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Quale catechesi con i preadolescenti? Un modello come proposta


Mario Delpiano

(NPG 1991-10-13)


Sviluppiamo una ricerca intorno alla possibilità di fare catechesi con i preadolescenti di oggi all'interno di un progetto pastorale. La scelta di lavorare attorno ad un progetto di pastorale dei preadolescenti ci ha condotto a ripensare anche il momento catechistico quale momento specifico e fondamentale in un cammino di educazione alla fede. Per questo lavoriamo attorno alla definizione di un modello di catechesi che sia rispettoso e coerente con le grandi scelte del nostro progetto di pastorale, capace di ripensarsi dentro l'educativo sia nell'obiettivo che nei contenuti e nei metodi. La catechesi dei preadolescenti infatti non è il nostro punto di partenza nella riflessione attorno all'educazione alla fede dei preadolescenti attuali, bensì il punto di arrivo di un cammino redazionale molto articolato. Per questo si rivela quanto mai opportuno illustrare le scelte che delineano la nostra collocazione, dalle quali prendere avvio per la definizione del modello.

La priorità dell'evangelizzazione

Siamo giunti al tema della catechesi dei preadolescenti partendo dalla ricerca pastorale. Per questo ci sembra importante ribadire la priorità dell'impegno di evangelizzazione dei preadolescenti da parte della comunità ecclesiale nell'attuale contesto di società e cultura postcristiane.
Per noi questo appare come un compito ed un'urgenza prioritari rispetto ad ogni preoccupazione catechistica e di iniziazione sacramentale. L'evangelizzazione dei preadolescenti oggi è l'impegno primo della comunità. La vita quotidiana e l'esperienza tutta nuova del cambio, che i preadolescenti vivono nel loro corpo e dentro il loro mondo, esigono davvero di essere rievangelizzate o, forse meglio, evangelizzate per la prima volta. Ci siamo interrogati sui problemi e sulle sfide che l'evangelizzazione deve assumere, ed abbiamo intravisto le linee per un progetto di evangelizzazione dei preadolescenti. In un tempo di pluralismo culturale, abbiamo anche ritagliato una nostra collocazione all'interno del pluralismo dei modelli di evangelizzazione.

Nel confronto con l'educazione

Con le nuove generazioni, con i preadolescenti in particolare, abbiamo riconosciuto l'importanza di assumere tutta la densità e lo spessore dell'educativo all'interno dei processi di evangelizzazione che intendiamo attivare. L'educativo inoltre viene da noi declinato nella scelta dell'animazione culturale. L'animazione non è una moda, né una forma generica di svolgere delle attività, e neppure un contenitore vuoto, buono a tutti gli impieghi. L'animazione è uno stile ma anche un modello educativo, con il suo progetto, i suoi obiettivi, un metodo congruente. Anche con essa l'evangelizzazione e la catechesi devono poter fare i conti, cioè accettare di incontrarsi in un reciproco scambio ed arricchimento. L'educazione «come» (nello stile e secondo il progetto dell') animazione ci permette di parlare di educazione alla fede e di stile con cui attuarla. Ma anche (e nello stesso tempo) di contenuti e modalità con cui riformularli e gestirli nel concreto della comunicazione educativa. In secondo luogo la scelta dell'evangelizzazione, ripensata dentro l'animazione, ha da dire qualcosa alla catechesi stessa e ai modelli educativo-culturali che essa assume. Se l'animazione si qualifica per la scelta della comunicazione vitale tra diversi (adulti e ragazzi) all'interno di una rete relazionale (il gruppo primario), e questa comunicazione è produzione di esperienze di vita e scambio-confronto intorno ad esse, allora tale modello deve segnare profondamente anche il fare catechesi e spingere alla rivisitazione della prassi e dei modelli correnti.

