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Come narrare?


R. Tonelli - L. A. Gallo - M. Pollo

(NPG 1992-04-30)


Il primo dossier ha suggerito, con un minimo di organizzazione procedurale, come costruire la narrazione, nel rispetto dei contenuti teologici del processo di evangelizzazione e nel fuoco dei problemi che l'attuale cultura lancia a chi vuole annunciare bene il Signore Gesù.
Nelle pagine precedenti abbiamo proposto qualche "storia" e ne abbiamo suggerito un rapido commento soprattutto in vista di una utilizzazione nella pastorale giovanile.
La narrazione è un'operazione impegnativa e complessa, che richiede attenzioni e competenza. Per aiutare il lettore, convinto della proposta, indichiamo alcuni elementi di riferimento a carattere metodologico. Su essi, chi è interessato al progetto può confrontarsi e ad essi può ispirarsi, quando, a tavolino, studia e ricerca per abilitarsi a diventare un buon narratore dell'evangelo del Signore Gesù.

RACCONTARE "FATTI"

Chi evangelizza narrando, racconta storie vissute.
Non possiamo però ignorare che la fede nasce da "fatti" specialissimi, che non sono sicuramente solo gli avvenimenti della nostra vita quotidiana. I credenti se li tramandano, di generazione in generazione, perché riconoscono in essi il fondamento della loro fede e della loro speranza. Nemmeno possiamo dimenticare che l'autentica "dottrina della fede" non rappresenta un momento alternativo ai fatti, quasi si potesse distinguere tra "fatti salvifici" e "messaggi teologici". Le verità della fede sono l'interpretazione degli eventi di salvezza, secondo formulazioni culturali che li rendono comunicabili e che ne facilitano l'interiorizzazione personale.
Chi sceglie la narrazione non rifiuta la dimensione sistematica della fede né riduce la sua verità ad un elenco di fatti. Preferisce ricostruire la fede raccontando fatti, perché ha la convinzione che essi si trasformino più facilmente in messaggi, nel cuore di chi ascolta.
Quali fatti racconta e come li racconta?

