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Modelli narrativi


R. Tonelli - L. A. Gallo - M. Pollo

(NPG 1992-04-15)


Questo dossier e il precedente propongono la narrazione come modello rinnovato di evangelizzazione.
La proposta va compresa bene.
Su due elementi chiediamo l'attenzione del lettore.

1. Una proposta discutibile a partire da urgenze.
Prima di tutto va verificato il livello di perentorietà in cui intendiamo collocarci.
Nel primo dossier abbiamo suggerito dei punti di riferimento abbastanza irrinunciabili per comprendere in modo corretto il fatto dell'evangelizzazione. Provengono da discipline diverse e, di conseguenza, risulta differente il livello di autorevolezza che loro compete.
Questo secondo dossier, invece, contiene una proposta "discutibile": da analizzare, verificare, sperimentare con il senso del limite con cui la formuliamo. A noi è sembrata corretta e affascinante. L'abbiamo sperimentata in concrete esperienze di pastorale giovanile. E ci è parsa capace di far risuonare la parola di Gesù ancora come "buona notizia". Non ci sentiamo però di proporla con la stessa forza interpellante con cui abbiamo costruito le prime tre parti.
In sintesi, la logica di tutta la proposta potrebbe essere questa: ci sono dei problemi, seri e gravi, a cui trovare soluzioni; esse vanno cercate tenendo conto di determinate esigenze; i modi sono differenti; quello narrativo è uno dei tanti, dotato di buone possibilità per riuscire efficace e incidente.

2. Una proposta per la "prima evangelizzazione".
Va poi considerato l'ambito in cui si colloca la nostra proposta.
Sappiamo che si può parlare di "narrazione" in molti modi. Qui ne abbiamo scelto uno, molto preciso, sottolineato con insistenza nella letteratura specializzata.
La narrazione è un metodo comunicativo particolare: cerca di raggiungere la globalità a partire da qualche frammento significativo, immagina un modello linguistico in cui anche l'interlocutore si senta coinvolto nelle cose proposte, è impegnato a sostenere la forza evocativa delle informazioni. Si distingue dagli altri modelli comunicativi per la forma in cui viene espressa la comunicazione (prevale un modello linguistico di tipo evocativo e performativo), per il diverso rapporto con cui viene risolta la sequenza temporale (l'evento narrato, anche se è un fatto del passato, risulta sempre contemporaneo all'atto narrativo) e, soprattutto, per la ricercata espansione del suo significato nella prassi quotidiana (la narrazione non è mai un semplice ricordo, ma è impegno a far emergere significati nuovi nel presente attraverso l'azione).
Pensiamo a questo stile come modo di fare l'evangelizzazione per offrire la buona notizia dell'evangelo di Gesù a chi cerca ragioni per vivere e per sperare o a chi è tanto distratto e dissipato da bruciare nel vuoto questa sete profonda.
Una terminologia diffusa esprime questa preoccupazione con la formula "prima evangelizzazione".
Credenti e comunità ecclesiali entrano quotidianamente in dialogo con persone battezzate che non hanno effettuato la conversione a Dio, non hanno sentito la predicazione del messaggio cristiano, non hanno preso la decisione personale di essere cristiani. Per queste persone si richiede una proposta, significativa e interpellante, dell'esperienza cristiana. In molti casi, per giovani e adulti, la situazione tipica della "prima evangelizzazione" continua, anche se viene dopo molti contatti religiosi. La superficialità e quella indifferenza pervasiva come una spessa coltre di nebbia riducono l'incontro con il Signore e il suo Vangelo ad uno dei tanti incontri che segnano la nostra giornata frettolosa.
E' innegabile che l'interiorizzazione del Vangelo richiede una lunga fatica educativa. Molto però è condizionato dalla qualità dell'incontro con la parola di chi lo annuncia.
Qui si colloca la nostra proposta della narrazione. Essa rappresenta il modello utilizzabile nelle omelie, che sono un annuncio indifferenziato dell'evangelo del Signore, nelle grandi convocazioni giovanili, negli incontri e nelle celebrazioni.
Qualcuno potrebbe insistere. La narrazione non c'entra affatto con la catechesi giovanile? Tra le righe è facile intuire la nostra risposta.
Con molti giovani di oggi la distinzione tra catechesi (approfondimento della fede) e evangelizzazione (primo incontro con le esigenze della fede) tiene fino ad un certo punto. L'incontro sporge verso l'approfondimento e l'approfondimento esige una continua riconquista di interessi. Per questo i modelli narrativi possono rappresentare esperienze interessanti anche nell'atto esplicito della catechesi. Le esigenze di sistematicità, di maturazione progressiva, di verità del contenuto della fede sono tutt'altro che sconosciute ai modelli narrativi. Le perseguono però da un'ottica diversa: meno denotativa e più di progressivo autocoinvolgimento esistenziale.
E se fosse il modo migliore di fare la stessa catechesi?

 

QUALCHE STORIA

La letteratura educativo-pastorale sulla narrazione è ormai abbondante.
Molti autori fanno soprattutto della teoria sulla narrazione, per indicare pregi, limiti e condizioni. Altri, invece, propongono anche dei modelli narrativi concreti. Qualcuno non si preoccupa delle teorie, ma racconta: storie, parabole, favole. Basta poco a costatare che il ritmo, lo stile e l'intenzione sono molto vicini a quello su cui abbiamo riflettuto lungo le pagine del libro.
Non è stato difficile saccheggiare questi interessanti repertori, per offrire una rassegna di modelli narrativi concreti.
Li presentiamo di seguito, senza una logica speciale.
Scorrendoli, il lettore accorto si costruisce facilmente una sua chiave interpretativa. Può arrivare a dire: questa è una bella narrazione, preziosa nei processi evangelizzatori; questa invece non lo è affatto, anche se il racconto può risultare avvincente.
Fa così due operazioni importanti: determina una figura sintetica di narrazione e verifica quali racconti hanno le carte in regola per rappresentare modelli narrativi utilizzabili nell'educazione dei giovani alla fede.