Dentro l'itinerario di educazione alla fede

Parlare di catechesi per noi è dunque collocarsi all'interno di un itinerario globale di educazione alla fede dei preadolescenti, in cui l'animazione gioca la sua specifica funzione nella riformulazione dei processi formativi e di ogni «iniziazione» in particolare. La catechesi dei preadolescenti è dunque momento «secondo» rispetto al «momento primo» dell'evangelizzazione. La scelta dell'educativo dentro i processi di evangelizzazione ci ha portato a prendere sul serio e ad assumere la preoccupazione per la progressività e la globalità del processo di educazione alla fede; ad elaborare un preciso strumento, come ipotesi di articolazione di tutto il cammino: l'«itinerario di educazione alla fede dei preadolescenti» (cf NPG 2/90 e NPG 1/91). L'itinerario di educazione alla fede accoglie ed esige al suo interno ampi spazi e tempi di annuncio, di celebrazione e di narrazione credente della vita. Si tratta di veri e propri momenti di catechesi evangelizzatrice della vita dei ragazzi. È da lì, ne siamo convinti, che bisogna ripartire.

DUE PUNTI D'INNESTO DIFFERENTI

Ponendo attenzione alla prassi corrente della catechesi prevalentemente parrocchiale come di quella associativa, possiamo ricondurre la varietà della prassi attuale a due ben distinte «situazioni di partenza», muovendo dalle quali in prospettiva pastorale ci pare di poter intravvedere una via per raccordare la catechesi dei preadolescenti a tutto il processo educativo-pastorale. La prima situazione di partenza si riferisce a quelle situazioni dove la catechesi rispecchia il modello tradizionale dell'«ora», o della «scuola» di «catechismo».
Non possiamo disinteressarci di questo punto di partenza, anche perché è quello prevalente nella pastorale parrocchiale. Esso tuttavia nel corso di questi ultimi anni ha subìto ritocchi vistosi, revisioni parziali e restauri, proprio quando si è cominciato ad utilizzare sul serio lo strumento della progettazione didattico-curricolare e la logica educativa esigita dai processi di apprendimento-insegnamento. Questa situazione, prevalente a livello pastorale della catechesi con i preadolescenti, sollecita anzitutto non tanto al ripensamento del fare catechesi e dei modelli utilizzati, ma all'impegno di sensibilizzazione e di formazione degli operatori pastorali e della comunità ecclesiale intorno al compito, prioritario oggi, della educazione alla fede dei preadolescenti che si vuol catechizzare. Su questo fronte la direzione primaria da percorrere è quella dell'allargamento dell'intervento catechistico e del suo progetto: dalla catechesi alla pastorale in stile educativo; dalla formazione del catechista a quella del catechista-animatore; dall'attenzione accurata ai processi di apprendimento alla attenzione privilegiata ai processi globali di crescita in umanità; dalla centratura sugli obiettivi didattici a quelli educativi; dal preadolescente considerato come «cresimando» al preadolescente considerato «soggetto in crescita». In questa direzione pastorale l'esperienza della catechesi ci pare possa approdare alla produzione di una appartenenza vitale significativa (dalla esperienza della «classe» alla esperienza del gruppo primario di amici che si trova insieme ben al di là dell'orario delle lezioni), e alla produzione di «esperienze di vita in qualità», coltivate e gustate «insieme». La progettazione catechistica deve diventare progettazione pastorale, quindi «progettazione globale della iniziazione cristiana» dentro le logiche dell'educativo, e perciò con le precise scelte di campo sopra indicate come fondamentali e preliminari ad ogni riflessione sul catechistico. È questa d'altronde anche la direzione del superamento della «dottrina» e della «sacramentalizzazione» auspicato autorevolmente dalla Chiesa italiana. È una direzione di cambio e di allargamento che già si percepisce molto diffusamente tra gli educatori alla fede della comunità cristiana. La seconda situazione di partenza riflette invece l'acquisizione, almeno in parte, di tutto questo «allargamento» sopraindicato. Essa parte dalla vita ed è carica di vita; necessita invece di momenti di interpretazione in profondità. Si tratta di tutte quelle esperienze aggregative di tipo educativo, già in atto e che si vanno moltiplicando all'interno della realtà ecclesiale, le quali assicurano una esperienza di tipo globale di appartenenza vitale, di circolazione di valori, di produzione di esperienze, di scambio di significati diversi. Questa è la prospettiva qui privilegiata e assunta come punto di partenza per ripensare la catechesi dei preadolescenti. La domanda è: ci può essere catechesi in tale contesto di animazione? quali caratteristiche inoltre viene ad assumere la catechesi stessa?

