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Un sogno sulla pastorale giovanile


Riccardo Tonelli

(NPG 1992-01-27)


Devo dire subito il senso di queste riflessioni. Lette fuori dall'orizzonte in cui sono state pensate, possono facilmente apparire molto più pregiudicate da limiti oggettivi di quello che realmente lo siano.
Non ho nessuna intenzione di suggerire un progetto globale di pastorale giovanile. L'ho già fatto personalmente in altri contesti e ci sono ormai molte pubblicazioni serie che lo tentano in ambiti e con logiche diverse. Non vale davvero la spesa di annoiare il lettore con nuove sintesi.
Nemmeno ho la pretesa di azzardare previsioni verso il futuro. Abbiamo troppi problemi nel presente per cercare rilanci in avanti.
Propongo invece solo un mio sogno sulla pastorale giovanile: chi dedica le giornate e gli anni a pensare a problemi e progetti di pastorale giovanile, ogni tanto se li sogna anche di notte. Può valere per l'oggi e, forse, per un domani non troppo lontano.
Come capita in ogni sogno, gli elementi si confondono e le prospettive sono sovrapposte. Si intrecciano indicazioni già realizzate, di immediata costatazione, e punti che sono molto lontani dall'essere realtà.
Questo è il bello dei sogni: non è detto che sia tutto esatto, corretto e adeguato; ma lo si sopporta... tanto è solo un sogno. C'è però il rischio felice che, presto o tardi, qualcosa del sogno si traduca in vissuto quotidiano... se abbiamo il coraggio di desiderarlo intensamente e se ci buttiamo nell'avventura sognata con speranza operosa.
Male che vada, il sogno consola sempre: sarebbe davvero triste farsi rubare anche la possibilità di sognare, magari a colori.

A CONFRONTO CON PROBLEMI, QUELLI VERI

Ci mettiamo a pensare e a progettare, perché ci sentiamo inquietati da problemi a cui vogliamo trovare risposte adeguate.
Spesso i problemi che ci premono addosso sono problemi veri e reali.
Qualche volta, purtroppo, sono problemi falsi.
Possono essere falsi per differenti ragioni: o perché ce li siamo proprio inventati, forse per eccesso di zelo; o perché rappresentano qualcosa che non ha radici solide; o perché sono solo di una fetta di gente, alle prese con i propri problemi per non accorgersi di quelli gravissimi che attraversano l'esistenza dei più.
L'aggettivo "falsi" va preso quindi con beneficio d'inventario. Ma non può certo tranquillizzare.

Il criterio per stabilire quelli veri

Per stabilire quali sono i problemi "veri", nel mio sogno sulla pastorale giovanile, ho sentito il bisogno di misurarmi disponibilmente con il vangelo. Lo so che fanno così tutti... con risultati diversi. Lo tento anch'io, con la stessa consapevolezza di relatività.
Gesù si proclama per la vita (Gv 10, 10). In genere, non si preoccupa di precisarla con aggettivi, che possono avere sapore riduttivo. Quelli che usa sono "piena" e "abbondante". Ci suggerisce invece un criterio concreto: la vita, per tutti, sul ritmo della quotidianità.
Per individuare quali problemi sono veri e quali sono "falsi", il referente non può essere che "tutti". Non basta rifarsi a coloro che ci stanno, a coloro che ci preoccupano, a coloro che interpretiamo con quel po' di presunzione che nasce dall'amore. Tutti... è un dato serio: vuol dire la gente che vive nelle nostre città, che prende l'autobus al mattino, costretta a svegliarsi alle prime luci per riuscire a salire e arrivare a tempo al lavoro, che si affanna e spera, con mille progetti in testa.
La comunità ecclesiale italiana ha ricordato che, per misurarsi davvero con tutti, dobbiamo ripartire dal confronto con gli ultimi, i più poveri, quelli che stanno ai margini per mille e differenti ragioni.
A partire dagli ultimi e dalle loro inquietudini, molte prospettive cambiano. Sul mio tavolo, qualche giorno fa, c'era una rivista che dedicava venti pagine ad una questione teologica di formule, alla ricerca del verbo più ortodosso per tradurre il mistero; e c'erano i quotidiani del giorno, che raccontavano di stragi e violenze per la guerra tra Serbi e Croati... Ho sentito il contrasto stridente: dove erano i problemi, quelli veri?
I problemi nascono attorno alla vita. Ma di quale vita si tratta? Il vangelo ci riporta alla quotidianità: la vita è quella di tutti i giorni, dove la donna perde una moneta preziosa e la pecora scappa dall'ovile come il ragazzo, assetato di libertà e di avventura, dove la festa sta per finire per mancanza di vino o il ritorno verso casa si fa triste per il tormento della fame.
Nell'esistenza quotidiana il confronto tra morte e vita si fa serrato e gli opposti schieramenti si fronteggiano, come il grano cresce frammisto a zizzania.

