A cura di Giancarlo De Nicolò

(NPG 1992-6-4)


Le nuove migrazioni internazionali dal Sud al Nord del mondo sono un fatto di grande portata storica, e il segno di un'epoca di crisi e di transizione che è destinata a durare per molti anni a venire. Queste migrazioni possono in effetti venire considerate come l'ultimo atto di un dramma che ha luogo sia nei paesi del sottosviluppo che in quelli cosiddetti sviluppati, sia come il primo capitolo di una nuova fase della storia, caratterizzata dalla trasformazione del mondo in un insieme di formazioni sociali multirazziali, multietniche, multiculturali, multilinguistiche, multireligiose, divise da un divario crescente ma anche sempre più interdipendenti, e quindi anche sostanzialmente solidali nei loro destini.

Un po' di storia

Dagli inizi degli anni 50 l'Europa inverte il flusso di tendenza che aveva visto partire dal nostro continente "povero" e sovrappopolato masse di emigranti verso i "nuovi mondi" da valorizzare. Il processo interessa dapprima i tradizionali paesi europei d'immigrazione (Francia, Svizzera, Belgio, Gran Bretagna, Germania, Svezia), paesi verso cui già da tempo si dirigevano consistenti flussi migratori dalle aree meno sviluppate; si estende ad altri paesi dell'Europa centro-settentrionale che erano stati a lungo esportatori di mano d'opera (Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia), e interessa, dagli inizi degli anni 70, anche quei paesi dell'Europa meridionale (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia) che erano essi stessi, e in parte ancora sono, paesi d'emigrazione.
Per un primo avvicinamento al fenomeno dell'immigrazione occorre dunque tenere presente la diversità storica, l'evoluzione dei cicli. Quell'immigrazione che, dagli anni 50 fino a metà 70 aveva visti come protagonisti, per i paesi non europei, fondamentalmente i paesi maghrebini e in misura minore i paesi dell'Africa occidentale (e la Turchia per la Germania), era perlopiù "formalizzata" con accordi bilaterali, per necessità da una parte di manodopera nell'industria e nell'edilizia della ricostruzione postbellica, e dall'altra per sovrabbondanza di offerta di manodopera a causa del basso sviluppo economico e sociale e dell'alto tassi di disoccupazione o sottoccupazione interna per la crisi dell'economica agricolo tradizionale e per il processo di decolonizzazione: era una gestione fondamentalmente tra paesi legati da precedenti rapporti di dipendenza coloniale, e da interessi reciproci. A metà degli anni 70 la crisi economica dei paesi occidentali ha bloccato il flusso e avviata una nuova fase (non prevista!) dell'immigrazione stessa, quella degli anni 80 e che viene regolamentata legislativamente solo in questi ultimi tempi.
Già queste prime indicazioni storiche mettono subito in guardia da un'interpretazione puramente economicistica di questa cosiddetta "nuova immigrazione", cioè del collegamento di essa con le grandi possibilità che sarebbero offerte dal mercato del lavoro italiano. In realtà, essa si realizza a prescindere dal grado di sviluppo e dalla situazione congiunturale o dagli stessi tassi di disoccupazione registrati. Anzi, la nuova immigrazione nasce e si afferma in una fase di declino industriale, o meglio, in una fase di ristrutturazione dell'economia e del mercato di lavoro, ed è quasi esclusivamente legato alla crescita del settore terziario e dell'economia informale: è la cosiddetta esperienza dell'immigrazione post-industriale.
Non solo, si allargano anche gli spazi interessati al movimento immigratorio, che coinvolgono paesi lontanissimi tra loro, non solo da un punto di vista geografico ma anche per cultura e tradizioni.
Un'ulteriore spiegazione della variazione geografica della destinazione finale del nuovo flusso migratorio va probabilmente ricercata nella produzione legislativa in materia immigratoria nelle aree "forti" d'Europa: essenzialmente una politica di chiusura o di controllo rigido effettuato nei paesi di immigrazione tradizionale (volti ora soprattutto alla difficile soluzione del problema dell'integrazione), con un'attenzione maggiore per la situazione dei già residenti rispetto all'accoglimento dei nuovi immigrati. L'effetto è stato allora quello da una parte di forzare condizioni di clandestinità nella componente più recente del flusso, dall'altra di dirottare il flusso verso altri paesi con frontiere meno chiuse, o dove le misure legislative non erano ancora state approntate.
Tra questi Paesi, l'Italia, che si è venuta quindi a trovare abbastanza impreparata (culturalmente, prima ancora che socialmente e legislativamente), nonostante i primi episodi di immigrazione negli anni Sessanta attraverso la frontiera italo-jugoslava, e dei Nordafricani in Sicilia. Adesso però il fenomeno è entrato in quella fase che prelude all'affermazione della sua presenza permanente nel mercato del lavoro e nella società: un fenomeno dunque presente, non congiunturale, problematico.
Una situazione, questa, che ha suscitato nuove occasioni per ripensare il senso dell'accoglienza, dell'apertura, della solidarietà, ma che ha anche portato a episodi di disagio, di intolleranza, di rifiuto, quando non a forme di razzismo.

