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Uomini e credenti capaci di un maturo impegno politico

 

Riccardo Tonelli

(NPG 92-6-62)

 

 

Siamo in un tempo di pluralismo. Anche l'urgenza e la qualità dell'impegno politico del credente ne sono fortemente segnati.

E' importante collocarsi: con coraggio, coerenza e senza nostalgie. Mi sembra l'unico modo serio per mettere il proprio dono al servizio di tutti.

 

 

FACCIAMO MEMORIA: L'ESITO DI UN CAMMINO FELICE

 

Per collocarci nel pluralismo "facciamo memoria" del cammino percorso nella nostra ricerca sulla spiritualità giovanile.

Nella nostra ricerca non abbiamo parlato di impegno politico in modo esplicito. E ogni tanto qualcuno ce lo rimproverava. A pensarci bene, però, abbiamo costruito un modello di esistenza cristiana, che sollecitava e orientava spontaneamente verso l'impegno politico di un cristiano. Ora è facile esplicitare quello che è stato per tanto tempo solo implicito.

Lo faccio, ricordando, con qualche veloce battuta, alcune delle affascinanti scoperte che abbiamo progressivamente condiviso:

- un amore alla vita, che si traduce subito nell'impegno di far camminare tutti a "testa alta" nel nome di Dio,

- come espressione concreta e quotidiana della condivisione della causa di Gesù,

- da realizzare però nella strana logica della croce.

 

Amore alla vita

 

Alla scuola di Gesù abbiamo imparato ad amare la vita ed abbiamo compreso il senso e le ragioni di questa esigenza.

Ci ha sollecitato e sostenuto in questa scoperta un episodio bellissimo, tutto carico di simboli, del Vangelo di Luca. Ce lo siamo raccontati tante volte, nel lungo cammino di ricerca di un modello di spiritualità.

"Una volta Gesù stava insegnando in una sinagoga ed era di sabato. C'era anche una donna malata: da diciotto anni uno spirito maligno la teneva ricurva e non poteva in nessun modo stare diritta. Quando Gesù la vide, la chiamò e le disse: Donna, ormai sei guarita dalla tua malattia. Posò le sue mani su di lei ed essa si raddrizzò e si mise a lodare Dio". Di fronte alle proteste del capo della sinagoga "nel nome di Dio" (perché Gesù l'aveva guarita di sabato), Gesù risponde: "Satana la teneva legata da diciotto anni: non doveva dunque essere liberata dalla sua malattia, anche se oggi è sabato?" (Lc 13, 10-17).

Abbiamo scoperto che amare la vita e impegnarsi per la sua promozione significa continuare la grande avventura di Gesù: rimettere "in piedi e a testa alta" tutto coloro che vivono piegati sotto

il peso delle sopraffazioni e delle ingiustizie; restituire dignità a coloro a cui è stata violentemente tolta, magari con mille ragioni seducenti; contrastare ogni esperienza religiosa in cui Dio viene utilizzato contro la vita e la felicità dell'uomo e mostrare, al contrario, che non c'è amore pieno alla vita, quando si cerca di togliere di mezzo il Dio di Gesù.

Un impegno come questo richiede una doppia fatica.

Da una parte, si tratta di restituire ad ogni persona la consapevolezza della propria dignità, per fare di ogni uomo il signore della propria vita e della storia.

Dall'altra, lavorare per la vita comporta l'impegno di costruire un tessuto (politico, economico, religioso) tale da permettere a ciascuno efficacemente questa signoria. La creazione di strutture per la vita di tutti (e dei più poveri, soprattutto) esige che scompaiano dal mondo gli atteggiamenti, i rapporti e le istituzioni di divisione e di sopraffazione.

Questo significa aiutare davvero a camminare "a testa alta".

 

La causa di Gesù

 

Alla scuola di Gesù di Nazareth, come l'ha interpretato e vissuto don Bosco, abbiamo scoperto che amare la vita e lottare per promuoverla a tutti i costi è il modo concreto di affermare la "gloria di Dio".

