Animazione, tempo e progetto

Inserito in NPG annata 1989.

 

La «rete» dell'animazione. Voci per un Dizionario /1

Mario Pollo

(NPG 1989-02-24)


È un dato accettato dalla moderna riflessione antropologica che quello che rende l'uomo ciò che è, differenziandolo nettamente dagli esseri viventi, è la sua natura di essere progettuale. L'uomo, cioè, è un essere che per poter avere un oggi deve continuamente progettare il proprio domani utilizzando il sapere accumulato nel passato. Nessun uomo può realizzarsi senza un qualche progetto. Dato che nella vita quotidiana molte persone sembrano vivere senza essere protagoniste di un progetto questa affermazione può sembrare teorica. Tuttavia non è così perché ogni persona vive secondo un progetto. Il problema semmai è quello di verificare se l'uomo è veramente libero di farsi il proprio personale progetto, oppure se altri lo fanno per lui e cercano di imporglielo in vari modi. Nella vita umana, infatti, la dimensione della progettualità non può mai essere disgiunta da quella della libertà e dell'autonomia ed è, quindi, strettamente intrecciata con quella della coscienza. Su questo tema, in generale si è soffermata la voce "progetto d'uomo" comparsa nel numero 9 di NPG del 1985. In questa voce si affronterà, invece, in modo particolare il discorso sul significato del tempo nella dimensione progettuale dell'uomo che l'animazione intende sviluppare.

IL TEMPO NELLA VITA UMANA

L'uomo abita il tempo. La storia della sua emersione alla vita cosciente è contrassegnata dalla scoperta del tempo come regolatore della sua esistenza individuale e sociale.
L'uomo prigioniero della sopravvivenza giorno per giorno governata dalle forze istintuali è un uomo che non percepisce il ritmo del tempo che scandisce la vita dell'universo che abita.
L'uomo non emerso alla coscienza è un uomo prigioniero della sua vita fisiologica, oltre che delle sue paure e delle sue angosce più profonde.
L'uomo che non conosce il tempo è un uomo che non sa prevedere il proprio futuro.

Un po' di storia

È noto che in molte popolazioni primitive, prive dell'uso del calendario, i momenti della semina, del raccolto e delle feste erano e sono un segreto magico-sacro custodito da un sacerdote.
Infatti è solo il sacerdote il depositario del sapere iniziatico che, attraverso l'osservazione del cielo, determina i giorni della semina, del raccolto e delle feste legate a questi eventi.
L'uomo ha cominciato a governare in modo più pieno il suo futuro quando ha avuto a disposizione gli strumenti per leggere il fluire del tempo attraverso il suo dipanarsi lungo i cicli del giorno e della notte, delle stagioni e della sua stessa vita.
Fino a quel giorno l'uomo è stato sottoposto alla precarietà di una vita che non riusciva a dominare se non con l'ausilio di riti magico sacrali e con la subordinazione pressoché totale a chi deteneva il potere della determinazione del tempo ed quelle forze oscure che sentiva percorrere la dimensione sotterranea del mondo.
Nelle società arcaiche detenere il segreto della misurazione del tempo significava, con una semplice equazione, detenere il potere sulla vita sociale. Ciò in quanto chi sapeva misurare il tempo era colui che regolava la scansione della vita sociale e, quindi, era colui a cui l'intero gruppo sociale delegava la determinazione dei modi e dei tempi in cui si dovevano svolgere gli atti necessari alla sua sopravvivenza.
In molte società antiche questo sapere, proprio perché all'origine di un forte potere, era difeso con il segreto da parte chi lo deteneva e ciò lo rendeva accessibile solo a poche persone attraverso una selettiva e rigorosa iniziazione.
In società come quella del popolo di Israele, invece, la misurazione del tempo era un sapere diffuso su cui si fondava il ritmo che scandiva oltre che la vita profana anche l'alleanza tra Dio ed il suo popolo per mezzo del calendario liturgico.
Per il popolo di Israele il rapporto con il Creatore si manifestava nel tempo. La sua benevolenza o la sua maledizione si manifestavano nel ritmo delle stagioni. C'era, infatti, una coincidenza profonda tra il calendario della vita quotidiana ed il calendario liturgico e, quindi, tra la manifestazioni del tempo dei ritmi della natura e quello del sacro. L'uno si intersecava nell'altro.
Questa compenetrazione delle esperienze del tempo sacro con quelle del tempo profano, consentiva all'uomo dell'antico testamento di avere un unico tempo e di riconoscere in esso la manifestazione della potenza di Dio nel mondo. Si può dire che l'uomo dell'antico testamento percepisse attraverso il tempo la presenza di Dio che irrorava della sua potenza il mondo.
Di questo antico sapere si conserva ancora oggi traccia in quelle memorie particolari che sono le mistiche. Memorie dalle quali ogni tanto esso affiora ad inquietare le teorie culturali e scientifiche contemporanee del tempo.
La concezione del tempo che ci tramanda la tradizione biblica è molto diversa da quella diffusa nelle stesse epoche storiche presso gli altri popoli.

