclesiali, faccio una proposta con la preoccupazione di tracciare una specie di itinerario metodologico di azione per la promozione della vita.

 

- Scoprire la realtà

L'attenzione alla vita è una cosa serie e tutt'altro che facile. Richiede la capacità di guardarsi d'attorno in modo disponibile e utilizzando le strumentazioni adeguate.

La realtà non è eloquente di per sé. Va compresa e interpretata: i fatti diventano materiale politico, quando sono compresi in tutta la loro portata.

Si tratta di compiti impegnativi per il gruppo che in genere frappone alla realtà le sue norme, come chiave di lettura e di interpretazione.

Sul modo di controllare la pressione di conformità, scatenata dalle norme, ho già parlato. Mi limito, in questo contesto, alla seconda questione: la capacità di confronto corretto con la realtà. Essa è assicurata da alcune condizioni operative:

 

- Il primo passo consiste nella scoperta della dimensione sociale della realtà. Bisogna capire cioè che viviamo in un mondo che ha una sua struttura sociale, in cui ogni persona trova la sua collocazione, legata a molti fattori che spesso superano le sue possibilità di intervento. Il sociale preesiste al personale, nella realtà. L'esistenza umana è sempre un'"esistenza sociale": la persona è una libertà non alienabile, ma essa è nello stesso tempo misurata con altre libertà, in molteplici strutture sociali.

 

- La realtà, nella sua strutturazione sociale, ha sempre una dimensione politica. I fatti coinvolgono un progetto d'uomo, un modo di gestire il potere, un certo tipo di partecipazione, un'immagine globale di società. L'insieme dei rapporti sociali può favorire un progetto di promozione personale e collettiva, oppure, al contrario, instaurare rapporti di alienazione e di sopraffazione.

La scoperta della realtà diventa piena, perciò, quando dalla costatazione della rilevanza sociale in essa presente si passa alla valutazione del suo volto politico.

 

- La lettura della realtà, nella misura sociale e politica, richiede la capacità di utilizzare strumenti tecnici di indagine. In gioco ci sono forze e condizionamenti a livello strutturale che altrimenti sfuggono allo sforzo di comprendere la realtà.

Gli strumenti di lettura non sono certamente neutrali. L'ho ricordato molte volte proprio in merito alla stessa dinamica di gruppo. Il loro uso non può essere assolutizzato, con una falsa pretesa di scientificità a priori. Diventa importante vivere il riferimento alla realtà all'interno di una difficile dialettica: la collocazione decisa del gruppo, da una parte, per capire veramente le cose al di là delle facili emergenze superficiali; e l'impegno, dall'altra, di superare ogni forma di manipolazione che proviene dalle ideologie (dominanti o alternative, non importa).

 

- Intervenire sulla realtà

La scoperta della realtà, nella sua dimensione sociale e politica, non può lasciare indifferenti. Esige che si intervenga concretamente e fattivamente verso la promozione totale dell'uomo e di tutti gli uomini. Si tratta di una vocazione di fondo, di un orientamento di vita che dà senso al progetto personale e determina l'impegno con cui vivere la propria vocazione professionale concreta. Il gruppo vive l'impegno a titolo di gruppo e come sostegno per le scelte personali.

Non bastano di certo le affermazioni di principio. Non posso però dire ciò che va fatto con la stessa concretezza con cui è chiamato a pronunciarsi ogni gruppo.

Suggerisco alcune linee generali.

 

La dimensione culturale - In primo luogo è importante sollecitare i gruppi alla riscoperta della dimensione culturale anche nella prassi politica.

Siamo in un tempo di incertezza e di crisi, in cui sembra smarrita la carica di fiducia e la spinta utopica. Per recuperarla, i gruppi giovanili sono chiamati a favorire aggregazioni di tipo culturale, alla elaborazione di strategie per la soluzione dei problemi immediati e di quelli a più largo respiro, alla faticosa invenzione di spazi di incontro e di confronto.