La nuova immigrazione: cause e caratteristiche

Dicevamo che il flusso di partenza si è molto allargato, provenendo ormai praticamente da ogni parte del mondo del sottosviluppo, e si è anche praticamente indirizzato a tutti i paesi europei (sia pur con le difficoltà di accesso per le nuove regolamentazioni), sia quelli di nuova immigrazione (Italia e area mediterranea) che di quella più tradizionale.
È chiaro ormai che i flussi attuali sono piuttosto conseguenze di meccanismi che si innescano a partire dai paesi d'origine, senza che si verifichi ormai una reale attrazione economica istituzionalizzata e ufficiale da parte italiana e europea in genere.
Vasta comunque è la letteratura sulle cause delle migrazioni internazionali; essa si è concentrata soprattutto sull'insieme combinato dei fattori di espulsione e attrazione, evitando ogni interpretazione riduttivista.
Tra i fattori di espulsione sono da annoverare principalmente cause demografiche (l'esplosione demografica - dovuta alla brusca caduta del tasso di mortalità cui non corrisponde una caduta del tasso di natalità - che interessa la maggior parte dei paesi del Terzo Mondo) che lasciano prevedere un continuo aumento della pressione migratoria dal Sud al Nord del mondo, e più particolarmente verso i paesi a economia di mercato; e cause economico-sociali, legate cioè al livello di sviluppo e alle condizioni di vita di tali paesi, al livello di povertà, alla fame, che tocca non soltanto interi paesi, ma anche aree di popolazione all'interno di paesi di sviluppo intermedio e con redditi pro capite più elevati.
A queste cause si possono aggiungere altri fattori di espulsione, di carattere più propriamente culturale: la diffusione dei modelli di vita occidentali che suscita la cosiddetta "rivoluzione delle aspettative crescenti", l'omologazione culturale e la scolarizzazione di massa che inducono processi di "socializzazione anticipatoria", la disgregazione delle strutture sociali tradizionali che spingono al cambiamento; e di carattere politico: le repressioni degli stati totalitari, le guerre civili e gli scontri razziali, etnici e religiosi; oppure situazioni "naturali" come i degradi ecologici, siccità, ecc.
Quanto ai fattori di attrazione, si può dire che certamente non esistono più quelli che stavano alle origini delle grandi migrazioni intraeuropee degli anni Cinquanta e Sessanta, in pratica lo sviluppo industriale e l'elevata richiesta di manodopera. Essi però esistono ancora, nonostante il declino industriale e gli alti tassi di disoccupazione, anzi, oltre che persistere si è accelerato l'effetto di spinta (che, secondo alcuni, esisterebbe indipendentemente dall'attrazione esercitata dai paesi ospitanti).
Certamente in alcuni paesi europei hanno costituito un precedente i canali di comunicazione già esistenti in precedenza con la colonizzazione, in altri hanno pesato la posizione geografica o l'assenza di legislazione restrittiva; tuttavia la principale spinta attrattiva va certamente individuata nelle trasformazioni avvenute nel mercato del lavoro negli anni Settanta e Ottanta.
Secondo alcuni studiosi i fattori che caratterizzano attualmente il mercato del lavoro a livello internazionale e che possono rappresentare condizioni favorevoli all'apertura di varchi occupazionali per i lavoratori provenienti dai paesi sottosviluppati, sono essenzialmente il progresso tecnologico, la terziarizzazione e la diffusione dell'occupazione sommersa o informale, quindi secondaria, non garantita.
Soprattutto questi ultimi fattori, dovuti alla crisi del modello di sviluppo tradizionale (a favore della specializzazione flessibile, del decentramento produttivo in unità di piccole dimensioni) e ai cambiamenti che ad esso hanno corrisposto sul piano della struttura occupazionale e più in generale sul piano della struttura sociale, hanno una importanza decisiva per valutare il nuovo modello di relazioni sociali e sindacali, e quindi le diverse condizioni di vita degli immigrati e le diverse prospettive di integrazione. Va qui ricordato allora che le occupazioni attualmente prevalenti e disponibili, all'interno del settore informale, non si collocano come nella prima immigrazione all'interno della industria manifatturiera, dell'agricoltura, dell'edilizia, ma all'interno del settore terziario con attività di basso prestigio e qualificazione, di bassa remunerazione e con elevato grado di precarietà. Cioè la dove i requisiti di flessibilità e mobilità di cui è risultata provvista la nuova immigrazione hanno trovato ampia corrispondenza, anche con diverse articolazioni di funzioni a seconda delle diverse realtà territoriali: sia complementare, sia concorrenziale, sia sostitutivo.
Un'altra caratteristica di tale immigrazione in Italia, importante dal punto di vista sociale e della possibile integrazione, è che accanto al modello prevalente e originario - persone sole (donne indirizzate al lavoro domestico e maschi destinati in larga parte la lavoro ambulante) con obiettivo di immigrazione a termine e provvisoria - diventa sempre più significativa la tendenza opposta degli insediamenti stabili e dei richiami familiari.
Possiamo ancora ricordare un'altra caratteristica della nuova immigrazione dal punto di vista dell'istruzione. Gli attuali flussi comprendono una quota rilevante di persone alfabetizzate, molte delle quali con formazione scolastica e professionale elevata. L'effetto che questo produce è una divaricazione crescente tra le aspettative degli immigrati e le possibilità offerte nei paesi di accoglienza: di qui un ulteriore fattore di non facile inserimento e integrazione, o comunque di instabilità all'interno della società nel suo complesso.