Quali problemi

Immersi con amore lucido e disponibile nella mischia della vita quotidiana possiamo decifrare quali sono i problemi da cui lasciarci inquietare. Possiamo finalmente parlare una lingua che è quella che parlano tutti e raccogliere le sfide più drammatiche, quelle che attraversano il cuore di ogni persona che ama davvero la vita.
Nel mio sogno si è andata progressivamente delineando una risposta. Mi sono sfilati davanti i volti di tanti giovani. In primo piano c'erano i più poveri, di pane e di speranza, di cose necessarie e di ragioni per non temere la morte, quelli che di cose non ne avevano neppure a sufficienza e quelli che ne avevano troppe e morivano di noia. Gridavano finalmente così forte da sopraffare i canti devoti degli altri.
Ho cercato di restituire voce a gesti senza parole e a parole che sembravano quelle pronunciate ai piedi della torre di Babele. E ho costatato il cuore delle sfide, il problema, quello vero: siamo in una situazione di "emergenza" sulla vita.
Per molti diventa impresa impossibile "vivere" una vita, così come il Dio della storia l'ha progettata per gli uomini e le donne che chiama figli suoi.
Molti hanno superato l'emergenza sulla possibilità della vita. Ma si trovano alla ricerca, disperata o rassegnata, di una qualità che la renda vivibile.
Su tutti preme l'ombra della morte: quella quotidiana, che ci accompagna come un nemico invisibile e pervasivo, e quella violenta e conclusiva, che sembra bruciare ogni progetto. Non sappiamo più bene dove radicare la nostra speranza. Abbiamo troppe proposte; e appena ne prendiamo qualcuna per buona, ce la vediamo scoppiare tra le mani, come se la morte ci prendesse gusto a far esplodere i palloncini colorati che allietano la festa della vita. Siamo, un po' tutti, in emergenza sul senso della vita.

Ma noi dobbiamo annunciare il Signore Gesù!

