Un modo adulto di accostarsi al mondo giovanile /1

Inserito in NPG annata 1992.

 

Principi di metodo /2

Mario Pollo

(NPG 1992-07-36)


In una voce precedente («Il metodo dell'animazione», cf NPG 1992/3) si è individuata come una delle caratteristiche fondanti della relazione adulta dell'animatore con il mondo giovanile quella dell'amore per il giovane ed il suo mondo, espresso attraverso l'accoglienza e la fiducia incondizionata finalizzate alla trasformazione creativa del presente, in nome del sogno del futuro condiviso dall'animatore e dal giovane. In quelle stesse pagine erano stati delineati i caratteri di questa particolare forma dell'accoglienza rinviando a questa voce invece le indicazioni sulle modalità della sua realizzazione concreta.

L'ACCOGLIENZA INCONDIZIONATA

L'accoglienza incondizionata per potersi realizzare richiede per prima cosa una sorta di conversione dell'animatore; nel senso che l'animatore deve maturare in se stesso la capacità di cogliere in ogni persona la diversità e l'unicità che la rendono irripetibile. Si è parlato di conversione perché questa capacità non è, e non può esserlo, il frutto di una competenza tecnica ma bensì di uno sguardo d'amore. Infatti è solo l'amore che riesce a far cogliere la diversità irripetibile di una persona che allo sguardo privo di amore, segnato dalla passività delle abitudini, delle categorie interpretative consolidate e dei pregiudizi personali, appare un anonimo, e per questo omologo, abitante dell'indistinto a cui viene dato il nome, un po' fisico peraltro, di massa.
L'espressione accoglienza significa infatti nel metodo dell'animazione per prima cosa la messa in valore della originalità e della dignità umana personale dei giovani con cui l'animatore compie l'itinerario formativo, senza per questo accondiscendere da parte sua in modo acritico e permissivo agli stili di vita, ai valori ed ai bisogni di cui gli stessi giovani sono portatori. Infatti si può riconoscere dignità all'originalità umana dell'altro pur rifiutando e criticando i suoi stili di vita, i suoi comportamenti, le idee e i valori di cui è portatore.
La capacità di valorizzare l'umanità particolare dell'altro senza rinunciare ad essere per lui uno stimolo critico o essendo, addirittura, l'esigente richiedente di un cambiamento profondo domanda all'animatore, oltre alla capacità di amare i giovani, una coscienza limpida di sé e una vera empatia.
La coscienza limpida di sé l'animatore la conquista solo se opera continuamente per migliorare la conoscenza di se stesso, delle proprie potenzialità e dei propri limiti e utilizza la relazione educativa anche a questo fine. Uno degli elementi della conoscenza di sé che l'animatore deve necessariamente sviluppare riguarda la congruenza tra le categorie mentali che egli utilizza per interpretare la realtà e la stessa realtà. Infatti la conoscenza di sé comprende non solo le dimensioni affettive, emotive, volitive, morali e cognitive ma anche i presupposti mentali che sono alla base dei processi attraverso cui l'animatore decodifica la realtà.
Questo tipo di conoscenza di sé è frutto di un lungo lavoro sia interiore che di confronto con gli altri e la realtà in generale. Per quanto riguarda la conoscenza del proprio sé psichico l'introspezione, la revisione di vita, la correzione fraterna che deriva dai rapporti interpersonali autentici e dalla vita in un gruppo di formazione umana e cristiana sono le vie maestre per poterla raggiungere.
Per questo motivo è necessario che l'animatore viva non solo con il gruppo che anima ma partecipi ad un gruppo di "pari" con cui confrontarsi, rivedere i propri atteggiamenti e valutare il senso dei propri comportamenti e, quindi, crescere in umanità alla sequela di Gesù.
La conoscenza, invece, dei presupposti mentali con cui guarda il mondo l'animatore la può ottenere sia con il rapporto personale con una guida spirituale, sia con una analisi del proprio rapporto con la realtà che segua un percorso fatto di almeno tre tappe.
Le tre tappe non sono altro che i tre livelli in cui si articola il significato della comunicazione per la persona umana. Infatti gli oggetti che colpiscono gli organi sensoriali sono "interpretati" dall'uomo ad almeno tre differenti livelli. Il primo livello è costituito dalla sensazione, ovvero dal riconoscimento dell'oggetto ottenuto dalla decodificazione dei segnali sensoriali da parte del cervello. Il secondo livello è più complesso ed è relativo al significato nella lotta per la sopravvivenza che quell'oggetto, in seguito alla sua associazione con gratificazioni o con frustrazioni o punizioni, ha assunto per la persona che lo percepisce. Il terzo livello, infine, è costituito dal significato più generale, che supera la sfera della sopravvivenza biologica, che in seguito a varie esperienze, di relazione anche con altri oggetti, quel determinato oggetto ha assunto per l'esistenza dell'individuo. Quest'ultimo tipo di significato, che si forma nell'individuo attraverso vie ancora poco esplorate ed in seguito a innumerevoli esperienze esistenziali, costituisce per l'uomo la premessa della sua visione del mondo e del suo rapporto con la realtà interiore ed esteriore che segna la sua esistenza.
Quando avviene nella persona un significativo cambiamento esistenziale, una conversione ad esempio, si ha una ristrutturazione dei significati del terzo livello e, quindi, una diversa attribuzione di senso esistenziale agli oggetti che costituiscono il mondo della persona umana.
L'animatore se vuole avere una coscienza di sé limpida e profonda deve, come si è detto, essere in grado di comprendere il suo modo di dare senso esistenziale alle cose della sua vita e, quindi di esplorare il terzo livello della sua comunicazione con se stesso, gli altri e la realtà culturale e naturale che abita.
Per fare questo deve per prima cosa individuare gli oggetti fisici e mentali che hanno un rilievo nella sua vita. Subito dopo deve verificare il loro significato, positivo o negativo, nella sua lotta per la sopravvivenza biologica, psichica e spirituale. Infine deve cogliere il senso per la sua esistenza di quegli oggetti. È questo un percorso, non facile specialmente quando si arriva al terzo livello, tuttavia è l'unico che aiuta la persona a comprendere il suo particolare modo di rapportarsi alla realtà e, quindi, di dare senso all'esistenza.
La persona impegnata a realizzare questo tipo particolare di conoscenza di sé è, indubbiamente, una persona che può realmente mettersi in un rapporto di vera disponibilità all'accoglienza e, quindi, alla conoscenza dell'altro in quanto ricerca una autentica accoglienza di sé. Infatti solo chi è in grado di accogliere autenticamente se stesso, e tenta di decifrare il proprio modo personale di rapportarsi alla realtà, è in grado di riconoscere l'irripetibile originalità dell'altro guardando ad essa con minori pregiudizi.