1. I PIEDI DI BARTOLOMEO [1]

Carissimi,
l'altro giorno ho ricevuto questa lettera: "Caro vescovo, io non sono né marocchino, né tossicodipendente, né sfrattato. Temo, perciò di non avere udienza presso di te, perché ho l'impressione che oggi se non si appartiene a quel campionario di umanità, che ha a che fare con la violenza, con la prostituzione e con la miseria economica e morale, non si è in possesso dei titoli giusti per entrare nel cuore di Dio. Ma è colpa mia se la casa io ce l'ho, e il lavoro anche! Debbo farmi uno scrupolo se non ho mai rubato e in Tribunale non ci sono entrato neppure come testimone! Mi devo proprio affliggere se, grazie a Dio, non ho grossi problemi di salute, né soffro di solitudine. Quando ti sento parlare degli ultimi e affermi che la Chiesa, ad imitazione di Gesù, deve esprimere un amore preferenziale verso coloro che sono precipitati nell'avvilimento del vizio e dell'alcol, io che per giunta sono astemio, mi sento quasi un escluso. E' mai possibile, mi chiedo, che il Signore mi scarti sol perché non frequento le bettole, e la sera mi ritiro a casa in orario. Debbo proprio ritenere una disgrazia il fatto che nella graduatoria, sia pure effimera, dell'estimazione pubblica, invece che gli ultimi posti, occupo posizione di tutto rispetto. Ricco non sono, ma non mi manca il necessario per tirare avanti con una certa tranquillità. Non ho mai tradito mia moglie. I miei figli, che non sono né malati di AIDS, né disoccupati, mi danno tantissime soddisfazioni. Mi reputo fortunato e sarei l'uomo più felice della terra se da un po' di tempo a questa parte, a seguito di certi discorsi che ascolto in chiesa e a certe lettere che scrivi tu, non mi fosse venuto il dubbio che senza un certificato di emarginazione, di stato magari dalle patrie galere, mi sarà difficile l'ingresso nel regno di Dio. Dimmi, Vescovo, ma un po' d'acqua, nel suo catino, Gesù Cristo non ce l'avrebbe anche per me?".
Non ho dato ancora riscontro a questa lettera, ma siccome so che gli stessi interrogativi sono condivisi da più di qualcuno, ho pensato bene di rispondere, per così dire, ad alta voce.
Mi viene in aiuto la figura evangelica di Natanaele, identificato dalla maggior parte degli studiosi col figlio di Tolomeo, e detto perciò Bar-tolomeo. Era un uomo così pulito e trasparente che quando Gesù lo vide la prima volta esclamò: "Ecco davvero un israelita, in cui non c'è falsità!".
Secondo l'Evangelista Giovanni, questo apostolo simbolizza, addirittura, tutta una categoria di persone, e cioè gli israeliti fedeli, che non hanno tradito mai il Dio dell'Alleanza, si sono mantenuti irreprensibili, fino alla venuta del Messia e da Lui sono stati invitati ad entrare nella sua nuova comunità.
Ebbene, la sera del Giovedì Santo, Gesù si è curvato a lavare anche i piedi di Bartolomeo, l'uomo onesto, nei cui occhi, un giorno, mentre si trovava sotto il fico, Egli, il Maestro, aveva visto specchiarsi il cielo limpido della rettitudine. Anche quel cielo, però, aveva la sua piccola nube. Quando, infatti, Filippo gli andò a dire che Gesù di Nazareth era il Messia, lui, l'israelita integerrimo, il galantuomo, aveva replicato: "Da Nazareth, può mai venire qualcosa di buono?".
Carissimi fratelli onesti, Bartolomeo è la vostra immagine. Non abbiate paura, perciò di essere discriminati dal Signore. Egli nel suo catino, l'acqua ce l'ha pure per i vostri piedi, che se si sono contaminati è solo per la polvere della strada percorsa per andarlo a trovare. Vi lava e vi asciuga con la stessa tenerezza perché vi vuol bene da morire. Anzi, vorrei aggiungere, che Egli sulle vostre estremità indugia di più, così come si indugia di più a detergere un cristallo di Boemia, che a lavare un bicchiere di creta carico di tartaro. I vostri piedi li lava e li asciuga con identico amore, anche perché forse, tra gli alluci, si nasconde una piccola macchia difficile a scomparire: la riluttanza a ricevere.
Dite la verità: non avete mai affermato, pure voi, che cosa può venir di buono da Nazareth? Forse questo è il vostro peccato, piccolo quanto volete, ma che vi colloca tra gli ultimi pure voi. Vi siete esercitati solo a dare, a ricevere no. Da un drogato può mai venire qualcosa di buono? Dalla prostituta? Da un avanzo di galera? Che cosa può dare mai un marocchino se non un pericolo di infezioni? Forse questa è l'unica colpa che obbliga Gesù ad inginocchiarsi dinanzi a voi e che spinge la Chiesa a fare altrettanto. Non voler ammettere, sia pure per raffinate ragioni estetiche, che i poveracci abbiano qualcosa da insegnarvi in termini di crescita umana. Sicché gli emarginati sono quasi lo spazio dove esercitare le virtù della generosità, ma solo nella direzione del dare e mai dell'avere.
Non abbiate paura, fratelli irreprensibili e buoni, Gesù Cristo si piega anche su di voi, se non altro per dirvi che non serve a nulla svuotare la casa per gli infelici, se poi non sapete introdurre qualcosa che essi possano offrirvi, sia pure un souvenir. A me e a tutti voi, che apparteniamo alla confraternita dei galantuomini, conceda il Signore di capire che metterci sulla pelle la camicia dei poveri, vale più che lasciarci scorticare vivi per loro, come San Bartolomeo, appunto.
Un affettuoso saluto.