Il gruppo che si impegna a fare cultura in questa prospettiva, vive una reale esperienza politica, perché è costretto ad entrare in contatto con le forze sociali presenti sul territorio in cui esso opera. Sorgono così canali di comunicazione e di verifica che abilitano ad un modo rinnovato di progettare l'azione politica.

Il gruppo assolve il suo compito educativo e politico: diventa momento di informazione e di sensibilizzazione; fa opinione; prende posizione sui problemi; crea tempi di studio e di riflessione; si qualifica progressivamente.

Sono molti gli interventi possibili in quest'ambito: il cineforum, il teatro, lo spettacolo musicale, le tavole rotonde, i dibattiti su tematiche di interesse giovanile.

Ricordo ancora il servizio di volontariato agli emarginati, agli anziani, la solidarietà con i poveri e il terzo mondo, l'impegno per l'educazione dei più piccoli e gli interventi di animazione.

In queste attività il gruppo mette le basi per una adeguata e maturante crescita nel politico. E scopre, dal vivo della propria esperienza, che la trasformazione sociale, a cui mira la politica, è frutto di una trasformazione delle diverse dimensioni dell'esistenza umana. Si diventa consapevoli del ruolo politico che hanno il consolidamento di valori personali autentici, la creazione di processi culturali alternativi e la elaborazione di nuove esperienze che rimettano in discussione gli schemi attuali delle strutture sociali.

 

Educare alla decisione e al cambio - Un'altra esigenza importante è data dalla necessità di educare nel gruppo alla decisione, al controllo, alla gestione del cambio.

Spesso nell'educazione e nella prassi politica si è tentati di procedere con un riferimento alla realtà fatto di categorie semplicistiche, a risonanza moralistica, generiche e scontate. Questa mentalità complica molto la possibilità di un inserimento attivo e critico nel cuore dei problemi. C'è un lungo cammino da percorrere per abilitarsi a sapere elaborare analisi accettabili sul piano culturale e politico.

Lo stesso si può ricordare a proposito della educazione alla decisione. Troppi gruppi funzionano solo perché tutto viene deciso in un ambito ristretto. In essi i giovani sono progressivamente abituati a consumare proposte e servizi, senza poter esercitare alcuna presenza attiva e critica nella loro elaborazione.

La capacità di decidere comporta anche una funzione di controllo. Non basta analizzare, decidere e programmare; occorre anche saper verificare i risultati delle iniziative promosse dal gruppo e di quelle, ecclesiali o sociali, in cui il gruppo risulta coinvolto. L'abitudine al controllo non è facile. L'interesse per la verifica si può spegnere gradualmente, perché l'esercizio del controllo richiede l'assunzione di nuove informazioni, la resistenza all'usura dell'emotività, il contatto con esperti, la progressiva qualificazione personale e di gruppo.

Ricordo inoltre una questione molto scottante: la "gestione del cambio".

E' politicamente capace solo colui che è lucido nella comprensione e nel controllo dell'itinerario che porta alle decisioni politiche e alla realizzazione di quelle approvate. Basta pensare al necessario compromesso richiesto per approdare a decisioni condivise, nell'ambito del pluralismo diffuso. L'arte di comporre le forze, di far approdare posizioni diversificate verso una prospettiva nuova, accettate da tutti, sta poco di casa anche nelle istituzioni ecclesiali. Troppo spesso prevale una rigida fedeltà ai principi astratti; o si accentuano i giochi di maggioranze e minoranze, incapaci di farsi interrogare dalle proposte delle controparti. Anche gli esclusi preferiscono spesso i gesti di rottura che non impegnano nella fatica intelligente e paziente di ricomporre le tensioni e di approdare a nuove prospettive.

 

Strumenti concreti - La traduzione sul piano della prassi quotidiana di questo doppio orientamento operativo richiede la scelta di una strumentazione adeguata e di strategie coerenti.