LA CATECHESI COME MOMENTO SPECIFICO

Abbiamo sentito il bisogno di prendere le distanze da concezioni riduttivistiche dei processi di iniziazione per allargare la riflessione sul pastorale e sull'educativo che li attraversa. Questo non significa che ci riconosciamo in quella tendenza onnicomprensiva che identifica tutto il processo di educazione alla fede con la catechesi, giungendo a dilatarne il significato, la funzione, il compito, le finalità, le strategie di metodo, fino a farla coincidere con la pastorale dei preadolescenti, con tutto il processo di evangelizzazione dell'esperienza dei ragazzi. La catechesi rimane un momento, importante ma specifico e caratterizzato, all'interno dei processo di educazione alla fede, che intende offrire e favorire nei soggetti la «interpretazione mistica» (dalla parte del mistero, appunto) dell'esperienza di vita.

La catechesi come interpretazione dell'esperienza

Abilitare ad una interpretazione dell'esperienza di vita dalla parte del mistero vuol dire -- dopo aver fatto esplodere l'esperienza in frammenti di senso ed averla «scomposta» con i linguaggi che «separano» (i linguaggi tipo analitico-razionale) e la analizzano in ogni suo frammento come «al rallentatore», da punti di vista diversi--abilitare a «ricomporre in unità l'esperienza» attorno ad un senso nuovo, quello «donato» dalla fede. Significa ricuperare il «tesoro nascosto» che la vita come esperienza si porta dentro; il «segreto delle cose» che la abita, che in essa si svela e si nasconde, e a cui ogni esperienza potenzialmente rinvia. Si tratta di una operazione preziosa e fondamentale per raggiungere la verità più profonda dell'esperienza (il suo senso religioso) che può essere realizzata attraverso strumenti appropriati. All'interno della catechesi dobbiamo poter ritrovare l'esperienza quotidiana del preadolescente (componente esperienziale), elaborata sul piano della coscienza in «vissuto», dentro una formulazione linguistica omogenea con la cultura in cui oggi il preadolescente vive (componente culturale). La interpretazione «credente» dell'esperienza scaturisce dal confronto realizzato con le espressioni, le forme, i linguaggi tipici dell'esperienza cristiana, cioè con la interpretazione della vita alla luce della fede in Gesù operata dalla comunità ecclesiale attuale (componente ecclesiologica), misurata e alimentata su quella che essa riconosce come «interpretazione normativa» (dimensione biblico-evangelica). Questo lavoro in profondità diventa un leggere le cose con gli occhi nuovi di chi è consapevole di stare davanti e di vivere in compagnia del Dio di Gesù. È acquisire un «ulteriore livello di interpretazione» dell'esperienza, che spinge oltre i molteplici livelli, necessari e pur importanti, che la propria cultura offre. Ma è pur sempre un nuovo modo di leggere la realtà dentro la propria cultura illuminata dalla fede. Per raggiungere questo livello nuovo di lettura della vita si rende necessaria la capacità del soggetto di utilizzare uno strumento che richiede una apertura affettiva nuova verso la realtà, quasi come un paio di lenti in più, un «filtro» di lettura appropriato, che rende come trasparente una superficie prima opaca: esso è dato dal confronto con la Parola che è Gesù di Nazaret, la sua fede in Dio, la sua verità sulla vita dinanzi a Dio, la sua storia. Egli può essere incontrato oggi nella fede di una comunità che narra di Lui, mentre offre vita nel suo nome e offre una lettura della vita e della storia alla luce dell'incontro con Lui. Catechesi diviene così «coscientizzazione» intorno al livello religioso dell'esperienza.