2. DOM e NIKE [2]

Quando Dom apre gli occhi è ancora buio. «Come è lunga questa notte» dice.
Dom vorrebbe alzarsi subito, com'è sua abitudine; ma le sue braccia e le sue gambe si rifiutano di mettersi in movimento, come capita qualche volta quando si è avuto molto freddo o molta paura.
Voltando la testa a destra e a sinistra, scopre che si trova proprio in fondo a una grande buca. Molto alto, nel cielo, vede la luna tanto pallida e qualche stella con la luce tremolante.
«Se voglio essere in piedi prima che sorga il sole, è tempo che mi alzi, e che esca dalla mia buca», dice a se stesso. E senza più aspettare, comincia a risalirne il fianco.
Appoggiandosi alle pietre più stabili, sale di qualche metro e poi si ferma per riposarsi un po'. Un'ora dopo, Dom, con le ginocchia sbucciate e le mani più nere del carbone, esce finalmente dalla sua buca.
Ciò che vede in quel momento, non lo dimenticherà mai. Ai suoi piedi la terra somiglia a un grande campo arato e, quando guarda più lontano, il paesaggio gli ricorda una grande foto della luna che un giorno il suo papà gli ha fatto vedere: una grande pianura grigiastra con macchie scure qua e là. Tutto è scomparso.
Dom cerca invano con lo sguardo la sua casa e il giardino dove spuntavano i fiori che lui stesso aveva seminato. Tutto rattristato, pensa che non sentirà mai più il fruscio degli alberi e il canto degli uccelli.
Per un bel pezzo, Dom rimane sull'orlo della sua buca. E' disperato. Adesso gli tornano in mente pezzi di una strana storia: grandi fiamme, rumori assordanti, mura che crollano e persone che si nascondono con un bambino in braccio... Dopo venne la notte, la lunga notte. Si ricorda ancora d'aver sentito sua mamma che gli diceva: «Non aver paura, piccolo mio!». Ricordando tutto questo, Dom, scoraggiato, ha tanta voglia di tornare nella sua buca, di rannicchiarvisi e dimenticare tutto.
Proprio in questo momento, avverte sulla schiena la carezza dolce e confortevole del sole, mentre la sua ombra traccia davanti a lui come una strada...
Decide allora di mettersi in via e di camminare finché la luce del giorno glielo permetterà. Prima di partire, siccome è solo, non resiste alla voglia di gridare a squarciagola: «O Sole, Sole tu sei il mio amico!».
Dom vuole sapere perché ci sono un po' dappertutto delle grandi macchie scure e cammina verso una di quelle. Avvicinandosi si accorge che si tratta in realtà di una buca tutta simile alla sua e rimane molto deluso.
Ma, guardando più da vicino, scorge, proprio nel fondo di quella buca, un bambino profondamente addormentato. Facendosi portavoce con le mani, si mette a gridare con tutte le sue forze: «Ehi! Ehi!». Lentamente si aprono due occhi e si muovono due piccole braccia.
Non ci vuole altro perché Dom si decida a scendere nella buca. Da parte sua, l'altro bambino si è svegliato del tutto; ha cominciato la salita e ben presto raggiunge Dom venuto a incontrarlo. Gli ultimi metri li salgono insieme.
Quando escono dall'ombra, Dom è assai sorpreso: ha davanti a sé una ragazzina con le vesti sporche e spiegazzate, ma il cui sguardo brilla di furberia. Subito essa prende la parola:
«Come ti chiami?».
«Mi chiamo Dom» risponde lui.
«Bene!, disse, io ti chiamerò Piccolo Dom, perché veramente non ho incontrato mai un uomo così piccolo!».
E scoppia a ridere. Piccolo Dom diventa un po' rosso, ma si sforza di non far apparire niente e a sua volta domanda:
E tu come ti chiami?».
«Nike» rispose.
Piccolo Dom trova questo nome abbastanza strano, ma per non offenderla, si guarda bene dal dirglielo.
D'altronde Nike non gliene ha lasciato il tempo. Subito si mette a raccontare ciò che è stato, anche per essa, come un cattivo sogno.
Piccolo Dom, pur ascoltandola, pensa fra sé che essa esagera sicuramente, perché non le possono essere capitati tanti mali. Non ha tuttavia l'occasione di dirglielo. Nike, infatti, chiude la conversazione:
«Ma tutto, dice, è finito ed è finito bene, poiché adesso noi siamo in due, realizzeremo grandi cose!».
«Mio nonno, continua, mi ha spiegato un giorno che il mio nome significa Vittoria... Allora tu vedrai che con Nike si è spesso vincenti».
Trasportato dall'entusiasmo della sua nuova amica, Piccolo Dom accetta di partire, senza più attendere per esplorare altre buche.
Sotto il sole, si debbono aprire la strada in mezzo alla sabbia e ai mucchi di sassi. Passano ad una ad una tutte le buche che trovano e con fatica, perché alcune sono profonde come burroni.
Ma i loro sforzi sono veramente ricompensati; al termine di una giornata molto faticosa, hanno svegliato e fatto uscire dalle loro buche molti altri bambini.
I nuovi arrivati partecipano anch'essi alla ricerca. Cammin facendo, vanno interrogando Piccolo Dom. Le domande che fanno? Sempre le stesse: «Perché mi trovavo in una buca?». «Ho dormito molto tempo prima d'essere svegliato?». E tante domande simili. Piccolo Dom avrebbe ben voglia di rispondere, ma nemmeno lui sa spiegarsi che cosa faceva nella buca quando l'ha svegliato il sole!
Ancora una volta è Nike che lo tira fuori dall'imbarazzo:
«Un giorno, disse, metteremo insieme tutti i nostri ricordi e scriveremo la nostra Storia. Ma prima dobbiamo cercare un luogo dove potremo vivere felici».
Passano molti giorni e molte notti prima di scoprire una regione veramente bella: ci trovano l'acqua, degli alberi e frutta in abbondanza.
Quando tutti si sono saziati e rinfrescati, Nike riunisce il piccolo gruppo di bambini e proclama solennemente:
«Questa regione si chiamerà Terra nuova. Colmeremo i burroni, vi tracceremo delle strade e tutti i bambini del Mondo saranno qui i benvenuti».
Piccolo Dom sognò molto quella notte; ma questa volta i suoi sogni sono pieni di luce e di risate. Rimane quindi molto deluso quando si sente scuotere e vede Nike china su di lui.
«Svegliati, gli dice, c'è in mezzo a noi Qualcuno che noi non conosciamo!».
Dal suo aspetto arrabbiato, Piccolo Dom capisce che essa non stima il nuovo arrivato. Ma trova subito la risposta:
«Ma, Nike, non hai detto ieri che tutti erano i benvenuti nella nostra Terra Nuova?».
«Sì, ma lui non parla e per di più ha una gamba che non gli funziona... Che vuoi che ce ne facciamo d'un ragazzo muto e handicappato? Non ci sarà utile a niente».
Sentendo questo, Piccolo Dom va in collera:
«Ascoltami bene, Nike. Noi accoglieremo fra di noi questo nuovo amico, incondizionatamente, solo perché è Qualcuno come noi. Andiamo, portami da lui».
La parola «Qualcuno» fu pronunciata così forte da Piccolo Dom che essa si impresse in modo indelebile nella memoria di Nike.
Quando Piccolo Dom vede il ragazzo senza nome, lo trova così simpatico che non esita affatto ad abbracciarlo. Allora sul viso di Qualcuno appare un sorriso meraviglioso. Nel frattempo gli altri bambini si sono avvicinati e ognuno vuole stringere la mano di questo nuovo amico.
Nei giorni seguenti, i ragazzi raccolgono pietre e pezzi di legno e ciascuno si mette a costruire la sua casa.
Una sera, Piccolo Dom si accorge che Qualcuno rimane tutto solo in disparte. Si avvicina e gli domanda come mai resti solo e perché c'è tanta tristezza nel suo sguardo. Il ragazzo esita, poi, col palmo della mano, spiana la sabbia che gli sta dinanzi e col dito scrive: «Mi costruirai tu una casa per abitarvi?». Piccolo Dom capisce subito. Da parecchi giorni ogni ragazzo, e lui per primo, non si occupa che della «propria» casa, senza curarsi di quella degli altri. Ecco perché tutti hanno ora una propria «abitazione», all'infuori di Qualcuno!
Piccolo Dom corre a trovare Nike e le spiega lo sconforto del loro amico. Decidono che all'indomani, all'alba, faranno qualcosa.
Di buon mattino, tutti i ragazzi sono chiamati a raccolta. Nike domanda se tutti sono contenti.
«Sì, rispondono in coro».
«Proprio tutti?», insiste Nike.
Alcuni allora volgono lo sguardo verso Qualcuno e subito un profondo silenzio scende, pesante, sul gruppo. Approfittando di questo momento di imbarazzo, Nike continua:
«Secondo voi, che cosa potremmo fare di buono oggi?».
Allora uno dei più piccoli tra i ragazzi, prende la parola e dice:
«Io propongo di metterci tutti insieme a costruire la casa di Qualcuno».
Tutti i ragazzi applaudono fragorosamente questa proposta.
Mentre i suoi piccoli amici raccolgono il materiale necessario per la sua futura abitazione, Qualcuno, che sa disegnare molto bene, fa il progetto.
A prima vista rassomiglia alle altre case. Una cosa, tuttavia, incuriosisce Piccolo Dom: «Perché Qualcuno ha previsto, al centro della sua casa, un locale così grande?».
Quando la casa è finita, Qualcuno chiede di essere lasciato solo. Lavora tutto il giorno misteriosamente; qualche volta esce in fretta, va a bussare a una porta e se ne ritorna in casa con le braccia cariche. Durante tutto il pomeriggio, escono dal suo camino spesse volute di fumo...
Al termine del giorno, Qualcuno scrive un messaggio e lo fa pervenire a Nike. Siccome tutti attendono con ansia il momento in cui si sveli il mistero, non è per nulla difficile radunarli tutti in piazza.
«Cari amici, annunzia Nike, oggi Qualcuno ci invita alla sua tavola. Ognuno indossi gli abiti più belli. Affrettatevi, la festa sta per cominciare».
Dopo un'ora, tutti i posti attorno alla grande tavola, apparecchiata nella stanza centrale, sono occupati. I ragazzi di Terra Nuova pensano che il banchetto è loro offerto per compensarli di quanto hanno fatto; ma con meraviglia scorgono seduti accanto a loro bambini sconosciuti: essi non hanno partecipato alla costruzione... Alcuni, vestiti con pelli di pecora, sono scesi certamente dalla montagna, altri ricoperti come dei beduini, hanno dovuto traversare il deserto per arrivare sin qui. Ma nessuno, tuttavia, osa chiedere da dove vengano. «Se sono qui, pensa Piccolo Dom, è segno che anche loro sono stati invitati alla festa».
Qualcuno, lui in persona, gira in mezzo a loro per servirli e assicurarsi che a nessuno manchi niente.
Sul finire della festa, Piccolo Dom pensa bene di dover ringraziare Qualcuno dinanzi a tutti. Manda quindi a cercarlo. Ma Qualcuno non è più in cucina... e neppure nel resto della casa. Si ha un bel girare per tutto il villaggio e battere la campagna; è tutto inutile. Qualcuno è sparito sul più bello.
Per tre giorni, i ragazzi sono inquieti e tristi. Al mattino del terzo giorno, Piccolo Dom li raccoglie e dice loro:
«Cari amici, Qualcuno ci ha lasciati. Un giorno, io lo credo, ci ritroveremo alla sua tavola. Nell'attesa, che proposta fate?».