Il significato del tempo nella tradizione di Israele e in quella cristiana

La distinzione fondamentale si può riassumere intorno a due affermazioni. La prima è che il tempo biblico non segna un ossessivo avvolgersi della vita su se stessa, come avviene in quasi tutte le altre concezioni religiose, ma un andare dell'uomo da un passato segnato dal peccato e dalla finitudine, verso un futuro segnato dalla salvezza e dalla pienezza della vita umana al cospetto di Dio. Il tempo nella Bibbia si apre alla dimensione della storia.
La seconda affermazione è che nel tempo biblico vi è l'abolizione della differenza tra tempo sacro e tempo profano.
In quasi tutte le concezioni religiose si postula l'esistenza di due tempi di qualità diversa e separati tra di loro. Uno di questi tempi è quello che ogni persona umana sperimenta nella vita quotidiana ed è il cosiddetto "tempo profano". L'altro tempo è il tempo mitico delle origini, ovvero il tempo della creazione della vita e del mondo e per questo viene detto "tempo sacro". Il tempo profano all'interno di questa concezione viene considerato un tempo privo di valore in quanto privo di ogni possibilità di redenzione della condizione umana e soprattutto inefficace ai fini della salvezza dell'uomo. Il tempo profano appare più come un tempo da subire che da vivere. All'opposto il tempo sacro, a cui si può accedere attraverso il rito sacro o pratiche ascetiche particolari, è l'unico tempo in grado di offrire all'uomo il senso del suo essere e della sua salvezza.
La concezione biblica del tempo dice che l'uomo deve realizzare la sua salvezza nella storia che ha la ventura di abitare e li manifestare, concretamente, la sua fedeltà all'alleanza con Dio. Il sabato, che è pervaso dà ciò che Dio creò il settimo giorno: la menucha, non è un tempo sacro che si separa dal tempo degli altri giorni della settimana; esso è semplicemente un tempo della storia pervaso di una qualità particolare. Il sabato, infatti, è un giorno che differisce dagli altri perché ospita, come una regina, la menucha e non perché esso appartiene ad un'altra dimensione temporale.
Queste due diversità del tempo biblico rispetto a quello delle altre religioni antiche sono quelle che fondano la responsabilità all'agire umano nel tempo e che offrono il senso della storia alle domande dell'uomo intorno al suo destino.
Con il riconoscimento della storicità del tempo e del suo valore ai fini della salvezza umana si è dispiegata nella cultura umana la dimensione della progettualità, che può essere intesa come la capacità dell'uomo di assumere la piena responsabilità della propria storia e, quindi, del proprio futuro.
L'evento salvifico di Gesù ha ulteriormente approfondito e dotato di senso questa concezione, aprendo in modo radicale e definitivo alla speranza della salvezza la storia umana.
Infatti Gesù, il figlio di Dio, ha manifestato se stesso e la sua salvezza nella storia aprendo lo scorrere del tempo nel mondo dell'uomo alla salvezza.
La storia dell'uomo nel mondo, intesa come il dialogo tra il tempo lungo cui scorre la sua vita ed il suo dominio dello spazio, è stata aperta alla salvezza dal sacrificio di Gesù accaduto in un luogo ed in un tempo della storia ben definiti.
La salvezza è entrata nella storia, anche se il tempo del suo definitivo compimento è scritto nel mistero di Dio ed è, quindi, inaccessibile alla coscienza umana.
Le nostre radici affondano profondamente in questo humus e occorre riconoscere che senza di esse non avrebbe luogo nessun discorso sulla dignità della persona umana.