A differenza di tanti uomini grandi, che sono ricordati per le opere fatte e i libri scritti, i discepoli ci hanno parlato di Gesù, affermando soprattutto la causa che ha appassionato la sua vita. Era così grande e seria, che Gesù non ha esitato a giocare per essa la sua esistenza. Davvero, ha rappresentato per lui la "perla preziosa", per acquistare la quale bisogna essere disposti a vendere tutto il resto.

Nell'impegno di realizzare, fino alla morte, la causa della vita, Gesù ha proclamato la signoria di Dio. L'ha dichiarato a parole, scontrandosi con coloro che invece avrebbero preferito altre soluzioni, nel nome dello stesso Dio. E l'ha detto con la parola eloquente dei fatti.

Il credente dice di sì al Dio di Gesù, condividendo, con la stessa passione e con la stessa disponibilità, la causa di Gesù.

Questo è un dato importante della nostra esperienza di spiritualità.

Ci ricorda che l'impegno per la promozione della vita è, in qualche modo, il luogo di verifica dell'autenticità della nostra sequela e della fedeltà ad essa.

Ci ricorda però anche che con la vita non si scherza, né si può procedere con aggiustamenti progressivi.

Dio è coinvolto con la vita dei suoi figli e con la sua promozione. Solo chi accetta di immergersi in questo mistero santo è pienamente vivo. Senza di lui o, peggio, contro di lui, produciamo soltanto morte o vendiamo solo false illusioni.

 

Tra festa e servizio: la logica della croce

 

Di conseguenza, il servizio cristiano alla vita ha come orizzonte di fede e di speranza il riconoscimento festoso della presenza potente di Dio: ha già vinto la morte nella croce di Gesù e attesta la vittoria progressiva della vita per chi accetta di consegnare ogni passione operosa al suo mistero.

Riconoscimento e impegno esprimono assieme il modo concreto di servire la vita nella logica del regno di Dio.

Per tradurli nel ritmo della vita quotidiana, abbiamo utilizzato due categorie: la festa e il servizio. Mi sembra una delle intuizioni più felici del nostro cammino di spiritualità. Va ricordata con attenzione per qualificare il nostro impegno politico.

 

La croce per la vita

 

Il servizio alla vita è duro ed esigente: perché è grande la causa da servire. Per Gesù il servizio alla vita ha comportato la croce. Solo in questo amore che perde la vita per allargarla attorno a sé, ha imbandito pienamente e radicalmente la festa della vita, per permettere a tutti - e ai più poveri soprattutto - di essere in festa. La parole e i gesti che hanno punteggiato la sua esistenza sono esplosi in verità in questo gesto sconvolgente. Esso dice la radicalità del servizio; ma dice anche che l'esito non proviene dalla forza, dalla potenza, dalla astuzia e dal consenso: è tutto dono imprevedibile.

E' importante non dimenticarlo.

Non c'è congruenza tra morte e vita.

La morte (anche quella accolta per amore dell'altro) è sempre sconfitta.

Chi ha ucciso Gesù, l'amico della vita, l'ha fatto perché preferiva le proprie logiche (politiche o religiose). Per questo festeggiava il trionfo della morte sulla vita, convinto di avere ormai eliminato un interlocutore troppo scomodo.

Tutto apparentemente sembrava dare ragione a questa visione realistica. Gesù era fuori causa. I discepoli, impauriti e delusi, erano tornati alle loro vecchie abitudini. La folla, prima entusiasta, cercava un nuovo idolo a cui aggrapparsi.

Il progetto di Dio era molto diverso: il Crocifisso è il Risorto, il Signore della vita e della storia.

Tutta la vicenda rivela lo stile di Dio per promuovere la vita.

La vita è tanto dono suo che esplode piena quando sembra ormai tutto finito.

La croce non è la tassa da pagare ad un padrone esoso, per riacquistare il diritto alla vita. Lo pensavano i buoni ebrei che pagavano la tassa al tempio per riavere i figli maschi, che Dio aveva loro donato (Lc 2, 24). Il gesto era pieno di devota religiosità. Ma esprimeva una immagine falsa di Dio Mt 21, 12).

La croce è solo follia rispetto alla vita (1 Cor 1). Qui, come segno della potenza di Dio che sa far nascere figli di Abramo anche dalle pietre, esplode la vita. Esplode per dono dall'alto, quando c'è la stessa disponibilità ad entrare in questa strana prospettiva. Ed esplode improvvisa e impensata, proprio perché è dono.