Raccontare fatti salvifici

Una lunga e consolidata tradizione educativa ha inventato le "favole" per dare all'educatore la possibilità di raccontare fatti edificanti, quando sembra che la storia vissuta sia troppo avara di opportunità. Anche nella evangelizzazione e nella catechesi c'era l'abitudine di fare un largo uso di "racconti", per catturare l'attenzione di gente distratta e svogliata. Qualche volta, persino la Bibbia è stata utilizzata come un'abbondante miniera di racconti dal sapore un po' esotico.
Chi evangelizza narrando, non può raccontare favole edificanti: non servono a nulla, per far nascere fede e speranza.
La nostra vita, la nostra speranza e la confessione della nostra fede sono radicati in eventi salvifici, precisi e concreti, collocati in un segmento verificabile di storia.
Solo questi eventi "accaduti" danno vita e speranza; non la passione entusiasta del narratore né le attese brucianti dei destinatari della narrazione. Quando questa verità "accaduta" è travolta nell'invenzione soggettiva, il fatto può anche interessare e affascinare l'ascoltatore. Sicuramente però non lo salva.
Un'affermazione così solenne sembra risolvere tutti i problemi, tracciando un confine netto. E invece ne apre uno che sta a monte di tutti gli altri. Quando i fatti raccontati sono "veri"?
Esiste una verità fredda, sicura, tutta centrata sulla preoccupazione che nessun particolare sfugga e che quelli descritti corrispondano esattamente a quanto è accaduto.
Molti dubbi e difficoltà investono oggi la possibilità di assicurare una pretesa tanto raffinata. Ci stiamo rendendo conto sempre di più del condizionamento esercitato dalla collocazione, strutturale e culturale, di colui che si mette a descrivere i fatti. Per questo, se la ricerca di una verità così perentoria può affascinare il cultore delle scienze esatte, sembra interessare invece un po' meno colui che racconta fatti per suscitare vita e speranza.
La narrazione cerca una verità, calda e appassionata. Non si lascia condizionare eccessivamente dalla preoccupazione che le cose raccontate siano avvenute esattamente così come sono narrate. Certamente il racconto è radicato su fatti oggettivi ed esprime quello che, grosso modo, è veramente accaduto. Ma il diritto alla parola non viene sicuramente dall'esatta ripetizione dei particolari.
Gli evangeli ci propongono dei modelli concreti, che suggeriscono non solo cosa narrare, ma anche come narrare, per radicarci nella verità.
Abbiamo già ricordato le parabole che Gesù ha raccontato. Esse propongono fatti che fanno parte della lunga storia degli uomini, anche se non sappiamo né dove né quando sono capitati. Sono fatti veri perché "verosimili": quello che è raccontato, può benissimo essere accaduto da qualche parte. Trasfigurato nel racconto salvifico di Gesù, facciamo immediatamente riferimento a qualche pezzo di vissuto quotidiano.
In una città sperduta e ignota ha abitato un ragazzo che, un triste giorno, è scappato di casa, dilapidando il patrimonio di famiglia. Molti padri l'hanno atteso con ansia, anticipando nel dolore il giorno del ritorno. Uno ha avuto questa gioia. E ha fatto il gesto che solo l'amore riesce a motivare, di gettare le braccia al collo del figlio ritornato, organizzando una grande festa come segno di un perdono incondizionato. Sarebbe sciocco cercare di identificare questi personaggi, dando ad essi un nome, una patria, dei riferimenti storici.
Nessuno nega la possibilità di perdere monete preziose nella confusione e nel buio di una vecchia casa. Ed è logica la premura affannata di chi si mette a cercare il tesoro smarrito.
Non serve quantificare il danno o giustificare l'accaduto, citando le abitudini delle donne ebraiche. Il fatto è salvifico perché è trasfigurato nella libertà evocativa del racconto di Gesù.
Lo stesso facciamo raccontando oggi. Non raccontiamo fatti della vita di Gesù e della storia dei credenti, cercando a tutti i costi una loro ricostruzione capace di resistere alle spietate regole della critica storica. Li raccontiamo così come ci sono tramandati, selezionandoli sulla provocazione del contesto, del grido di speranza e di dolore che sale, spesso silenzioso, dalla vita di coloro a cui vogliamo regalare l'evangelo di Gesù. E li trasfiguriamo, nell'atto narrativo, per restituire ad essi quella forza evocativa che ha suscitato la fede di tanti credenti.
Per questo, anche nei testi dei vangeli lo stesso avvenimento ha descrizioni diverse e non è certo la cosa più importante cercare la figura più autentica, come se ce ne fosse una, a scapito delle altre. Diventa davvero difficile cercare di separare il fatto descritto dall'esperienza dell'evangelista e dalla fede della comunità apostolica.

Sono salvifici i fatti orientati verso la produzione della vita

Quali fatti sono "salvifici", capaci cioè di sollecitare ad entrare, con gioia e decisione, nel misterioso mondo della salvezza di Dio?
Se pensiamo alla salvezza nello schema dualista che contrappone sacro a profano, possiamo facilmente concludere che sono salvifici i fatti che riguardano qualcosa di sacro; non lo sono invece quelli che si riferiscono alle esperienze della nostra vita quotidiana. L'invito a narrare fatti salvifici si risolve quindi nella preoccupazione di raccontare solo eventi della "storia sacra".
Questo modello è stato ormai superato. È entrata in crisi la visione teologica sottostante quando abbiamo riscoperto la sacramentalità salvifica della stessa vita quotidiana. E ci rendiamo conto che la salvezza non scaturisce da determinati gesti, solo perché sono stati "fisicamente" posti; essa è l'invito ad una novità di vita, offerta per dono, che richiede sempre una risposta libera e responsabile.
Sono salvifici tutti i fatti della vita quotidiana quando servono a produrre vita là dove qualcuno sta sperimentando il peso opprimente della morte e quando questa esperienza aiuta a costatare la presenza, misteriosa e inquietante, del Dio della vita.
Le due preoccupazioni sono tanto collegate da costituire come i due volti della stessa realtà.
La vita "piena e abbondante" (Gv. 10, 10) è il riconoscimento della sovranità di Dio su ogni uomo e su tutta la storia, fino a confessare che solo in Dio è possibile possedere vita e felicità. Questo Dio, però, di cui proclamiamo la signoria assoluta, è tutto per l'uomo. Il credente è tanto consapevole di questa esperienza, da consegnare a lui la sua fame di vita e di speranza.
Il Dio di Gesù è un Dio di cui ci si può fidare. Lo attestano le cose meravigliose compiute per il suo popolo e soprattutto quelle operate in Gesù.
Dove appare lui, l'Uomo del Regno, scompare l'angoscia, la paura di vivere e di morire; ritorna la libertà e la gioia di vivere, nel nome di Dio.
Il racconto non ha la forza di assicurare questa esplosione di vita "da solo". Esso opera quasi come sacramento della vita. Riconsegna all'uomo la sua fame di vita e lo aiuta ad affidare tutto di sé al suo Dio. Per questa funzione simbolica, possiamo affermare che sono salvifici i racconti che sanno evocare fatti orientati verso il senso: si collocano cioè in quello spazio, misterioso e intimissimo, in cui le persone dicono a se stesse le ragioni del loro vivere e del loro sperare, quei riferimenti decisivi della esistenza, che aiutano a portare il dolore, ad amare senza ripiegamenti, a cercare la verità con costanza.