IL TEMPO NELLA ODIERNA SOCIETÀ COMPLESSA

Nella cultura sociale contemporanea la concezione del tempo storico, intesa nel senso biblico dell'assunzione di responsabilità della memoria dell'uomo verso il suo futuro, sembra essersi dissolta e di essa rimane traccia solo all'interno di sempre più esigue minoranze sociali. Ad essa sembra essersi sostituita la concezione di un tempo quotidiano insignificante sul quale si aprono degli squarci del tempo sacro o magico dotato di un forte significato. La vita umana, nella sua dimensione quotidiana, sembra non offrire più alcun senso esplicito e comprensibile che possa essere considerato vero. La vita quotidiana, infatti, sembra risolvere la ricerca della felicità umana esclusivamente all'interno dei gesti che connotano il consumo quotidiano delle informazioni, dei beni materiali e delle relazioni sociali.
La cultura del piacere sembra avere sostituito la cultura della felicità sovrapponendosi ad essa.
Il futuro è più sovente evocato come minaccia piuttosto che come promessa di felicità.
Solo il presente sembra poter offrire strade percorribili alla ricerca di felicità / piacere.
Dentro questa opacità di senso del quotidiano balenano sovente antiche suggestioni che inducono molte persone ad abbandonare il centro esistenziale costituito dalla loro coscienza razionale per affrontare la ricerca di sensi completamente irrazionali, astorici e inconsci della loro esistenza. L'esoterismo, con le sue pratiche misteriche, che sovente debordano nel ridicolo, rappresenta molto bene questa ricerca che, peraltro, risponde ad un profondo bisogno umano. Questa ricerca porta l'uomo lontano dal suo tempo quotidiano e dalla sua storia per immergerlo in un tempo privo di qualsiasi rilevanza per la sua vita nella realtà del mondo o che, al massimo, gli offre l'illusione di poter manipolare magicamente, senza la sofferenza dell'impegno quotidiano, il mondo stesso.
Chi non si abbandona a questa fuga dalla realtà del quotidiano rimane molto spesso prigioniero del tempo inteso come somma di opportunità di consumo e cerca disperatamente di elevare il proprio consumare ad atto dotato di senso per la sua esistenza, bruciando senza accorgersene la sua memoria del passato ed il suo sogno di futuro.
Anche se non esclusiva questa cultura del tempo è oggi dominante e lo scorrere del tempo è ridotto ad un meccanico movimento, utile solo alla regolazione della vita sociale, all'interno del quale ogni istante è separato da tutti gli altri. La solitudine di ogni istante è il segno dell'impossibilità del tempo di proporsi come un disegno dotato di un senso globale e in cui ogni istante assume la funzione di un particolare. Ogni istante, infatti, propone il suo significato, irrimediabilmente relativo e soggettivo, senza avere la pretesa di proporsi come un passo di quel cammino che prende il nome di storia.
Questa concezione del tempo ossessivamente fissato sul proprio presente, fissato cioè sull'istante in cui esso appare alla coscienza, porta con sé necessariamente anche la concezione dell'inconsistenza e della illusorietà del tempo essendo questi considerato solo come la manifestazione di ciò che accade nello spazio.
In altre parole questa concezione postula che il tempo esista solo come prodotto degli eventi che accadono nello spazio. Senza eventi non si avrebbe tempo. Questo modo di concepire il tempo, che è anche figlio della riflessione scientifica contemporanea, ha un fondamento indubbio di verità. Non si può però accettare l'affermazione di una sorta di subalternità del tempo allo spazio. Subalternità che deriva dal pensare il tempo solo come prodotto dello spazio, come effetto di questi che, quindi, si pone nei suoi confronti come causa.
La concezione più corretta consiste nel pensare il tempo e lo spazio come due realtà che esistono insieme, e che, quindi, nell'esperienza umana non sono separabili, senza pretendere di affermare il primato dell'uno sull'altro. Il tempo non esiste senza spazio e lo spazio non esiste senza tempo. Non si può accettare la concezione unidirezionale della fisica relativistica che lega lo scorrere del tempo alla massa dello spazio. Si può infatti pensare anche che la massa dipenda dallo scorrere del tempo. È forse più utile pensare che tempo e spazio si condizionino reciprocamente invece di pensare che solo il tempo condizioni lo spazio.
Questa affermazione, che per coloro che non hanno familiarità con le riflessioni sul tempo della fisica relativistica può apparire un po' oscura, è necessaria se si vuole evitare di subordinare il tempo, ovvero la storia umana, al dominio imperiale del potere.