Il mio sogno stava diventando inquieto e il fiato si faceva grosso e ansimante. Tra i volti, segnati dalla paura della morte, avevo visto anche il mio...
Poi ho incontrato un amico, solenne e impettito. Non aveva nessuna paura. Anzi si sentiva sicuro, perché caricato di responsabilità.
Mi ha detto: non preoccuparti di queste voci lamentose... anzi: meglio davvero così.
Noi dobbiamo annunciare con forza il Signore Gesù. Siamo fortunati... se la gente ha paura, viene meglio il nostro annuncio. Ci stanno ad ascoltare con più interesse e sono più disposti a darci ragione.
Mi ha spaventato. Ho pensato alla costatazione di Gesù: voi che siete buoni, se qualcuno vi chiede un pezzo di pane, non gli date di certo un sasso... e se vi chiede un pesce, non approfittate del buio per passargli uno scorpione. Se io gli do un sasso o uno scorpione, non sono "buono", non assomiglio di sicuro al Padre che sta nei cieli.
A chi è in situazione di emergenza sulla vita (sulla possibilità, sulla qualità, sul senso) non posso "dare" tranquillamente Gesù di Nazareth, come se nulla fosse. Farlo, magari con presuntuosa indifferenza, significa davvero assomigliare poco al Padre. Significa vivere e agire come se Dio non ci fosse: essere "atei" sul piano della prassi.
È importante annunciare il Dio di Gesù: è il nostro compito, la nostra gioia, il cuore del nostro servizio.
In un mondo minacciato come è il nostro, possiamo proclamare ancora la bella notizia della salvezza, restando nel concreto del quotidiano, dove si alza il grido della disperazione e della morte, o dobbiamo imparare a tacere, collocando magari la nostra speranza fuori dalla vita e dalla storia?
Non basta davvero riconoscere l'ipotesi migliore da perseguire.
Parliamo di Dio in parole d'uomo, come Dio stesso ha voluto fare per essere parola per l'uomo.
Quali possiamo assumere?
Troppo spesso abbiamo parlato di Dio dentro categorie antropologiche discriminanti e oppressive.
Dio assume così il volto del signorotto rinascimentale, tutto proteso a difendere i suoi diritti. Diventa lontano e impassibile, sprofondato nella sua gloria, insensibile al rumore della lotta e della morte. Svela la sua verità a pochi fortunati, affidando loro un potere discriminante sulle parole degli uomini. Si lascia commuovere solo dai sacrifici e dalle rinunce, fino ad accettare prezzi durissimi per accondiscendere benignamente. Si sbizzarrisce a giudicare e a punire, con lo stile bizzoso che tante volte i fatti lasciano intravedere.
Gesù ci rivela un volto di Dio molto diverso. Nella sua testimonianza, Dio è il Dio della vita, disposto a morire perché tutti abbiano vita, quella vera e abbondante che sognano. Si schiera dalla parte della vita, senza essere pregato. E fa passare da morte a vita, in una passione vittoriosa mai spenta.
Certo, resta un Dio misterioso e ineffabile, le cui parole ci giungono solo dentro le nostre parole umane. Non cerca la convergenza sulle parole e non discrimina i figli suoi sulle parole che essi pronunciano a suo nome.
Come dire Dio a tanti giovani, che cercano disperatamente ragioni per vivere e per sperare e che si trovano invece a contatto quotidiano con esperienze di morte?
Qui sta la sfida. Non è facile.
In un tempo di secolarizzazione montante risulta terribilmente stretto il rapporto tra domanda e risposta: chi cerca possibilità di vita, la vuole concretamente; chi cerca senso, lo vuole sperimentabile subito, magari dentro attese che non accetta di mettere in discussione.
Chi cerca felicità ha l'impressione che trattare con la croce di Gesù significhi rinunciare ai troppi desideri, infilarsi con le proprie mani un bastone tra le ruote.

UNA PROSPETTIVA

Non è facile farsi domande serie nel bel mezzo di un sogno. Che strano: mi sono invece affiorate, drammatiche e urgenti. A ripensarci, mi viene il dubbio di aver spalancato gli occhi... almeno per un momento.
Ma poi mi sono rimesso subito a sognare. Cercavo una risposta, coraggiosa e fedele, alle mie inquietudini. Il sogno... è proprio lo spazio ideale per immaginare prospettive.
Sono solo un sogno, con tutti i limiti del caso. Ma ci spero molto: ne potrebbe uscire una pastorale giovanile come quella che Puebla affida ai cristiani dell'America Latina: "La pastorale giovanile sarà una pastorale della gioia e della speranza, che trasmette il lieto messaggio della salvezza ad un mondo tanto spesso triste, oppresso e disperato, in cerca di liberazione" (L'evangelizzazione nel presente e nel futuro dell'America Latina, 1205).

