Animazione, lavoro e storia

Inserito in NPG annata 1989.

 

La «rete» dell'animazione. Voci per un Dizionario /2

Mario Pollo

(NPG 1989-04-38)


La progettualità dell'uomo si traduce concretamente nella sua vita per mezzo del lavoro. Il lavoro è ciò che permette all'uomo di costruire le condizioni ambientali necessarie oltre che alla sua sopravvivenza al suo farsi secondo il suo particolare progetto.
Il lavoro scandendosi nel tempo ritma il divenire dell'uomo in quell'evento dotato di senso che è la storia.
Il lavoro è però ambivalente perché può essere sia il contributo, povero ed efficace allo stesso tempo, dell'uomo alla redenzione del mondo dalla distruttività del peccato sia la manifestazione della sua subordinazione ad esso.
La storia può essere, di conseguenza, concepita sia come il procedere dell'uomo verso l'evento finale della piena realizzazione di se stesso in una terra non più maledetta ma divenuta luogo della manifestazione del Regno, sia come il permanere ostinato dell'uomo nella prigione della maledizione del peccato originale.
Il sacrificio di Gesù il Cristo ha però aperto, irreversibilmente, la storia all'evento finale della salvezza e chiede agli uomini di impegnarsi concretamente per la sua realizzazione attraverso la sostituzione delle logiche del potere con quelle dell'amore.
In questo contesto il progetto dell'individuo che vuole corrispondere al piano della salvezza di Dio deve superare le frontiere del soggettivo per divenire l'incontro solidale, nel segno dell'amore, con i progetti degli altri individui nel sociale.

PROGETTO D'UOMO E LAVORO

La definizione dell'uomo come essere progettuale ha posto in evidenza come il destino dell'uomo sia legato strettamente alla sua capacità di agire, alla sua capacità, cioè, di tradurre in azioni concrete il disegno che egli fa di sé e della propria vita. In altre parole questo significa che l'uomo è condannato a lavorare se vuole sopravvivere preservando e sviluppando le potenzialità di cui la sua natura è portatrice. L'uomo non è in grado di sopravvivere senza la programmazione e la esecuzione di una serie di azioni volte a procurargli sia i mezzi necessari per la sua sopravvivenza, sia i mezzi necessari allo sviluppo delle sue capacità corporee e psichiche e, quindi, della sua stessa umanità.
Il dono della progettualità ha come contropartita nella vita umana il prezzo del lavoro.
Questa constatazione ha una tale evidenza da apparire banale. Eppure nonostante l'ovvietà essa genera negli uomini che credono alla redimibilità della condizione umana atteggiamenti nei confronti del lavoro assai differenti ed, in alcuni casi, addirittura contrastanti.

Il ruolo del lavoro nella vita umana

Dietro questa constatazione si celano, infatti, concezioni diverse circa il ruolo del lavoro nella vita umana. Alcune di queste concezioni vedono nel lavoro l'unica azione in grado di emancipare la condizione umana ed il mondo. Azione che è solo e completamente nelle mani dell'uomo che è considerato l'unico artefice del proprio destino e della propria salvezza. Questo uomo solo, figlio di Prometeo, ha una fiducia illimitata nel proprio potere che si manifesta attraverso il lavoro, inteso come strumento del dominio dell'uomo sul mondo.
Radicalmente opposta a questa concezione vi è quella che pensa all'inutilità del lavoro per ogni tipo di emancipazione e di salvezza della condizione umana. Questo uomo subisce il lavoro come una necessità a cui non può sottrarsi ma che non può avere alcuna efficacia per la sua realizzazione personale e per la sua salvezza. Questa concezione si colloca in quella tradizione, piuttosto diffusa, che vede nel lavoro solo una necessità a cui l'uomo non può sottrarsi in seguito alla condanna del peccato originale e alla sua conseguente cacciata dal giardino di Eden.
Occorre dire che quest'ultima interpretazione deriva, in molti casi, da una cattiva lettura del testo della Genesi in cui si narra il peccato originale. Infatti una attenta lettura del testo della narrazione che lo Jahvista fa della caduta umana dal paradiso terrestre rivela che in esso non è il lavoro che viene maledetto ma la terra. Questo significa che con il peccato originale si è rotta l'armonia e la cooperazione tra l'uomo e la terra. Probabilmente anche nel paradiso terrestre l'uomo era tenuto a lavorare, solo che la terra cooperava con lui, era fonte di sicurezza e, quindi, egli non doveva mai temere per la sua sopravvivenza.
La rottura dell'equilibrio e di una sorta di rapporto filiale dell'uomo con la terra ha comportato per l'uomo, dopo aver mangiato il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male, il non essere più assistito totalmente dalla terra e, quindi, il dover costruire la sua sopravvivenza e la sua realizzazione personale con i mezzi della sua scienza e della sua volontà autonoma.
La maledizione divina dà all'uomo insieme alla tribolazione, alla sofferenza ed al rischio della sopravvivenza anche l'autonomia e la scienza necessaria per condurre con un qualche successo la sua faticosa vita nel mondo.
Questo significa che la progettualità è il dono, la dote che nonostante il suo peccato Dio ha concesso all'uomo perché potesse affrontare con il suo lavoro un mondo per molti versi ostile.
La progettualità, essendo figlia della libertà è però, come tutti i caratteri della vita umana, sempre aperta nei suoi esiti. Essa, infatti, può aiutare l'uomo a realizzare pienamente la sua umanità così come può condurlo alla degradazione delle sue enormi potenzialità.

