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Nel deserto, dirò parole d'amore al mio popolo


Riccardo Tonelli

(NPG 1988-09-4)


La ricerca sul "deserto" è affiorata come una esigenza improvvisa, espressa in intuizioni confuse, sollecitata da mille differenti segnali. Risuonava sommessa e incerta, quando veniva meditata con calma; ritornava prepotente e esigente, appena tentavo di rimuoverla.
Ho resistito a lungo. Mi frenava la paura del nuovo, le incertezze di chi incespica lungo il sentiero che percorre per la prima volta. E mi inquietava il sospetto di rimettere in primo piano problemi e prospettive che una spiritualità della vita quotidiana cercava giustamente di ridimensionare.
L'eco della voce del profeta mi è ritornata spesso, però, come uno di quei ritornelli che ti martellano dentro senza sapere il perché e che ti viene di canticchiare a mezza voce, senza speciali ragioni: "Un giorno, io, il Signore, riconquisterò Israele, il mio popolo. Lo porterò nel deserto e gli dirò parole d'amore. Gli restituirò le vigne che aveva e trasformerò la valle della disgrazia in una porta di speranza. Lì, mi risponderà come al tempo della sua giovinezza quando uscì dall'Egitto" (Osea 2, 16-17).
E se il deserto fosse davvero il luogo in cui Dio dice parole d'amore al suo popolo, anche oggi, in un tempo che sembra avvolto nel suo silenzio?
Ho cominciato così a pensare al "deserto", come ad una dimensione indispensabile anche per la spiritualità della vita quotidiana.

UN PANORAMA STRANO

Mi sono guardato d'attorno. E ho scoperto un panorama inquietante e affascinante.
Molti cristiani hanno amato e cercato il deserto.
Qualcuno l'ha fatto proprio in termini fisici. Chi è stato in Terra Santa ha certamente visitato le "laure" del deserto di Giuda. Ti restano negli occhi, come uno squarcio abbagliante di luce.
Le "laure" sono grotte scavate nella roccia, rudimentali costruzioni arroccate su strapiombi. Lì vivevano, in solitudine e in austerità, i primi monaci nella storia della Chiesa. Anche oggi, è un'impresa raggiungere quei posti, sprofondati tra le gole dei torrenti e le pietraie, lontani qualche ora di jeep dai centri abitati.
Questi uomini sceglievano il deserto come casa per confessare meglio che solo Dio è il Signore.
La loro esperienza non si è spenta nello scorrere del tempo.
Qualcuno ha continuato lo stesso modello di vita; e abita oggi le stesse grotte, con la stessa passione e per la stessa causa.
Altri - moltissimi altri - si sono costruiti il deserto in casa nelle loro celle, trasformate in luoghi di silenzio e di vita dura. Monasteri e conventi punteggiano le nostre regioni, come piccoli frammenti di una grande pervasiva ricerca di deserto.
Non sono l'ultimo resto di una gente strana, fuori dal tempo e dalla storia. Chi studia con serietà il cammino della nostra cultura è costretto a far strada sempre con qualcuno di questi uomini grandi. Rintanati nel deserto delle loro celle, hanno scritto la storia dell'Europa.
Oggi, la loro presenza preziosa continua per la crescita in umanità anche degli uomini distratti e affannati. Molti hanno sostituito agli strumenti con cui dissodavano le terre incolte e curavano gli infermi, le pagine di una produzione letteraria, pensosa e sapiente.
E non sono isolati. Un grande credente del nostro tempo ha gridato, un giorno non lontano, a mille giovani che ascoltavano affascinati la sua testimonianza: "Quando attraverso queste nostre città, convulse e dissacrate, ho bisogno di un giorno di deserto per poter tornare a pregare".
Il deserto continua a fiorire, perché ci sono dei cristiani che lo scelgono come loro dimora. Dove noi ci vediamo solo vuoto e tristezza, loro sperimentano gioia e compagnia.
Danno con i fatti ragione al profeta:

"Lì farò un'alleanza con gli animali feroci,
con gli uccelli e con i rettili,
perché non diano fastidio al mio popolo.
Spezzerò l'arco e la spada, eliminerò la guerra da questa terra.
Farò vivere il mio popolo in pace.

Israele, ti farò mia sposa,
e io sarò giusto e fedele.
Ti dimostrerò il mio amore
e la mia tenerezza.
Sarai mia per sempre" (Osea 2, 20-22).