Dalla parte della vita

In emergenza sulla vita l'evangelo del Signore può risuonare ancora come "buona notizia" (veramente come "evangelo", che significa appunto "buona notizia"), solo se si colloca nel cuore della vita quotidiana. Lì salgono drammatiche le sfide, perché è lì che la morte getta tutto in crisi, con il suo vento improvviso. Lì dobbiamo ritrovare ragioni di speranza.
Sarebbe strano cercare di rabbonire un assemblea, alle prese con un oratore noioso, assiepata in una stanza dove manca l'aria per respirare e seduta su poltrone scomodissime... con la promessa di un pranzo succulento "dopo".
I problemi vanno risolti contestualmente, per non scadere nella manipolazione: Gesù va annunciato "dentro" e "per" la vita quotidiana.
Certo, vita è una parola molto vaga. La usano tutti... e secondo comprensioni diverse e, qualche volta, persino contraddittorie. Spesso la crisi sulla vita sta proprio nell'utilizzazione sconsiderata del suo riferimento. Anche i mercanti di morte vendono i loro prodotti mortiferi nel nome seducente della vita.
Vita è però espressione di grande compagnia. Per questo la uso, nonostante i limiti evidenti. E non cerco subito chiarificazioni e distinzioni, con l'ansia di chi sembra avere una paura folle delle parole e le utilizza solo quando sono diventate terse, pulite da ogni scoria.
Mi fa piacere essere e pensare in compagnia con coloro che amano la vita e, come ha fatto Gesù di Nazareth, la vogliono piena e abbondante per tutti. Non voglio di sicuro andare d'accordo a tutti i costi, rinunciando a esigenze irrinunciabili e svuotando la forza di provocazione dell'evangelo.
Penso alla vita come a tutto ciò che permette all'uomo di "star bene": in tutte le dimensioni della sua esistenza (biologica, psichica, intellettuale, spirituale...) e in relazione a tutti gli uomini, incominciando da quelli che stanno meno bene degli altri, magari per colpa di qualcuno.
L'annuncio di Gesù si colloca qui dentro secondo modalità originalissime.

Nello Spirito di Gesù possediamo anche la morte

La comunità ecclesiale fa pastorale giovanile annunciando, con gioia e con coraggio, la morte e la resurrezione del Signore Gesù. Questo è il dato indiscutibile da cui parte ogni ricerca di rinnovamento. Non possiamo immaginare alternative, anche quando siamo premuti alle corde da mille altre preoccupazioni.
La questione è un'altra: come annunciare Gesù a chi ha imparato ad amare la sua vita, non è più disposto a rinunciarci, e si lascia profondamente inquietare dalla minaccia più grave che è appunto la morte?
Lo annunciamo per restituire un orizzonte di senso, insperato e provocante. Lo spazio in cui l'evangelo risuona come "buona notizia" è di conseguenza la ricerca di senso per l'esistenza, espressa dentro l'accoglienza e il possesso della propria vita. Lì Gesù ha qualcosa di originale da dire. Non sto affermando che questo sia il primo problema nella gerarchia dell'esistenza concreta di una persona. Chi è deprivato della possibilità fisica di vita, non ha questioni sul senso, ma sull'esistenza. A lui non basta trovare un perché alla vita; ha il diritto di essere restituito alla possibilità di vita.
Questo è un impegno e una responsabilità comune ad ogni uomo appassionato per la vita. Su questo terreno comune, però, la fede in Gesù Cristo e l'impegno di evangelizzazione hanno un loro ambito specifico.
Annunciamo una persona che è salvezza per tutti: per coloro che sono inquietati sul senso, dopo aver raggiunto la possibilità di una vita a misura d'uomo, e per coloro che invece annaspano ancora tra le onde della morte, perché non basta certamente la soluzione dei problemi strutturali per rassicurarci sulla consistenza della speranza. Lo conferma la lezione di questi ultimi anni di fervore politico.

Due esigenze
In questa prospettiva, l'evangelizzazione esplode come buona notizia solo se è collocata all'incrocio di due preoccupazioni.
Da una parte, è viva e inquietante la ricerca di ragioni per vivere e per sperare. Impariamo a vivere a braccia alzate, nella trepida ricerca di due braccia robuste, capaci di afferrare la nostra fame di vita e di felicità. L'evangelizzatore incoraggia e sollecita questo atteggiamento esistenziale di fondo. Lo sostiene con i giovani che lo stanno spontaneamente sperimentando; lo scatena in quelli che hanno rimosso ogni confronto con la morte, da buoni figli di questa nostra cultura, e non si pongono più alcun problema di senso.
Dall'altra, ripensa all'evangelo per ritrovare una capacità nuova di porsi, nel nome di Gesù, come offerta di un senso insperato ed accogliente.
Il primo compito è facile: l'emergenza sul senso della vita rappresenta uno dei problemi più drammatici, in questa nostra stagione culturale. Basta muoversi su questo orizzonte per raccoglierne tutta la sfida.
Il secondo è molto più impegnativo. Una lunga tradizione teologica e pastorale sembra stranamente spingere in direzioni diverse.