LA FIDUCIA

Complementare all'accoglienza incondizionata è la fiducia che, come si è visto, è la disponibilità e la capacità dell'animatore a credere e a scommettere che il giovane possiede in sé, magari solo a livello potenziale, tutte le risorse necessarie a realizzare un progetto di vita che liberi pienamente la sua umanità, in coerenza con il progetto d'uomo che motiva l'animatore alla sua azione educativa.
La fiducia per essere un fatto educativamente efficace non può rimanere nascosta nel cuore dell'animatore ma, al contrario, richiede una sua forte manifestazione all'interno della relazione educativa. Richiede, ad esempio, il far capire al giovane, più che con parole con gesti concreti, che la sua vita, le scelte che egli compie, sono importanti per l'animatore a tal punto che questi è disposto a giocare parte della propria vita perché il giovane possa liberare la pienezza della sua condizione esistenziale.
Come si vede la fiducia è null'altro che un volto dell'amore dell'animatore per il giovane e la sua vita ed è, tra l'altro, la forma moderna del principio educativo di Don Bosco secondo cui "non solo è importante che i giovani siano amati ma che sappiano di esserlo".
Il modo più concreto di dare fiducia ai giovani, oggi, è quello di restituire loro quel protagonismo che la vita sociale gli nega. Il protagonismo può essere definito come un modo globale da parte del giovane di rapportarsi al gruppo educativo che gli consente di scoprire sia la sua identità personale, e quindi la sua unicità individuale, sia la responsabilità del suo agire sociale. Infatti quando si parla di protagonismo del giovane si fa riferimento essenzialmente a due dimensioni: quella individuale e quella sociale.
Il protagonismo individuale riguarda in modo particolare la possibilità da parte del giovane di percepire il gruppo come luogo della propria autorealizzazione e della connessa scoperta di essere una persona originale ed irripetibile.
Il protagonismo sociale riguarda, invece, la partecipazione alla vita del gruppo segnata dalla assunzione di responsabilità, oltre che nei confronti della propria crescita, anche verso quella dei propri coetanei.