Con Gesù, il credente è "soltanto servo" della vita. Si impegna fino allo spasimo, sulla forza della speranza, e rifiuta l'atteggiamento, molto ateo, di chi si butta nell'impegno con l'affanno tipico di chi si scopre circondato da grida di terrore e di morte e si consuma nel tentativo disperato di farci qualcosa.

 

Perdere per possedere

 

La cosa è seria e inquietante per chi si impegna politicamente per la vita.

Tra promozione della vita e riconoscimento di Dio c'è un legame molto stretto. Romperlo o svuotarlo ci riporta nel regno triste della morte, dove dominano l'angoscia e la paura o dove l'impegno dell'uomo diventa arrogante e violento.

Chi vuole la vita, si pone come Gesù al servizio della vita, con la coscienza che "dare la vita" è la condizione fondamentale perché la vita sia piena e abbondante per tutti.

Perdere per condividere diventa la condizione per assicurare più intensamente il possesso. Il distacco non è l'atteggiamento manicheo di chi disprezza tutto per un principio superiore. Distacco vuol dire invece consapevolezza crescente di una solidarietà che diventa responsabilità. Le cose sono per la vita di tutti. E tutti hanno il diritto di goderne, soprattutto hanno questo diritto coloro a cui sono sottratte più violentemente e ingiustamente.

Il povero, l'essere-di-bisogno, è la ragione del nostro distacco. Ci priviamo delle cose, giorno dopo giorno, proprio mentre le possediamo gioiosamente, per permettere ad altri di goderne un po'.

 

 

VERSO PROGETTI CONCRETI

 

Il cammino percorso nell'esperienza della spiritualità giovanile non serve solo a motivare l'esigenza di giocare tutta la nostra esistenza credente nell'impegno. Dice anche la qualità di questo nostro impegno.

Pone quindi dei punti di riferimento esigenti.

Ne ricordo alcuni, continuando a fare memoria della nostra storia.

 

Primo punto di riferimento: la vita prima di tutto

 

Sul modo di realizzare l'impegno e di decidere dove concretamente intervenire, abbiamo discusso ormai per troppo tempo su distinzioni e rapporti. Basta pensare, per fare un esempio, alle lunghe controversie sul rapporto tra "strutture" e "cuore dell'uomo" o a quelle più recenti sul rapporto tra promozione umana e evangelizzazione.

Ciascuno faceva le sue scelte di priorità; e così ritrovava la pace perduta, senza cambiare di una virgola la sua prospettiva.

Anche a questo proposito è interessante la testimonianza che i Vangeli danno dell'operato di Gesù.

Qualche volta ha tentato anche lui di distinguere: non è il mio tempo... non sono stato mandato per questi affari... Ma poi si è buttato, con l'irruenza impetuosa del suo amore alla vita e della libertà nel nome di Dio. E la morte è stata sconfitta: la festa, intristita per la mancanza di vino, è riesplosa; la donna cananea ha ritrovato la salute...

Alla scuola di Gesù è importante spostare il modo di vedere le cose.

 

I problemi, quelli veri

 

Chi ama la vita e la vuole piena per tutti nel nome di Dio, non ha tempo di distrarsi in cose banali. Si lascia inquietare prima di tutto dai problemi più impegnativi: quelli che non permettono alla gente di camminare "a testa alta".

Questo mi sembra il problema più drammatico: siamo tutti in situazione tragica di emergenza sulla vita:

- Per molti diventa impresa impossibile "vivere" una vita, così come il Dio della storia l'ha progettata per gli uomini e le donne che chiama figli suoi.

- Molti hanno superato l'emergenza sulla possibilità della vita. Ma si trovano alla ricerca, disperata o rassegnata, di una qualità che la renda vivibile.

- Su tutti preme l'ombra della morte: quella quotidiana, che ci accompagna come un nemico invisibile e pervasivo, e quella violenta e conclusiva, che sembra bruciare ogni progetto. Non sappiamo più bene dove radicare la nostra speranza. Abbiamo troppe proposte; e appena ne prendiamo qualcuna per buona, ce la vediamo scoppiare tra le mani, come se la morte ci prendesse gusto a far esplodere i pallonicini colorati che allietano la festa della vita.