Ecco una proposta, che funziona solo a titolo di esempio, di attività concrete che il gruppo può programmare a cui il gruppo può aderire:

- il contatto (sempre critico e sempre finalizzato all'educazione) con uomini politici capaci di narrare la loro autobiografia;

- la proposta di modelli concreti di sbocco (nel partito, nel sindacato, nell'attività sul territorio, nella professionalità ordinaria...) per mostrare il ventaglio delle ipotesi, la loro praticabilità, il realismo a cui sollecitano, le difficoltà incontrate e superate...;

- progetti e programmi di stages e di scuole di formazione politica, con esplicito raccordo verso il quotidiano;

- esempi, progetti, modelli di "animazione politica" nella scuola: l'insegnamento e la formazione politica esplicita e diretta, la portata politica delle discipline, le prime e concrete esperienze politiche negli organi collegiali;

- ritratti di politici cristiani: alla ricerca delle virtù dell'uomo politico e della sua necessaria spiritualità;

- analisi critica dei meccanismi di potere insiti negli strumenti di informazione di largo consumo e nella gestione della cosa pubblica;

- analisi critica del vissuto personale, per decifrare possibilità, esigenze, resistenze di una matura coscienza politica;

- analisi critica dei modelli sociali esistenti: rapporto società-stato, sistemi di governo e di rappresentatività...;

- rilettura di pagine di storia recente (il "sessantotto"...) alla ricerca dei meccanismi e dei processi politici implicati;

- significato, funzione e limiti della cd. "dottrina sociale della chiesa", nell'uso frequente e nei richiami ricorrenti;

- un "tirocinio" di azione politica (guidato e misurato sulle reali capacità della persona), dove applicare sul campo le acquisizioni teoriche e pratiche e dove "imparare facendo";

- analisi delle presenze "cristiane" sul territorio, per valutarne la qualità e il significato, verso il modello teorico che sottostà alle scelte concrete;

- verifica del tipo di potere di fatto gestito da ciascuno, verso una sua utilizzazione razionalmente motivata, in solidarietà e responsabilità, per superare la visione diffusa che lega la responsabilità del potere solo alle forme istituzionalizzate.

 

La militanza politica - Per i gruppi ecclesiali l'impegno politico si riduce a questi interventi sul culturale e sul sociale? Quello che è capitato a tanti gruppo giovanili nei tempi della prima scoperta politica ci spinge verso un rifiuto della militanza politica diretta?

Dal vissuto di molti gruppi ecclesiali ricavo indicazioni per una risposta.

Prima di tutto non possiamo dimenticare che ogni impegno nel culturale e nel sociale è già un preciso e concreto impegno politico.

Certamente non può bastare. La trasformazione sociale richiede la presenza liberatrice nel centro dei conflitti e nella gestione diretta del potere. Questa militanza politica deve essere proporzionata al livello di maturità personale raggiunta e alla capacità di controllare le tensioni. Questo tipo di impegno, inoltre, non può normalmente essere assunto a titolo di gruppo, per rispettare concretamente quel rapporto tra unità sul fondamentale e differenziazione operativa che ho posto alla radice del mio progetto di coesione.

L'esito del processo è suggerito nell'ultimo capitolo del libro: la trasformazione del gruppo da luogo di appartenenza ad esperienza di riferimento, per sollecitare la presenza piena di ciascuno là dove si costruisce la storia comune, in una solidarietà che si fa "compagnia" con tutti coloro che vogliono lottare per liberare l'uomo costruendo strutture di liberazione.

 

Atteggiamenti dalla parte del Regno

 

Il gruppo ecclesiale condivide con gioia e responsabilità la vicenda quotidiana di tutti gli uomini; in essa offre un contributo specifico e originale. Negli innumerevoli conflitti scatenati da questa presenza tutta particolare, la sicurezza nasce dalla coscienza di essere dentro un potente progetto di vita che ci trascende e ci coinvolge.

Preciso questo compito, indicando lo stile che dovrebbe distinguere l'azione del gruppo, per qualificarla come luogo dove esperimentare e produrre vita nuova nel nome del Signore della vita. Come si noterà scorrendo l'elenco che segue, si tratta di orientamenti etici, ispirati alle esigenze più radicali della fede, ma espressi nel confronto culturale: ancora una volta riaffermo così la centralità dei signa regni.

