La «rete» dell'animazione. Voci per un Dizionario /3

Mario Pollo

(NPG 1989-05-20)


La progettualità, come si è già visto nelle voci "animazione, tempo e progetto" e "animazione, lavoro e storia", non riguarda solo la dimensione individuale dell'essere uomo, in quanto essa investe direttamente anche le condizioni dell'ambiente naturale e sociale in cui la persona costruisce se stessa e la propria vita.
Assumere la capacità di governare il proprio personale progetto di vita richiede necessariamente che si possieda un minimo di capacità e di possibilità di controllare il proprio ambiente.
Oltre che con il lavoro l'uomo controlla il proprio ambiente sociale e, quindi, il modo in cui i singoli progetti individuali convivono, per mezzo dell'azione politica e della sua fonte energetica: il potere, inteso come capacità di un soggetto, individuale o collettivo, di raggiungere i propri fini in una sfera specifica della vita sociale, nonostante la volontà contraria di altri.
Questa riflessione sul rapporto tra l'animazione e la coppia politica-potere è resa perciò necessaria dalla consapevolezza che nessun progetto personale può realizzarsi in un ambiente ostile o che semplicemente faccia mancare gli elementi necessari al concretarsi del progetto stesso.
Si può addirittura affermare che alcuni progetti d'uomo non possono neppure essere pensati se l'ambiente sociale non fornisce la cultura ed i linguaggi necessari al pensarli. Nessun individuo può pensare di costruirsi in modo isolato dal farsi degli altri individui. Senza partecipare alla costruzione del Noi l'individuo non può pretendere di costruire il proprio Io. La realizzazione dell'Io avviene, infatti, anche attraverso la realizzazione del Noi.
Analizzare il rapporto tra l'animazione, il potere e la politica è, quindi, un modo per affrontare il problema di quel particolare aspetto della realizzazione personale che è la costruzione del Noi.

IL POTERE: IDOLO O NECESSITÀ?

Le forme in cui si manifesta l'esercizio del potere nella nostra società si possono raggruppare in quattro grandi classi:
- quella in cui l'esercizio del potere è fondato sul possesso da parte di chi lo esercita di un insieme di informazioni e conoscenze superiori a quelle degli altri e sulla capacità di utilizzare questa superiorità "tecnica" per imporre la propria volontà agli altri;
- quella fondata sul possesso da parte di chi esercita il potere del controllo di risorse che sono necessarie agli altri per raggiungere i propri fini;
- quella fondata sulla coercizione. Ovvero sulla possibilità che chi esercita il potere ha di danneggiare gli altri;
- quella fondata sulla manipolazione o sul cosiddetto controllo ecologico. Ovvero sulla possibilità di chi esercita il potere di controllare, modificandolo, l'ambiente degli altri in modo che queste non possano che agire nel modo voluto.
Nonostante qualche studioso affermi che il potere fondato sulla manipolazione e il potere tecnico sono due forme emerse nella società moderna si può affermare che tutte queste quattro forme di potere, hanno accompagnato, con ruoli e pesi diversi, tutta la storia umana.
È chiaro che in alcune epoche una forma di esercizio del potere si è imposta ad altre. Tuttavia questo non significa che le altre forma di esercizio del potere non fossero anch'esse presenti ed attive.
Nella società attuale, ad esempio, nonostante abbiano un grande ruolo sia il potere tecnico che quello di manipolazione, sono ben presenti sia il potere fondato sul controllo delle risorse che quello di coercizione.
Tutte le forme di organizzazione sociale si fondano sull'esercizio del potere che appare, almeno per ora, un dato non eliminabile dalla storia umana.
Tuttavia gli atteggiamenti che gli uomini manifestano nei confronti del potere sono molto variegati ed a volte addirittura opposti.
In questa fase della storia umana non appare proponibile a livello educativo un atteggiamento puramente negativo nei confronti del potere o, peggio, un atteggiamento che ignori la reale presenza di questi nella realtà del mondo.
Un atteggiamento di questo genere, seppure ispirato da nobili motivi, di fatto priverebbe la persona umana della possibilità concreta di agire sulle condizioni storiche e sociali che influenzano la sua vita e quella degli altri. Rischierebbe poi di rinchiudere la persona in quel mondo di sogni ad occhi aperti che è la ideologizzazione della realtà.
E questo è un grave pericolo perché come la storia ha dimostrato dalla ideologizzazione nasce sempre la violenza sulla realtà. La violenza, in questi casi, è un tentativo estremo di rendere la realtà coerente ai propri sogni, o deliri, ad occhi aperti.
Dalla ideologizzazione può però anche generarsi una sorta di rinuncia radicale ad intervenire sulla realtà del mondo, percepito come irredimibile.
Questi due atteggiamenti opposti, come si è visto, alla fine non sono che la manifestazione della incapacità di avere un rapporto corretto con il potere.