Coscientizzazione ed esplosione simbolica

Dire che la catechesi è coscientizzazione credente intorno alla vita come «mistero» che si svela, è dire qualcosa di essa, ma non tutto. Essa è un particolare tipo di presa di coscienza: è una comprensione nuova che diventa «esplosione-celebrazione» nei simboli e nei riti vitali. Anzi i riti, le figure e i gesti simbolici rappresentano lo strumento linguistico più appropriato entro cui sboccia e di cui si nutre una interpretazione di fede. Anche il livello del simbolico-rituale è interpretazione: esso però è caratterizzato da alcune connotazioni linguistiche del tutto particolari. Si tratta di un linguaggio della coscienza e della fantasia più aderente alla vita e capace di rinviare ad essa; è più globale e perciò capace di afferrare tutto l'uomo nelle sue facoltà; è ricavato dall'azione e dalla memoria non solo dei singoli ma di una collettività; comunica fiducia, sicurezza, perché apre al futuro; è carico di codici affettivi e provoca la circolazione e lo scambio dell'esperienza. La funzione di questa nuova interpretazione dell'esperienza di vita non è per far «sapere di più» soltanto; la intenzionalità che la muove è ben più grande: è per «aiutare a vivere», per «far vivere di più», per far scoprire la ragione della felicità che abita la vita quotidiana, per tirar dentro e coinvolgere nell'avventura.

LE TAPPE DELLA «LETTURA AL RALLENTATORE» DELL'ESPERIENZA

Abbiamo ipotizzato alcune tappe progressive di questa interpretazione in profondità dell'esperienza, quasi una «lettura al rallentatore». Esse sono profondamente connesse tra loro, e coinvolgono tutta una serie molto differenziata di momenti educativi, entro i quali si colloca il momento catechistico.

La simbolizzazione primaria dell'esperienza

La tappa che chiamiamo della «simbolizzazione primaria» (quello che potremmo definire il «simbolico ingenuo», non sottoposto al vaglio delle interpretazioni critiche), è un momento prezioso del vivere l'esperienza. Esso permette di raccoglierne indistintamente, tutt'insieme, la ricchezza di significati e di senso che contiene, anche se ancora in forma solo germinale e indistinta. Nell'espressione in forme simboliche ingenue l'esperienza vissuta si offre nella sua «totalità grezza», condensata nei simboli che potranno essere disegni, immagini, rappresentazioni figurate, drammatizzazioni e narrazioni, non ancora filtrate dalla riflessione; quasi un esplodere primo delle impressioni e delle emozioni che si aggrovigliano e si accavallano e si danno figura, parola, musica, danza. Questa totalità indistinta di vissuto è il materiale essenziale che «si offre» al conflitto delle interpretazioni.

L'analisi critica dell'esperienza

La tappa successiva dell'analisi dell'esperienza rappresenta il momento del passaggio al «vaglio critico» di quanto si è vissuto, per entrarci dentro, per «smontare l'esperienza», disarticolarla nei suoi frammenti di verità, smascherarla nei suoi contenuti di verità-solo-apparente. Si tratta di operare una vera e propria decodifica del vissuto, mettendo a frutto i molteplici approcci al reale. In questo momento viene messo in atto il «conflitto delle interpretazioni», il gioco delle letture differenti, in quanto ricchezza di significati e di frammenti di senso che l'analisi fa emergere. Il momento di analisi è una occasione importante per realizzare una «tavola rotonda con le diverse voci» provenienti dalla realtà e integrare le risposte alle domande sempre diverse che ogni approccio permette di formulare. Si tratta di un lavoro sempre aperto e mai esaurito, anche se necessariamente autolimitantesi in relazione ai soggetti, alle urgenze e alle opportunità dello spazio/tempo educativo. L'analisi, lungi dalla pretesa di esaurire il vissuto, permette invece di ricreare lo spazio e il clima entro cui sbocciano delle «domande più grandi», dei «perché?», intorno al senso globale dell'esperienza vissuta. L'analisi dunque deve aprire porte, non chiuderle! Si costruiscono in tal modo i tanti e molteplici «discorsi sull'esperienza di vita» (i saperi sulla vita e le sapienze) fino a che essi si aprono e diventano essi stessi «interrogativi sapienziali e radicali di senso» intorno alla vita.