3. IL GHIACCIOLO CURIOSO [3]

Sui verdi fianchi di una balza delle Alpi, sotto un roccione sporgente, c'era la tana di una lepre di montagna. Quella lepre ogni tanto faceva capolino. Come tutti gli animali selvatici, era povera in canna e viveva nutrendosi di ogni sorta di erbaggi. Aveva però due vestiti, un lusso che la natura le concedeva gratuitamente e senza pericolo di farla diventare ambiziosa.
I fiori, che vedevano la lepre d'estate, conoscevano bene il suo giubbetto color grigio-bruno con la gran toppa bianca sul petto. I ghiacci e le nevi che la vedevano d'inverno, conoscevano invece il suo candido, attillato pastrano. Anche i ghiaccioli, che pendevano numerosi e impettiti dall'ingresso della tana, stavano ad ammirarla un po' invidiosi per ore e ore, mentre dormiva avvolta nella sua bianca pelliccia.
I fiori che segnavano il tempo di primavera e d'estate non consideravano la lepre un personaggio importante, pensando che avesse, come tutti gli altri animali, un solo vestito; ma le rocce e gli abeti, che la vedevano in tutte le stagioni, sapevano benissimo che i suoi vestiti erano due, e avevano di lei grande stima perché la ritenevano una bestia facoltosa e tuttavia sempre umile, riservata e gentile.

Voglio vedere la primavera!

Sul finire di un inverno, mentre la lepre si preparava a cambiare vestito perché l'aria si era fatta meno cruda e ormai le nevi avevano preso congedo, sul roccione sovrastante la tana si vide un ghiacciolo ostinatamente aggrappato all'orlo di una fenditura.
«Non ti decidi ad andartene?», gli chiese un giorno l'abete più vicino. «I tuoi fratelli sono già partiti da un pezzo! Finirai col non riuscire a raggiungerli!».
«Andarmene, io?... Io non me ne vado: rimango. Durante l'inverno non ho fatto che sentir decantare la primavera con i suoi colori, l'estate con la sua luce e il vento che sembra una carezza, e la gioia dei fiori e dell'erba, e il cielo tutto lucido e pulito... Perfino le lepri so che mutano d'abito, come per prepararsi a una festa. Perché proprio io non dovrei conoscere tante belle cose, se sono belle davvero? Ho deciso perciò di restare fino alla primavera, magari fino all'estate».
«Resta pure, se ci riesci».
«Questo, amico bello, è affar mio».
Quando l'aria cominciò a intiepidire, il ghiacciolo volle mettersi al riparo dal sole. Si staccò dalla fenditura con un crepitio secco e si lasciò cadere in un'incavatura della roccia nella quale il sole non batteva e da cui avrebbe potuto assistere comodamente allo spettacolo atteso. Ma quando si fu fermato, sentì che era caduto addosso a qualcosa.
«Che maniera villana di presentarsi! », brontolò quel qualcosa.
«Sono veramente mortificato», esclamò il ghiacciolo. «Non avevo visto che c'era lei. Se permette, anzi, mi presento: io sono un ghiacciolo, l'ultimo ghiacciolo dell'inverno».
«Bene, tanto piacere. Io sono una cartuccia, una cartuccia di fucile da caccia».
«Ma come si trova qui, signora cartuccia? E carica o scarica? Che pensa della primavera e dell'estate? Che programmi ha per il futuro?».
«Ragazzo, non prendiamoci confidenze!».
Era una cartuccia molto dura e superba, e vedeva tutte le cose dal punto di vista delle cartucce.
«Sono di ottima marca, e... carica, naturalmente. E se mi trovo qui è solo a causa di uno spiacevole contrattempo. Durante una battuta, il mio padrone mi ha smarrita, povero sciocco! Andava a caccia della lepre, e io ero l'ultima cartuccia che gli restava. La lepre può ringraziare il cielo: se aveva da fare con me non scappava di certo. Con me non si scherza!».
«Ma che le ha fatto la lepre?».
«Niente mi ha fatto. Ma non doveva nascere lepre. Se la trovo, l'accoppo!».
«Via, c'è posto per tutti a questo mondo...».
«Tu non immischiarti nei miei affari privati. Spero solo che il cacciatore ripassi di qua e che mi veda. Al resto penserò io!».
L'aria si era fatta ormai mite e la lepre vagava nei dintorni in cerca di nutrimento. Quanto al ghiacciolo, esso faceva una gran fatica a non sciogliersi, e cercava di aderire all'incavatura della roccia nel punto più profondo e più fresco. Voleva a tutti i costi vedere i fiori dei rododendri, le stelle alpine, il tenero dell'erba novella, il cielo lucido e pulito nello sfolgorio della sua luce cilestrina. Ormai non doveva attendere molto.

Un colpo di fucile

Ma un mattino, svegliandosi, non vide più la cartuccia. Orme d'uomo, recenti, erano impresse nel suolo ai piedi del roccione. Il cacciatore era passato di là? La cartuccia aveva ritrovato un fucile? Bisognava avvertire la lepre del pericolo, subito!
«Lepre! Lepre! Ehi, lepre!», si mise a gridare il ghiacciolo. «Non uscire! C'è gente che ti minaccia qua intorno!».
Nessuno rispose. La lepre certamente era fuori dalla tana. Al ghiacciolo non rimase che starsene rincantucciato nell'incavatura della roccia a rimuginare pensieri uno più triste dell'altro. Nel pomeriggio echeggiò fra le montagne un colpo di fucile. Verso sera, trascinandosi a stento, la lepre fece ritorno alla tana. Era malconcia, grondava sangue, aveva la febbre.
«Oh poveretta, poveretta», esclamò commosso il ghiacciolo che, in fondo, non aveva un cuore di ghiaccio. «Che ti è successo? Chi è stato? Quella sciagurata cartuccia?».
«Non so», rispose la lepre con un filo di voce, cadendo sfinita sulla soglia della tana. «Ho visto una vampa. Ho udito un sibilo. Sono ferita. Ho tanta sete...».
Il ghiacciolo non volle udire altro. Si rotolò fin sul margine dell'incavatura, sulla roccia ancor calda dal sole, e cominciò rapidamente a sciogliersi. Cadde in gocce fitte e refrigeranti sulle ferite della lepre, in gocce ristoratrici sulle sue labbra riarse.
«Chi piange, lassù?», balbettò la lepre stupita, riavendosi a poco a poco.
Ma il ghiacciolo non poté più rispondere. Si era ormai sciolto del tutto, senza neppur pensare che le stelle alpine e i rododendri non erano ancora fioriti, che il cielo non era ancora terso e azzurro. Tutte cose che dovevano essere belle, oh molto belle, a vedersi.

4. LA PECORELLA SMARRITA [4]

Una pecora scoprì un buco nel recinto
e scivolò fuori.
Era così felice di andarsene.
Si allontanò molto e si perse.
Si accorse allora di essere seguita da un lupo.
Corse e corse,
ma il lupo continuava ad inseguirla,
Finché il pastore arrivò
e la salvò riportandola amorevolmente all'ovile.
E nonostante che tutti l'incitassero a farlo,
il pastore non volle riparare il buco nel recinto.