Un annuncio di vita e di speranza
Conosco gente che ha provato a ripensare l'annuncio di Gesù da questa preoccupazione. L'ho tentato anch'io con questi amici, per sperimentare prima di suggerire.
Ho scoperto la dolce compagnia di Paolo di Tarso, alle prese con gli stessi interrogativi, quando è riuscito a rileggere con un occhio disincantato il suo passato e ha incominciato a guardare al nuovo di Gesù. Con lui possiamo ripensare l'annuncio di Gesù.
Il capitolo 7 e 8 della Lettera ai Romani propone un modello affascinante di una "buona notizia" collocata al centro della vita: va dall'esperienza di morte all'incontro sconvolgente con il Signore della vita. Mi sembra una sintesi formidabile di quei "contenuti" che andiamo cercando e la proposta di una prospettiva da cui riscrivere l'insieme della esistenza cristiana.
Nel cap. 7 Paolo parla della sua paura di fronte alla morte. Lo fa in modo serio, andando alla radice dell'esperienza.
Fariseo, zelante e impegnato, si fidava ciecamente della legge. Ma si è trovato presto deluso. Confrontato con esigenze impegnative, Paolo costata la sua fragilità. Ne ha paura, perché s'accorge quanto questa incoerenza sia radicata in lui. Fa ormai parte del suo vivere: ci vede chiaro di fronte agli obblighi della legge, ce la mette tutta per osservarli fedelmente; e si trova a fare i conti continuamente con i suoi tradimenti. "Io sono un essere debole, schiavo del peccato. Non riesco nemmeno a capire quello che faccio: quello che voglio non lo faccio, faccio invece quello che odio" (Rom 7, 15).
L'esperienza di Paolo è molto vicina a quella che facciamo tutti i giorni anche noi. La legge non produce vita; non ha mai salvato nessuno. Serve solo ad inchiodare la persona al proprio peccato; è fatta per scoprire quante volte non la osserviamo correttamente. Dice ancora Paolo, con molta amarezza, "Quando venne il comandamento, il peccato prese vita, e io morii. E così la legge che doveva condurmi alla vita, nel mio caso invece mi ha condotto alla morte" (Rom 7, 9-10).
Il baratro della morte gli si spalanca davanti, come esito del suo peccato. Ha paura. E grida disperato: "Me infelice! La mia condizione di uomo peccatore mi trascina verso la morte: chi mi libererà?" (Rom 7, 24).
Dal profondo della sua angoscia, riscopre Gesù, il suo Signore e Salvatore: "Rendo grazie a Dio che mi libera per mezzo di Gesù Cristo, Signore nostro" (Rom 7, 25).
Rimedita il dono grande e insperato della sua presenza. Una novità radicale è entrata nella nostra storia: "Siamo morti nei confronti della legge che ci teneva in suo potere: non siamo più al suo servizio. Per questo, non serviamo più Dio secondo il vecchio sistema che era fondato sulla legge scritta, ma lo serviamo in modo nuovo, guidati dallo Spirito" (Rom 7, 6).
Il cap. 8 è un inno, entusiasta e sorpreso, alla potenza di Dio che ci fa "creature nuove" in Gesù.
Paolo dice forte la sua esperienza: abbiamo vinto la morte. Non possiamo più avere paura. Essa resta, inesorabile come un nemico in agguato. Ma ormai ha le armi spuntate: è un nemico vinto e legato. La vita può essere vissuta in piena fiducia.
La ragione è il dono dello Spirito di Gesù: "la legge dello Spirito che dà la vita, per mezzo di Cristo Gesù, mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte" (Rom 8, 2). Viviamo nello Spirito di Dio. Egli è la sorgente della vita; è la forza che ci fa riconoscere Dio come Padre; è quel frammento della vita stessa di Dio, che ci fa diventare pienamente figli suoi, come lo è Gesù di Nazareth.
L'evangelo di Gesù risuona come una gran bella notizia: nello Spirito che ci è stato donato abbiamo vinto la morte e la vita ritrova un senso che nessun vento di tempesta riesce più a far crollare.

