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Pastorale giovanile e bibbia


Riccardo Tonelli

(NPG 1989-06-12)


Nella riflessione e nella prassi di pastorale giovanile la Bibbia occupa un posto centrale.
La costatazione è pacifica. Lo riconosce una consapevolezza diffusa e insistita, a tutti i livelli. Lo proclama la forza convincente dei fatti, nel vissuto quotidiano di gruppi e comunità ecclesiali.
In concreto però, nell'azione pastorale, la Bibbia viene utilizzata secondo modelli diversi; e ci vuol poco a costatare come la differenza non sia solamente di forme espressive. Chi legge l'esistente con la preoccupazione di cogliere motivi e ispirazioni, s'accorge presto che la frantumazione di realizzazioni tocca la sostanza delle cose: gli viene il dubbio che la costatazione non sia davvero così pacifica come sembra a prima vista.
Il nostro dossier ha un doppio obiettivo: riafferma l'importanza della Bibbia nell'educazione dei giovani alla fede e suggerisce una sua utilizzazione corretta. Attento ai problemi educativi, proclama l'esigenza, precisando come risolverla.

LA BIBBIA COME "MEZZO"

Una costatazione ci è ormai diventata congeniale: i problemi concreti si risolvono facendo la fatica di andare più a monte, sulla frontiera dei riferimenti e dei fondamenti.
Per parlare della Bibbia nella pastorale giovanile, dobbiamo misurarci con una questione pregiudiziale: qual è la sua funzione nella vita di un credente e, di conseguenza, quale funzione le va riservata nel processo di educazione e di maturazione della fede?
Richiamo solo alcuni dati.
Dalle riflessioni su cui tante volte la Rivista è ritornata è facile sottolineare che la qualità di una vita nella fede è determinata da quella "mentalità" che Il rinnovamento della catechesi indica come obiettivo di ogni pastorale: «educare al pensiero di Cristo, a vedere la storia con Lui, a giudicare la vita come Lui, a scegliere ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo» (RdC 38).
La Rivista ha studiato in termini espliciti questo problema, soprattutto nella ricerca sulla spiritualità giovanile. Come il lettore certamente ricorda, in quel contesto abbiamo concretizzato la "mentalità di fede" su due dimensioni esistenziali: la capacità di vivere di fede nel quotidiano e la condivisione appassionata della causa di Gesù.
La risposta dell'uomo è la fede, accogliente e obbediente: l'accoglienza dell'amore di Dio come fondazione della propria esistenza e l'obbedienza nella propria vita alla ragione di questo amore. L'esigenza è tanto seria e decisiva da sollecitarci ad un coraggioso processo di rifondazione della spiritualità cristiana, per liberarla da quelle sovrastrutture devozionalistiche e moralistiche che hanno progressivamente coperto il suo volto più autentico.
Questo è il fine. Su esso si misura la qualità, consapevole e tematizzata, dell'esistenza cristiana.
Da questa prospettiva ci possiamo interrogare sulla funzione della Bibbia nella vita cristiana. Non siamo cristiani "perché" meditiamo la Bibbia, né lo diventiamo progressivamente per accedere più intensamente ad essa. Lo siamo sulla misura della nostra capacità di sequela di Gesù, il Signore della vita e della storia. La Bibbia non è il fine.
La centralità della Bibbia nella vita cristiana è legata alla sua funzione di "mezzo" prezioso, irrinunciabile per vivere nella fede e per costruire da credenti il regno di Dio.