I caratteri del protagonismo

Il protagonismo nell'animazione di gruppo si realizza concretamente nell'abilitare il giovane a:
- progettare iniziative, incontri e attività di gruppo con la conseguente capacità di formulare obiettivi e di individuare gli strumenti e le risorse necessari per la loro realizzazione;
- agire per trasformare la realtà a cominciare da quella del suo gruppo;
- negoziare ovvero a scoprire la differenza dell'altro e a sviluppare la sua capacità di composizione dei conflitti generati dalla diversità;
- assunzione di responsabilità e corresponsabilità attraverso lo sviluppo della sua capacità di rendersi portavoce oltre che dei propri bisogni di quelli che, a volte in modo sommerso, vivono i suoi coetanei sia all'interno che all'esterno del gruppo.
Abilitare il giovane al protagonismo è il modo concreto che l'animatore ha a disposizione per manifestare la fiducia e, nello stesso tempo, per combattere quel disagio subdolo e nascosto che affligge molti giovani e che è, come dimostrano le analisi sociologiche, generato dall'assenza di protagonismo degli stessi giovani nella vita sociale attuale.

LA DIGNITÀ EDUCATIVA DEGLI INTERESSI GIOVANILI

L'accoglienza da parte dell'animatore del mondo giovanile si manifesta oltre che nella relazione esistenzialmente autentica anche nel riconoscimento, e quindi nella loro accoglienza, della dignità educativa degli interessi di cui il giovane è portatore. Questo principio consiste semplicemente nella disponibilità dell'animatore a partire nel cammino educativo dai concreti interessi del giovane, siano essi ricreativi, del semplice stare insieme, sportivi, culturali o religiosi.
Questo significa che per l'animazione non vi sono interessi giovanili di serie A che possono essere accolti ed altri di serie B che debbono essere rifiutati, in quanto ogni interesse, anche il più banale o marginale, ha in se una qualità educativa che può essere fatta emergere e che può fornire il fondamento al percorso formativo del gruppo. Ogni interesse del giovane deve perciò essere accolto come un potenziale tema generatore del processo educativo dell'animazione.
L'interesse per lo sport, ad esempio, non deve essere considerato solo, in modo strumentale, l'occasione o l'espediente per "catturare" il giovane e portarlo poi verso le attività educative serie, ma già come un luogo in cui è possibile fare animazione e, quindi, in cui avviare una azione educativa che investa il giovane nella sua globalità di persona.
Infatti uno dei cardini dell'animazione è, appunto, la consapevolezza che è possibile educare tutta la persona del giovane a partire da un frammento della sua esistenza. Come la parte è influenzata dal tutto così la parte può influenzare e modificare il tutto, in quella circolarità ermeneutica che caratterizza la concezione dell'uomo come sistema.
Se si opera con questa convinzione e, naturalmente, con abilità e efficacia si vedrà che è possibile senza particolari forzature far nascere nel giovane altri interessi, più evoluti, che forniranno nuovi inneschi all'attività dell'animazione.