La prassi del gruppo ecclesiale deve essere prima di tutto prassi di riconciliazione.

In un mondo come è il nostro, attraversato da continui conflitti e da insanabili tensioni, l'annuncio di Gesù Cristo comporta l'impegno di rendere trasparente la buona notizia della riconciliazione.

Riconciliazione non è rifiuto del conflitto, attraverso la sua esorcizzazione o i tentativo di mascherarlo nella ricerca di una comunione, che finge di ignorare le differenze e le contrapposizioni. E' invece capacità di stare nei conflitti e nelle tensioni, nella complessità e nella ambiguità, accettandone il significato positivo, anche se doloroso, per la maturazione umana e cristiana. E' soprattutto capacità di assumere e di elaborare le conflittualità esistenti, in vista della creazione di sintesi nuove, autenticamente liberanti.

Questo comporta nel gruppo l'esaltazione delle diversità, la capacità di accettarsi pur nella varietà delle scelte opinabili, il dialogo continuo anche con che dissente, la consapevolezza che l'unità della comunione ecclesiale non è uniformità, ma progetto e tensione, dono da invocare e da accogliere nella differenziazione e nella pluralità di espressioni.

Il tema della riconciliazione chiama immediatamente in causa l'esercizio del potere. Questo nostro mondo è caratterizzato dalla esaltazione della potenza, dell'efficienza, del successo, della prevaricazione dell'uomo sull'uomo. Lo stesso può avvenire all'interno del gruppo, come documentano tanti esperimenti di dinamica di gruppo. Non è certo questa la prassi di Gesù; egli, al contrario, ha sconfitto la potenza di questo mondo attraverso l'impotenza e il fallimento della croce. I gruppi ecclesiali devono rendere trasparente nella loro vita la consapevolezza che la salvezza viene soltanto dallo scandalo e dalla follia della croce. In concreto questo comporta un modo nuovo di fondare e di gestire il potere: è servizio verso chi non conta, chi è fatto oggetto di emarginazione e di rifiuti, in una parola, servizio ai più poveri per la loro promozione.

Inoltre, la prassi dei gruppi ecclesiali deve essere prassi di speranza.

L'amore di Gesù per gli uomini e per il mondo, fino al dono della sua vita, obbliga i gruppi ecclesiali ad abbandonare ogni pretesa di autosufficienza e di autoconservazione, ogni atteggiamento pessimistico e di rifiuto del mondo. Autosufficienza e disperazione sono due modi opposti di guardare la realtà, che contraddicono però radicalmente la speranza cristiana. Dare ragione della speranza nella prassi quotidiana significa per il gruppo essere attento ai bisogni e alle attese umane, assumere la nostalgia dell'uomo per "una patria dell'identità", testimoniare nella vita che questa patria è vicina e praticabile. Nello stesso tempo, dare ragione della propria speranza significa anche contestare la pretesa di assolutizzare il presente e l'avvenire mondano, rivelandone la provvisorietà e la caducità.

Questa speranza rende il gruppo ecclesiale capace di annunciare il nuovo, il diverso, il gratuito e l'inaudito, suscitando il senso dell'attesa, della sorpresa e della meraviglia, nella coscienza che questi doni non sono il frutto delle mani dell'uomo ma sono il dono di un Dio che ha fatto dal nulla tutte le cose, le ha riscattate con il sangue del suo Figlio e le rinnova fino alla consumazione finale nei cieli nuovi e nella nuova terra.

Un altro atteggiamento della prassi del gruppo ecclesiale è quello della povertà. La povertà è, come la croce, spogliamento radicale, sconfessione della sapienza del mondo e rivelazione della sapienza di Dio.

La povertà è stile di vita e ragione di solidarietà. Per questo essa è compagnia con tutti gli uomini, condivisione della loro sorte, sollecitazione a costruire insieme a tutti una nuova qualità di vita, facendo fruttificare la potenza della croce di Gesù.