Il «confronto» allargato sul «senso» dell'esperienza

Il «confronto» sull'esperienza si sviluppa a partire dall'esigenza di una ricerca di «un di più», da un imbattersi con degli interrogativi ai quali solo un dono di senso gratuito può offrire non risposte confezionate ma ulteriore apertura. Il confronto rappresenta l'apertura della propria esperienza alla «alterità». All'incontro con un senso dell'esperienza che, proprio perché cercato «altrove e altrimenti» dal ripiegamento su di sé, potrà solo alla fine essere ritrovato «dentro» la propria esperienza. Il confronto è realizzato attraverso la simbolizzazione mitico-narrativa, ritrovata dentro una comunità che narra il ritrovamento del «senso fondante» dell'esperienza in riferimento ad un evento e una esperienza sull'esperienza collocati entro la storia collettiva e personale, in quanto storia di un popolo e storia di salvezza. Il confronto è dunque apertura, accoglienza della storia di Gesù intrecciata con la storia di coloro che l'hanno incontrato e si sono messi alla sua sequela; dunque una storia intrecciata di mille storie: quante sono le storie collettive e personali che costituiscono quella catena ininterrotta di narrazioni e di testimonianze che sono state capaci di creare stupore e di percorrere il tempo. Non solo; in questo confronto è contenuta la storia dell'umanità e dei popoli in quanto storia di fiducia, di speranza e di amore alla vita; entro queste storie è messa a confronto e ospitata la storia del destinatario, del preadolescente di oggi e del gruppo che costruisce una storia nuova di sé. Entrano perciò non solo in correlazione, ma in scambio reciproco e fecondo (la circolarità ermeneutica appunto), l'esperienza di Gesù, quella della comunità e dell'umanità cui essa vuole essere solidale e l'esperienza dei preadolescenti. In questa tappa le «parole della e sulla vita» diventano narrazioni, storie di vita, storia della vita.

La celebrazione dell'esperienza

Il confronto come luogo dello scambio e dell'accoglienza del senso donato dentro la storia grande della vita offre una possibilità nuova di interpretazione dell'esperienza. Essa, dopo l'analisi e il confronto, può davvero venire riespressa dentro un gioco linguistico di simboli non più ingenui ma capaci di esprimere il senso «nuovo e altro» dell'esperienza letta nel confronto con la fede storica di una comunità. Siamo al momento della simbolizzazione secondaria, dove hanno spazio le «simboliche instaurative». In esso la catechesi si muove dal confronto all'esplosione simbolico-rituale. Attraverso il gioco del rito, come azione-narrazione simbolica, l'esperienza di vita acquista consapevolmente nei soggetti quella dimensione di sacramentalità che, seppure diffusa, si concentra in tempi/spazi/relazioni ed azioni comunitarie cariche di capacità di rinviare e dire coralmente la fede vissuta dal gruppo in stretto legame con la comunità. In questa tappa viene espressa in una piena consapevolezza e parola corale la accoglienza del «dono di senso della fede» e la decisione di costruire ed offrire vita a partire da esso.
Le parole per celebrare il senso nella festa si fanno qui canto, danza, preghiera, azione rituale, simbologie vitali in continuità con i simboli della fede storica della comunità.

Il contagio dell'esperienza celebrata

Non si ferma certo, congelato a questo punto, il processo, anche se la catechesi sembra avere esaurito le sue funzioni. La ricchezza vissuta in gruppo attorno all'esperienza ora trabocca, per contagiare il territorio e i vicini compagni di viaggio dei ragazzi e del gruppo. Ogni vera esperienza, proprio perché trasforma profondamente il soggetto, singolo o gruppo che sia, non lo chiude in se stesso, imprigionandolo nel tesoro che ha scoperto. Lo apre invece, con un atteggiamento nuovo, verso tutti coloro che non hanno ancora vissuto l'esperienza e ne hanno tremendamente bisogno. Da qui prosegue l'itinerario del gruppo che si apre all'esterno per trasformare con un progetto la realtà circostante secondo il segno grande che l'esperienza ha potuto liberare, e per contagiare, in un cerchio sempre più allargato, quanti ne sono stati esclusi.

RISVOLTI OPERATIVI DEL MODELLO

Se queste sono le tappe indicative per una lettura del vissuto in profondità dell'esperienza di vita dei preadolescenti, ci pare che il nodo problematico successivo da affrontare si collochi attorno al «come» giungere a smontare, ad elaborare e decodificare «in moviola» l'esperienza, per liberarne la carica simbolica e innovativa. Alcune condizioni, legate alle scelte a monte di metodo dell'azione pastorale e dell'animazione, risultano fondamentali. Le richiamo brevemente.