RACCONTARE SUSCITANDO UN INTRECCIO DI ESPERIENZE

Colui che è chiamato a commentare un episodio della storia o chi insegna ad altri un teorema di geometria, deve attenersi ai fatti e li deve presentare con chiarezza e oggettività. Compie il suo dovere comunicativo quando dice correttamente le cose che deve dire. L'entusiasmo e il coinvolgimento appassionato non gli sono richiesti; possono persino risultare negativi, quando rischiano di travolgere lo spessore dei dati di fatto.
Questo non basta a chi racconta la storia di Gesù per la salvezza.
La narrazione è autentica quando è capace di suscitare, attraverso lo stesso atto narrativo, "un intreccio di esperienze".

La narrazione non è una semplice descrizione

Per comprendere il significato di questo suggerimento, partiamo dalla distinzione tra narrazione e descrizione.
La descrizione rappresenta realtà esistenti (ambienti, paesaggi, personaggi, informazioni), lontane o sconosciute; le strappa, in qualche modo, dal loro tempo naturale e dal loro spazio logico, per porle "davanti" a qualcuno. Per fare questo dà informazioni, scatena la capacità immaginifica, indulge su certi particolari, assicura "spettacolo".
Basta pensare ad un reportage televisivo, alle pagine di un buon romanzo, ai giochi di parole che trasportano lontano, fino a rendere la persona "dentro" i fatti descritti. Nel caldo confortevole della nostra stanza o sprofondati in una comoda poltrona, ci sentiamo in prima fila ad ammirare avventure lontane, avvenimenti lieti o tristi, che, in fondo, coinvolgono solo la nostra fantasia e appagano la nostra curiosità.
Le cose descritte non ci toccano: restiamo fuori dal raggio mortifero delle armi da guerra o ci immergiamo solo con il desiderio nelle acque trasparenti di mari proibiti alle nostre concrete possibilità.
La narrazione percorre sentieri comunicativi molto diversi.
Gli eventi che essa rappresenta sono sprofondati in un tempo lontano; diventano però nell'atto narrativo vicini e contemporanei al narratore e a coloro a cui la narrazione è rivolta. La contemporaneità e la vicinanza non viene assicurata dall'abbondanza dei particolari descrittivi o dalla vivacità spettacolare con cui sono riattualizzati. È assicurata invece sul fatto che si sta concretamente parlando delle storie vitali del narratore e degli interlocutori, nel racconto di una storia lontana nel tempo e tanto presente da diventare un pezzo della nostra esistenza.
Chi racconta la storia felice di Gesù che moltiplica il pane per sfamare coloro che l'avevano seguito dimenticando tutto, non rende vivo e attuale il racconto perché riesce a descrivere bene l'erba fresca di primavera e le dolci colline che scivolano verso il lago di Genezareth. Lo rende attuale perché riesce a far coincidere la fame degli amici di Gesù con la nostra quotidiana fame e perché sollecita ciascuno a schierarsi sulla provocazione inquietante di colui che ha sfamato sé e gli altri perché ha deciso di rischiare nella condivisione dei pochi pani che si era portato come provvista. È una storia nostra quella raccontata; tra la folla ci siamo ritrovati anche noi, divisi tra la ricerca affannosa di possesso e il desiderio sincero di spartire tutto.
Raccontandoci di quell'uomo egoista che ha sacrificato l'unica pecora del vicino per preparare un banchetto di festa all'ospite gradito, lui che di pecore ne aveva almeno cento, ci sentiamo chiamati personalmente in causa. Raccontiamo questa storia di sopraffazioni e di pentimenti non per far rivivere una pagina famosa della storia del popolo ebraico. Non ci interessa sapere se le cose sono andate davvero così o se Natan si è inventato tutto per mettere meglio in crisi Davide. Come è capitato a Davide, ci accorgiamo che nel racconto del profeta c'è una pagina della nostra vita, che di pecore ne abbiamo sottratto tante all'affetto e alla fame dei poveri, magari con l'intenzione di organizzare meglio la festa.
La narrazione propone avvenimenti che hanno protagonisti precisi e concreti, con un nome e una collocazione storica. Ma sono così vicini ai nostri avvenimenti che nel loro volto traspare in filigrana il volto di chi narra e di coloro a cui si narra. La drammaticità, positiva o negativa, degli avvenimenti è tanto incalzante, che ce la sentiamo sempre addosso: non esiste spazio protetto e sicuro.