Di fronte al lavoro

Questi diversi esiti a cui conduce libertà della progettualità umana possono essere riscontrati nei differenti modi con cui le persone e le culture sociali che abitano si pongono di fronte al lavoro.
Ad esempio nella odierna cultura sociale dominante il lavoro ed i suoi effetti nella attuale vita sociale sono visti quasi esclusivamente da un'ottica economica. Al massimo vengono sviluppate riflessioni che riguardano gli effetti del lavoro sulla realizzazione psicologica delle persone.
Sono invece carenti le riflessioni che riguardano il rapporto tra lavoro ed emancipazione della condizione umana nel mondo.
Questa riflessione in un recente passato aveva caratterizzato non solo il pensiero religioso. Infatti essa era stata sviluppata, in modo più o meno adeguato, anche da sistemi di pensiero politico. La crisi delle ideologie e l'affermarsi di una sorta di utilitarismo pragmatico sembra aver svuotato il lavoro dai suoi sensi più antichi e profondi.
È chiaro che questa visione economicistica del lavoro si riflette anche in una concezione della storia che vede il progresso esclusivamente come un aumento dei beni disponibili al consumo da parte degli uomini.
l'impegno del lavoro dell'uomo nel mondo risulta così svuotato dal suo senso più profondo e ridotto alla funzione esclusiva di risposta a bisogni più o meno immediati.
Che senso ha il lavoro se esso non serve più, anche se in piccola parte, a costruire un mondo redento?
L'alienazione del lavoro passa anche all'interno del suo svuotamento di senso. È naturale poi che una vita che non trova un senso autentico al lavoro che la costruisce divenga essa stessa povera di senso.
Per restituire senso alla vita è necessario, quindi, che si recuperi un rapporto più profondo tra l'uomo ed il lavoro.
L'animazione assume pienamente questo obiettivo e cerca di proporre una concezione del lavoro che sfugga alla sua banalizzazione economicistica, senza cadere però nella concezione che vede nel lavoro l'unico mezzo per la redenzione della condizione umana.
L'assunzione da parte dell'animazione dell'obiettivo dell'educazione ad una corretta concezione del lavoro nasce dalla consapevolezza, quindi, che non è possibile offrire ai giovani uno sbocco reale ai discorsi sul ruolo fondamentale della progettualità, in una vita umana che aspira alla propria redenzione, senza offrire ad essi la possibilità di vivere il senso più profondo che il lavoro ha nella vita umana.
Per fare questo è utile e necessario partire da una critica serena della concezione del lavoro, a cui si è già accennato, che è venuta affermandosi nell'attuale cultura sociale dominante.

IL LAVORO NON È UNA MERCE

È ancora assai consolidata la concezione che vede nel lavoro semplicemente il prezzo che la persona deve pagare per ottenere i mezzi necessari alla sua sopravvivenza, alla sua affermazione individuale e sociale ed alla sua felicità esistenziale.
Secondo questo punto di vista il lavoro non è che una sorta di merce che si può scambiare con le altre merci che servono per vivere, nel miglior modo possibile, nella realtà sociale e naturale odierna.
Il lavoro in sé per la maggior parte delle persone non ha valore. Infatti il suo valore gli deriva solo dal fatto che esso consente sia di ottenere la ricchezza necessaria - o superflua - per la propria vita, sia di ottenere quel ruolo sociale che solo può consentire un inserimento sociale a pieno titolo della persona.
Chi non ha un lavoro, e le persone anziane vivono ogni giorno questa condizione sulla loro pelle, tende a venire emarginato dalla vita sociale. Lavorare nella società attuale è la condizione necessaria perché le persone possano essere considerate senza limitazioni membri utili della società. In alcuni casi questa funzione di integrazione sociale del lavoro appare addirittura prevalente su quella puramente economica.
Lavorare per consumare e avere più benessere, lavorare per ottenere di essere riconosciuti come membri effettivi della società e, quindi, per avere una identità sociale, lavorare per avere più potere. Sono queste le funzioni elementari a cui, in modo maggioritario, il lavoro attuale sembra assolvere. Da queste funzioni sembra assente quella che dovrebbe essere la più importante: la costruzione di un futuro dove gli uomini possano essere più pienamente se stessi nella giustizia e nella libertà che nascono dall'amore.
Chi ha nel cuore e nella mente questa aspirazione è costretto a cercare la sua realizzazione in forme di lavoro che si aggiungono a quello principale. Le esperienze di solidarietà sociale, ad esempio, che nascono nei luoghi della società dove allignano l'emarginazione e la sofferenza possono essere considerate forme di lavoro alternative che sono finalizzate all'emancipazione ed alla liberazione della condizione umana e non solo alla sua semplice riproduzione. Quello che appare preoccupante, oggi, è la quasi totale scomparsa di movimenti sociali che abbiano al centro la liberazione del lavoro e, quindi, il tentativo di utilizzarlo per la creazione di una diversa storia umana. Al massimo si agisce, e anche questo è importante, per migliorare le condizioni e la produttività del lavoro. I sogni e le utopie dell'uomo sembrano avere dimenticato il lavoro come proprio protagonista.
È chiaro che in questo contesto a poche persone è offerta la possibilità di vivere il lavoro anche come lo sviluppo di un progetto personale e collettivo di vita e come il cammino, faticoso e difficile, verso la costruzione di possibilità di vita umane più fedeli al disegno di amore e di giustizia che il dono gratuito della vita di Gesù ha introdotto nel mondo.
Proprio in ragione di questa situazione che prevale nella vita sociale attuale molte persone pensano che la costruzione della propria salvezza sia un fatto quasi privato o, quando non lo è, esso sia un fatto separato dalla propria vita quotidiana, che si manifesta in gran parte attraverso il lavoro, da perseguire in gruppi e comunità che costituiscono delle oasi nel grande deserto della società.
Questo induce a reintrodurre nella nostra cultura sociale l'antica distinzione tra tempo sacro e tempo profano, dove quest'ultimo tempo appare insignificante ai fini della salvezza in quanto solo il tempo sacro è quello autentico e portatore della salvezza.
Il cristianesimo ha sin dalle sue origini unificato questi due tempi rendendo tutta la vita manifestazione del disegno Divino di salvezza e spinto il cristiano a vivere la sua fede nella storia.
Ridare senso al lavoro significa recuperare questa unità profonda dell'impegno dell'uomo nella storia che intesse quello spazio e quel tempo che viene chiamato mondo.