Gesù ha agito per i poveri, diventando pienamente solidale con loro; così il gruppo ecclesiale non può donarsi a tutti, se non facendo della propria prassi una prassi di povertà: di condivisione solidale dei poveri.

Anche nelle tematiche, molto diffuse oggi, dell'austerità, del rifiuto del consumismo, della riscoperta del corpo e del desiderio, del bisogno di partecipazione, affiora l'esigenza evangelica della povertà. Povertà non è rifiuto delle cose che Dio ha messo nelle mani dell'uomo per il servizio della vita, ma non è neppure possesso e appropriazione di queste cose, perché possesso e appropriazione rendono l'uomo schiavo, impedendogli di gustare la gioia di vivere.

Povertà è comunione e condivisione: è gustare delle risorse della terra e dei beni economici per fare crescere la libertà e la fraternità, in una convivialità davvero aperta a tutti.

La convivialità può essere assunta come un interessante criterio per valutare a prassi del gruppo. Esprime uno stile di condivisione in tutti i settori di attività: nella comunicazione della parola e delle esperienze della fede, nella partecipazione eucaristica, nella accettazione fraterna, nell'ospitalità aperta e nella collaborazione operativa.

La convivialità è la trasparenza della carità: il dono di Dio, che si traduce nell'amore al fratello, fino a dare per lui la propria vita.

 

Pregare e celebrare da gruppo impegnato per la vita

 

Il gruppo ecclesiale è chiamato ad aprirsi progressivamente verso gesti espliciti di ecclesialità. Li ho già ricordati, commentando i documenti del magistero recente. Sono quei gesti che sembrano sottratti al duro conflitto che attraversa la vita: la preghiera, le celebrazioni liturgiche e sacramentali, la meditazione della Parola di Dio, l'esperienza della comunione ecclesiale.

Il tempo dell'azione è privilegiato per scoprirne il senso, l'importanza e la qualità. Certamente, il gruppo non li può vivere come l'oasi felice dove rifugiarsi quando fuori soffia impetuoso il vento della crisi. Ma neppure possono essere ridotti a momenti di progettazione politica né a sorgenti a cui attingere ispirazione e coraggio per le nostre imprese rivoluzionarie.

Ripensarli in una logica nuova diventa compito urgente nella maturazione dei gruppi giovanili ecclesiali.

Una prima esigenza va affermata forte.

Il cristiano ha il diritto di essere aiutato a pregare da uomo impegnato nella storia, come, di fatto, la gente della contemplazione e della preghiera ha impostato un modo di lavorare adeguato alla propria scelta di vita.

Il cristiano che gioca la sua giornata prevalentemente in compiti culturali, sociali e politici, ha diritto di pregare come persona impegnata su questa frontiera, e non come un "monaco di formato ridotto".

Troppo spesso, invece, le celebrazioni sono pensate e progettate da monaci e sono imposte di peso sui cristiani che sentono invece la responsabilità di esprimere la loro decisione per il Dio di Gesù Cristo nella prassi liberatrice per l'uomo.

Non è questione prima di tutto di dosaggio o di quantità. In gioco c'è invece un ripensamento profondo sul piano della qualità: dell'intonazione, dello stile, del ritmo, del contenuto stesso dell'atto liturgico. Questo comporta un tipo speciale di preghiera, più vibrante della sua quotidianità, più vicino alla sua responsabilità, contemporaneo alla sua ricerca.

Le celebrazioni liturgiche sono una festa: il ricordo del passato e un frammento di futuro tra le pieghe del presente.

Nella festa il passato è rievocato come ragione festosa. Non è il greve condizionamento che pesa sul presente; ma la trama degli avvenimenti che gli danno senso.