La narrazione gioca con il tempo

Nella narrazione, il narratore e gli ascoltatori travolgono, nella loro esperienza, la scansione cronologica che scandisce oggettivamente i fatti. Gli avvenimenti sono isolati, selezionati, organizzati secondo un flusso che li lancia tutti nel presente. Passato e futuro, radici e progetti, esistono e sono ben decifrabili. Ma, ormai, hanno segnato tanto intensamente il presente dell'evento narrativo, che ciascuno si sente dentro la storia raccontata.
Quella storia, che ha un inizio e una fine, è diventata la "nostra" storia: un pezzo significativo della nostra esistenza.
Il racconto è quindi, nello stesso tempo, immaginario e reale. Ci sono frammenti di una storia lontana nel tempo, frammisti a pezzi importanti della storia personale e collettiva di oggi. L'intreccio non risulta stonato, come potrebbe figurare l'orologio al polso di qualche personaggio distratto in una scenografia dell'antica Roma. Fa invece parte della storia narrata, che è di un tempo e di oggi, intessuta di ricordi lontani (i fatti "oggettivi", che fondano la forza salvifica del racconto) e di allusioni ai fatti reali del narratore e dei destinatari, alle loro angosce e speranze, ai loro desideri e difficoltà.

Fare "esperienza"

Proprio l'intreccio di passato, presente e futuro dà al racconto la capacità di provocare verso esperienze salvifiche. Ci sono infatti tutti gli elementi che costruiscono la salvezza cristiana: la radice e il fondamento nel passato, la richiesta di responsabilità sul presente, l'apertura verso la speranza, in un sogno di futuro, dove finalmente ogni lacrima sarà asciugata e la morte definitivamente vinta.
In questo giocare a nascondino sul tempo e tra protagonisti diversi, la realtà viene meglio rivelata, anche se chi cerca una descrizione fredda dell'esistente arriva a costatare di non capirci più nulla, perché risultano meno limpide le distinzioni che lo preoccupano tanto.
La narrazione suscita un'esperienza intensa nel destinatario del racconto, perché lo pone a contatto con altre esperienze, egualmente intense e coinvolgenti. Lo fa attraverso strumentazioni che sono tipiche del far fare esperienza. Evoca, nel ricordo, l'esperienza "drammatica" dei fatti del passato (la storia di Gesù e della fede che tanti uomini hanno avuto nella sua vita). Propone il vissuto del narratore: quello che egli racconta è anche parte della sua vita; per questo comunica in un coinvolgimento, caldo e appassionato. Sollecita, nell'atto stesso del narrare, l'esperienza del destinatario, attraverso mille concrete allusioni alla sua vita, fino a farlo esclamare, magari solo nel silenzio dello stupore: come mai si sta parlando di me?
La narrazione diventa così una comunicazione totale: un'esperienza suscitatrice di nuove esperienze. Il richiamo al presente ha funzionato su una chiara prospettiva educativa, lontanissima da quella preoccupazione conoscitiva o soltanto ludica, che caratterizza la descrizione.