5. LA PARABOLA DELLA PORTA [5]

Nel paese c'era una casa. Era molto antica e ben costruita. La porta era bella, larga e si apriva sulla strada, dove passava la gente. Era una porta strana. La soglia confondeva la strada con la casa, tanto che chi entrava aveva l'impressione di stare ancora fuori.
A chiunque passasse per quella strada sembrava di entrare e di essere accolto in quella casa. Mai nessuno si era preoccupato di questo fatto, naturale come la luce quando il sole brilla in cielo.
La casa faceva parte della vita del popolo, grazie a quella porta che univa la casa al paese e la gente del paese alla casa. Era come il crocicchio dove si svolge la vita, dove ci si ferma a discutere e la gente si incontra. Quella porta restava sempre aperta, giorno e notte.
La soglia era consumata dall'uso. Tanta gente, anzi tutti, passavano di lì. Un bel giorno ci arrivarono due studiosi. Venivano da lontano. Erano stranieri. Non conoscevano la casa. Avevano sentito dire che era antica e bella. Erano professoroni che si intendevano di cose antiche. Appena videro la casa la giudicarono di grande valore.
Cercarono la porta e ne trovarono una laterale. Di lì cominciarono ad entrare ed uscire per ragioni di studio.
Non volevano che il rumore li disturbasse; il rumore che faceva il popolo sulla porta della strada. Volevano starsene in pace per riflettere. Se ne stavano dentro casa, lontani dalla porta del popolo, in un angolo buio, tutti assorti a studiare il passato di quella casa.
Il popolo, entrando nella sua casa, vedeva quei due con i loro libroni e con le loro macchine complicate. Vicino a loro la povera gente ammutoliva. Se ne stava zitta per non disturbarli. Li ammirava tanto e diceva: «Stanno studiando la bellezza e la storia di casa nostra. Sono scienziati!».
Gli studi progredivano. I due scoprivano cose che il popolo ignorava (anche se tutti i giorni le vedeva nella sua casa). Ottennero il permesso di raschiare qualche parete e scoprirono pitture antiche che illustravano la storia e la vita del popolo, una storia che il popolo ignorava. Scavarono vicino alle colonne e riuscirono a ricostruire la storia della casa, una storia di cui nessuno si ricordava. Il popolo non conosceva la storia della sua vita e della sua casa, perché il suo passato se lo portava dentro, nel fondo degli occhi che non possono vedere se stessi, ma che vedono tutto il resto, orientando ogni cosa verso la direzione giusta: in avanti.
Quando, di notte, il popolo si riuniva a veglia, i due studiosi si univano alla gente per raccontare le loro scoperte. Il popolo ammirava sempre più i due studiosi e il loro lavoro.
I due circolavano per la casa. Il popolo, oramai, quando entrava in casa, ammutoliva. Una casa così nobile e ricca meritava rispetto. La vita povera della strada che le passava accanto, era tutt'altra cosa. Là dentro non si poteva vociare e danzare. Lo dicevano tutti. Tutti oramai pensavano così.
C'era gente del popolo che non entrava nemmeno più per la porta chiassosa che dava sulla strada! Preferivano il silenzio della porta laterale, quella degli studiosi.
Schivavano il chiasso del popolo. Adesso entravano in casa non più per incontrarsi, per parlare tra di loro, ma per conoscere meglio la bellezza della loro casa, la casa del popolo. Ricevevano spiegazioni dagli studiosi sulla casa che pur conoscevano così bene (era loro!), e che tuttavia avevano l'impressione di non aver mai conosciuto.
A poco a poco la casa del popolo non fu più del popolo. Tutto il popolo preferiva la porta degli scienziati. All'ingresso, ciascuno riceveva una piccola guida con tutte le spiegazioni sulle rarità e scoperte della casa. Il popolo si convinse di essere proprio ignorante. Gli scienziati sapevano conoscere le cose del popolo meglio dello stesso popolo. Tutti finirono col pensare così.
Oramai, entrando nella casa, che era sua, il popolo restava muto e vergognoso. Come se stesse in casa d'altri e di altri tempi a lui sconosciuti. Guardava e studiava, seguendo la guida, in piccoli gruppi, aggirandosi per la casa, nella semioscurità. Non si ricordava più dei bei tempi passati, quando tutti insieme giocavano e danzavano, proprio lì dove adesso si studiava soltanto, con cipiglio, alla maniera degli scienziati, col libro in mano, recitando la lezione.
A poco a poco nessuno più si ricordò della porta sulla strada. Un turbine di vento addirittura la chiuse. Nessuno se ne accorse. Ma non la chiuse del tutto. Ci rimase una fessura. L'erba ci crebbe davanti. Le erbacce si fecero alte fino a coprirne l'entrata; oramai non ci passava più nessuno. Perfino la strada cambiò d'aspetto. Adesso era solo strada, niente altro. Una strada triste e deserta, un vicolo senza uscita, senza gente del popolo che passando di lì si potesse incontrare. La porta laterale accoglieva il popolo che andava a visitare la casa e ne restava estasiato. Quante ricchezze che non conosceva! L'interno si fece sempre più buio perché mancava la luce che veniva dalla strada. Fu necessario accendere le candele. Ma la luce artificiale alterava i colori.
Il tempo passava. L'euforia della scoperta si afflosciava. Diventava sempre più rara la processione della gente che andava a visitare la casa entrando dalla porta laterale. La porta del popolo che dava sulla strada non esisteva più. Nessuno più se ne ricordava.
Il popolo sapiente, un ristretto gruppo di persone e qualche illustre visitatore venuto di fuori, continuava a frequentare la casa del popolo, passando dalla porta dei dottoroni. Là dentro teneva le sue riunioni, discutendo sulle cose antiche della casa, cose che appartenevano al passato. La casa del popolo non era più del popolo.
Il popolo dei poveracci passava soltanto per la strada, divenuta deserta e triste. A loro non interessavano le antichità. Il popolo viveva la vita: ecco tutto. Eppure qualcosa sembrava mancargli. Non avrebbe saputo dire che cosa, perché non se lo ricordava. Gli mancava una casa che fosse del popolo.
I due studiosi, felici per la scoperta, continuavano a studiare. Aprirono perfino una scuola per educare i bambini del paese, insegnando loro le cose del passato. Ma uno dei due studiosi incominciò a preoccuparsi per la crescente mancanza d'interesse del popolo. Non si vedeva quasi più nessuno. Si accorse che la vita del paese non era più quella. Erano tutti meno contenti. Non era come quando loro erano arrivati lì. Adesso ognuno pensava solo per sé. Non c'erano più gli incontri di allora. E' vero che c'erano stati dei tentativi di incontrarsi in altri luoghi. Ma tutto era finito in una bolla di sapone. Gli incontri programmati si erano insabbiati, perché non c'era intesa tra loro... Qualcosa, evidentemente, ci mancava. Neppure lui sapeva quale. Si propose di scoprirlo.
Si chiedeva fra sé: «Chissà perché il popolo non viene più nella sua casa? Chissà perché non vengono più quelli a conoscere le cose che noi due abbiamo scoperto per loro? Perché mai non vengono più in questa casa per conversare, incontrarsi, danzare e giocare, parlare e cantare?». E non trovava risposta ai suoi interrogativi.
L'altro studioso non aveva notato niente di tutto ciò, assorto com'era nei suoi studi sul passato. Anzi rimproverava il suo collega dicendo: «Ma tu ti distrai troppo!». Voleva che si applicasse di più allo studio del passato e si curasse meno del popolo della strada. Alla fine, poi, chi comandava la spedizione era lui!
Un bel giorno un poverello, senza casa né tetto, si rifugiò tra i cespugli che crescevano al margine della strada, in cerca di riparo. Tutt'a un tratto si accorse che c'era una fenditura, come una porta, e vi entrò. Davanti a lui apparve una casa enorme. Una casa così accogliente che si sentì subito a suo agio. Gli sembrava di stare per la strada e intanto stava al riparo.
Il giorno dopo ci tornò. Ci tornò sempre. Lo raccontò agli amici, poveri come lui. Confidava loro la scoperta come fosse un segreto. Altri poveri andarono con lui. Entrarono tutti, in fila indiana, attraverso la stretta fenditura della porta che dava sulla strada, quella porta che un giorno il vento aveva sbatacchiato senza chiudere del tutto.
Quell'andirivieni di entrare e uscire per la porta della strada fece seccare l'erba calpestata. Per terra si formò un sentiero stretto, battuto. Si aprì un nuovo cammino.
Erano così numerosi oramai gli amici che volevano entrare che un giorno dettero una spallata alla porta e quella cedette. L'entrata diventò un po' più larga di prima, e il popolo e la luce inondarono la casa. La casa si illuminò tutta, diventò anche più bella. Ci si stava anche meglio. Il popolo ne era felice.
La scoperta corse di bocca in bocca e tutti i poveri ne parlavano. Ma il segreto se lo tenevano per sé. Riguardava solo la gente umile. «Quella casa è nostra» andavano dicendo. La cosa non poteva tuttavia restare nascosta. L'avrebbe potuto supporre solo il popolo ingenuo e semplice che riflette poco e non ha malizia.
Ogni mattina, quando l'orologio scoccava l'ora di apertura della porta laterale per ricevere gli illustri visitatori, gli spazzini trovavano là dentro i segni della presenza dei poveri. Si udivano perfino le loro risatone e i loro discorsi; discorsi di gente contenta, realizzata, che non si interessava né delle pitture né dell'arte, e che per entrare non pagava niente; risatone di gente che si sentiva bene in casa sua, in quella casa che ricominciava ad essere la «casa del popolo».
La notizia arrivò all'orecchio dei due studiosi. Uno di loro si adirò, l'altro tacque. Il primo gridò: «Ma quando mai si è vista tanta ignoranza! Finiranno col profanare e rovinare la nostra casa! Dove va a finire tutto il nostro lavoro? Lo studio di tanti anni andrà dunque perduto?». Parlava come se il padrone della casa fosse lui!... L'altro rimbeccò: «La casa non è tua»! I due litigarono a causa del popolo.
Una notte, il secondo studioso si nascose in un angolo della casa. Vide il popolo che entrava senza domandare il permesso a nessuno e si metteva a parlare, a danzare, a giocare e tutti si sentivano a loro agio e si incontravano tra loro. Gli fece tanto piacere la loro allegria che si scordò delle ricchezze. Si entusiasmò tanto che entrò anche lui nel circolo dei poveri e si mise a danzare con loro. Danzò, giocò, conversò tutta la notte. Quanto tempo era che non faceva più simili cose! Mai si era sentito così felice di vivere!
Per lui, poi, la gioia era ancora maggiore, perché lui sapeva qual fosse il valore e la bellezza della casa. Aveva scoperto solo allora che tutto quello che lui aveva studiato era nato dal popolo, ed era nato affinché il popolo sentisse la gioia di vivere. Si accorse che erano queste le risposte alle domande che si era posto prima. Lo sbaglio stava nella porta laterale che aveva sviato il popolo dalla porta della strada, separando la strada dalla casa e la casa dalla strada; quella porta aveva reso la casa più scura, più triste, sconosciuta al popolo; aveva reso la strada un vicolo cieco, deserto e triste.
Anche lui, adesso, entrava dalla porta della strada. E così continuò a fare tutte le notti. Il popolo lo accoglieva e già incominciava a conoscerlo, perché il popolo non fa distinzione di persona tra quelli che si uniscono a lui. Anche lui era uno del popolo. Ogni volta che entrava dalla porta della strada, vedeva la ricchezza e la bellezza della casa sotto una luce che non aveva mai conosciuto fino ad allora; quella che veniva dalla strada. La gioia del popolo, la bellezza e la ricchezza della casa gli rivelavano quello che i libri non gli avevano insegnato mai.
Era come quando, sul finir del giorno, il sole che tramonta improvvisamente lancia i suoi raggi gratuiti, rosso-d'oro sul dorso maestoso di una montagna, bagnandola di luce smagliante. Tutto era cambiato per lui, anche se tutto continuava come prima. Niente era cambiato. Ma da quel giorno studiava i suoi libri con occhi nuovi e vi scopriva cose che il suo collega non si sognava neppure.
Stava in mezzo al popolo, partecipava alla sua allegria, via via che gli se ne offriva l'opportunità. Parlava col popolo delle ricchezze della casa, viste alla luce che veniva dalla strada e dalla gioia del popolo. La sua voce non era pesante e non umiliava nessuno. Non faceva azzittire la gente col peso della scienza e del sapere. Educava il popolo, tra la gioia di tutti e faceva crescere in tutti il gusto di vivere.
Era l'anno 1972.