Il panorama ci presenta anche aspetti inquietanti.
Noi, la gente della fretta, dell'azione e della comodità a prova di tutto, abbiamo abbandonato il deserto. Ci fa paura: quello fisico, fatto di pietre, di sole e di sabbia, nelle lunghe distanze indecifrabili; e quello piccolo, più programmabile, ma continuo e ossessivo, del silenzio, dell'isolamento, della contemplazione.
Abbiamo cercato una vita cristiana senza deserto. L'abbiamo fatto con mille ragioni e tanti pretesti. Volevamo riscattarla dai modelli antropologici e teologici ingiusti e disumani. Ma ci siamo, spesso, trovati lontani dal Signore, con gli altari pieni di idoli, costruiti con le nostre mani sapienti.
Volevamo essere più uomini, per essere davvero cristiani; e qualche volta ci siamo scoperti soltanto gente dagli ideali bassi, sedotta dalle nostre stesse cose, distratti e dissipati.
E così la dimensione spirituale dell'esistenza è naufragata.
Mi mette in crisi invece la testimonianza di tanti cristiani, impegnati nella dura lotta per la liberazione dell'uomo, sulle frontiere dell'America Latina. Hanno riscoperto il "deserto" senza abbandonare la lotta e l'impegno. L'hanno riscoperto come momento di libertà, di solitudine e di solidarietà, per vivere l'impegno di liberazione da uomini spirituali. Ce lo ricorda, tra le tante voci, quella di un testimone qualificato: "Il pellegrinaggio avviene nella povertà e nelle privazioni imposte dalla terra inospitale che il popolo deve attraversare. Esso non si sposta portandosi sulle spalle la propria casa; ma va in cerca di una nuova abitazione. Lo assalgono i timori e si moltiplicano le minacce alla sua vita. Per questo si presenta ripetutamente la tentazione del ritorno, del passo indietro. (...)
La marcia nel deserto è un andare continuo ed esigente. (...) Nel deserto non esiste una pista tracciata in precedenza. Lì, come nel mare, le tracce non si conoscono. Il cammino spirituale è libertà permanente e creatrice sotto la guida dello Spirito. La rotta è tracciata nella massima solitudine. La solitudine non è il ripiegamento egoista, è un fatto centrale di tutta l'esperienza di Dio: Dio ci parla nel deserto. La solitudine prepara la comunione, dispone con autenticità ad essa. Senza l'esperienza della solitudine non c'è comunione, né unione con Dio, né vera condivisione con gli altri" (G. Gutiérrez).

IL DESERTO COME LUOGO O COME METAFORA DI UNO STILE DI VITA?

Il deserto, cercato o fuggito, è un luogo fisico oppure è uno stile di vita?
Noi siamo in crisi di capacità contemplativa perché abbiamo abbandonato, troppo frettolosamente, il deserto, per tornarci solo come curiosi turisti? Oppure la crisi innegabile è dovuta al basso profilo della nostra esistenza quotidiana?
Il forte richiamo al deserto, testimoniato da tanti cristiani, mira solo ad una qualità diversa di vita o essi sollecitano a momenti di vero deserto?
Questi interrogativi hanno inquietato la mia ricerca. Avvertivo la soluzione dei problemi sottesi come pregiudiziale a tutto il cammino.
Non penso subito al deserto come un ambiente fisico. Lo immagino prima di tutto uno stile di vita: la ricerca di spazi "dalla parte del deserto" nel ritmo della nostra vita quotidiana, per ritrovare un modo di vivere da uomini credenti.
Questa è la mia scelta. L'ho progressivamente maturata, meditando i testi della Scrittura e della prima tradizione cristiana.
La nostalgia del profeta per il deserto non corre prima di tutto a quell'ambiente fisico di cui parlano i testi di geografia. Anche lui, come tutti quelli che l'hanno attraversato, sa che il deserto non è certo una terra benedetta da Dio. Assomiglia molto alla desolazione iniziale, quando "sulla terra non c'era ancora nemmeno un cespuglio e nei campi non germogliava l'erba" perché "Dio, il Signore, non aveva ancora mandato la pioggia e non c'era l'uomo per lavorare la terra" (Gen 2, 5).
Il deserto è il luogo della maledizione, l'esito a cui viene condannato chi tradisce la fedeltà a Dio.
"Siamo tristi nel fondo del cuore,
i nostri occhi sono velati di lacrime
perché il monte Sion è diventato un deserto,
un posto abitato dalle volpi.
Queste sono le conseguenze del nostro peccato" (Lamen 5, 16-18).
Il popolo ebraico ha vissuto però una esperienza unica che ha riscattato il deserto.
Nel tempo dell'esodo, infatti, in quella sofferta marcia che l'ha ricondotto dall'Egitto alla terra dei padri, esso ha trascorsi lunghi anni del deserto. In questo luogo, duro e ostile, si è ritrovato Dio vicino e accogliente, come mai gli era successo prima. L'ha condotto per mano, liberato da mille pericoli, nutrito e dissetato dalla sua potenza. Nel deserto, Dio ha firmato un patto di vita con lui. Lì, la sua fedeltà è stata messa alla prova. Nonostante i continui segni di una insperata benevolenza, anche in questo tempo felice è riaffiorato il tradimento e l'infedeltà. Dio però è rimasto vicino al suo popolo. Lo ha richiamato e colpito. Ma alla fine lo ha salvato, riportato alla casa promessa, "in una terra fertile e spaziosa dove scorre latte e miele" (Es 3, 8).
Così, il deserto è stato veramente trasformato. La terra maledetta è diventata terra di benedizione.
Il profeta l'aveva sognato; i fatti gli hanno dato ragione a dismisura:

"Saranno come pecore,
che pascolano lungo le strade
e trovano erba abbondante
su ogni collina.
Non soffriranno più la fame o la sete,
né il sole, né il vento caldo del deserto
li colpirà.
Li condurrò con amore,
li guiderò a fresche sorgenti.
Farò passare attraverso le montagne
facili strade.
Il Signore conforta il suo popolo
e ha misericordia
per quelli che hanno sofferto" (Isaia 49, 9-13).