La dimensione del fenomeno

La mancanza di dati precisi e le stime più o meno probabili riguardo il numero degli immigrati in Italia, e soprattutto il gonfiamento o la riduzione artificiosa delle cifre, sono state uno dei principali strumenti utilizzati dai politici e dai mass media per sostenere tesi contrapposte in campo politico, spingere verso interventismi affrettati, creare ingiustificate paure e allarmismi. Si fa in fretta infatti a dire che vi è un'overdose di straniere nelle nostre città, che si sta superando non solo la soglia di rischio ma anche quella di pericolo. A questo riguardo si può affermare che i dati offerti dalla grande stampa e dalla pubblicistica sono senz'altro esagerati circa le dimensioni quantitative, mentre gli studi statistici e demografici mostrano maggior cautela.
Fino ad alcuni mesi fa non era possibile un controllo o studi precisi sui dati numerici del fenomeno; solo dai primi mesi del 1990 la base documentaria è diventata più attendibile e ha acquistato un minimo di credibilità. Con questo non si vuol dire che le cifre proposte siano assolutamente esatte, perché le fonti disponibili posseggono tutte qualche margine di errore. Quelle più attendibili sono certamente quelle dell'ISTAT e del Ministero dell'Interno (a cui quelle stesse si rifanno). Ovviamente, a parte le registrazioni effettuate in occasione delle due leggi sull'immigrazione, vi è ancora una buona parte di fenomeno che sfugge, per la clandestinità e l'irregolarità di molte presenze; tuttavia le stime al riguardo si può presumere si avvicinino alla realtà.
A questo riguardo bisogna però anche tener conto che la presenza straniera in Italia non si identifica assolutamente con la presenza di immigrati dal Terzo Mondo (né, detto per inciso, con la presenza di lavoratori terzomondiali).
Comunque, veniamo ai dati comunemente offerti, cominciando da quelli più generali, prima ancora che riferentisi all'Italia, se non altro per rendersi conto dell'ampiezza di un fenomeno che è mondiale, non certamente solo europeo o italiano.
Oggi nel mondo vi sono più di 100 milioni di migranti, di cui 25 milioni lavoratori regolarmente presenti sul territorio di un altro paese, 25 milioni di loro familiari, 30 milioni gli irregolari, 15 milioni i rifugiati ufficialmente riconosciuti come tali dalle organizzazioni internazionali e almeno 5 milioni di rifugiati de facto e i deportati.
Secondo i dati ufficiali in Europa occidentale gli immigrati stranieri (continentali ed extra) sono circa 20 milioni, di cui quasi 13 milioni (i 2/3) nei 12 paesi della CEE, con elevata concentrazione però (i 3/4) in soli tre paesi (Germania, Francia, Regno Unito; in Italia sono circa 650.000, il 5%).
Dei 13 milioni citati, circa 5 milioni sono "comunitari" (in Italia, il 3%, pari a circa 150.000) e circa 8 milioni gli extracomunitari (in Italia, il 6.3%, 500.000 unità).
Questi (dati ISTAT dicembre 1988) sarebbero gli stranieri in regola, con permesso di soggiorno, a cui andrebbero aggiunti i cosiddetti irregolari e i clandestini. Con l'ultima sanatoria (decreto legge 416 del 1989, tramutata in legge 39 del 1990), si arriva a un totale di 963.000 extracomunitari (dati ISTAT, a fine dicembre 1989), che comprende ovviamente non solo immigrati terzomondiali.