Viene anche anticipato il futuro. La festa è scoperta gratuita e entusiasta dei segni della novità anche tra le pieghe tristi del presente. Per questo è una grande esperienza trasformatrice. Aiuta a spezzare le catene del presente, senza fuggirlo. E' un piccolo gesto di libertà, che sa giocare con il tempo della necessità e sa anticipare il nuovo sognato: il regno della convivialità, della libertà, della collaborazione, della speranza, della condivisione.

Per i credenti, le celebrazioni liturgiche sono la grande festa del presente tra passato e futuro, il tempo della festa tra memoria e profezia: il tempo del futuro dentro i segni della necessità, tanto efficace e potente da generare vita nuova.

Memoria solenne ed efficace del passato, riscrivono nell'oggi i grandi eventi della nostra salvezza. Restituiscono così il presente alla sua verità per la forza degli eventi. E immergono nel

futuro la nostra piena condivisione al presente: in quel frammento del nostro tempo che è tutto dalla parte del dono insperato e inatteso.

Le celebrazioni liturgiche sono la festa del passato e del futuro, che ci dà il diritto alla festa nel presente.

Contempliamo il tempo, fino a toccarne le soglie più profonde. In questa discesa verso la sua verità, siamo sollecitati a restare uomini della libertà e della festa, anche quando siamo segnati dalla sofferenza, della lotta e dalla croce.

Impariamo così a cantare i canti del Signore anche in terra straniera. Riusciamo a cantarli, in una convivialità nutrita di speranza, in questa nostra terra.

Cantando i canti del Signore in terra straniera, la riscopriamo la nostra terra, provvisoria e precaria, ma l'unica terra di tutti.

Cantando i canti del Signore, la "terra straniera" diventa la nostra terra, proprio mentre sogniamo, cantando, la casa del Padre.

 

 

QUALI GRUPPI POSSONO ESSERE ECCLESIALI?

 

Queste considerazioni ci aiutano ad affrontare una questione spesso discussa: quali gruppi sono "ecclesiali"? E' ecclesiale solo il gruppo impegnato in attività di esplicito respiro ecclesiale (animazione liturgica, catechesi, meditazione della Parola, scuola della preghiera...) o possono essere ecclesiali anche gruppi centrati su obiettivi culturali, politici, di tempo libero?

La domanda non è solo teorica. Lo sanno bene gli educatori a contatto diretto con simili questioni.

I giovani hanno bisogno di un gruppo ecclesiale per vivere intensamente l'appartenenza alla Chiesa. Quale gruppo? I giovani che vivono in un gruppo culturale, politico, sportivo... devono integrare questa esperienza con l'appartenenza ad un altro gruppo, esplicitamente ecclesiale, oppure quello a cui appartengono per scelta fondamentale ha già le carte in regola per diventare quel luogo di esperienza ecclesiale di cui abbiamo bisogno?

A monte c'è anche una grossa questione di teologia della Chiesa. L'ecclesialità è una caratteristica formale o sostanziale? E' una caratteristica implicita (per cui si può essere ecclesiali anche senza volerlo essere) oppure richiede un certo livello di esplicitazione, di tematizzazione? Essa discrimina sulle attività realizzate, fino a far dire che alcune sono sempre ecclesiali ed altre non lo sono mai, oppure rappresenta uno stile ed uno spirito che può percorrere tutte le attività?

Come si vede, in teoria e in pratica, la questione è molto seria.

La rilettura dei documenti ecclesiali con una esplicita preoccupazione educativa da materiale teologico prezioso per elaborare una risposta alla domanda.

 

Una consapevolezza esplicita

 

Prima di tutto, va affermato con forza che l'ecclesialità è una nota qualificante, che richiede di natura sua una coscienza tematica. Una persona vive una esperienza ecclesiale quando è consapevole di farlo e si riconosce, almeno germinalmente, all'interno di questo evento di fede.

La salvezza di Dio raggiunge la libertà e responsabilità di ogni uomo nella forza sconvolgente della croce di Gesù. Esprimiamo la nostra accoglienza di questo dono offerto dentro la vita quotidiana, nello stile globale con cui la viviamo.