In questa esperienza il deserto risuona come il tempo della fedeltà misericordiosa di Dio.
Per questo, l'uomo della Bibbia è pieno di nostalgia per il deserto, anche se lo teme ogni volta che lo deve attraversare, e lo combatte per strappargli fazzoletti di terra fertile. Ricorda con rimpianto il tempo di una fedeltà più grande; è ancora affascinato dall'esperienza di sentirsi sussurrare "parole d'amore" da Dio.
Noi siamo un po' nella situazione del popolo ebraico, pellegrino verso la terra promessa. In cammino verso la casa del Padre, siamo ancora nel tempo duro del deserto. L'abbiamo riempito di luci e di colori, addomesticato con i mille ritrovati della nostra scienza e sapienza. Ci stiamo bene, anche perché abbiamo condannato altri a stare peggio di noi.
Anche noi siamo nutriti di un pane di vita che viene dal cielo; siamo anche noi dissetati da una fresca acqua di sorgente. La nostra vita, misteriosamente avvolta della presenza di Dio, resta però sempre il tempo del deserto: della lotta, dell'attesa, dell'esodo.
La nostalgia per il deserto non è la fuga dalla nostra cultura né la ricerca forzata di un'austerità a tutti i costi. È invece la ricostruzione nel nostro tempo delle stesse esperienze che hanno trasformato il deserto in un tempo felice.
Il deserto è quindi prima di tutto la "cifra" di un modo di vivere, il segno più espressivo di uno stile di esistenza che dobbiamo recuperare, per vivere da credenti in una spiritualità della vita quotidiana.
Se c'è della gente che non può rinunciare al deserto, siamo proprio noi.

DALLA PARTE DEL DESERTO NELLA VITA QUOTIDIANA

La nostalgia per il deserto ha messo in primo piano uno stile di vita "dalla parte del deserto".
Per concretizzare la proposta, provo a ricordare alcune delle esigenze relative.
Meditandole, sono riandato spesso all'esperienza del deserto, vissuta nell'esodo e nelle scelte di vita di tanti credenti.
Certamente, stile di vita e deserto non sono la stessa cosa; e nemmeno si può immaginare un rapporto automatico.
È innegabile però un certo collegamento. Non riusciamo a nascondercelo, se non per la paura di dover fare scelte troppo gravose.
Nel deserto, come luogo di vita dura ed essenziale, come sospensione, almeno momentanea, dei ritmi e dello stile della vita quotidiana, queste esigenze affiorano quasi come spontanee. Nel ritmo della nostra esistenza invece possono essere ritrovate solo a gran fatica.

Prendere le distanze ogni tanto dalle logiche della vita quotidiana

Il profeta pensa alla faticosa permanenza del popolo ebraico nel deserto come al tempo del "fidanzamento" con Dio. Perché?
Quando l'amore bussa alla vita di due persone, tutto si tinge dei toni affascinanti dell'entusiasmo, della poesia, della disponibilità a tentare, a rischiare, a sognare.
Qualcuno ha persino paragonato lo "stato nascente" dei movimenti culturali, sociali e politici al tempo dell'innamoramento, a questo momento felice di giovinezza senza ombre e senza preoccupazioni.
Chi ha già percorso la dura strada dell'esistenza, ha molto di più i piedi per terra. Ricorda che il tempo delle rose finisce presto. Brutalmente mette davanti l'esigenza di sacrificio, di rinuncia, di previsioni a lunga scadenza.
Un po' di ragione ce l'ha chi sogna e chi trascina al realismo.
Lo proclama, con un punta di cinismo, il vecchio saggio della Bibbia:

"Nella vita dell'uomo,
per ogni cosa c'è il suo momento,
per tutto c'è un'occasione opportuna.
Tempo di nascere, tempo di morire,
tempo di piangere, tempo di ridere,
tempo di lutto, tempo di baldoria,
tempo di abbracciare, tempo di staccarsi,
tempo di conservare, tempo di buttar via,
tempo di guerra, tempo di pace" (Qoelet, 3, 1-8).