LA LIBERTÀ E LA COMPLESSITÀ DEL GIOVANE

Un altra caratteristica della relazione dell'animatore con il giovane, che manifesta oltre all'accoglienza anche la fiducia, è costituito dal riconoscimento della libertà del giovane. Questo riconoscimento significa semplicemente che l'animatore è consapevole che ogni giovane ha un modo diverso, personale, di reagire alle stimolazioni che l'attività educativa del gruppo gli propone. Per questo motivo ogni azione educativa ha un ampio margine di imprevedibilità e deve perciò rifuggire da quel determinismo che si manifesta nelle "formule prefabbricate", che rendono l'educazione la stanca e noiosa celebrazione di un rito e che non permettono di riconoscere l'originalità e la diversità di ogni persona e di ogni gruppo umano.
Il riconoscimento della libertà del giovane comporta, quindi, da un lato la progettazione di interventi di animazione originali, ovvero che rispondano puntualmente e creativamente alle particolarità dei giovani a cui si rivolgono e a quelle dell'ambiente in cui avvengono, e dall'altro una continua verifica degli effetti reali che l'azione dell'animazione produce. Questo significa che il metodo dell'animazione è lontano mille miglia da quella concezione di lavoro sui gruppi giovanili basata sull'uso monotono e ripetitivo di determinate tecniche di animazione. Nello stesso tempo il metodo dell'animazione, per rispettare la libertà del giovane, deve proporre continue verifiche al fine di valutare l'aderenza tra l'intenzionalità educativa e gli effettivi risultati che il lavoro educativo dell'animazione produce.
Al riconoscimento della libertà va affiancato quello della complessità del giovane. Il termine complessità indica il pensare al giovane come ad un sistema in cui si intrecciano varie dimensioni e che non è riducibile a modelli interpretativi semplici. L'accettazione della complessità consente di superare alcuni dei vizi ideologici che hanno afflitto l'educazione, e anche alcune forme di animazione, in questo ultimo ventennio.
L'educazione ha sofferto infatti di due paradigmi ideologici che hanno provocato concezioni riduttive del processo educativo e della persona che lo vive. Il primo di questi paradigmi era ed è costituito dal pensare al giovane come ad una sorta di monade totalmente isolata dall'ambiente sociale e naturale in cui vive. Questo tipo di ideologia ha provocato un iperindividualismo educativo che ha prodotto o riflessi negativi sull'adattamento sociale del giovane, oppure il fallimento della intenzionalità educativa, in quanto l'azione sull'individuo veniva vanificata dai condizionamenti dell'ambiente sociale. Il secondo paradigma, al contrario, pensa al giovane come ad una sorta di prodotto degli influssi e delle pressioni dell'ambiente sociale e naturale. L'azione dell'animazione che si ispira a questa ideologia trascura l'individuo a favore dell'azione sull'ambiente sociale in quanto si ritiene che il coinvolgimento del giovane nell'agire sociale sia di per se un fatto educativo, oltre naturalmente che la modificazione dell'ambiente sociale produce delle modificazioni nelle persone che lo abitano.
Accettare la complessità significa operare simultaneamente sull'individualità del giovane e sull'ambiente sociale in cui egli vive attivando il gruppo giovanile nella direzione del lavoro per la trasformazione dell'ambiente.
Tuttavia il riconoscimento della complessità del giovane va oltre il superamento dei vizi ideologici prima descritti in quanto mette al centro del processo educativo non solo i processi cognitivi ma anche l'affettività, la corporeità e la spiritualità del giovane che va, infatti, considerato un sistema in cui simultaneamente convivono, influenzandosi reciprocamente, soggettività, oggettività, razionalità, emotività, corporeità e spiritualità.
La relazione dell'animazione tiene perciò conto della multidimensionalità in cui si gioca ed è attenta oltre che al contenuto, alla affettività, alla espressività corporea, al suo significato sociale ed al suo senso esistenziale e religioso.

Conclusione

Come si è visto nella rassegna dei principi cardine della relazione di animazione questa prima di essere un fatto tecnico è un modo esistenziale di intessere la relazione animatore - animandi che ricerca l'autenticità e che vuole rendere il giovane protagonista del suo farsi uomo. Da questo punto di vista la relazione che l'animatore offre ai giovani è la compagnia fiduciosa e sapiente di un adulto che offre la sua esperienza esistenziale e culturale al disegno del progetto personale del giovane. Solo dopo aver accettato questa filosofia della relazione educativa l'animatore può pensare ai termini tecnici del suo agire. Tuttavia è bene ricordare che questa relazione per nascere ha bisogno di una profonda "conversione dell'animatore".