La Chiesa è chiamata a servire questo dialogo misterioso di due libertà che si cercano. Il contatto dell'uomo con il suo Dio che lo vuole salvo avviene in uno spazio sottratto ad ogni interferenza istituzionale.

Tutto questo riguarda la realizzazione della salvezza. Le cose si fanno diverse quando pensiamo alla Chiesa. L'appartenenza alla Chiesa si manifesta attraverso espressioni formalizzate e istituzionali. Dice una decisione personale nei confronti di un dato preciso e concreto: una decisione che, come tutte le scelte personali, può essere attraversata da incertezze e sussulti e, soprattutto, cresce da piccolo seme in albero grande.

Per questa consapevolezza teologica affermo che il gruppo può essere ecclesiale solo le lo desidera e, in qualche modo, accetta di perseguirne progressivamente le condizioni.

Non posso richiedere questa esplicita coscienza a tutti i membri del gruppo. E' invece una questione di gruppo, come tutte le altre collocata oltre la somma delle decisioni personali. Potrà essere esplicita e tematica nell'animatore, nei leaders e nei membri più maturi e influenti; e lo diventerà progressivamente anche negli altri componenti.

I criteri di ecclesialità riguardano quindi i gruppi che si pongono esplicitamente il loro problema.

 

L'ecclesialità sul modo di affrontare le situazioni

 

Questo è un dato qualificante. Non è però l'unico. Serve solo da orizzonte teologico dentro cui collocare la comprensione dei problemi pratici.

L'ecclesialità non è una nota che separa tra finalità "sacre" e finalità "profane", ma è una caratteristica che colloca le "finalità di vita" in un nuovo orizzonte di preoccupazione formativa che fa riferimento esplicitamente all'evangelo di Gesù il Signore. Lo conferma il modo con cui ho compreso, nel paragrafo precedente, il rapporto tra signa regni e signa ecclesiae.

Non è, di conseguenza, ecclesiale quel gruppo che assicura pienamente le condizioni formali di ecclesialità (parola, comunione, sacramenti: i signa ecclesiae). Esse sono importanti come celebrazione e risignificazione di un dato di sostanza (la qualità di vita scelta e perseguita: il modo di affrontare e risolvere i problemi che la vita di tutti i giorni propone). Senza la realizzazione di signa regni, quelli che ho chiamato signa ecclesiae restano dati vuoti e insignificanti: sono incapaci di assicurare l'ecclesialità sul piano della sostanza.

Certamente, anche la presenza di signa regni senza la corrispettiva consapevolezza celebrativa nei signa ecclesiae, non fa una esperienza ecclesiale. L'esperienza ecclesiale richiede, costitutivamente, una consapevolezza esplicita e tematica: quella appunto che i signa ecclesiae assicurano.

Ritorno ai gruppi.

Gruppi ecclesiali non sono quelli che hanno come finalità qualcosa di tematicamente ecclesiale (relativo cioè alla vita pastorale o alla celebrazione della Parola o della liturgia...).  Lo possono essere tutti i gruppi, quando perseguono una qualità di vita evangelica e sono disponibili a verificare, confrontare e celebrare questo stile di esistenza nei signa ecclesiae.

Se le cose stanno così, possono essere ecclesiali i gruppi culturali, educativi, sportivi, politici, di interesse, di semplice aggregazione, se accettano di risignificare nella fede ecclesiale le scelte e gli orientamenti della propria vita. E, come situazione limite, possono non essere ecclesiali quei gruppi che fanno professione di attività ecclesiali, quando lo stile interno di vita corrisponde poco ai signa regni.

Questo punto fermo è di grande importanza pastorale: fa della fede della comunità ecclesiale un criterio di compagnia, senza svuotarlo di specificità. E ci permette di far oggetto della nostra preoccupazione pastorale i giovani più poveri, quei tanti giovani che sono ai margini dei movimenti, anche perché hanno problemi diversi da quelli affrontati e risolti dai movimenti stessi: anche questi giovani hanno diritto di esperimentare nella Chiesa l'amore di Dio in Gesù Cristo.