Questi discorsi sono sulla bocca di tutti. Ci lasciano però un velo di tristezza: ci resta la nostalgia del tempo del fidanzamento, anche se ci ritroviamo misurati dal tempo del realismo.
Possiamo essere cristiani del buon senso e dai piedi per terra?
Il cristiano vive immerso nel mondo. È la sua casa e non la vuole fuggire.
Delle sue logiche alcune sono certamente contrarie al Vangelo, costruite dentro prospettive mortifere. Da queste non è difficile prendere le distanze, almeno in linea teorica.
Molte altre, invece, sono meno evidenti. Determinano quello stile di perbenismo e di concretezza che è indispensabile per ogni convivenza ordinata.
Non ci vuole una gran fantasia per immaginare degli esempi concreti.
Basta pensare al mondo della politica e a quello dell'economia, alle continue sgomitate necessarie per farsi un po' di spazio, a mille esigenze che sembrano irrinunciabili, che affannano le nostre giornate, ai compromessi che tutte le attraversano.
Il cristiano percepisce un disagio crescente; s'accorge di dover tentare qualche alternativa nuova. Si sente soffocare, nei suoi sogni e nei suoi progetti. Ma non sa come muoversi e cosa inventare. Ha paura di essere costretto a fare come tanti altri: spegnere l'insofferenza dell'utopia, per vivere a proprio agio nella mischia delle vicende quotidiane.
Abbiamo bisogno di respirare, ogni tanto, aria pulita: l'aria tersa ed essenziale che si respira nel deserto.
Il deserto è capacità di prendere le distanze dalle logiche in cui siamo immersi, per verificarle tutte, in un'opera coraggiosa di discernimento critico.
Se restiamo immersi in queste logiche, non ce la facciamo proprio a giudicarle spassionatamente. Solo collocati altrove, possiamo rivedere tutto in luce nuova.
Davvero, il deserto è il tempo del fidanzamento: il tempo dove sogniamo ad occhi aperti, dove i buoni consigli e gli inviti a tenere i piedi per terra neppure ci sfiorano, perché è solo tempo di sogni.
Rifatti nel sogno, possiamo riprendere il ritmo duro di una esistenza che ha bisogno di mercanteggiare le esigenze e di ridimensionare le prospettive.
Ritornando dal nostro piccolo deserto al ritmo sfrenato della vita quotidiana, ci resta un pizzico di nostalgia per il tempo dell'innamoramento.
Viviamo nella vita quotidiana, pieni del ricordo pericoloso del deserto.

Per imparare al rallentatore la "vita dura"

Il processo al rallentatore è un interessante possibilità offerta dai moderni strumenti di registrazione.
Viene usato abitualmente nelle riprese sportive. Le immagini scorrono con un ritmo che non è quello normale. E così i particolari risaltano meglio, fino ai minimi dettagli. Si può persino ritornare indietro e riprendere da capo l'immagine. Può essere bloccata, congelando in un frammento di presente lo scorrere inesorabile del tempo.
In moviola, riusciamo a fermare il tempo, riconduciamo il presente nel suo passato, imprimiamo al presente un movimento che non è il suo ritmo naturale: ce lo aggiustiamo sulla nostra lenta capacità di penetrazione.
Nella vita cristiana abbiamo bisogno di decifrare il presente in questo stile, per non restare soffocati dai suoi ritmi affannosi e non restare prigionieri delle sue trame seducenti.
Gli uomini spirituali dei tempi antichi, quelli che avevano scelto il deserto come loro abituale dimora, avevano risolto il problema alla radice. Tutta la loro esistenza era un processo al rallentatore. Sceglievano, con lucidità coraggiosa, di vivere il tempo fuori del tempo, per poter allacciare meglio passato e futuro.
Abbiamo scelto una spiritualità diversa, per restare gente di questo nostro tempo senza rinunciare alla signoria di Dio sulla nostra vita. Una spiritualità della vita quotidiana è davvero una spiritualità del presente, che cerca, sul presente, la compagnia con tutti gli uomini. Una spiritualità della vita quotidiana è un modo di vivere il presente nella gioia e nella festa, come piccola anticipazione della grande festa del futuro.
Il presente però ci incombe, pronto ad ingoiare nelle sue trame tutti i nostri progetti. Lo costatiamo spesso, appena ritroviamo il coraggio di fare bene i conti delle nostre scelte.
Qualcuno contesta questo modello di spiritualità proprio a partire dalla paura che, un po' alla volta, si perda l'essenziale, riducendo la qualità dell'esistenza cristiana ad una patina insignificante.
Davvero, abbiamo bisogno di imparare un po' di "vita dura".
"Vita dura" significa il coraggio di mettere Dio sopra ogni cosa, come l'unico Signore. Significa distruggere, con decisione, tutti gli idoli che ci siamo fabbricati per riempire di essi la casa della nostra vita.
"Vita dura" è ricostruire, nel tessuto della nostra personalità, atteggiamenti che vanno facilmente smarriti, nel ritmo affannoso delle nostre giornate. Penso, per esempio, alla semplicità e alla difficile capacità di ritornare essenziali. Penso ancora alla pazienza e alla attesa, nella convinzione che le cose che contano non sono mai assicurate con la bacchetta magica del "tutto e subito". E penso a quella capacità di stupore di cui sono dotati gli uomini grandi, disposti ad ammirare, in un profondo movimento religioso, quello che la gente distratta neppure avverte, abituata ai toni forti e ai tratti grossolani.
Dio sta di casa solo nella semplicità, nello stupore, nella paziente ricerca e nella trepida attesa. Possiamo distruggere gli idoli solo se siamo capaci di rinunciare tranquillamente a tante cose che non contano.
Nella "vita dura" rientra un'altra dimensione perduta di umanità: la solidarietà. Solidarietà è condivisione e compagnia per la vita degli altri: capacità di fare a meno di tante cose perché tutti possano avere almeno quello di cui hanno bisogno.
La radice della solidarietà è la coscienza che "la terra è di Dio". I primi discepoli di Gesù l'avevano capito fino all'utopia: "Tutti i credenti vivevano insieme e mettevano in comune tutto quello che possedevano. Vendevano le loro proprietà e i loro beni e distribuivano i soldi fra tutti, secondo le necessità di ciascuno" (Atti 2, 43-45).
Chi attraversa il deserto anche come turista, come chi si attrezza per una difficile scalata in montagna, vive questi atteggiamenti come normali ragioni di sopravvivenza. Se qualcuno tenta di portare con sé le comodità e le abitudini della vita in città, diventa un peso per tutti. Stare al gioco della "vita dura" è condizione pregiudiziale.
In questi casi, però essenzialità e solidarietà finiscono presto. Sfumano in un bel ricordo, in qualche amico in più, in un album di fotografie da mostrare, con nostalgia e fierezza.
Vivere il deserto "al rallentatore" significa invece molto di più: programmare, ogni tanto, tempo di deserto per reimparare a vivere in una logica nuova nella vita quotidiana.
Al centro resta il ritmo del quotidiano. In esso ci ritagliato spazi speciali, processi "al rallentatore", per verificare anche i più piccoli particolari della nostra esistenza, sperimentare un modo nuovo di viverla, abilitarci, nell'esercizio prolungato, a vivere così.
La vita nel deserto ci aiuta a vivere da uomini spirituali nella vita quotidiana.