LO SPAZIO E IL POTERE

Se il tempo è lo svolgersi della realizzazione della persona umana verso la sua pienezza e, quindi, verso la sua salvezza, lo spazio è il luogo da cui la persona umana trae la possibilità della sua vita e in cui si annida però anche la possibilità della sua distruzione. Lo spazio è il campo in cui si esercita il potere dell'uomo sulle cose , su se stesso e sugli altri uomini che intersecano con la loro esistenza la sua vita.
Lo spazio, essendo il luogo della possibilità della vita umana, può essere perciò legittimamente considerato come la dimensione tipica del potere.
Accettare una concezione del tempo come prodotto del potere significa, di fatto, considerare il potere come l'origine dell'essere e dare al potere il primato nel farsi della vita umana. Il potere, secondo questa concezione, diviene il cuore della vita umana e, quindi, la lotta per il potere assume il significato di orizzonte di senso della vita umana. Ora che la vita umana debba continuamente fare i conti con il problema del potere è un fatto ovvio. Tuttavia questo non può e non deve significare che la vita umana esaurisce il suo senso all'interno della logica del potere. Oggi, invece, è piuttosto diffusa nella cultura sociale la concezione che vede nella lotta per il potere l'unico senso dell'agire umano. Ciò deriva senz'altro anche dalla subordinazione del tempo allo spazio che la cultura sociale ha realizzato. Allo stesso modo il discorso che nella cultura sociale contemporanea privilegia l'avere sull'essere non è che un modo di dire la subalternità del tempo allo spazio.
La riproposizione della consistenza del tempo, della sua esistenza simultanea a quella dello spazio, è un modo per riaffermare che il senso della vita umana lo si ritrova nell'essere e non solo nell'avere. In modo più preciso si può dire che nella vita umana l'avere deve fare i conti con l'essere, che la possibilità offerte dal potere alla vita umana devono essere inserite in una storia di realizzazione della persona. Realizzazione che si fa storia perché il suo senso è collocato nelle segrete regioni del tempo.
La via più diretta che l'uomo ha a disposizione per accedere al senso del tempo è costituita dal progetto che egli fa di sé e della propria vita.

PROGETTUALITÀ E VITA UMANA

È un dato oramai comune alla moderna riflessione filosofica quello che rileva che ogni realtà è comprensibile e spiegabile solo se viene osservata da un punto che si collochi al di fuori ed al di sopra di essa. La logica ha ampiamente provato questo assunto e ha trovato la sua più felice espressione nelle parole di L. Wittgenstein: "La soluzione dell'enigma della vita nello spazio e nel tempo si trova al di fuori dello spazio e del tempo". La vita umana non svela il suo senso se non ci si pone a contemplarla da un punto che sia al di là delle frontiere dello spazio-tempo in cui si manifesta. Il punto da cui tradizionalmente l'uomo si è posto per cercare il senso del suo agire quotidiano è stato quello della fede religiosa oppure, ad un livello inferiore, quello della riflessione filosofica. Da questo punto di vista, sganciato dai problemi della sopravvivenza e dalla risposta ai bisogni contingenti, l'uomo ha potuto dare un senso non effimero al suo apparire e scomparire nello spazio-tempo. Ogni cultura umana ha sempre contenuto un suo particolare "sapere" che consentiva a chi lo accoglieva di tentare la ricerca del senso non contingente della propria vita. Molti di questi "saperi" erano fallaci ed inconsistenti e la loro funzione era eminentemente di tipo consolatorio. Tuttavia ogni cultura umana non ha potuto fare a meno di essi perché rispondevano alla esigenza profonda di dare unità e, quindi, senso ai vari frammenti in cui si spende la vita della persona.