 

Il discernimento del magistero

 

La coscienza di ecclesialità non può essere lasciata alla spontaneità e alla soggettivizzazione. Si tratta di un fatto "ecclesiale", segnato, di conseguenza, dalle esigenze teologiche del progetto normativo di Chiesa.

Anche l'ecclesialità di gruppo deve quindi essere verificata da coloro che nella comunità ecclesiale possiedono il ministero del discernimento, per la verità e l'unità nella comunione. Mi sembra importante dichiararlo con forza, in un tempo di facile soggettivizzazione e di fronte a troppi gruppi che sembrano aver smarrito questa consapevolezza.

La verifica ha la funzione di riconoscere la presenza (o, al limite, di denunciare l'assenza) degli elementi sostanziali di ecclesialità. Non dà una qualifica o la toglie; ma formalizza autorevolmente una situazione oggettiva.

Inoltre, il doveroso discernimento non è mai condotto in termini burocratici. L'ecclesialità è la capacità di inserirsi in un lento progressivo processo di maturazione che dalla iniziale accoglienza della propria vita porta alla confessione gioiosa del Signore di questa vita.

Chi vede le cose da questa prospettiva, esigente e rispettosa, fa fatica a valutare chi è "dentro" la Chiesa e chi non lo è, con la stessa sicurezza con cui si costata la collocazione di una persona in uno spazio fisico. Diventa impraticabile la tentazione di dichiarare "fuori", solo perché mancano alcuni connotati. Nel lungo cammino che porta alla confessione esplicita del Signore della vita, si può costatare soltanto la distanza da una meta che è sempre più avanti dei passi i più avanzati.

La comunità, impegnata in questo difficile discernimento, avverte prima di tutto la sua responsabilità: solo testimoniando con forza il Signore, in una riscoperta e sofferta passione per la vita quotidiana, può sollecitare tutti a crescere in una intensa appartenenza ecclesiale.



[1]Se si legge con attenzione quello che i documenti citati dicono della comunità rispetto all'esperienza ecclesiale, è facile costatare che l'enfasi sulla comunità è motivata dal fatto che in queste esperienze ecclesiali l'essere-nella-Chiesa viene vissuto e ricercato secondo le modalità tipiche di una aggregazione a carattere primario. Nei documenti citati, infatti, l'accento cade sul fatto che i membri cercano intensi rapporti primari, valutano come positivi e stimolanti i fenomeni scatenati in base alla frequenza delle interazioni, esiste uno scambio rapido e capillare delle informazioni, i rapporti di potere sono fortemente influenzati dalla qualità degli scambi interpersonali.

Questi fenomeni sono tipici dell'essere del gruppo. Quello che sta al centro è dunque il dato comune a gruppi e comunità: la primarietà dei rapporti e la solidarietà che lega reciprocamente i membri.

La stessa considerazione vale per le condizioni e raccomandazioni.

Nella situazione dei gruppi e delle comunità ecclesiali, esiste l'esplicito tentativo di vivere l'esperienza ecclesiale "fuori" dagli apparati istituzionali tradizionali, con la pretesa di esprimere più intensamente e più autenticamente questa stessa esperienza. Ed è interessante costatare come  i documenti lo riconoscano positivo e prezioso, a certe precise condizioni.

Esiste quindi un denominatore comune (la qualità dell'esperienza gruppale); esso permette di allargare quanto viene detto della comunità a tutte quelle esperienze sociali che ne riproducono la qualità di vita (processi gruppali) e l'intenzione sostanziale (verso una reale esperienza ecclesiale).

Per questo uso indifferentemente i materiali di riferimento per i gruppi e le comunità ecclesiali.

[2]Rimando il lettore interessato al terzo capitolo del mio testo: Tonelli R., Gruppi giovani e esperienza di Chiesa, LDC, Leumann 1993. Lì ho riportato alla lettera i passi più significativi di questi documenti e non ho fatto una rilettura più articolata.

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