L'EDUCAZIONE AL LAVORO COME EDUCAZIONE ALLA RESPONSABILITÀ NELLA VITA QUOTIDIANA

Aiutare il giovane a riscoprire il senso del lavoro nella vita umana fa parte dell'obiettivo generale che l'animazione persegue: quello di dare senso alla vita quotidiana attraverso lo sviluppo della coscienza e, quindi, della capacità della persona di assumere la responsabilità sugli effetti delle proprie azioni sia diretti che indiretti.
In modo più particolare si può dire che l'educazione della persona a governare la propria vita in coerenza ad un progetto di sé fondato sui valori richiede non solo delle azioni interiori, ma anche delle azioni volte a far si che nella vita sociale si creino le condizioni atte allo sviluppo del proprio progetto.
Per poter sviluppare questa azione è necessario che la persona operi in modo solidale con le altre persone che condividono il suo progetto. Richiede perciò la capacità della persona di agire a livello dei meccanismi della trasformazione sociale, di essere, cioè, un protagonista attivo della vita sociale. È chiaro che in questa azione sociale il lavoro ed il suo fine occupano un posto centrale.
Per aiutare il giovane a dare un senso autentico al lavoro è necessario aiutarlo ad assumere nelle sue mani non solo la dimensione individuale del suo progetto, ma anche quella sociale. È necessario, in altre parole, abilitarlo ad un nuovo modo di essere cittadino della società che abita. Occorre, cioè, educarlo a cercare l'unità profonda della sua vita manifestando la Fede ed i valori in cui crede in ogni momento ed in ogni luogo in cui si dice la sua vita e non solo in alcuni luoghi e tempi privilegiati.
Questo significa che il giovane deve essere educato a vivere in modo creativo la sofferenza che deriva dallo scarto che, purtroppo, esiste nella vita sociale tra fare ciò che richiederebbe il proprio progetto di vita e ciò che la realtà consente effettivamente di fare.
Educare, animando, al senso del lavoro come costruttore della storia richiede, necessariamente, la capacità del giovane di vivere serenamente la propria debolezza, i propri limiti ed i propri insuccessi, nella consapevolezza che anche una sconfitta, quando è sofferta nel segno di una donazione per la trasformazione della storia umana, è un grande contributo al cambiamento della propria storia.
La maledizione che affligge il lavoro sulla terra sta in questo conflitto tra ciò che è bene per l'uomo e ciò che effettivamente egli può fare. Tuttavia questa maledizione è stata sconfitta dal sacrificio di Gesù il Cristo per cui ogni fallimento umano diventa lievito per la trasformazione della storia.
Il senso autentico del lavoro non sta, quindi, in una illusoria ed arrogante pretesa che la propria azione abbia subito successo, che essa trasformi immediatamente il mondo ma nella comprensione che, nonostante tutto, essa è il piccolo granello di lievito che aggiungendosi agli altri granelli farà sorgere la presenza del Regno del mondo.
Educare al senso autentico del lavoro è educare a vivere in modo povero ed umile il potere attraverso il quale ogni giovane traduce in gesti di vita quotidiana il proprio progetto di sé. Tutto questo nella consapevolezza che la storia è stata disegnata più dalle azioni che non hanno avuto successo che da quelle che lo hanno avuto.