Quale rapporto con il potere?

Il rapporto corretto con il potere nasce sia dall'accettarne l'esistenza, sia dall'azione per la sua trasformazione nella direzione di una maggior giustizia e rispetto della libertà delle persone umane nell'intima consapevolezza che il potere potrà essere definitivamente superato solo con l'avvento definitivo del Regno dell'Amore.
Se l'incapacità di un rapporto corretto con il potere nasce da un lato dal rifiuto di accettare la sua realtà, dall'altro lato esso nasce da una sua eccessiva accettazione.
La storia dell'umanità, infatti, è costellata di esempi di persone che hanno eletto il potere a divinità e che hanno tributato ad esso un culto idolatrico. Questo tipo di atteggiamento nei confronti del potere non è rintracciabile solo nella vita dei dittatori sanguinari, esso è presente, seppure in forme meno radicali, anche nella vita di molte persone "normali".
Ci sono molte persone, che di solito si autodefiniscono "pragmatiche", che pensano che l'unico mezzo che l'uomo ha a disposizione per realizzare la propria vita e raggiungere la felicità, e magari la giustizia e la libertà, è costituito dal potere.
La vita di queste persone è, quindi, tutta centrata sulla rincorsa al potere nel tentativo di conquistare una porzione più grande di esso. Per molte di queste persone il potere è una sorta di "piacere" a volte, addirittura più attraente di quello sessuale.
Senza arrivare ai casi patologici, si può dire che questa iper-accettazione del potere, è sempre il segno di una incapacità di porsi in modo corretto di fronte ad esso.
Quando non si riesce a stabilire un rapporto corretto con qualche realtà importante per la vita di solito la si esorcizza o negandola o divenendo schiavi di essa. Il potere rappresenta il caso più emblematico di questo tipo di reazione umana.
Per evitare questi due rischi, solo apparentemente opposti, che minano qualsiasi progetto di vita fondato su valori trascendenti e sulla autonomia e sulla libertà della persona umana è necessario che l'animazione affronti il problema dell'educazione dei giovani ad un corretto rapporto nei confronti del potere.

LA RELATIVITÀ DEL POTERE

Una corretta educazione al potere deve fondarsi sulla concezione della radicale imperfezione e, quindi, sulla relatività e sulla caducità di ogni forma attraverso cui si manifesta il potere nella vita umana. È importante che l'animazione aiuti i giovani a scoprire che ogni forma in cui si manifesta il potere ha sempre in sé, per avanzata che sia, una dimensione di ingiustizia e che può essere superata, quindi, da un'altra più giusta, che sua volta potrà essere superata da un'altra ancor più giusta, in una rincorsa che ha al suo termine la legge dell'amore.
Questa concezione della relatività e dell'imperfezione di ogni forma umana di manifestazione del potere consente di superare sia l'idolatria del potere in senso generale - o l'attaccamento ad una delle forme in cui esso si e esprime -, sia il rifiuto del potere visto come espressione solo negativa della convivenza umana.
Il giovane che si apre a questa concezione del potere, infatti, non ha timore di sporcarsi le mani agendo con e su di esso. Egli però agisce con il distacco che gli deriva dal considerarlo una necessità che non può essere per ora superata completamente, ma che può, comunque, essere resa più prossima, con un lavoro continuo di rinnovamento, all'ideale di una convivenza basata sulla legge dell'amore.
Questo significa educare i giovani ad impegnarsi per rendere più giusto l'esercizio del potere su cui si regge la vita sociale e, nello stesso tempo, a renderli consapevoli che essi appena vedranno realizzata la forma di potere per cui hanno lottato dovranno, con rinnovata lena, ricominciare a lavorare per raggiungere una nuova forma di potere ancora più giusta.
È questo tipo di educazione quello che fonda ogni forma di educazione politica che l'animazione propone alle giovani generazioni. Educare alla politica non significa, infatti, educare ad una particolare ideologia o concezione politica e, quindi, ad una particolare appartenenza partitica, ma significa, invece, educazione alla capacità di intervenire nei meccanismi sociali dell'esercizio del potere per renderli più aderenti ai valori di cui si è portatori. È chiaro che sovente, ma non sempre, per fare questo è necessario scegliere una appartenenza partitica. Quando questa scelta viene fatta essa deve però sempre avere alla base il distacco che deriva dal riconoscere la relatività e l'imperfezione di questa stessa scelta. Questo non significa affatto stimolare il giovane a non avere passione per la politica ma solo aprirlo ad una passione più grande quella dell'amore per la vita che si esprime nell'amore per la verità, la libertà e la giustizia illuminato dal dono salvifico dell'amore di Cristo.