 

Risposte concrete e differenziate

 

La costatazione dei problemi spinge a cercare soluzioni coerenti e congruenti. La loro urgenza sollecita a cercarne di vere e incisive, evitando con cura ogni palliativo.

Con questa consapevolezza, dalla parte della vita mi piace immaginare tre situazioni-tipo. Rappresentano tutte esperienze di morte contro cui lottare. Ma hanno ragioni e radici assai differenti.

Per rimettere "a testa alta" chi è prigioniero di questa trama mortifera sono esigiti interventi precisi e specifici.

A questo livello le distinzioni servono a qualificare le soluzioni. La genericità aumenta invece lo stato di emergenza.

- Impegno per la vita di fronte a responsabilità precise

Esistono situazioni di male e di morte che dipendono chiaramente dalla malvagità degli uomini e dalla violenza esercitata dalle strutture che essi hanno costruito.

In questi casi, stare dalla parte della vita significa conversione e lotta. Per affermare la vita contro la morte, dobbiamo coraggiosamente lottare contro tutti quelli che fanno della morte la loro bandiera.

- Impegno per la vita in situazioni di complessità

Ci sono poi delle situazioni di male e di morte in cui riesce difficile identificare le responsabilità o appare complicato programmare gli interventi necessari. In questi casi stare dalla parte della vita richiede al cristiano il coraggio delle previsioni a lungo termine e la tenacia che sollecita alle inversioni di rotta, competenza e fantasia per progettare l'inedito, a vantaggio, una buona volta, di coloro a cui è stato sempre sottratta questa possibilità.

- Impegno per la vita di fronte al mistero del dolore e della morte

Esistono situazioni di male e di morte le cui responsabilità non dipendono da nessuna cattiva volontà. Sono il limite invalicabile della nostra esistenza: siamo consegnati inesorabilmente a questa morte proprio perché siamo immersi nella vita.

In questo caso, di fronte al male che appare ineliminabile dalla esistenza delle singole persone, il cristiano testimonia nella sua speranza un progetto di salvezza che è vita, perché è libertà di portare questo male, senza esserne schiacciati, in piena solidarietà con la croce di Gesù. Come Gesù, abbandonato dagli amici nella solitudine dell'orto degli ulivi, oppresso dalle feroci prospettive che si addensano sul suo capo, soffre la disperazione del limite invalicabile in cui è prigioniera la sua esistenza. Ma guarda avanti, verso la luce senza tramonto.

 

Secondo punto di riferimento: gli strumenti per l'impegno

 

L'impegno politico richiede grosse competenze. Lo sentiamo urgente proprio dentro il cammino percorso: impegnati per la vita, abbiamo costatato come la competenza e la professionalità siano lo spazio quotidiano della nostra santità.

Molte cose ce le diremo in questi giorni.

Voglio solo ricordare qui ancora qualche "criterio" da cui scrivere competenze e professionalità.

 

La profezia del Vangelo

 

Spesso si dice che i cristiani devono fare unità attorno ad alcuni valori e li devono testimoniare con forza e coraggio.

E' facile essere d'accordo con una esigenza così qualificante.

Quando poi si tentano elenchi o quando le grosse parole prendono il volto concreto delle scelte quotidiane, ci si divide e si litiga.

Mi piace recuperare l'esigenza e rilanciarla in un terreno che nessuno può utilizzare per darsi ragione: il Vangelo.

Viviamo l'impegno politico da cristiani non perché ci impegniamo in una pratica personale di vita cristiana e neppure perché ci sforziamo di guardare con un occhio più benevolo (magari nel dividere le torte) certe persone o certe istituzioni. La qualità cristiana dell'impegno politico sta invece nel coraggio con cui facciamo nostre e traduciamo in vissuto la radicalità evangelica.

Leggiamo ancora assieme qualche pagina del Vangelo.

- Il credente possiede dà un fiuto specialissimo verso la vita, fino a renderlo capace di individuare il grido della morte, anche quando sale tanto disturbato e soffocato che solo un udito finissimo può essere in grado di avvertirlo. Ha fatto così Gesù tante volte.