VERSO UNA PROFESSIONE DI FEDE

L'ultima riflessione riguarda l'obiettivo a cui tende la narrazione e che si prefigge colui che racconta.
La questione è seria, se è vero che l'obiettivo, raggiunto solo a fine percorso, condiziona di fatto tutto il suo sviluppo.
La narrazione tende a produrre professioni di fede in vista della salvezza. Chi racconta lo fa perciò con l'intenzione esplicita di sollecitare ad accogliere l'evento narrato come orizzonte di senso, ultimo e definitivo, nella propria vita.
È importante ricordare che oggetto della fede non è il racconto, ma l'evento narrato. La narrazione non mira a far dichiarare "vero" quello che è stata raccontato; e neppure vuole assicurare la capacità di saper ripetere, con un minimo di correttezza, gli elementi fondamentali del racconto. Si preoccupa invece di assicurare che sia accolto, nella vita dei protagonisti, il senso salvifico dell'evento che è stato narrato.

La crescita della fede nel momento della narrazione

Una cosa va ricordata, come pregiudiziale, per comprendere bene la prospettiva in cui ci collochiamo.
Quando una persona si impegna a studiare un problema, procede con un ritmo di gradualità progressiva. Si rende conto della questione e la considera meritevole di attenzione. Si informa; recupera indicazioni bibliografiche e fa l'elenco di esperti da consultare. Poi si mette a studiare le informazioni acquisite. Finalmente è in grado di produrre una sua sintesi. Ha la gioia di costatare che ha risolto il problema che gli stava a cuore.
Nella professione di fede le cose non vanno esattamente con questo ritmo. Già la prima decisione è una scelta impegnativa nella logica della fede, anche se è chiamata a crescere. La fede è come l'aria che respiriamo. Ci avvolge intensamente, proprio mentre si consolida e si purifica, nel nostro impegno di vivere da credenti.
Non possiamo, di conseguenza, immaginare gesti solo propedeutici all'esperienza di fede; altri in cui ci decidiamo; e altri, infine, in cui ci esprimiamo in pienezza. La fede matura nella persona secondo il processo vitale con cui il piccolo seme diventa albero grande: esso è già "questo" albero, anche se lo diventa nel tempo e devono trascorrere lunghi inverni prima che gli uccelli del cielo possano nidificare tra i suoi rami.
In questa logica, non possiamo considerare il momento dell'evangelizzazione come quello in cui acquisiamo le informazioni necessarie per poi decidere.
L'evangelizzazione è già una piena esperienza di fede, capace di far crescere ulteriormente la fede stessa proprio mentre si sviluppa. La professione di fede verso l'evento narrato, di conseguenza, è sostenuta e sollecitata dall'esperienza fatta nel momento della narrazione. Esso è un momento di fede, verso una progressiva maturazione della fede stessa.
Lo è almeno come possibilità. Perché lo diventi di fatto, la narrazione deve assumere, nel concreto della situazione, il ritmo, lo stile e le movenze della esperienza di fede.
Nella struttura della fede sono in causa, come sappiamo bene, tre elementi decisivi: l'affidamento di sé al Dio di Gesù, fondamento della vita nuova, l'accoglienza del messaggio di Gesù di Nazareth, come è testimoniato oggi nella comunità ecclesiale, la sua riformulazione come progetto normativo di esistenza quotidiana. Questi tre elementi (affidamento, accoglienza e riformulazione) sono una qualità di esistenza che ciascuno deve consumare nel mistero profondo della propria vita. L'innegabile risonanza sociale della fede e la sua sporgenza nell'impegno continuo verso la costruzione della vita contro la morte non possono certamente essere vissute come alternativa alla capacità di immergersi in uno spazio di solitudine dove ogni uomo si trova di fronte all'abisso della sua libertà e responsabilità.
Chi evangelizza narrando imprime al suo racconto uno stile e un movimento misurato su queste esigenze.