COME L'EDUCAZIONE AL POTERE SI TRADUCE IN EDUCAZIONE POLITICA

L'educazione alla politica non ha successo solo se conduce il giovane a impegnarsi nella vita dei partiti politici. Esistono, infatti, altre dimensioni della vita sociale in cui si gioca l'esercizio del potere.
Si è visto all'inizio che nelle società moderne il potere si esercita a ben quattro differenti livelli. Questo significa che ognuno di essi incide nella vita sociale ed individuale delle persone. Chi opera nell'economia cercando di promuovere in essa processi di trasformazione opera, di fatto, per la modificazione dei rapporti sociali in quanto incide, ad esempio, sul controllo dei mezzi di produzione. L'azione sindacale, quella cooperativa o semplicemente quella dell'innovazione organizzativa verso livelli di partecipazione maggiori delle persone al controllo dei mezzi di produzione sono "azioni politiche" a tutti gli effetti, anche se non si identificano in quelle di un qualche partito. Un esempio di azione a questo livello è quello dato da chi opera perché si realizzi una distribuzione delle risorse più giusta tra paesi ricchi e paesi poveri, impegnandosi in prima persona in azioni di solidarietà concreta verso il cosiddetto terzo mondo.
Allo stesso modo chi opera per una più generale ed equa distribuzione del sapere sociale opera per ottenere una più equa forma di distribuzione del potere.
Chi opera per la pace e una cultura sociale basata sulla non violenza opera concretamente per la trasformazione del potere e, quindi, fa politica a pieno titolo.
Lo stesso può essere detto di chi opera per emancipare le persone dai condizionamenti espliciti od occulti che manipolano la loro e le altrui vite.
Chiunque operi in uno dei livelli di esercizio sociale del potere fa una azione politica, anche se la sua azione non è inscritta in quella di un partito politico.
L'educazione politica coincide con l'educazione dei giovani al controllo ed alla trasformazione della distribuzione sociale del potere.

COME EDUCARE A UN RAPPORTO CORRETTO CON IL POTERE

Oltre che dalla relativizzazione e dal riconoscimento della imperfezione del potere il rapporto corretto con esso nasce dalla capacità di far interagire continuamente le sue ragioni e le sue logiche con quelle dell'utopia ovvero con quelle del sogno di un ordine sociale interamente strutturato dai valori.
Infatti, come si è visto, lo sposare solo ed esclusivamente nel proprio agire politico le strategie necessarie per giocare efficacemente con le logiche del potere conduce o ad un pragmatismo sterile rispetto alla giustizia ed alla verità o all'idolatria del potere stesso.
Sul versante opposto il non tener conto delle logiche del potere conduce, nel migliore dei casi, ad una sorta di utopismo velleitario e predicatorio e, nel peggiore dei casi, a forme di integrismo che fanno continuamente violenza alla realtà senza riuscire a risolverne i problemi.
Il rapporto più produttivo e corretto con il potere nasce solo quando si riesce a coniugare le logiche di questo con le tensioni etiche che derivano alla persona dall'utopia che nutre la sua speranza di trasformazione della realtà.
Questa ricerca è una delle più difficili e faticose anche perché ogni equilibrio raggiunto tra potere e utopia è destinato a divenire rapidamente disequilibrio è deve perciò essere continuamente reinventato.
Questo significa che l'educazione al potere, o educazione alla politica, si fonda su un calcolo razionale oltre che su una "passione" per alcuni valori.
Da questo punto di vista l'educazione ad un corretto rapporto con il potere è una educazione sia al principio di realtà che al sogno.