Ha interrotto il suo pellegrinaggio per raggiungere quel paesino sperduto di Nain, solo perché non poteva sopportare il trionfo della morte sul figlio unico della donna vedova (Lc 7,11-17).

Premuto dalla folla, schiacciato da tante mani che lo strattonavano da tutte le parti, si è accorto subito del tocco leggero della donna che sperava di essere guarita dal flusso noioso di sangue, passando magari inosservata (Mc 5, 25-34).

Nota subito la modestissima offerta di quella vecchietta che dava un pezzo della sua vita, piena di vergogna di fronte alle grosse somme gettate nel tesoro del tempio dai potenti di turno (Lc 21, 1-4).

- La passione per la vita dà al credente la fantasia necessaria per inventare i gesti giusti, nel momento giusto, per promuovere la vita e contrastare coraggiosamente l'insorgere della morte. Di fantasia e di coraggio ce ne vuole tantissimo, soprattutto quando non sono affatto chiare le trame della morte o quando sembra che non ci si possa ormai fare più nulla, perché buon senso e rassegnazione hanno coperto tutto di una spessa coltre di indifferenza.

Anche questo coraggio inventivo il credente lo scopre alla scuola di Gesù, lui che sconvolge le leggi più sacre, come erano quelle del sabato, dopo aver affermato la responsabilità di osservare le leggi fino ai particolari più insignificanti (Mt 12, 1-8).

- La passione per la vita dà al credente la certezza, intessuta di speranza e di rischio calcolato, che può stare, con i fatti, con tutti coloro che amano la vita e la vogliono promuovere seriamente, anche se non riescono ancora a farlo nel nome di Gesù. Alla scuola della passione di Gesù per la vita, il credente sa che nel regno di Dio il confine non passa tra chi riconosce Gesù e chi lo ignora; passa molto più nel profondo, tra chi vuole la vita e chi invece genera morte (Mc 9, 38-40).

- Il Vangelo ci suggerisce un atteggiamento nuovo nei confronti della legge. La Legge è una sola: dare vita dove c'è morte, perdendo la propria perché tutti possiamo averne piena e abbondante.

Questo va gridato come esito della scelta di vita che porta a confessare che solo Gesù è il Signore. Le altre leggi - tutte, anche se a livelli diversi - sono importanti. Spesso rappresentano la via obbligata per far nascere vita. Qualche volta le esigenze della vita sono tali da costringerci alla libertà della trasgressione. Sempre, sono così urgenti da sollecitare a trapassare l'osservanza della legge: fino, veramente, a dare la vita.

E' una scommessa: teologica e educativa nello stesso tempo. Come tutte le scommesse, la verifica sfugge; è collocata "dopo".

- Uno degli atteggiamenti più scomodi che Gesù ci raccomanda è il modo di resistere ai soprusi: il perdono. Il perdono non è il gesto sciocco di chi chiude gli occhi di fronte al male per il timore di restarne troppo coinvolto o quello pericoloso di chi giustifica tutto, per rimandare la resa dei conti ai tempi che verranno. Il perdono del cristiano è invece un gesto di profonda lucidità, consapevole che chi fa il male è meno uomo di chi lo subisce: un gesto che vuole spezzare l'incantesimo del male, rompendone la logica ferrea. Il cristiano perdona per inchiodare il malvagio al suo peccato, spalancandogli le braccia nell'accoglienza. Il perdono è l'avventura della croce di Gesù: il gesto, lucido e coraggioso, che denuncia il male, lotta per il suo superamento, riconoscendo nella speranza che la croce è vittoria sicura della vita sulla morte.

 

Il realismo della "dottrina sociale della Chiesa"

 

Il Vangelo offre l'orizzonte di radicalità dentro cui cercare la soluzione dei problemi. Non dà però nessuna concreta soluzione. Lo possiamo dire forte, sull'onda del cammino percorso nella nostra ricerca sulla spiritualità, anche per resistere alla tentazione di trovare sicurezze là dove invece incontriamo solo ragioni ulteriori di inquietudine, di libertà e di responsabilizzazione personale.