Volendo calcolare approssimativamente anche gli irregolari e clandestini, si arriva a una cifra di 1.200.000, fino, secondo le stime più "pessimiste", ai 2 milioni. Tuttavia si è abbastanza nel giusto restare su cifre attorno al milione, e 800.000 quelli provenienti da Terzo Mondo (compresi turisti e gente di passaggio): un'incidenza modestissima rispetto al totale della popolazione nazionale, nonostante, per il fenomeno tipico dell'alta visibilità degli immigrati, essi possano apparire molti di più.
Questi dati da una parte ridimensionano il fenomeno, fino a poco tempo fa abbastanza gonfiato a seconda degli interessi di parte e le paure del momento, dall'altra indicano però che esso è in aumento, e dunque sta arrivando a una dimensione europea, con tutti i problemi connessi, da quelli più propriamente legati ai diritti "sociali" e civili degli immigrati, a quelli degli eventuali squilibri sociali, a quelli in definitiva di convivenza e integrazione[1].
Ma il problema non è solo quello della dimensione quantitativa, anche il cambiamento qualitativo della nuova immigrazione è significativo e con grosse conseguenze. Dicevamo infatti che si sta rilevando un incremento delle immigrazioni socialmente più problematiche e culturalmente più lontane, che la crescente difficoltà del mercato del lavoro ad assorbire questi flussi ha portato all'aumento della disoccupazione e di conseguenza delle attività irregolari e precarie, facendo anche aumentare i legami tra immigrati e malavita organizzata, e portando pure a un aumento tra gli immigrati di alcune forme di marginalità urbana e di criminalità comune, incidendo in tal modo negativamente sull'immaginario collettivo. Già alcune città faticano ad assorbire questo impatto e manifestano preccupanti reazioni di rifiuto, tendendo a coinvolgere indistintamente tutti gli immigrati.
Per questo è importante individuare i diversi tipi di immigrazione che differiscono per una serie di caratteristiche (relative ai soggetti, alle motivazioni, al progetto migratorio, al settore di inserimento professionale, alla condizione giuridica formale, ai problemi/aspettative/speranze degli stessi immigrati.
Alcuni studiosi (U. Melotti in particolare) hanno individuato fino a dieci tipi principali di immigrati (arabi del Nord Africa, Filippine, isole africane e Indie occidentali, Sri Lanka, Eritrea, America del Sud, salvadoregna, Africa a Sud del Sahara, cinesi, immigrazione commerciale): dati questi che, oltre a impedire di ridurre a indebite semplificazioni i problemi, inducono a misurarci con i problemi della società multirazziale, multietnica e multiculturale in formazione, assumendo tutte le misure necessarie per quanto concerne la promozione dell'integrazione sociale degli immigrati, sia la difesa della loro identità culturale, attraverso un processo non facile e che deve essere orientato e guidato. Ma è una sfida a cui l'Italia non può sottrarsi.