Il sostegno della testimonianza del narratore

Nell'insegnamento, chi sa comunica la sua scienza agli altri. Essi ascoltano, valutano e assimilano le proposte. Per abilitarci a competenze che non avevamo (la guida di un automobile, l'uso del computer, una disciplina sportiva...), la via normale è quella della ripetizione dei gesti adeguati: provando e riprovando, diventiamo competenti.
In tutti i casi, al centro c'è uno specialista che fa la sua proposta e ne giustifica la correttezza sul filo della logica.
Nella comunicazione della fede le cose procedono in modo assai diverso. Riconosciamo qualcuno significativo e importante per noi per quello che è. All'esperto viene sostituito il testimone; alla logica subentra l'esperienza. Decidiamo così di aprire a lui il santuario intimissimo della nostra vita, per affidargli la gestione delle ragioni decisive dell'esistenza.
L'operazione è delicata e un po' pericolosa, soprattutto quando non ci sono di mezzo solo aspetti parziali dell'esistenza, ma tutta la vita ne viene afferrata. Non esistono però alternative. Le ragioni per vivere sporgono sempre verso l'ignoto e il non posseduto. Non diventano significative perché sono pienamente verificate; lo diventano solo perché sono rese significative dalla testimonianza di alcune persone. Siamo disposti ad accettare il rischio di giocare la nostra esistenza su un fondamento che non riusciamo a possedere in modo pieno e verificabile, perché stimiamo "degni di fiducia" questi nostri interlocutori.
La narrazione sostiene e incoraggia quello scambio di ragioni per vivere e per sperare, che assomiglia tanto alla generazione della vita, che sta alla radice della trasmissione della fede. Colui a cui la narrazione è rivolta si sente raccontato nel racconto stesso. Avverte che si sta parlando di lui e non solo per lui. Avverte che nell'intreccio simbolico, ricostruito nel racconto, sta svolgendosi la trama della sua esistenza. Può resistere, sfuggendo dal racconto. Ma non riesce a restare indifferente.
E così si affida all'evento narrato e lo riconosce significativo per la sua vita. Compie un gesto di fede nel momento stesso in cui avviene l'evangelizzazione.
Il narratore crede profondamente alla sua storia. Non si gioca sulla autenticità dei particolari e neppure si entusiasma perché è riuscito a strappare dal silenzio del tempo qualche elemento prima ignoto. Egli ci crede perché la storia, che altri gli hanno raccontato, l'ha sperimentata come un pezzo della sua esistenza: un taglio improvviso di luce abbagliante e un frammento insperato di esperienza, che gli ha restituito la vita in un orizzonte nuovo di senso.
L'esperienza vissuta gli dà il diritto di continuare a raccontare.
Lo si nota da mille particolari. Egli evangelizza con forza perché non può far tacere la parola che gli è stata affidata. Ma lo fa con gioia e con coraggio, perché ne ha sperimentato tutta la potenza salvifica e si impegna a coinvolgere altri in quello che ha vissuto in prima persona.

La verità dell'autentica professione di fede

La testimonianza dell'evangelizzatore è importante, perché lo scambio di ragioni per vivere e per sperare avviene per identificazione; come è importante la costruzione di una intensa esperienza di vita contro l'onda incombente della morte, perché la parola più convincente della fede sono i fatti del Regno di Dio.
Come abbiamo ampiamente mostrato, parliamo del Dio di Gesù prima di tutto costruendo esperienza di vita, dove si costata la presenza della morte.
Tutto questo va detto con forza, perché rappresenta l'orizzonte fondamentale della narrazione.
La testimonianza del narratore non è però sufficiente. Lo ricorda con insistenza anche Evangelii nuntiandi, il documento sulla evangelizzazione che abbiamo citato in apertura della nostra ricerca: "Anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente, se non è alimentata, giustificata - ciò che Pietro chiamava 'dare le ragioni della propria speranza' -, esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù" (EN 22).
Per questa ragione, il testimone racconta "fatti". Ricorda cioè gli eventi che stanno alla radice della salvezza in Gesù: la fede non scaturisce dal suo racconto, ma dagli eventi che sono raccontati. E costruisce il suo racconto, nella proposta globale di significato all'esistenza che esso offre e nei particolari in cui si svolge, secondo la verità di fede testimoniata nella Chiesa.
In questa doppia preoccupazione, egli esprime la sua personale testimonianza in un annuncio, preciso ed esplicito.
L'atto narrativo è, nello stesso tempo, testimonianza e annuncio: coinvolge la vita del narratore e di coloro a cui la narrazione è rivolta e proclama "il nome, l'insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio" (EN 22), secondo la professione attuale della fede ecclesiale.
Lo è però secondo lo stile e le modalità del racconto. Assicurare il momento dell'annuncio non significa aggiungere qualcosa assente nel racconto; ma realizzare il racconto in uno stile particolare.