Ascoltare le voci sommesse

Il deserto è silenzio: un lungo interminabile silenzio, dove risuonano distinte anche le voci più sommesse.
Basta una sola esperienza per restarne affascinati. L'ho provato nel deserto del Sinai, anche se ero in compagnia di tanti amici e se ci portavamo dentro il frastuono che ormai ci avvolge come una nebbia sottile e pervasiva.
Nel deserto tutto parla, perché tutto è pieno di silenzio.
Nelle nostre città, un rumore di fondo, cupo e continuo, lascia la parola solo a chi urla.
Il silenzio è la condizione irrinunciabile per ascoltare Dio che si fa Parola sussurrata, come la brezza di una calda sera d'estate (Gen 3, 8), sconvolgente e imprevedibile perché mai posseduto. L'una dimensione e l'altra ce la ricorda una pagina famosa della Bibbia: l'incontro di Dio con Elia, il profeta che "era come il fuoco, la cui parola bruciava come una fiamma" (Sir 48, 1). "Il Signore stava passando. Davanti a lui un vento fortissimo spaccava le montagne e fracassava le rocce, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento venne il terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto venne il fuoco, ma il Signore non era neppure nel fuoco. Dopo il fuoco, Elia udì come un lieve sussurro. Si coprì la faccia con il mantello, uscì sull'apertura della grotta e udì una voce che gli diceva: Che fai qui, Elia?" (1 Re 19, 11-14).
Una spiritualità della vita quotidiana vuole leggere il visibile dalla prospettiva del mistero di Dio che si porta dentro. Ha bisogno del silenzio, come dell'aria che respiriamo; altrimenti il mistero resta muto, la voce di Dio viene soffocata.
Per questo abbiamo bisogno di ritrovare un po' di deserto.
Nel silenzio del deserto impariamo ad ascoltare la voce che giunge dal mistero di Dio. E diventiamo capaci di rispondere a questa voce interpellante.
Lo sappiamo e celo siamo detti tante volte: Dio è Parola che chiama e che sollecita risposte.
Anche la nostra risposta è parola sussurrata, in timore e trepidazione. Lo è quando rispondiamo nella preghiera e lo è quando rispondiamo con i fatti del regno di Dio.
La preghiera del cristiano non è moltiplicare parole a voce alta: "Quando pregate, non fate come gli ipocriti che si mettono a pregare nelle sinagoghe o agli angoli delle piazze per farsi vedere dalla gente. Vi assicuro che questa è l'unica loro ricompensa. Tu invece, quando vuoi pregare, entra in camera tua e chiudi la porta. Poi, prega Dio presente anche in quel luogo nascosto. E Dio, tuo Padre, che vede anche ciò che è nascosto, ti darà la ricompensa. Quando pregate, non usate tante parole come fanno i pagani: essi pensano che a furia di parlare Dio finirà per ascoltarli" (Mt 6, 5-7).
La nostra risposta è soprattutto intessuta di fatti: "Non tutti quelli che dicono 'Signore, Signore!' entreranno nel regno dei cieli. Vi entreranno soltanto quelli che fanno la volontà del Padre mio che è nei cieli" (Mt 7, 21).
Solo avvolti nel silenzio, possiamo dire le parole, giuste e sufficienti, per incontrare il Dio del silenzio. Solo nella capacità di una continua attenta verifica, possiamo inventare quei gesti dalla parte della vita, che costruiscono oggi un po' del regno di Dio.