Preadolescenti soggetti attivi in catechesi

I preadolescenti vanno assunti quali «soggetti attivi» della catechesi in ogni sua tappa: non sono da imbeccare, né possono solo essere attivi nell'apprendimento. I preadolescenti sono interlocutori dell'annuncio. Esso prende forma e carne nella loro vita, al punto da poter diventare buona notizia nel «dialetto dei ragazzi e delle ragazze di oggi» per gli altri, per la comunità tutta. Per questo il modello scolastico appare inadeguato, perché distingue tra «chi sa» e «chi non sa», chi ha il diritto di fare domande e chi solo quello di fornire risposte, fra chi ha qualcosa di importante da dire e chi solo da ascoltare e poi ripetere.

Il «gruppo» soggetto

Il gruppo dei preadolescenti non va costruito inseguendo il modello della «classe», cioè del gruppo secondario centrato su di un compito produttivo (produzione di conoscenze e di elaborazioni linguistiche) definito dal di fuori o altrove, rispetto al gruppo. È peraltro estremamente difficile che il gruppo dei preadolescenti oggi si costituisca intorno al «fare il catechismo». Né ci sentiamo di pensare al gruppo solo come ad una soluzione strategica di tipo strumentale, per rimediare all'impossibilità di realizzare il privilegio del rapporto duale. Il gruppo nasce prima di ogni interesse esplicito di catechesi; esso si costruisce invece intorno al voler stare insieme, allo svolgere insieme delle attività svariate, ritenute importanti per l'elaborazione culturale di interessi e bisogni; intorno al saper stare insieme piacevolmente. Il gruppo nasce costruendosi attorno ad un progetto pieno di esperienze. È proprio perché in esso si prende sul serio la vita e l'esperienza che si produce al suo interno, che tra le tante cose il gruppo riscopre poco alla volta anche l'urgenza e la necessità di quel momento/attività particolare che è la catechesi, in cui si può davvero leggere in profondità quello che si vive, e valorizzarne tutta la ricchezza.

Un gruppo che «produce delle esperienze di vita»

Interessi e bisogni dei soggetti, attività inventate o proposte, vengono articolate dentro un progetto che rende possibile davvero che ciò che si fa insieme diventi «esperienza». Le esperienze sono la materia prima attraverso cui il gruppo e i singoli membri maturano; sono il materiale grezzo, da lavorare con gli strumenti linguistici appropriati (le diverse interpretazioni), che favorisce e produce i cambiamenti nelle persone non solo al livello del comportamento ma soprattutto al livello degli atteggiamenti. Le esperienze sollecitano e alimentano la progettualità culturale del gruppo (la sua memoria, i suoi valori, le norme, i ruoli, le storie della vita e intorno alla vita, le interpretazioni dell'esperienza, i codici linguistici manifestantisi nei simboli, nei gesti, nei riti comuni...) e quindi quella personale. Quando la catechesi viene legata saldamente a queste due note (il vissuto esperienziale soggettivo e quello intersoggettivo), essa diviene momento educativo vitale preziosissimo nella produzione di identità personale e culturale, perché essa è inserita nel circolo virtuoso della comunicazione della vita e del senso. Il superamento di certa cosiddetta catechesi esperienziale, o di alcuni suoi modelli e realizzazioni, è appunto richiesto dal motivo che in essa spesso viene solo «richiamata», evocata, l'esperienza vissuta altrove, o da altri soggetti che non sono i preadolescenti nel qui-ora del gruppo. In questa prospettiva, solo ciò che il gruppo vive, attualizzandolo nel presente fino a condensarlo in memoria di gruppo, può divenire oggetto di interpretazione credente e può dunque essere celebrato nella festa. Per quanto riguarda la caratterizzazione del «fare esperienza con i preadolescenti», alcune note qualificanti ci pare vadano richiamate, come la qualità di «avventura-scoperta» del mondo che essa deve assumere, la competitività-confronto liberata dalla aggressività e dall'individualismo, la capacità di utilizzare le risorse fisico-corporee (la materialità dell'esperienza) nella produzione e nella espressione dell'esperienza.