Politica migratoria e problemi dell'integrazione in Italia

Come si sa, le leggi di regolarizzazione (la 943 del 1986 e la 39 del 1990) si sono inserite in un contesto di carenza legislativa;, anche se dettate più da motivi di necessità che da effettiva programmazione. Esse comunque hanno almeno permesso una specie di censimento dell'immigrazione che, per quanto basato su dati ancora insufficienti, fornisce un'immagine del fenomeno che si avvicina alla realtà, tanto più che ora è chiusa la fase iniziale della regolarizzazione e si può avere un quadro complessivo dell'immigrazione stessa.
Nella legge 943/1986 si era cercato di sanare una situazione creatasi da un aumento di lavoratori stranieri extracomunitari senza regolare permesso. Essa aveva tuttavia mostrato difficoltà di applicazione e parzialità delle concessioni (non si risolveva il problema dell'asilo politico, non si permetteva il lavoro autonomo, non si concedeva diritto all'assistenza né alla residenza, né al voto amministrativo, si concedeva la regolarizzazione solo a chi avesse un contratto di lavoro dipendente, non si parlava di diritto allo studio...). La stessa sanatoria non aveva avuto gli esiti sperati (100.000 regolarizzati rispetto al milione atteso).
Da quel momento erano nate varie iniziative di pressione (creando subito due fronti contrapposti (apertura totale delle frontiere - chiusura totale) perché si operasse una revisione legislativa. Nel frattempo sia accordi e progetti europei, come manifestazioni di protesta o sostegno, costringevano il Parlamento italiano a riprendere sull'agenda il tema dell'immigrazione terzomondiale. Il frutto dei dibattiti (in cui intervennero appassionatamente parlamentari, sindacalisti, organizzazioni di volontariato, la stampa) fu il decreto-legge Martelli 416/1989, tramutato poi, dopo alcune revisioni, in legge 39/1990. Esso ruota fondamentalmente attorno ai due temi della sanatoria delle regolarizzazioni e di quelli riguardanti l'ingresso, il soggiorno, l'asilo politico.
I giudizi sulla cosiddetta legge "Martelli" da una parte sono abbastanza favorevoli, in quanto ha effettivamente permesso di sanare situazioni precarie e di "togliere" dalla clandestinità un gran numero di immigrati, coprendo un palese difetto di legislazione lasciato dalla legge precedente. Essa infatti ha avuto un approccio più vasto, prevedendo una sanatoria più generalizzata, legata cioè all'effettiva presenza sul territorio più che alla dichiarazione del rapporto di lavoro. C'è da notare inoltre che, per quanto riguarda l'asilo politico, cade definitivamente la "riserva geografica" della Convenzione di Ginevra per cui erano considerati sotto quella categoria solo i cittadini provenienti dell'Est europeo.
La parte più discutibile riguarda invece le nuove norme di ingresso e il soggiorno in Italia. La legge in fondo affronta il problema solo dal punto di vista dell'economia nazionale e degli interessi interni, e non si rapporta completamente all'evoluzione del fenomeno dell'immigrazione: essa ha avuto maggior successo solo là dove esisteva una qualche forma già strutturata di organizzazione che coinvolgesse immigrati. In ogni caso i contenuti della legge sono ispirati alle politiche europee degli stop: da una parte una politica di integrazione per gli immigrati regolari, dall'altro il blocco dei nuovi ingressi. Fatto confermato dal dibattito parlamentare susseguente e dalle modifiche restrittive al decreto prima della conversione in legge, in cui si accentua il sistema poliziesco di controllo alle frontiere e varie altre misure di programmazione rigida. Con ciò l'Italia è passata da una situazione di apertura di fatto, senza regolamentazione legislativa, a una situazione di programmazione e chiusura nel quadro generale della politica degli stop (la "fortezza Europa"! eccezion fatta per la politica immigratoria di Francia e Gran Bretagna).
Tuttavia le maglie lasciate aperte possono permettere una gestione e applicazione della legge meno burocratica e rigorosa, e vi è spazio per miglioramenti legislativi di normativa anche sulla questione dei diritti e dell'integrazione.
Naturalmente la cultura della solidarietà, se ricostruita nel tessuto quotidiano del cittadino, se "educata", sollecitata, sensibilizzata, può da una parte sopperire ai disagi più evidenti, dall'altra costituire il nuovo terreno culturale che sollecita all'adeguamento e miglioramento dell'opera governativa e legislativa: senza supporto culturale e riscontro morale da parte dei cittadini nessuna normativa può avere successo, o almeno trovare attuazione viva e intelligente.