LA BIBBIA PER LA VERITÀ DELLE COSE

Su questo tema mi soffermo con qualche battuta. La funzione preziosa della Bibbia nella riflessione e nella prassi di pastorale giovanile viene affermata proprio quando viene collocata nella prospettiva che le compete.
Per vivere di fede e per costruire il regno di Dio secondo il suo progetto al cristiano si richiede una competenza che sfugge all'esercizio raffinato della nostra scienza e sapienza. Il problema non è prima di tutto etico, ma ontologico: riguarda la verità, non la coerenza. Diventa davvero un ritorno, personalissimo e intimissimo, alla verità: compresa, per decifrare la realtà, giocata pienamente, per trasformarla.
Si tratta infatti di "possedere" la verità delle cose: quella dimensione misteriosa, embricata nella trama degli avvenimenti della vita quotidiana, in cui Dio ci chiama dal silenzio dell'Assoluto e da cui ci sollecita verso il futuro della pienezza di vita.
Solo a questo livello, profondo e consistente, viviamo e agiamo "secondo il pensiero e la prassi di Gesù Cristo".
Un interrogativo viene spontaneo a chi condivide questa preoccupazione di "verità", certamente molto più impegnativa di quella espressa nella congruenza formale tra soggetto e predicato: come si fa?
Qui si colloca il dono "strumentale" della Bibbia.
Non arriviamo alla soglia profonda in cui si svela la verità alla nostra trepida ricerca e alla nostra passione operosa, solo perché aumentiamo l'impegno o raffiniamo la capacità interpretativa. Tutto questo è prezioso, condizione irrinunciabile per un cristiano consapevole di poter accedere al mistero profondo della realtà solo percorrendo i sentieri tortuosi della fatica di pensare e di operare, in compagnia con tutti gli uomini di buona volontà. Ma non basta.
La verità della realtà (la sua comprensione e la sua trasformazione perché diventi regno di Dio) è sprofondata nel mistero di Dio. La possiamo incontrare e condividere pienamente solo se accogliamo docilmente il suo dono, in una esperienza soggettiva, radicata in un'oggettività tanto consistente da sostenere ogni soggettività.
Viviamo nella verità perché "ascoltiamo" una voce che viene dal silenzio e ci riporta nel silenzio.
Quale sia il contenuto teologico di questo mistero profondo lo testimonia la fede della Chiesa, sostenuta proprio dalla continua lettura ecclesiale della Bibbia. Esso riporta, in ultima analisi, all'evento della pasqua come dimensione costitutiva di tutto il reale. Riconosciamo una solidarietà profonda dell'umanità con Dio in Gesù di Nazareth: l'umanità dell'uomo é ormai altra da sé, perché é stata progettata e restituita alla capacità di essere volto e parola del Dio ineffabile. Affermiamo la presenza di una forza di male, che trascina lontano dalla vita e dal progetto di Dio sulla vita, come trama personale, anche nell'intricata rete dei processi istituzionali e strutturali. Confessiamo una potenza rinnovatrice che sta già facendo nuove tutte le cose, fino a riempirle tutte di questa ansia di vita.
Pregare la Bibbia è ascoltare la voce che viene dalla verità delle cose, dal mistero di amore di e di salvezza che la storia si porta dentro. Meditarla, personalmente e comunitariamente, è accedere al mistero.
Il cristiano, impegnato a vivere nella fede e a condividere la causa di Gesù, è capace di leggere dentro le cose e sa come trasformarle, solo quando interroga la Bibbia, il luogo in cui il mistero di Dio si è aperto un po' sulla ricerca dell'uomo.