Verso una qualità nuova di vita

In una società in cui si intrecciano modelli culturali disparati, lo scontro avverrà sempre di più sulla qualità della vita. Se accettiamo, come stiamo tristemente facendo, la logica dell'egoismo, personale o collettivo, noi, la gente che, tutto sommato, ha risolto ogni problema di possibilità di vita, allargheremo sempre di più la cerchia di coloro a cui questa possibilità è violentemente sottratta. Con il rischio, tutt'altro che remoto, di vederceli premere davanti alle porte di casa.
L'annuncio di Gesù restituisce senso all'esistenza, sollecitando a decentrare la nostra attenzione concreta verso l'altro-di-bisogno. Si trasforma così immediatamente nella proposta di una qualità nuova di esistenza.
Alla domanda: "chi è nella vita?", il vangelo di Gesù risponde: "chi la perde per amore della vita". Qui si misura e si verifica.
Ho sognato che finalmente nella comunità ecclesiale ci ritroviamo tutti disposti a scommettere così. L'ho sognato, con un pizzico di presunzione, facendomi provocare da qualcuno dei punti su cui si disegna una qualità nuova di esistenza: l'atteggiamento di fronte alla legge, alle cose e alle persone.

Di fronte alla legge
Ho sognato un atteggiamento nuovo di fronte alla legge.
Purtroppo è vero: siamo in una stagione di larga soggettivizzazione. Va recuperato un senso maggiore di legalità: da quelle leggi solenni, che dicano la qualità del rapporto con Dio, a quelle che ci siamo dati per regolare, in termini umani, il nostro rapporto reciproco.
Stiamo rompendoci la testa per immaginare vie praticabili. Qualcuno predica le maniere forti; qualche altro ricorrere a vecchie o nuove minacce. Non manca chi accusa il silenzio: se ridicessimo a voce spiegata le leggi, facendole magari imparare a memoria..., le cose cambierebbero.
Nel mio sogno ho intravisto altre direzioni.
La Legge è una sola: dare vita dove c'è morte, perdendo la propria perché tutti possiamo averne piena e abbondante.
Questo va gridato come esito della scelta di vita che porta a confessare che solo Gesù è il Signore. Le altre leggi - tutte, anche se a livelli diversi - sono importanti. Spesso rappresentano la via obbligata per far nascere vita. Qualche volta le esigenze della vita sono tali da costringerci alla libertà della trasgressione. Sempre, sono così urgenti da sollecitare a trapassare l'osservanza della legge: fino, veramente, a dare la vita.
È una scommessa: teologica e educativa nello stesso tempo. Come tutte le scommesse, la verifica sfugge; è collocata "dopo".

Di fronte alle cose
Ho sognato un rapporto con le cose molto diverso da quello ricorrente.
Siamo abituati a cercarle con affanno e siamo inquietati dalla voglia di possederne tante, nuove, seducenti.
Ci stanno dicendo che siamo vivi sulla misura delle cose di cui possiamo fare sfoggio.
Non mi convince l'idea che la malattia riguarda gli altri. "A fin di bene" ne soffriamo anche noi, "i figli della luce".
Il vangelo chiede un atteggiamento radicalmente opposto: il distacco.
Il distacco non è l'atteggiamento manicheo di chi disprezza tutto per un principio superiore. Distacco vuol dire invece consapevolezza crescente di una solidarietà che diventa responsabilità. Le cose sono per la vita di tutti. E tutti hanno il diritto di goderne, soprattutto hanno questo diritto coloro a cui sono sottratte più violentemente e ingiustamente.
Il povero è la ragione del mio distacco. Mi privo delle cose, giorno dopo giorno, proprio mentre le possiedo gioiosamente, per permettere ad altri di goderne un po'.
L'esito è strano e assurdo nella logica in cui siamo abituati a lavorare: condividendo, tutti abbiamo tutto a sazietà. La parabola della moltiplicazione dei pani lo insegna senza mezzi termini: solo condividendo i pochi pani che qualcuno previdente aveva portato con sé, tutti si sono tolti la fame e ne sono rimaste sette sporte traboccanti (Lc 9, 12-16).