Quali linee di intervento?

Come si vedrà più chiaramente nell'articolazione del dossier, la nostra proposta si colloca fondamentalmente al livello culturale ed educativo. Si tratta cioè di vedere cosa può cambiare nel nostro modo di pensare e di fare educazione giovanile in un contesto, per quanto riguarda l'emergenza "Terzomondiali in Italia", così come l'abbiamo articolato.
Tuttavia, dato il carattere anche informativo del dossier, e di questo primo articolo in particolare, riteniamo opportuno ricordare come nessun problema, e tanto meno questo, può essere affrontato unicamente a livello culturale ed educativo. I problemi vanno affrontati ai livelli delle loro possibili soluzioni.
Il che è dire che il livello legislativo, politico, sociale, economico e culturale in senso più ampio devono essere salvaguardati e suggerire piste realistiche e concrete di intervento. Insomma, la solidarietà non è la panacea di ogni male, né può essere a questo livello che ogni problema sociale deve essere colto e affrontato, anche se ovviamente non può non essere una prospettiva che incrocia ogni intervento.
E dunque, pensiamo che devono certamente essere affrontate e prospettate soluzioni in riferimento a:
- il controllo dei flussi in termini non di chiusura (la "fortezza Europa"), ma con piani di sviluppo per sottrarre l'immigrazione alla clandestinità;
- i centri di prima accoglienza e i problemi di intervento immediato;
- i problemi dell'abitazione e del lavoro;
- la non discriminazione e i diritti, da quelli sociali a quelli civili e politici;
- il controllo di ogni intervento di tipo puramente assistenziale che non inneschi processi di autoemancipazione e autoorganizzazione ma disincentivante dal protagonismo;
- l'integrazione possibile: non ridotta nei termini di assimilazione, ma neanche lasciata alla spontaneità; e in ogni caso che permetta da una parte l'acquisizione dei nuovi valori, da quelli che fondano lo scambio economico, al vivere civile, alla partecipazione politica, e dall'altra l'esigenza di conservare la propria identità culturale, e lasciare che questa conviva, si accompagni e influenzi la più generale cultura italiana;
- ripensare il progetto della "convivenza" culturale e sociale, il che significa ripensare il significato della cosiddetta società multiculturale e multietnica. Ciò significa avviare scambi non solo a livello dei beni primari, ma della comunicazione, del confronto, della reciproca verifica. Smascherare le parole altisonanti, romantiche e mistificatorie significa scoprire come al di sotto dei conflitti culturali ed etnici si nascondono perlopiù conflitti sociali con i quali si rinegoziano ruoli e spazi di presenza e di potere ("Il discorso sulla società multiculturale segue un percorso significativo: da visione critica del futuro sta diventando programma governativo. Questa osservazione implica sia una constatazione di fatto sia una previsione più generale. La società multiculturale funziona come programma per una regolazione politica di crisi e conflitti sociali. Il discorso sulla società multiculturale rappresenta e propaga un modello elaborato di integrazione, modello che riesce a contenere, attraverso la mediazione del mercato culturale, la dinamica contraddittoria dei mutamenti sociali", K. Homuth) ; significa indagare come sia possibile permettere il reciproco arricchimento tra culture e la valorizzazione del pluralismo, in una società che è ancora fondamentalmente multiculturale istituzionalmente e culturalmente;
- incominciare a pensare in termini di mondialità, di interdipendenza, per affrontare i problemi alla radice, che sta nel grande livello di sottosviluppo dei Paesi terzomondiali, e premere verso una politica di autentica solidarietà internazionale.
Ci permettiamo tuttavia, per andare oltre un semplice elenco da agenda di cose da fare, di indicare le cose che, a diversi livelli, già si stanno facendo a livello di amministrazioni regionali e locali (il livello che è forse il più adeguato, il più proficuo).
Le ricaviamo da un intervento di V. Capecchi su "Inchiesta" (ottobre-dicembre 1990).