I contenuti della fede

Il narratore non "spiega" ma racconta. Il destinatario invece spiega a sé il racconto, per coglierne il significato oltre la storia narrata. È impegnato a "lavorare con le parole" il racconto stesso, per farlo diventare messaggio-per-sé.
Per favorire l'interiorizzazione del messaggio, il narratore introduce nella narrazione le espressioni della fede cristiana. Lo fa però secondo lo stile del racconto. Non ha nessuna intenzione di ridurre il racconto ad occasione per diffondere informazioni, svuotandolo così della sua capacità evocativa.
Nello sviluppo del racconto sono messi in rilievo particolari, scorre qualche battuta di commento, sono riprese, in dialogo diretto, espressioni e testimonianze... Questi passaggi narrativi non sono neutrali rispetto al contenuto della fede. Al contrario, in qualche modo, lo traducono in stile narrativo.
La narrazione lancia messaggi di contenuto a differenti livelli.
Il primo messaggio, quello fondamentale, è la struttura del racconto stesso: lo sviluppo della storia e il suo significato per la vita, personale e collettiva.
Fanno parte del messaggio del racconto anche i molti elementi di cornice che danno movimento e spessore al racconto: una rassegna di frammenti della dottrina della fede, che il destinatario organizza in un tutto unitario.

Gesù il Signore al centro del racconto

La fede è affidamento al Dio di Gesù. Il racconto gira attorno a questa pretesa. È lui il protagonista nascosto, all'opera per far terminare bene la storia raccontata, anche quando le previsioni portavano in tutt'altra direzione. Raccontando, il narratore sa estraniarsi, a tempo debito, per porre il risalto il protagonista, unico e autentico, del racconto. La sua parola descrive con toni e figure soggettive qualcosa che sta alla base di tutto, che permette di raccontare certe cose "per aiutare a vivere".
Su questa esigenza la fede della Chiesa ha sempre insistito, con forza e decisione.
L'evangelizzatore lo riconosce prima di tutto nella qualità del suo servizio. Ricorda, per esempio, Evangelii nuntiandi, ponendo in primo piano le esigenze della verità: "Il Vangelo che ci è stato affidato è anche parola di verità. Una verità che ci rende liberi e che sola può donare la pace del cuore: questo cercano gli uomini quando annunciamo loro la Buona Novella. Verità su Dio, verità sull'uomo e sul suo destino misterioso, verità sul mondo. Verità difficile che ricerchiamo nella Parola di Dio ma di cui non siamo né padroni né arbitri, ma i depositari, gli araldi, i servitori. Da ogni evangelizzatore ci si attende che abbiamo il culto della verità" (EN 78).
La narrazione cerca e sollecita un coinvolgimento e una espressione personale. Il narratore e i destinatari pongono la loro esperienza al servizio della Parola di verità e dell'incontro la Persona di Gesù che è la verità creduta per dare forza salvifica al dono di Dio. L'operazione è delicata e potrebbe risultare inutile. Tante volte abbiamo ricordato che non è sufficiente un buon indice di ascolto per poter sperimentare la vita nuova che stiamo cercando.
Il narratore sa coinvolgersi, sollecita al coinvolgimento: e sa continuamente ricentrare verso Gesù il Signore, sorgente unica della forza vitale contenuta nel racconto.
L'ampio coinvolgimento del narratore nel racconto è giustificato dal fatto che il narratore dichiara, raccontando, di essere stato lui stesso molte volte "già" salvato da quella storia che ora dona ad altri. Si mette di mezzo, con foga e con passione, "solo come servitore" di una esperienza che ha cambiato la sua vita.
Se dice certe cose in un certo modo, la ragione è in colui che lo ha salvato tante volte, e che ora, per mezzo suo, sta proponendosi come salvatore di altri.