6. LA CIVETTA IN AUTOSTRADA [6]

Non gli era mai successo di trovarsi solo, di notte, con il motore guasto in autostrada dove, di solito, la gente non si ferma. E perché dovrebbe fermarsi? Ci sono apposta le colonnine di SOS. Non è neanche omissione di soccorso, perché il soccorso c'è, ciascuno si arrangi a raggiungerlo con le sue gambe, se le ha buone; e se non le ha buone, si arrangi in altro modo fatti suoi; e se, come quella notte, piove, apra l'ombrello; e, se non ha l'ombrello, peggio per lui che l'ha dimenticato, un'altra volta se ne ricorderà.
Non gli era mai successo. Aveva visto altri in panne: qualche volta si era fermato, più spesso aveva tirato diritto, con la scusa del soccorso di Stato (o dell'Aci), augurando che la colonnina non fosse troppo lontana e che funzionasse.
Adesso che era capitato a lui, quell'augurio così poco costoso - se mai qualcuno, passando rapido, gliel'avesse fatto - gli pareva una beffa; e la colonnina, sotto la pioggia, la immaginava lontanissima. (E chissà se funzionava!)
Scese dall'auto e, riparandosi alla meglio con un impermeabile, cominciò a fare segni disperati.
Passò un alto dirigente e quasi si infastidì. Perché la gente doveva mettersi per strada col motore in disordine? Se uno viaggia con la macchina vecchia porti un meccanico con sé e non infastidisca il prossimo! Si prende apposta l'autostrada per far presto. Se si dovesse fare i soccorritori tanto varrebbe prendere le vie ordinarie; e si risparmierebbe pure il pedaggio. Pigiò l'acceleratore e si allontanò rapidamente.
Passò un ricco signore con una macchina riccamente accessoriata, dal radiotelefono al frigobar. Aveva anche l'autista, un accessorio in più che utilizzava nei viaggi brevi, più per rappresentanza e per prestigio che per necessità, perché di guidare era capace anche lui.
«Ci fermiamo?» domandò l'uomo al volante.
«Figurarsi! Con tutti i drogati, emigrati, zingari, delinquenti che ci sono in giro... Tira, tira diritto!»
E l'autista diritto tirò.
Passò un politico e fece subito il suo calcolo. Fermarsi, un uomo importante come lui, certo era bello e forse gli avrebbe fruttato qualche voto. Però era atteso ad una cerimonia e arrivare in ritardo era brutto e gli sarebbe costato più voti di quanti lì avrebbe potuto guadagnare. Affare in perdita: non conveniva.
Passò un prete. Si fece un rapido ripasso della morale e del Vangelo; e, sì, stando a quello che c'era scritto, avrebbe proprio dovuto fermarsi. Ma pensò ai suoi fedeli che l'aspettavano in chiesa... Non conveniva farli attendere; e le riflessioni sulla carità le riservò per l'omelia che avrebbe fatto di li a poco, puntualmente.
Le macchine continuavano a passare, la pioggia seguitava a cadere, l'uomo seguitava a fare gesti inutili. E gli montò dentro una gran collera. Possibile che neanche un cane, un gatto o nessun altro si fermasse? Già la gente aveva altro da fare e da pensare.
Proveniva da Roma, aveva costeggiato piazza del Popolo piena di scalmanati bianchi, neri, gialli, rossi e di tutti i colori: insieme là a gridare e a cantare, a sprecare tempo per difendere quegli scalzacani di immigrati che venivano qui, a rubare pane e lavoro; come se l'Italia fosse un istituto di beneficenza e non avesse abbastanza problemi per suo conto, da doversi inguaiare con i problemi degli altri...
Le macchine seguitavano a passare, la pioggia seguitava a cadere; e neanche un cane che si fermasse: un cane, un gatto, un animale qualsiasi... Quasi evocato dalla sua esasperazione, da un albero calò, amichevole, il chiu-chiu della civetta.
L'uomo sibilò una bestemmia che solcò il cielo a razzo, diretta verso Dio che non c'entrava niente per ricadere sulla bestia che non c'entrava niente neanche lei. Subito dopo, abbassando il tiro, da Dio nell'alto dei cieli, all'animale nell'alto dell'albero, bofonchiò:
«Uccellaccio del malaugurio!»
Aveva appena emesso l'imprecazione che si fermò un'auto. Era una macchina scalcagnata; e ne discese un uomo malvestito e con un viso nero che, nella notte, quasi non si vedeva.
«Posso aiutare?» e, nel suo italiano un po' stentato, lo invitò a salire, scusandosi per la povertà del mezzo. «E un'auto rimediata. Di solito, noi immigrati facciamo l'autostop» disse, scherzando bonariamente sulla propria miseria.
Lo portò alla colonnina di soccorso, che funzionava! Lo riportò alla macchina in avaria, in attesa del carro-attrezzi.
Dall'albero, amichevole, ricantò la civetta: «Chiuchiu». L'uomo nero guardò in alto (e si videro, nel nero della notte e della pelle, i denti bianchi del sorriso) .
«Buona bestia» esclamò. «Buona bestia. Porta bene!».