Realtà e sogno

Non si può essere solo realisti perché se no si diventa degli aridi schiavi della presunta immodificabilità delle realtà sociale così come essa appare in un dato momento o, peggio, si rischia di divenire dei sacerdoti idolatri del potere. E quante volte l'alibi della immutabilità delle vicende umane ha giustificato l'ingiustizia, la sopraffazione dell'uomo sull'uomo e, in definitiva, ha legittimato tutti i nomi in cui si declina l'egoismo umano?
Allo stesso modo non si può divenire solo dei sognatori perché si rischia di perdersi in un baratro di fantasticherie oppure di divenire dei crudeli violentatori della realtà, ovvero di divenire degli integristi che fanno prevalere i loro schemi mentali sulla complessità e realtà della vita umana. Quante volte in nome della giustizia si agisce ingiustamente? E quante volte in nome dell'amore per l'uomo si uccidono degli uomini?
Educare al potere significa perciò educare ad accettare i vincoli della realtà ed a far sperimentare come gli stessi vincoli possono essere mutati, per essere resi più prossimi alla realizzazione nella storia di quei valori di cui la persona è portatrice.
L'ammonimento di Gesù ad essere "semplici come colombe ed astuti come serpenti" è la più autorevole conferma della necessità per l'uomo, che voglia vivere sino in fondo il proprio impegno all'interno del progetto di Dio di redenzione della realtà, di agire con un atteggiamento complesso che accetta e rifiuta nello stesso istante la realtà del potere nel mondo.
Questa educazione però non può essere fatta cercando di far diventare anzitempo i giovani vecchi.
Il giovane, mediamente, è più portato a seguire il canto dell'utopia che la prosa del realismo. Cercare di tarpare i suoi sogni sarebbe , appunto, cercare di renderlo anzitempo vecchio.
Educare il giovane al rapporto corretto con il potere significa, invece, educarlo a fare esperienza. Ad assumere, cioè, un criterio sperimentale di verifica dei suoi sogni.
Fare esperienza è agire per raggiungere un determinato obiettivo e, nello stesso tempo, riflettere sul vero senso e sulla effettiva efficacia del proprio agire rispetto agli obiettivi che esso voleva raggiungere.
Educare a fare esperienza significa dare al giovane contemporaneamente due diversi stimolazioni. La prima consiste nel fare in modo che il giovane sottoponga ad una analisi critica l'azione sociale promossa dai suoi sogni, valutandone il senso ed il risultato. La seconda consiste, invece, nell'aiutare il giovane a leggere la realtà attuale ponendola in controluce rispetto al piano dei valori.
Queste due azioni non vanno sviluppate in un contesto di puro discorso fatto di esortazioni e di riflessioni. Al contrario esse devono innestarsi su alcune azioni concrete attraverso cui il giovane entra in contatto con la dinamica del cambiamento sociale.
La partecipazione ad esperienze inerenti iniziative di solidarietà sociale nei confronti di chi vive la sofferenza o l'emarginazione, l'impegno per l'affermazione di valori come quelli della pace o del rispetto dell'ambiente sono alcune azioni che possono costituire il terreno privilegiato dell'esperienza che conduce a coniugare in un difficile equilibrio utopia e potere.
Allo stesso modo sono utili le esperienze che corresponsabilizzano il gruppo giovanile nella gestione concreta di qualche iniziativa che abbia sia una valenza ideale che notevoli implicazioni pratiche organizzative, contrattuali, e magari di conflitto essendo finalizzate ad introdurre una innovazione nella realtà sociale in cui opera il gruppo.

EDUCARE ALLA LOGICA DELLA CROCE

Questa azione educativa, tipica dell'animazione, trova la sua conclusione ideale nell'educazione al senso della Croce. Ovvero nella educazione a valutare l'esperienza della sconfitta e del fallimento di una azione umana in un modo profondamente diverso da quello comune della cultura sociale dominante.
Questo modo diverso è quello che considera a volte l'insuccesso come la porta stretta attraverso cui entrano nella vita sociale valori, concezioni e modelli di vita che sono una innovazione evolutiva. Il successo, purtroppo, passa alcune volte attraverso l'esperienza del dolore e della sconfitta. L'accettazione del dolore e della sconfitta come dati ineliminabili dalla vita di chi ha il coraggio di assumere una piena responsabilità rispetto alla propria esistenza ed alla società in cui vive, è la scelta che esorcizza ogni persona, che si confronta con il potere, dalle suggestioni ammalianti che questo esercita consentendole di rimanere fedele al proprio progetto esistenziale.
Assumere la responsabilità piena sulla propria vita significa accettare di pagare, quando le circostanze lo richiedono, il prezzo del dolore e della sconfitta.
È questo il modo attraverso cui si può affrontare l'educazione al potere nello stile dell'animazione e testimoniare, quindi, la responsabilità che in ogni persona nasce dal suo aprirsi all'amore alla vita.