UNA LETTURA CREDENTE

Per vivere di fede e costruire il regno di Dio il cristiano si sente costretto a riflettere continuamente su due piani.
Il primo livello è tutto affidato alla sua scienza e sapienza. Richiede un esercizio costante di competenza e di fantasia.
Il secondo livello lo riporta alle soglie del mistero. Gli strumenti di cui dispone sono tipici di questo approccio. Lo sollecitano al coraggio di abbandonare la propria presunzione nell'abbraccio imprevedibile di Dio.
Essi hanno qualcosa da dire di decisivo anche al primo livello, solo quando sono utilizzati unicamente come approcci di secondo livello.
Anche su questo importante tema dobbiamo riflettere con un po' di calma, per restituire alla Bibbia la sua centralità nell'educazione e nella vita di fede, senza scivolare in pericolosi fondamentalismi. Sono purtroppo sempre facili; lo sono specialmente quando ci si immerge con passione crescente nel mondo affascinante della fede.
La Bibbia é già una esperienza di fede: una lettura, credente e confessante, della realtà, operata al secondo livello. Per l'autorevolezza del suo protagonista e per una presenza specialissima dello Spirito, questa "interpretazione" può "interpretare" in modo normativo la nostra comprensione della realtà dalla parte del suo mistero. Come ho appena ricordato, ci mette tra le mani l'unico strumento, di cui l'uomo può disporre, per cogliere nella verità di Dio la sua quotidiana avventura.
Il suo contributo é tutto al secondo livello di comprensione. Al primo, non solo non ha nulla di speciale da suggerire; ma anzi lo richiede, come in ogni corretta esperienza di fede, per poterci dire qualcosa.
Anche nel contributo che le é specifico, non possiamo utilizzare la Parola di Dio come fosse un dato della scienza, tutto dimostrabile e da cui derivare conclusioni sicure e rassicuranti. Guida e ispira la nostra ricerca, orienta le nostre decisioni, giudica le nostre esperienze, mettendo sempre in primo piano la ricerca, la decisione, l'esperienza dell'uomo. Essa infatti resta "parola d'uomo": parola di Dio pronunciata dentro le povere parole dell'uomo. E' parola che cerca la libertà dell'uomo e la sua responsabilità. La sorregge contro l'incertezza e il tradimento; la esige contro il facile disimpegno.
Anche il linguaggio, elaborato per dire i risultati di questa lettura, é molto diverso da quello che usiamo di solito per raccontare le conquiste della nostra scienza. Il linguaggio della fede é fatto di fantasia, di creatività, di rischio calcolato e accettato. Assomiglia molto di più al linguaggio dell'amore che a quello della scienza.

LA BIBBIA SU DIVERSI SENTIERI

Ho suggerito delle riflessioni generali. Le ho ricordate con le espressioni linguistiche che corrono sulle pagine della Rivista. In formule un po' differenti rappresentano un dato consolidato nella coscienza più matura dei cristiani.
In questa prospettiva, la Bibbia è al centro dell'esistenza cristiana e della missione pastorale della comunità ecclesiale come indispensabile "rivelazione" della qualità della nostra sequela di Gesù.
Questo è dato decisivo. Molto più variabile e relativo è il modo di attuazione: il momento in cui viene presa tra le mani, nella prassi concreta di pastorale giovanile.
Qualche gruppo parte dalla Bibbia e investe della sua luce gli avvenimenti della storia personale e collettiva, per sollecitare ad una comprensione matura di essi e per cogliere nella rivelazione il mistero che si portano dentro.
Altri, invece, accedono alla Bibbia dopo aver percorso il sentiero impegnato di una comprensione attenta della storia, giocata tra scienza e sapienza.
Preferisco personalmente un modello a carattere narrativo, per assumere Bibbia ed esperienza in un un'unica buona notizia.
Certamente fornisce la precomprensione ultima di coloro che sono per vocazione animatori del cammino educativo. Essi operano consapevoli del mistero teologale di cui la realtà è segnata. La Bibbia, pregata e meditata in un ritmo quotidiano, fornisce il quadro delle precomprensioni soggettive, in cui ci si colloca sul reale, lo si legge e lo si interpreta, se ne progetta la trasformazione.
Questi differenti sentieri rappresentano il cammino, povero e sempre insufficiente, verso una meta che sta oltre ogni esperienza. In concreto però esprimono scelte metodologiche che possono essere verificate alla luce di criteri di funzionalità e incidenza in situazione. Su essi e sulla loro praticabilità, in questo momento del processo culturale ed ecclesiale, il nostro dossier è chiamato a pronunciarsi, almeno come contributo per sollecitare la capacità critica del lettore.

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