7. LA LOTTA DI GIACOBBE [7]

Giacobbe ha dovuto lavorare per lungo tempo dal suocero Labano, lontano dalla propria patria. Egli ha ricevuto per mogli le due figlie del suocero Labano. Quando giunse il momento ed ebbe finito il suo servizio da Labano, prese le proprie mogli e i figli e se ne andò via dal suocero Labano verso la sua patria, la Palestina. Portò con sé, sotto la guida dei suoi servi, tutte le mandrie di bovini e di cammelli, di asini, di pecore e di capre che aveva guadagnato presso il suocero Labano, con il lavoro di molti anni. Naturalmente portò con sé anche molti bagagli e tende in cui si poteva passare la notte, anche le serve che dovevano servire le sue mogli e i figli. Giacobbe era un nomade. Era un pastore che con il suo bestiame si spostava qui e là sempre alla ricerca di prati erbosi e di luoghi dove c'era dell'acqua per abbeverare il bestiame. Un uomo come questo si chiama "nomade".
Giacobbe quindi andava errando per il deserto con i suoi greggi, con le sue mogli e i suoi figli, finché giunse ai confini della regione in cui abita il fratello Esaù e dove lui stesso è nato. Tra i due fratelli c'è inimicizia. In effetti, Giacobbe ha sottratto ad Esaù il suo diritto di primogenitura e la benedizione che il primogenito riceveva. Esaù è stato ingannato da Giacobbe. Esaù non lo ha dimenticato. Egli è probabilmente un nemico di Giacobbe. Che cosa può fare Giacobbe? Vorrebbe rappacificare suo fratello.
Egli sa, poiché ha mandato avanti i suoi servi che lo dovevano appurare, egli sa che Esaù gli viene incontro. Allora gli viene un'idea. Prende una gran quantità del suo bestiame e lo manda incontro ad Esaù. Insieme ci sono anche i servi che trasportano il bestiame. I servi devono dirgli, ad Esaù, qualcosa. Essi debbono dire: "Questo ti manda il tuo servo Giacobbe. Questo ti porta come regalo. Egli vuole la pace con te. Vuole che tu gli perdoni. Egli non vuole il conflitto con te!"
Adesso vi devo però raccontare per prima cosa dove si è accampato esattamente Giacobbe nel momento in cui manda incontro ad Esaù i servi e il bestiame. Giacobbe ha attraversato le montagne e dai monti è sceso in una valle profonda. In questa valle c'è un fiume, e il fiume si chiama "Jabbok". Giacobbe è arrivato a questo fiume, a sinistra e a destra ci sono rocce e montagne, ed è difficile attraversare il fiume. Il capo di un gruppo di nomadi - e Giacobbe è appunto un nomade, è uno sceicco di nomadi - deve sapere dove attraversare il fiume. Egli deve trovare un guado, attraverso cui possano passare uomini e animali per raggiungere l'altra riva del fiume. Giacobbe trova il guado per attraversare lo Jabbok. Egli conosce il posto dove il fiume è così poco profondo da poter essere attraversato senza pericolo dalle mogli e dai figli, dai servi e dalle serve, dalle mucche, dai cammelli, dagli asini, dalle pecore e capre. Alla sera arriva al guado e tutti si coricano a terra per dormire. Però nel mezzo della notte vengono svegliati da Giacobbe: "Alzatevi! Dovete attraversare il guado! Adesso subito dovete attraversare! Ancora nella notte dovete attraversare. Guardate come risplende la luna. Noi vediamo abbastanza". L'una dopo l'altra, attraverso il guado, Giacobbe porta dall'altra parte del fiume tutte le sue cose: gli animali, i servi, le serve, le mogli e i figli. La luna risplende e permette a Giacobbe, agli altri uomini e agli animali di vedere il fiume e la via per attraversare il fiume. Giacobbe fa accampare sull'altra riva del fiume le mogli e i figli, il bestiame, i servi e le serve; egli stesso però ritorna ancora indietro dalla parte del fiume, dove era arrivato la sera precedente. Le sue mogli e i figli sono già nella parte della sua patria. Giacobbe è andato ancora una volta nella parte dove per così lungo tempo ha dovuto vivere, lontano dalla propria patria. E' buio, si può vedere nel chiarore della luna l'acqua e le rocce, e sopra di esse le montagne.
A questo punto succede qualcosa. Dall'oscurità spunta fuori qualcuno e si avvicina a Giacobbe. Chi mai può raggirarsi nella notte lungo il fiume Jabbok? Qualcuno si avvicina a lui, lo afferra e incomincia a lottare con lui, lo afferra e cerca di buttarlo a terra. Uno incomincia una lotta con Giacobbe - una lotta di cui Giacobbe non sa se l'altro forse lo vuole ammazzare. Quel tale che lotta con me, vuole forse la mia vita? Costui vuole uccidermi? Giacobbe si difende! Giacobbe combatte con tutte le sue forze. Egli afferra l'altro, cerca anche lui di farlo cadere, di buttarlo giù, di respingerlo. Ma i due non riescono a sganciarsi. Essi lottano e lottano. A questo punto incomincia a spuntare giorno. Si vede come in Oriente il cielo si va gradualmente illuminando e si tinge di rosso. Giacobbe riceve un forte colpo all'anca. Questo colpo è così forte che l'anca si sloga. Egli a stento può continuare a lottare. Ma egli si aggrappa all'altro. A questo punto l'altro comincia a parlare. L'altro grida: "Lasciami libero, si fa giorno! Il cielo si tinge già di rosso!" Ma Giacobbe replica: "Non ti lascio fino a quando tu non mi darai la tua benedizione!".
Sa Giacobbe con chi egli sta lottando? Conosce Giacobbe chi lo ha assalito nella notte? E che adesso all'aurora vuole andare via? L'altro dice a Giacobbe: "Come ti chiami?" Giacobbe risponde "Mi chiamo Giacobbe". L'altro gli dice: "Da questo momento non ti chiamerai più Giacobbe. Tu ricevi un nuovo nome. Tu da ora in poi ti chiamerai "Israele". "Israele" in italiano significa "colui che lotta con Dio". L'altro dice: "Tu hai lottato con Dio e non sei stato sconfitto, bensì hai vinto tu nella lotta con Dio". Adesso anche Giacobbe chiede all'altro: "Ma allora tu, come ti chiami?". Ma l'altro dice: "Perché mi chiedi questo? Non chiedermi come mi chiamo". L'altro però lo benedisse. L'altro lo lasciò libero. Egli adesso non combatte più con lui. E appena ha benedetto Giacobbe, è già scomparso. Allora Giacobbe dà un nome al posto in cui l'altro aveva lottato con lui, al posto in cui l'altro gli aveva dato il nuovo nome "Israele" (colui che lotta con Dio), al posto in cui l'altro lo aveva benedetto. Egli chiama il posto "Penuel", che significa in italiano "volto di Dio". "Poiché", dice Giacobbe, "poiché io ho visto Dio faccia a faccia e sono comunque rimasto in vita". E adesso, con la luce del mattino, Giacobbe si avvicina al fiume, al guado che permette di raggiungere l'altra riva. Egli attraversa il guado, e nel momento in cui è in mezzo all'acqua, sorge il sole e splende sul guado. Ma Giacobbe zoppica, l'altro infatti lo ha colpito all'anca in modo che l'anca si è slogata. Zoppicando sale sull'altra riva e arriva dalle sue mogli e dai suoi figli e dai suoi greggi. E che Giacobbe zoppicò nel momento in cui, al mattino, attraversò il guado, non se ne sono dimenticati. Lo hanno raccontato ad altri. Poiché tutto questo è accaduto nel luogo "Penuel". "Penuel" lo ha chiamato Giacobbe: "Volto di Dio".