Sarebbe sciocco approfittare del fatto che Dio è l'unico interlocutore che non si lamenta mai e non contraddice in nessun caso, per presumere di interpretare in modo conclusivo la sua volontà.

Le soluzioni vanno cercare utilizzando strumentazioni adeguate e corrette, sul piano delle analisi e delle progettazioni.

Quale strumento di analisi e di progettazione utilizzare, per dare spessore alla profezia dell'evangelo?

Molti sembravano sicuri e perentori. Abbiamo litigato tanto per allargare ad altri questa consapevolezza. E oggi si sono dimostrati caduchi e precari. Per fortuna, ci sentiamo più poveri, dopo la caduta delle grandi narrazioni ideologiche: più riconsegnati alla fatica della nostra intelligenza.

Da molte parti sale l'invito a riscoprire la "dottrina sociale della Chiesa". Non è certo il recupero di una carta vincente, che ci permette di trionfare sui suoi nemici. Propone invece una sapienza antica, maturata in una lunga frequentazione dell'uomo alla luce del Vangelo.

La riconosco strumento prezioso per il credente che cerca suggerimenti per analisi e progetti politici.

Va conosciuta e utilizzata con acribia.

Non è l'unico strumento né tanto meno quello che contiene tutte le soluzioni. Il suo riconoscimento non ci dispensa dalla necessità di un confronto continuo sul Vangelo. Come tutti gli strumenti, solo l'uso intelligente lo può progressivamente migliorare e raffinare.

 

Tra compagnia e solitudine

 

La prassi politica richiede scelte e decisioni operative. Esse non possono essere "dedotte" dal Vangelo e neppure è sufficiente osservare scrupolosamente quello che è comandato. Vanno invece costruite con fantasia, cercando alleanze e mobilitando risorse sul filo degli accordi e degli scambi.

Con chi stare? Con chi allearsi? Unità o diaspora?

La questione riguarda sia l'ambito nazionale che quello, più concreto e complesso, del "territorio".

In coerenza con le riflessioni appena fatte, non me la sento di rispondere con indicazioni perentorie. Né mi basta citare qualcuno che ha detto cosa fare e cosa evitare, per pensare di aver risolto il problema.

Preferisco muovermi ancora in quella logica responsabilizzante che suggerisce "criteri" da salvare in ogni caso.

 

In compagnia per promuovere la vita

 

Prima di tutto mi sembra importante affermare l'urgenza della "compagnia".

Ci sono dei cristiani che hanno l'abitudine di differenziarsi e cercano a tutti i costi di fare cose diverse dagli altri. Diventano persino gelosi quando avvertono che l'impegno sembra oltrepassare i confini del loro  mondo.

Io sono invece per la compagnia, piena e disponibile, con tutti coloro che hanno voglia seria di promuovere la vita e di combattere la morte.

Ci spinge verso la compagnia la passione per la vita, compresa nella storia di Gesù e nella fede dei suoi discepoli. Nel Regno di Dio il confine non passa tra chi riconosce Gesù e chi non lo conosce ancora. Passa molto più nel profondo: tra chi vuole la vita e chi preferisce la morte.

 

La solitudine:

anche l'impossibile può diventare possibile

 

Questo non giustifica certamente l'assurdo di una convergenza indifferenziata, assumendo magari il "buon senso comune" a regola dell'agire politico.

La compagnia del credente con tutti gli uomini nella fatica di costruire vita e speranza, resta sempre tutta originale. La sua esperienza di fede scaturisce dalla testimonianza della croce e da una speranza che va oltre ogni umana sapienza. E questo lo costringe presto ad assumere atteggiamenti, a dire parole e a fare gesti che sono solo suoi, che non riesce più a capire e a condividere chi viaggia solo sull'onda delle logiche correnti.

Per chi si impegna per la vita e contro la morte, immergendo la sua passione in quella soglia profonda dell'esistenza dove si affaccia il mistero santo di Dio, ogni concreta scelta politica va sempre stretta. Il credente l'accetta e la realizza con decisione e coraggio, per quel realismo che la passione per la vita gli impone. Non è compromesso ma voglia di far vivere a tutti i costi. Non si tappa occhi e naso, per buttarsi a capofitto in imprese che gli fanno ribrezzo. E' consapevole fino in fondo delle sue scelte e sa che nessuna è perfetta. La morte inquieta l'amore alla vita e non c'è rimedio efficace se non immergendo la vita nel mistero di Dio.