Finalmente in compagnia di se stessi

Di un'altra cosa il deserto è davvero maestro inesorabile: costringe a restare soli, in compagnia di se stessi.
Ho l'impressione che sia una delle esperienze più difficili oggi. Abbiamo tutti un gran paura di restare soli e cerchiamo affannosamente gli altri. Ci sostengono, ci servono di prezioso punto d'appoggio. Diventano persino il grembo materno a cui affidiamo la fragile nostra esistenza.
Spesso è una compagnia strana: rumorosa e distraente, come un pomeriggio domenicale che dura tutta la vita, passato in discoteca, vicini e tanto isolati, costretti ad urlare per farsi ascoltare, sempre male interpretati, nel sottofondo musicale che distorce ogni voce. Ma ci va bene. Ci aiuta a non pensare: a non avere paura e a non essere costretti ad alzare le mani invocanti.
Qui è il punto.
Quando siamo soli, faccia a faccia con la nostra finitudine, ci sentiamo costretti a cercare due polsi robusti a cui ancorare le nostre braccia alzate nell'invocazione. Ma questo ci fa soffrire, troppo per risultare praticabile.
Scopriamo di non bastare a noi stessi, noi che sappiamo tante cose e usciamo indenni da tutti gli inghippi. E ci accorgiamo che, in fondo, nessuno dei nostri amici ci basta per sopravvivere sull'onda del limite invalicabile della nostra fame di vita e di felicità.
Abbiamo paura di sprofondarci nell'abisso dell'"oltre", dove i conti non tornano più.
E così scappiamo dalla difficile e inquietante compagnia di noi stessi.
Nel deserto questa fuga è impossibile. Sprofondati nel silenzio, lontani dalle cose che ci rassicurano, fuori dal ritmo ossessivo del nostro tempo, ci troviamo inesorabilmente da soli.
Diventiamo gente che cerca salvezza.

"Come la cerva assetata
cerca un corso d'acqua,
anch'io vado in cerca di te,
di te mio Dio.
Di te ho sete, o Dio,
Dio vivente:
quando potrò venire
e stare alla tua presenza?" (Salmo 42, 1-3).

Il deserto è lotta

Un'ultima cosa voglio ricordare, per scoprire di quanto deserto abbiamo bisogno nel nostro progetto di spiritualità.
Il deserto è il luogo della lotta. L'ha vissuto così Gesù, in quel periodo drammatico della sua vita in cui si è trovato costretto a scegliere la qualità della sua vocazione per la causa di Dio. "Lo Spirito di Dio spinse Gesù nel deserto. Là egli rimase quaranta giorni, mentre Satana lo assaliva con le sue tentazioni" (Mc 1, 12-13).
Nel deserto Mosè ricostruisce la sua vocazione di mano potente di Dio. Nel deserto il popolo ebraico rinnova la sua fedeltà a Dio. Nel deserto Elia ritrova la sua passione infuocata per la causa di Dio.
Come Gesù, anche Mosè, Elia, il popolo ebraico, i monaci abitatori del deserto sono stati tentati da Satana: messi continuamente di fronte ad alternative drammatiche.
Continuare o rinunciare?
Non c'è una risposta, pronta e facile, una di quelle che non lascia alternative. La decisione è sempre come buttarsi nell'abbisso di Dio. Ci possono accogliere le braccia rassicuranti o possiamo sfraccellarci sulle dure rocce.
Il deserto è il tempo della prova: della decisione che rischia tra le diverse alternative.
Ma questo è un momento irrinunciabile di ogni vita nello Spirito.