Il servizio alle persone
Ho sognato un cristiano che sa porsi in un servizio così disinteressato verso le persone, da anticipare quotidianamente quel distacco violento dagli amici a cui la morte ci condanna.
Purtroppo è facile costatarlo: la morte ci strappa dalle persone, con cui abbiamo condiviso un piccolo frammento di tempo, tanta passione ed esperienze originalissime di amore. Non le possiamo portare con noi, nonostante l'affetto intenso che ci lega. Le dobbiamo abbandonare alla loro solitudine e al loro dolore.
Lo sappiamo e ne soffriamo. Parliamo tanto di amore, di solidarietà, dell'ebbrezza dello stare in compagnia. E poi... all'improvviso la luce di spegne: per noi e per gli altri.
Ma non è tutto solo così.
Ci sono amici che sentiamo vivi in mezzo a noi perché ci siamo amati intensamente e perché la loro esistenza ha costruito la nostra. Quando la morte ce li strappa dal contatto fisico, resta il ricordo intenso della loro presenza. Li pensiamo con nostalgia, li avvertiamo ancora vicini perché la loro esistenza è stata un dono impagabile per la nostra vita.
Ci hanno amato e hanno servito la nostra crescita nella libertà e nella responsabilità. Hanno generato in noi una qualità nuova di esistenza.
Molto diverso è il rapporto con persone di cui abbiamo un ricordo triste. Si arriva persino a dire: per fortuna, non ci sono più; ci hanno succhiato il sangue e ci hanno amareggiato l'esistenza... ma anche per loro la festa è finita. La loro partenza è salutata come una grande liberazione.
Ho suggerito due situazioni opposte.
Il distacco non spegne il ricordo e non brucia la capacità di generare ancora ragioni per vivere, solo se, nell'avventura con gli altri, ho saputo costruire amore e libertà, servendo spassionatamente la loro gioia di vivere, la loro capacità di sperare, la responsabilità di crescere come protagonisti della storia personale e collettiva.
Quando la mia presenza si fa ossessiva, quando cerco a tutti i costi di dominare la mano che mi chiedi un aiuto, quando faccio prevalere il mio interesse su quello degli amici... non vivo nel distacco. Cerco di afferrare qualcosa che poi la morte mi strapperà violentemente. Resterò così senza quello che ho cercato di possedere e la mia partenza sarà accolta come una liberazione.
Quando invece mi perdo nell'amore che si fa servizio, fino alla disponibilità a "dare la vita perché tutti ne abbiano in abbondanza", anticipo nel quotidiano quel distacco a cui la morte mi costringerà, presto o tardi. Il mio ricordo "resta", forte come l'amore.