Una persona così è terribilmente scomoda. Dà fastidio, perché diventa "nemico" sul più bello dell'impresa, ed è tanto amico da essere disposto a collaborare a tutti i livelli.

 

 

RISCOPRIRE LA PREGHIERA DAL SILENZIO DELL'INTERIORITÀ

 

Ritornando a parlare di politica dopo anni di silenzio, non possiamo dimenticare che abbiamo una triste esperienza alle spalle. La ricordano con sofferenza coloro che hanno vissuto sulla propria persona i primi fervori politici.

Affogati di problemi e pieni della pretesa di saperli risolvere, abbiamo abbandonato preghiera e celebrazioni, rimandando tutto al tempo in cui avremmo potuto assaporare il meritato riposo del guerriero.

Oggi dobbiamo riscoprire l'urgenza della preghiera e il silenzio dell'interiorità proprio nella mischia violenta dei problemi (che purtroppo continuano ad essere gli stessi di un tempo).

Non basta affermare l'esigenza. Bisogna ricostruire la praticabilità.

Dobbiamo immaginare qualcosa, con forte sensibilità educativa.

 

Dal profondo grido a te, Signore!

 

Si tratta, prima di tutto, di dare all'impegno politico un respiro capace di sollecitare verso il mistero di Dio.

Non possiamo aprirci all'ulteriore quando non ce la facciamo più e siamo costretti ad arrenderci; ma sempre, come esigenza di verità anche nell'euforia della vittoria.

Possiamo scoprire l'urgenza della preghiera e della interiorità, anche in un forte impegno politico, solo se ci lasceremo inquietare, seriamente e personalmente, dal mistero della morte.

Non c'è azione politica che tenga: alla fine siamo costretti a fare i conti con la morte, noi, come tutti gli altri che i conti con la morte li stanno facendo quotidianamente, per l'ingiusto rapporto che noi abbiamo stabilito con loro.

La morte inquieta dentro la vita. La qualità nuova di vita va ricostruita dentro la vita quotidiana.

Sarebbe strano cercare di rabbonire un assemblea, alle prese con un oratore noioso, assiepata in una stanza dove manca l'aria per respirare e seduta su poltrone scomodissime... con la promessa di un pranzo succulento "dopo".

Il salto di qualità verso l'unico orizzonte dove ritrova un senso la vita, anche nella provocazione della morte, ci nasce dentro, nella serietà e profondità del nostro impegno.

 

Pregare e celebrare da uomo impegnato

 

Dobbiamo poi costruire preghiere e celebrazioni capaci di immergere nel mistero la gente della vita e della storia, senza farci sentire all'improvviso fuori dal nostro mondo quotidiano.

Il cristiano che gioca la sua giornata prevalentemente in compiti culturali, sociali e politici, ha diritto di pregare come persona impegnata su questa frontiera, e non come un "monaco di formato ridotto".

Troppo spesso, invece, le celebrazioni sono pensate e progettate da monaci e sono imposte di peso sui cristiani che sentono la responsabilità di esprimere la loro decisione per il Dio di Gesù Cristo nella prassi liberatrice per l'uomo.

Non è questione prima di tutto di dosaggio o di quantità. In gioco c'è invece un ripensamento profondo sul piano della qualità: dell'intonazione, dello stile, del ritmo, del contenuto stesso dell'atto liturgico. Questo comporta un tipo speciale di preghiera, più vibrante della sua quotidianità, più vicino alla sua responsabilità, contemporaneo alla sua ricerca.

 

Proviamo ad immaginare qualcosa?

 

Nel nostro cammino abbiamo costruito frammenti preziosi di questa doppia urgente invenzione. Il lavoro attorno all'itinerario documenta il primo compito e la ricostruzione di una Eucaristia come festa del presente perché memoria del passato e anticipazione del futuro, dice i buoni risultati del secondo compito.

Ma l'impresa è all'inizio. C'è ancora molto da fare.

Possiamo finalmente provare ad andare più avanti?

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