Senso, progetto, società complessa

La cultura delle società complesse sembra invece tentare di espungere da se questo sapere particolare proponendo in sua vece la non comprensibilità del senso della vita umana e della stessa realtà. Il cosiddetto pensiero debole è l'espressione più compiuta e matura di questa tendenza. Secondo questa forma di pensiero l'uomo deve porre le sue domande senza pretendere di ottenere una risposta. Se questo modo fragile di porsi dell'uomo di fronte alla realtà della sua vita gli ha consentito da un lato di eliminare dal suo orizzonte culturale molte certezze illusorie, molte intolleranze letali e molti ideologismi che invece di aiutare a comprendere la realtà ne nascondevano il suo vero senso, dall'altro lato essa ha significato l'abbandono di ogni ricerca del senso capace di dare unità e coerenza alla sua vita. Il risultato pratico di questo atteggiamento è, specialmente nel mondo giovanile, un abbandono di ogni tipo di progettualità in favore di un lasciarsi fare della persona umana dalle circostanze e dagli eventi che ha la ventura di vivere. Èalore e una necessità esistenziale.
Il rifiuto della coerenza può essere considerato un rifiuto di vivere il tempo come il tessitore della persona umana ovvero di pensare la persona umana come il frutto di una storia dotata di senso.
C'è un legame profondo tra la dichiarazione di impotenza da parte della cultura sociale attuale di fronte alla ricerca del senso della vita e la incapacità della stessa cultura di comprendere lo scorrere del tempo e di fornire gli strumenti necessari per udirne la musica che apre le porte della profondità dell'essere umano.
La riproposta che l'animazione fa della progettualità e, quindi, del valore del tempo è un tentativo di far riappropriare la persona umana di una dimensione essenziale del suo essere: quella che gli deriva dal suo abitare il confine tra il finito spazio-temporale e il mistero che lo trascende. Il senso che proviene all'uomo dalle soglie del mistero, attraverso la Rivelazione Divina, è ciò che gli consente di vivere in modo unitario la sua vita, di sopportare senza disperazione la tensione tra la sua finitudine e il suo essere figlio dell'infinito.
L'uomo non può sviluppare pienamente le sue potenzialità umane senza aprire la sua vita alla coerenza di un progetto il cui senso trascenda l'utilità immediata, la risposta ai bisogni contingenti, la ricerca del piacere o l'urlo della disperazione e del dolore.
Il progetto che l'uomo fa di sé e della propria vita è la manifestazione del tentativo di autorealizzarsi secondo un disegno la cui coerenza è al di là delle frontiere dello spazio e tempo che abita. Questo non significa che l'uomo non possa vivere seguendo un progetto che nasce dalla esclusiva risposta ai suoi bisogni ed al suo desiderio di felicità. Significa semplicemente che solo un progetto che tragga il proprio senso da un livello superiore a quello contingente in cui si svolge la vita umana può aprire l'uomo alla sua vera natura ed offrire unitarietà e coerenza alla sua vita.
Il progetto è perciò il punto di fuga a cui tendono tutti i frammenti di cui è fatta la vita dell'uomo e che offre ad essi la profondità di una prospettiva il cui orizzonte è la soglia del mistero.
Tempo e progetto sono due parole chiave dell'animazione perché sono il fondamento di ogni discorso educativo che voglia proporre la concezione che considera la storia un cammino verso quella salvezza che porta l'uomo oltre i limiti della storia. Solo se l'uomo vive coerentemente e integralmente la propria storia può sperare di vivere in pienezza oltre la storia.