Un racconto che genera fede, restituendo la persona alla solitudine della sua interiorità

La narrazione penetra nell'esistenza di una persona per l'accesso più rischioso e disarmato: quello della capacità evocativa. Il narratore la cerca e la coltiva come una specialissima capacità comunicativa.
Per questo, si impegna a rinunciare ad ogni forma impositiva e ad ogni tentativo di persuasione, giocato sulla pura razionalità. Vengono evitate le spiegazioni, le interpretazioni, i commenti. Il racconto parla da sé, proprio mentre si svolge come racconto di storie che chiamano in causa narratore e narrati.
Chi vuole, però, restituire ad ogni persona il protagonismo personale, soprattutto attorno al problema del senso della vita, controlla attentamente ogni possibile fascino di seduzione. Racconta producendo un continuo coinvolgimento. E nel racconto riconsegna ad ogni persona la libertà di ritrovarsi "sola" di fronte ai problemi che restano terribilmente e unicamente suoi.
Contro la disattenzione, il disincanto, la cessione della propria esistenza ad altri, il racconto cerca di far toccare con mano che in causa c'è qualcosa che riguarda, sotto un profilo particolare, le dimensioni più impegnative dell'esistenza. Restituita alla capacità di amare e di sperare, alla libertà di sentirsi protagonista della propria storia, la persona può prendere, in libertà e responsabilità, le sue decisioni.
Al destinatario della narrazione si chiede la disponibilità a lasciarsi interpellare. Tra il narratore e coloro a cui la narrazione viene rivolta si instaura così una specie di patto narrativo. L'interlocutore accetta un certo numero di regole del gioco, quelle che caratterizzano appunto il modello narrativo. Non fa domande impertinenti: dove è accaduto quello che racconti? hai documenti per dimostrare quello che dici? ho sentito raccontare la stessa cosa in un'altra versione: chi ha ragione? Non si lascia sedurre da possibili deduzioni impertinenti, perché lontane dalla logica della narrazione: l'ha detto lui... quindi è vero! dimmi cosa devo fare e ti seguirò dovunque tu vada...
Accetta invece di ritrovarsi da solo, alle prese con il disordine esistenziale che il racconto ha suscitato nella sua vita, come una folata improvvisa di vento getta all'aria quello che avevamo raccolto con cura sul nostro tavolo di lavoro. Nel racconto si è sentito chiamare in causa. Ora il narratore lo affida al silenzio della propria interiorità riconquistata.
Il narratore sa sottrarsi al momento opportuno; e dice cose che chiamano in causa la vita propria e altrui, restituendo a ciascuno la responsabilità irrinunciabile sulla produzione, l'esperienza e la verifica del senso della vita. Si inventa uno stile di racconto, molto controllato, disposto a risultare magari perdente in una cultura che gioca tutte le sue proposte sul fascino della seduzione o sui sapori forti di cui cerca di impregnarsi.

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1. Abbiamo spedito agli abbonati, in un unico invio, il numero estivo (con i materiali di approfondimento per la proposta educativo-pastorale salesiana: "Io sono una missione - #perlavitadeglialtri") e quello di settembre-ottobre (sul Sinodo "Nel cuore del Sinodo. Temi generativi, sfide provocatorie, inviti alla conversione")

2. Uno splendido omaggio ai nostri abbonati: il libretto dell'INSTRUMENTUM LABORIS del Sinodo, in allegato alla spedizione dei due NPG di cui sopra

3. On line tutta NPG fino all'annata 2013 (come promesso, fino a 5 anni fa), e pulizia-aggiornamento definitivo dei files delle annate precedenti

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