Un gruppo che vive il legame con la comunità

Il gruppo dei preadolescenti ha bisogno di aver assicurato il legame vitale, attraverso la mediazione dell'animatore, con la comunità ecclesiale in quanto comunità che produce e offre vita, la interpreta e celebra nella fede. È grazie ad essa che la lettura credente dell'esperienza diventa dono di interpretazione per gli altri. Solo se la comunità ecclesiale si converte all'educativo, senza delegare ad altri tale compito ritenendolo magari tempo inutile, questo diventa possibile. La comunità diventa educativa quando accoglie la domanda vitale dei preadolescenti e la elabora con loro attraverso un progetto e una prassi, e quando individua al suo interno degli adulti competenti (animatori) che si fanno presenza e compagnia quotidiana al cammino del gruppo. Nel gruppo di ragazzi dunque l'animatore rappresenta il legame vitale con la comunità e ne incarna la sua presenza disponibile. In esso non vige più la divisione dei compiti e delle funzioni per quanto riguarda la figura dell'educatore. Non immaginiamo infatti un gruppo di preadolescenti che cambia educatore ogni qualvolta cambia attività, cosicché quando si fa catechismo spunta il catechista, e quando si gioca spunta la figura dell'allenatore sportivo. Immaginiamo una figura di animatore capace di rappresentare in sé e sostenere, non certo monopolizzare, la funzione educativa diffusa nel gruppo, e fare da filtro alle eventuali figure di specialisti esterni; egli tuttavia non delega al di fuori del gruppo quella funzione di educatore-testimone che la vita del gruppo e lo stesso momento della catechesi richiedono.

LA NARRAZIONE COME MODELLO COMUNICATIVO

Il confronto con l'esperienza di Gesù e di coloro che l'hanno incontrato può essere assicurato dalla riscoperta di un particolare modello comunicativo: la narrazione. Indichiamo solo alcune note qualificanti questa scelta che ha espresso la scommessa della rivista in questi anni. Anzitutto, «che cosa» si narra? In catechesi come nel gruppo non si narrano favole o cose di un altro mondo, né si narrano sogni soltanto. Si racconta invece della vita, di quella vissuta e di quella sognata in grande. Si narrano storie, storie della vita. Si narra di cose delle quali si fa fare esperienza e che già si posseggono nel piccolo. E «come» si narra? Si narrano storie di vita entro le quali ci si «identifica», perché raccontano di cose vissute e sognate, nel piccolo e nel grande, un po' da tutti. In esse ci si riconosce, ci si ritrova. Per questo la grande storia narrata è sempre l'intreccio di tre storie: la storia di chi narra, la storia di Colui di cui si narra mentre si narra di sé, e la storia di coloro ai quali si offre la storia narrata, perché davvero anch'essi ci sono dentro, coinvolti, chiamati per nome. Infatti la storia li riguarda, parla di loro, di quello che hanno vissuto senza saperlo, soprattutto di ciò che, dopo la narrazione, vivranno con più nitidezza e consapevolezza. Raccontando storie i preadolescenti si sentiranno anzitutto narrati, raccontati. Si narra per indurre se stessi e l'altro a continuare la storia. Dunque anche i preadolescenti di oggi hanno qualcosa da raccontare. Chi dice la fede narrando, è preoccupato di «passare la parola all'altro», di liberare la sua parola e la sua storia, forse ancora segreta, che solo lui può raccontare: la storia sua, intrecciata con la storia sorprendente di coloro che ha potuto incontrare. Chi sceglie di narrare, consapevolmente rinunzia al monopolio della parola e al potere su di essa. La sua storia è infatti sbocciata dalla storia di altri, e il suo segreto desiderio è quello di liberare altre storie, sempre cariche di vita e capaci di alimentarne la fiducia. Chi narra è dunque sempre in attesa delle restituzioni, di un contraccambio: una storia nuova. Chi narra infatti è pronto a scommettere nella capacità delle storie di contagiare e di produrre ciò che esse annunciano, e così di farne sbocciare di nuove.

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