PER UNA LETTURA CRITICA DEI RACCONTI PROPOSTI

I diversi racconti, proposti nella rassegna, rappresentano una interessante tipologia di possibilità narrative, sulla cui falsariga ciascuno può costruire le sue storie.
Alcuni dei racconti della nostra rassegna sono tratti quasi letteralmente dalle pagine del Vangelo o, più in generale, dalla Scrittura. Per comunicare qualche dato di fede, sappiamo di dover fare riferimento diretto a documenti biblici. Il richiamo avviene in una modalità narrativa originale: non ci si rifà al testo ufficiale, cercando al massimo una bella traduzione in lingua corrente. Il testo viene narrato, in una ricostruzione che "aggiunge" elementi che, a rigore di logica, non fanno parte del testo. Esprimono però qualcosa che proviene largamente dalla "sapienza" evangelica e che, inserito narrativamente nel racconto, ne mostra le implicanze impegnative.
Nella nostra rassegna ci sono due esempi, veramente belli: La pecorella smarrita di De Mello e I piedi di Bartolomeo di Bello.
Il testo di De Mello riproduce, quasi letteralmente, la nota parabola evangelica. A sorpresa, l'autore inserisce una conclusione che non fa assolutamente parte del testo ufficiale. Esprime però qualcosa che ha un intenso sapore evangelico: fa pensare a tante altre parabole, ma, soprattutto, fa scoprire l'atteggiamento di Dio verso i peccatori, che Gesù ha testimoniato. Raccontata così, la parabola coinvolge e chiede di verificare fino a che punto riusciamo a condividere questo modo di fare.
Il testo di Mons. Bello va molto più avanti. Una lettura superficiale potrebbe lasciare l'impressione che il richiamo al documento evangelico sia solo un'occasione, per dire le cose che l'autore vuole comunicare... Meditando con più calma il testo, ci si accorge di un respiro ben diverso. Il racconto cattura presto il lettore: si ritrova pieno dei toni del vangelo. Ne riscopre pagine note. Lo sente raccontato nel vivo della sua quotidiana esperienza.
Ci sono altri modelli narrativi a sfondo evangelico (o biblico): La civetta in autostrada della Zarri e La lotta di Giacobbe di Stachel. Sono diversi tra loro e diversi dai due appena ricordati: confermano in quanti modi si può fare narrazione a partire dai documenti biblici.
Il testo della Zarri propone una parabola del Vangelo a cui sono stati "sostituiti" i personaggi con altri più attuali. Non si tratta solo di cambiare abito ai protagonisti della parabola. L'aggiornamento serve soprattutto a mostrare il contributo del testo evangelico alla soluzione di problemi della nostra vita quotidiana, apparentemente estranei alle preoccupazioni dell'evangelista. Innegabilmente un modo di fare come questo dà respiro narrativo speciale al documento della fede: lo rende particolarmente avvincente e ne amplifica la carica di autocoinvolgimento. Un minimo di mestiere biblico mette in guardia dal rischio delle strumentalizzazioni troppo facili. Non possiamo catturare il vangelo per darci ragione né lo possiamo ridurre dentro una sola situazione. Esso le attraversa tutte e inquieta tutte le soluzioni che possiamo progettare.
Quello di Stachel è invece la riproduzione di un testo scritturistico con la semplice aggiunta di particolari narrativi, assenti nel testo richiamato, molto più scarno. Questi particolari sono finalizzati a dare un colorito epico al testo stesso. L'operazione è interessante per continuare la struttura narrativa con cui sono stati costruiti questi racconti. Non è assente, però, il rischio di aggiungere informazioni inutili o, peggio, svianti rispetto all'essenzialità evocativa del documento.
La nostra rassegna propone altri modelli, ugualmente preziosi per dire dal concreto cosa è narrazione. Essi apparentemente non hanno nessun richiamo esplicito a testi della Scrittura. Basta poco però a costatare fino a che punto sono percorsi di sapienza evangelica e, per questo messaggio, possono diventare utile nella evangelizzazione. Il tono di questi racconti varia molto sulla misura concreta dei destinatari: si va dalla favola, destinata soprattutto ai più piccoli, alla parabola, all'apologo o alla metafora, interessante anche per i giovani e gli adulti.
Dom e Nike di Simon e Il ghiacciolo curioso di Ferrero sono una specie di favola. Fatti e personaggi sono chiaramente inventati. La trama non solo risulta abbastanza verosimile; soprattutto è una eco, non da troppo lontana, di pagine e documenti della nostra fede. Questi racconti, narrati con una vena poetica che li rende particolarmente avvincenti, comunicano un messaggio. Il messaggio evocato risuona con molte sfumature, che altrimenti richiederebbero lunghe spiegazioni e agguerrite distinzioni.
La parabola della porta di Mesters e i diversi testi sapienziali citati da Lanza sono soprattutto riedizioni attuali dei modelli "a parabola" del Vangelo. Propongono un messaggio come fanno quelle della Scrittura, inventando situazioni un po' paradossali o riproducendo frammenti di un vissuto quotidiano. In questi casi, il riferimento alla fede non è dato dagli eventi narrati ma dal messaggio evocato in queste parabole moderne.


NOTE

[1] BELLO A., Dalla testa ai piedi, Luce e vita, Molfetta 1989 - trascrizione dalla cassetta registrata.
[2] SIMON S., Il racconto. Valore pedagogico e valenza educativa, in CRAVOTTA G. (ed.), Catechesi narrativa, Dehoniane, Napoli 1985, 123-136.
[3] FERRERO B., Tutte storie. Per la catechesi, le omelie e la scuola di religione, LDC, Leumann 1989.
[4] DE MELLO A., Il canto degli uccelli. Frammenti di saggezza nelle grandi religioni, Paoline, Milano 1986.
[5] MESTERS C., Dio, dove sei? Bibbia e liberazione umana, Queriniana, Brescia 1972.
[6] ZARRI A., Apologario. Le favole di Samarcanda, Camunia, Milano 1990.
[7] STACHEL G., Per la prassi del racconto e della narrazione libera della Bibbia, relazione tenuta alla Università Pontificia Salesiana il 25 maggio 1991. Pro-manoscritto.

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