Premesso che non è possibile fare di ogni erba un fascio, e che è necessario individuare i livelli di diversità (nazioni di provenienza: ognuna con diverse culture, religioni, tipi di governo, sistemi formativi, mercato del lavoro...; persone che emigrano: sesso, livelli di istruzione, esperienze lavorative, coinvolgimento religioso, progetto migratorio...; contesto geografico-sociale delle regioni italiane di accoglienza, con diverse caratteristiche strutturali e culturali...; organizzazioni e persone che entrano in contatto con gli immigrati nei primi centri di accoglienza...) all'interno del mondo variegato dell'immigrazione, con interazioni tra questi livelli che producono situazioni complesse e con scenari alternativi, è possibile tuttavia delineare linee di intervento in un contesto che veda l'immigrazione come risorsa da utilizzare in una strategia di stabilizzazione e di attenzione alle persone e alle nazioni di provenienza.
Ecco dunque una serie di interventi non solo possibili ma urgenti, oltre le dichiarazioni solenni.
- Circa l'area dei diritti (per risolvere soprattutto i problemi legati sia a chi ha il permesso regolare si soggiorno, sia a chi ne chiede l'accesso, sia allo status di rifugiati politici: riconoscimento dei titoli scolastici e professionali, conversioni dei permessi, accesso alle strutture sanitarie nazionali, ingressi per motivi di lavoro...) i due interventi possibili sono o la complessiva modifica della legislazione vigente (già molto rigida di blocco) eliminando le discriminazioni e gli ostacoli burocratici più vistosi, o dotare i centri di accoglienza e tutela di competenze giuridiche in modo da affrontare e risolvere con le altre competenze i diversissimi casi che si presentano. È quanto alcune regioni e città stanno facendo.
- Circa la politica delle abitazioni, è necessario passare da una politica, oggi predominante, di tipo "oggettivo-quantitativa" (le persone immigrate sono oggetti da collocare in posti-letto aggregati in soluzioni abitative decise in astratto) a una programmazione qualitativa che tenga conto sia dei problemi abitativi delle persone del luogo che della diversità degli immigrati e dei relativi diversi progetti abitativi.
- Circa la formazione professionale e la politica dell'occupazione: è necessario prevedere accordi tra aziende e immigrati per assunzioni con contratti a tempo formazione-lavoro in cui, all'interno dell'esperienza formativa, si prevede anche una formazione linguistica e di base. Tenendo conto quindi delle richieste territoriali è possibile programmare anche corsi di formazione per qualifiche più elevate, andando così incontro non solo alle esigenze delle imprese ma anche a quelle personali e culturali. Importante anche è prevedere la possibilità di agevolare l'imprenditorialità delle persone immigrate (accesso al credito, disponibilità dei servizi alla loro impresa...) superando il livello meno qualificato della vendita ambulante.
- Circa l'area della criminalità: ovviamente bisogna tenere conto della distinzione tra denunce e arresti di immigrati (per cui si pone il problema di un'efficace tutela legale) da atti di devianza di persone straniere legate a traffici internazionali. C'è inoltre da affrontare il problema legato alla prostituzione femminile.
- Circa l'area scolastica, sanitario-sociale, culturale. Particolare attenzione va prestata ovviamente alle interrelazioni tra bisogni espressi e al non allontanamento dalla lingua e tradizioni culturali. Sarebbe certamente proficuo aggregare le informazioni disponibili sulle nazioni e culture di provenienza, anche per poter avviare progetti non solo di educazione alla mondialità ma anche esperienze di cooperazione internazionale.


NOTA

[1] Il balletto delle cifre varia in continuazione, a seconda degli vari Istituti di ricerca, né è possibile rincorrerli, data la natura di una rivista che ha tempi di pubblicazione abbastanza lunghi. Riportiamo quanto dichiarato dal ministro Boniver in "Italia 92: rapporto di primavera": "Il numero ufficiale secondo l'elaborazione dei dati a noi pervenuti dai Ministeri dell'Interno, Lavoro, Esteri, ottobre 1991, gli extracomunitari in Italia, con regolare permesso di soggiorno, sono circa 726.000... e il numero di cittadini provenienti da Paesi terzomondisti diventa poco più di mezzo milione, molto meno dell'1% dell'intera popolazione italiana. Per quanto riguarda il "sommerso", cioè i clandestini, si possono fare solo delle stime: la più realistica è quella fatta da uno studio dell'Istat che fissa il numero tra le 300 e le 400 mila presenze".
Lo stesso ministro nota poi l'attuale pressione proveniente non tanto dalla ex Urss, quanto dalla sponda opposta dell'Adriatico, Jugoslavia e Albania.