Impegnati a dare a tutti la possibilità di essere "pieni" di vita

Ho messo al centro l'annuncio del Signore Gesù, come qualità originale del servizio della comunità ecclesiale.
L'annuncio non è però un vuoto gioco di parole, verificato sui parametri della congruenza formale tra soggetto e predicato. I fatti sono la prima e più eloquente parola. Le parole della verità interpretano i fatti.
Ha fatto così Gesù di Nazareth.
Quando i discepoli di Giovanni gli hanno chiesto le credenziali, per rassicurare la fede del loro maestro, condannato a morte dalla tracotante malvagità di Erode, Gesù risponde senza mezzi termini: "Andate a raccontare quel che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono risanati, i sordi odono, i morti risorgono e la salvezza viene annunciata ai poveri. Beato chi non perderà la fede in me" (Mt 11, 2-6).
Per parlare di sé, Gesù parla della sua causa e dei fatti che sta compiendo per realizzarla. Ed è un impegno tutto sbilanciato dalla parte della promozione della vita. Qui dentro nasce una autentica esperienza di fede: "beato chi non perderà la fede in me", ricorda Gesù.
In questo modo, Gesù ha rivelato chi è Dio e quale era la sua missione. Ha dato un contenuto preciso alla sua "causa": riconoscere la sovranità di Dio su ogni uomo e su tutta la storia, fino a confessare che solo in Dio è possibile possedere vita e felicità. Questo Dio, però, di cui ha proclamato la signoria assoluta, non è il Dio dei morti, ma dei vivi. È il Signore della vita. Fa della vita e della felicità dell'uomo la sua "gloria".
Nel mio sogno mi è sembrato possibile superare le lunghe discussioni su cosa c'è prima e cosa viene dopo, sull'attenzione da riservare all'educativo nell'educazione alla fede e sulle lunghe questioni relative ai compiti. Hanno distratto ormai troppo la nostra azione pastorale.
Mi è sembrato possibile semplificare le cose: forse perché il mio era soltanto un sogno.
La comunità ecclesiale annuncia Gesù di Nazareth con forza e con coraggio, facendo camminare gli zoppi e restituendo la vista ai ciechi. Essa fa un annuncio, che è di senso e di speranza contro la morte. Le parole che dice sono la vita che torna nelle gambe rattrappite del povero paralitico e negli occhi spenti del cieco dalla nascita.
Essa dice che Gesù è il Signore e non c'è altro nome in cui essere pieni di vita, restituendo la possibilità di essere nella vita a tutti coloro che ne sono stati deprivati.
Lo fa con tanta competenza e serietà, perché si riconosce "serva" di esigenze impegnative come sono quelle della vita, da essere sollecitata a concretizzare e differenziare il suo servizio.
Per questo chiama per nome le diverse situazioni di morte contro cui intende lottare e cerca uno stile di presenza, diversificato in rapporto a queste concrete situazioni.
Lo so che a questo punto il mio sogno corre troppo e finisce ai confini dell'impossibile, se ci misuriamo con quello che sta capitando ancora in tante comunità ecclesiali: genericismo, moralismo, il tentativo di fare di ogni erba un fascio, la vecchia pretesa di dividere i compiti e le competenze... Ma non tutto è così. Chi si guarda d'attorno con sguardo raffinato, incontra mille segnali di un futuro che sta già diventando esperienza nell'oggi.
Nel lavoro pastorale con i giovani vanno individuate le differenti ragioni per cui uno zoppica o ci vede poco, per cercare una terapia personalizzata. E vanno analizzate le cause strutturali che minacciano la possibilità di vita piena, per intervenire adeguatamente, con un gesto proporzionato all'emergenza.

CONCLUSIONE

L'avevo detto in apertura. Non ho nessuna intenzione di tracciare in termini di programmazione una mappa dei compiti che spettano alla pastorale giovanile.
Ci vuol ben altra competenza e autorevolezza per farlo. Una rivista, poi, rappresenta solo un cammino tra i tanti possibili, che alcuni amici riconoscono gradevole e condividono, almeno per qualche tratto di strada.
Ho preferito un altro genere letterario.
Nella figura del sogno ho detto cose che hanno inquietato molto me, in questi ultimi anni, anche perché mi sono messo a condividerle con tanti amici e ci siamo aiutati a scoprirne l'urgenza e la prospettiva.
Ho detto forte quello che qualcuno ha cercato di realizzare, nel passo incerto di chi vuol prendere sul serio la vita e sa che non può davvero programmarla con la raffinatezza con cui trattiamo il computer che ci è compagno di lavoro.
Il tutto potrebbe rappresentare, in modo germinale, una pastorale giovanile per gli anni 90, attenta veramente alla vita, soprattutto dei giovani più poveri?
Non lo so, sinceramente. Forse nasceranno problemi nuovi e qualcuno sta già delineandosi all'orizzonte. Forse la soluzione proposta non è sufficiente e va integrata con altri interventi.
NPG da qualche anno sta provando a camminare su questa strada, con crescente consapevolezza. Continueremo e poi vedremo.

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2. Uno splendido omaggio ai nostri abbonati: il libretto dell'INSTRUMENTUM LABORIS del Sinodo, in allegato alla spedizione dei due NPG di cui sopra

3. On line tutta NPG fino all'annata 2013 (come promesso, fino a 5 anni fa), e pulizia-aggiornamento definitivo dei files delle annate precedenti

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