IL LUOGO PER UNA CONVERSIONE SERIA

Il ritratto di uomo, che esce dalle pagine precedenti, va di certo controcorrente rispetto alle logiche su cui scorre la nostra esistenza. L'appello al deserto, ad uno spazio "diverso" da quello di tutti i giorni, sconvolgente e provocante quasi in forma fisica, risuona come condizione per imparare a vivere in modo alternativo rispetto alle logiche di perbenismo, di affanno, di fretta, di tranquillità pagata ad ogni prezzo, di individualismo, che ci soffocano.
Il processo si fa incalzante. Vogliamo vivere da cristiani dentro le nostre città, in compagnia gioiosa e fraterna con tutti; vogliamo però viverci davvero nella sequela del Signore Gesù, senza tradire le sue esigenze. Non è necessario "scappare" dal quotidiano, come se la fuga fosse l'unica condizione di una sequela impegnata: sappiamo che il seme del tradimento ce lo portiamo dentro. Dobbiamo però abilitarci a prendere ogni tanto le distanze da queste logiche, per imparare a verificarle e a giudicarle impietosamente. Per questo abbiamo bisogno di fare un po' di deserto, come processo al rallentatore di uno stile con cui vogliamo disegnare tutta la nostra vita.
Il deserto è quindi il luogo della nostra quotidiana conversione, per vivere alla sequela di Gesù.
Questo è un tema davvero importante. Riscoperto a partire dal deserto, merita una considerazione attenta e approfondita.
La conversione è la qualità fontale del cristiano. Di qui Gesù è partito per il suo primo annuncio, come ci ricordano gli Evangeli: "Gesù andò nella regione della Galilea e cominciò a proclamare il vangelo, il lieto messaggio che viene da Dio. Egli diceva: 'Il tempo della salvezza è venuto: il regno di Dio è vicino. Cambiate vita e credete in questo lieto messaggio (Mc 1, 14-15).
Nelle parole di Gesù, l'invito alla conversione risuona impellente e decisivo: Cambiate vita.
Cosa significhi "cambiare vita" lo ricorda l'evangelo stesso, a più riprese. Rileggiamo i capitoli 5, 6, 7 del Vangelo di Matteo. Sono un continuo rincorrersi di affermazioni in cui Gesù contrappone nettamente quello che non condivide a quello verso cui sollecita. Una fra le tante: "Sapete che è stato detto: Ama i tuoi amici e odia i tuoi nemici. Ma io vi dico: amate anche i vostri nemici, pregate per quelli che vi perseguitano. Facendo così, diventerete veri figli di Dio, vostro Padre che è nel cielo" (Mt 5, 43-45).
È importante leggere tutte queste pagine nel contesto dell'annuncio del regno vicino per non correre il rischio di interpretarle come la solita litania di buoni consigli perbenistici.
Gesù ricorda che il regno di Dio è ormai di casa tra gli uomini. Questa è la bella notizia insperata, quella che sconvolge ogni prospettiva ed ogni logica. Le parole di Gesù risuonano tanto come una bella notizia che viene da Dio, che la formula linguistica usata nel testo greco, è diventata per i cristiani il contenuto stesso della predicazione: "l'evangelo" (= la "bella notizia" che viene da Dio). "Cambiar vita" è per Gesù il modo più naturale di prendere sul serio questa bella notizia.
Il cristiano è quotidianamente provocato a dire, con i fatti, nello stile della sua vita, che il regno di Dio è già tra noi.
Questa conversione è una scelta fondamentale di vita. Non può essere espressa una volta per tutte. Va continuamente rivisitata e riformulata: come tutte le decisioni grandi della nostra vita. Va ogni giorno espressa in novità, perché è incombente la tentazione di addomesticarla, sotto la pressione delle logiche del mondo.
Riaffiora la stessa situazione che ha trasformato per l'uomo della Bibbia una terra maledetta in terra di benedizione.
Nel deserto Dio si è fatto vicino al suo popolo. Avvolto in questa meravigliosa esperienza, esso si è convertito al suo Dio. L'ha fatto tra incertezze e tradimenti; ma alla fine ha davvero distrutto tutti gli idoli.
Nel deserto impariamo a vivere nello stile del regno di Dio. Esso è il luogo della nostra conversione, perché è il luogo dove sperimentiamo la vicinanza di Dio.

IL DESERTO OGGI

Ho parlato di deserto, giocando continuamente tra spazi di solitudine fisica, quasi come se cercassi il deserto degli antichi monaci, e esigenze esistenziali, che dovrebbero attraversare ogni vita quotidiana.
Il lettore pensoso ha diritto di chiedersi: dove ritagliare un po' di deserto per vivere meglio dalla parte del deserto?
Una risposta sicura e perentoria non la so dare.
Esistono gruppi giovanili e comunità di preghiera che hanno inventato un "deserto" senza troppe pretese. Hanno isolato un ambiente dal resto degli spazi comuni di convivenza. Hanno steso una moquette per terra e eliminato ogni arredamento tradizionale. Banchi e sedie sono stati sostituiti da cuscini e sgabelli. L'illuminazione è assicurata con lampade un po' esoteriche. Qualche tronco d'albero e due radici contorte completano il look. Chiamano l'insieme "il deserto": è il luogo dove si ritirano a pregare e a meditare.
Non voglio contestare l'esperienza. L'ho descritta, sorridendo un po' per dire subito che non conquista il mio entusiasmo.
Questo non è il deserto a cui sollecito. Non è sufficiente: risente ancora troppo delle logiche su cui è tessuta la trama della quotidianità.
Sono convinto che ci vuole qualcosa di più duro, provocante, impegnativo: qualcosa capace di strapparci, ogni tanto, dal ritmo normale della nostra esistenza.
Le esigenze di cui il deserto è "cifra" le sperimenta solo chi ha il coraggio di cercare un po' di deserto "inedito".
In che direzione?
Per suggerire qualcosa, mi faccio portavoce di esperienze in atto.
Per molti giovani ha funzionato come "deserto" la partecipazione ad un campo di lavoro. Il ritmo duro della giornata, la condivisione fraterna, l'avvertire la schiena rotta e le mani bruciare per poter dare un frammento di sé ai poveri, quelle lunghe celebrazioni eucaristiche serali, piene di passione e di stanchezza meritata, hanno trasportato in un altro mondo, così diverso e lontano da quello quotidiano.
Chi ha vissuto questa felice esperienza, la ricorda come un punto di riferimento obbligato.
Altri giovani hanno scoperto le esigenze della vita cristiana in giornate di studio, lontani dal frastuono della città. Misurandosi con le esperienze più riuscite, è facile costatare come l'esito positivo di questi momenti è legato ad alcune condizioni: il ritmo pieno, il corretto dosaggio tra studio e lavoro, il clima, la coscienza di responsabilità nei confronti di tutti (anche di quelli rimasti a casa), la saggia collocazione nell'orario dei momenti di silenzio, di preghiera, di contemplazione, il contatto diretto con testimoni qualificati.
Una lunga e affermata tradizione pastorale consegna molta fiducia alle giornate di ritiro "spirituale" (come si dice con un gergo ancora molto dualista) e agli "esercizi spirituali" (per continuare ad usare il linguaggio "bellicoso" del loro inventore). Possono essere certamente momenti stimolanti di deserto.
Anche per essi valgono le condizioni già ricordate. Sono deserto solo se trascinano "fuori" dal ritmo ordinario e riportano a far esperienza diretta di quelle esigenze di vita, tante volte ormai richiamate.
Devono spingere "fuori" dall'ordinario non solo perché si fanno cose strane o inedite. Lo sono invece perché le logiche della vita quotidiana sono vissute come al rallentatore; e lo sono perché si ha il coraggio di scontrarsi con un modo di vedere e vivere le cose di tutti i giorni, tale da riportarci pienamente nella logica folle della croce di Gesù.
Un pezzo di deserto può essere conquistato anche nel ritmo delle nostre giornate feriali. Basta approfittare del ritardo di un autobus per mettersi a pensare seriamente a quello che conta, facendo un po' di vuoto dentro e d'attorno. Possiamo immergerci in una solitudine feconda anche quando attraversiamo frettolosi il nostro quartiere o quando, in un angolo buio e raccolto di una Chiesa, facciamo arrivare l'ora di un appuntamento a cui siamo giunti in anticipo.
In una cultura, come è la nostra, in cui ogni proposta è supportata dal volto seducente di testimoni, è esperienza di deserto scontrarsi con testimoni diversi. Hanno qualcosa da dire non perché sono affascinanti, potenti, riusciti, perché cantano, giocano, danzano in modo superlativo. Li facciamo parlare e li ascoltiamo con disponibile attenzione perché ci riportano a quel mistero profondo che, unico, può dare ragione del nostro quotidiano.
"Facciamo un esempio: un uomo ricco viene ad una delle vostre riunioni, con anelli d'oro e abiti di lusso; e alla stessa riunione viene uno che è povero e vestito male. Voi vi mostrate pieni di premura per quello che è vestito bene e dite: 'Siedi qui, al posto d'onore'. Al povero, invece, dite: 'Tu rimani in piedi', oppure 'siedi a terra, accanto al mio sgabello'. Se vi comportate così, non è forse chiaro che fate delle differenze tra l'uno e l'altro e che ormai giudicate con criteri malvagi?" (Giac 2, 2-4).
Vivere nel deserto è imparare a fare differenza nel rapporto con le persone solo nella direzione della logica sconvolgente dell'evangelo di Gesù: "Predicare la morte di Cristo in croce sembra una pazzia a quelli che vanno verso la perdizione; ma per noi, che Dio salva, è la potenza di Dio. La Bibbia dice infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e squalificherò l'intelligenza degli intelligenti.
Infatti, che cosa hanno ora da dire i sapienti, gli studiosi, gli esperti in dibattiti culturali? Gli uomini, con tutto il loro sapere, non sono stati capaci di conoscere Dio e la sua sapienza. Perciò Dio ha deciso di salvare quelli che credono, mediante questo annuncio di salvezza che sembra una pazzia. Gli Ebrei infatti vorrebbero miracoli, e i non Ebrei si fidano solo della ragione. Noi invece annunciamo Cristo crocifisso, e per gli Ebrei questo messaggio è offensivo, mentre per gli altri è assurdo. Ma per quelli che Dio ha chiamati, Cristo è potenza e sapienza di Dio. Perché la pazzia di Dio è più sapiente della sapienza degli uomini, e la debolezza di Dio è più forte della forza degli uomini" (1 Cor 1, 18-26).

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