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Con don Bosco crediamo nell'educazione


Riccardo Tonelli

(NPG 1988-1/2-20)


Basta guardarsi d'attorno con un minimo di attenzione critica e ci si accorge subito di un fatto, diffuso e pervasivo: siamo in un tempo di largo e insistito pluralismo.
Il pluralismo attuale non è formale, come se utilizzassimo dei sinonimi per dire cose abbastanza omogenee. Viviamo in un pluralismo di sostanza, perché sono diversi gli orizzonti culturali a cui ci si ispira.
Le stesse parole, soprattutto quelle più solenni e impegnative, evocano così mondi e esperienze molto differenti.

L'ORIZZONTE

Se non vogliamo restare prigionieri della impossibilità di comunicare, dobbiamo mettere in chiaro subito l'orizzonte in cui la nostra ricerca si colloca e da cui motiva le sue scelte.

Quando c'è di mezzo l'uomo, non ci sono discorsi neutrali

Parlare dell'educazione e pretendere di parlarne da credenti, comporta il tentativo di dire qualcosa di sensato su un oggetto che non può essere compreso e manipolato in modo esauriente attraverso il solo approccio della scienza e della sapienza dell'uomo.
Ci troviamo di fronte ad un mistero santo: qualcosa che sta oltre la nostra capacità di decifrazione (= è "mistero") e che richiede di conseguenza l'atteggiamento del rispetto disponibile, dell'accoglienza incondizionata, del riconoscimento di una alterità radicale (= è mistero "santo").
Questo mistero santo è Dio e l'uomo: l'uomo nel progetto di Dio.
Per parlare sensatamente di educazione, da credenti, dobbiamo accedere, con passo incerto, all'insondabile mistero di Dio e dell'uomo.
Collochiamo quindi, davanti alla nostra ricerca, un oggetto i cui contorni definitivi ci sfuggono sempre. Sappiamo di avere il diritto e il dovere inalienabile di pronunciare parole su questo mistero santo. Sappiamo però che le nostre parole lo sfiorano appena.
Riconosciamo il nostro limite, confine invalicabile della scienza e sapienza dell'uomo, dimensione qualificante di ogni nostra ricerca.
Riconosciamo però di doverci esprimere: scegliere, decidere, progettare. Di fronte al mistero santo di Dio e dell'uomo non possiamo cercare la rassicurazione e il conforto del silenzio. E' un mistero da accogliere e da servire, rischiando con coraggio e fierezza.
L'educazione è la parola, timida e sofferta, di chi sa di non potersi rifugiare mai nell'oasi tersa della neutralità. Non la possiamo dire come se fosse cosa di poco conto, uno dei tanti giochi linguistici in un tempo in cui il diritto di parlare è consegnato pienamente solo a chi riconosce di dire cose che non contano.

Un evento ispiratore: Gesù di Nazareth

Chi s'imbarca in questa difficile ricerca come credente, riconosce con gioia un evento insperato. Gli restituisce la parola proprio quando si è trovato inchiodato nel silenzio.
Il mistero santo di Dio e dell'uomo ha ormai un volto, preciso e concreto. Si è rivelato fino a diventare parola d'uomo, da pronunciare, con fiducia e responsabilità, nel gioco del nostro quotidiano conversare.
Il mistero santo di Dio e dell'uomo si è fatto volto e parola in Gesù di Nazareth. In lui, Dio si è rivelato in figura umana e l'uomo ha manifestato la sua costitutiva risonanza divina.
Chi cerca di decifrare il mistero santo di Dio e dell'uomo per definire cosa significa educare e come realizzare concretamente questa sua passione, trova, davanti alla sua ricerca, un progetto che lo ispira e l'orienta.
Su questo progetto misuriamo anche la nostra proposta.

Non ci dispensa dal cercare in compagnia con tutti

L'evento di Gesù di Nazareth ispira ogni ricerca su Dio e sull'uomo e orienta ogni progetto che, in qualche modo, pretende di coinvolgerli. Non lo fa però come chi tira fuori dalla manica la risposta esatta, dopo aver movimentato la serata invitando tutti a cercarla. Non lo fa neppure come chi segna gli errori e corregge le espressioni inesatte, quando ciascuno ha espresso le sue preferenze.
Pensare al mistero santo di Dio e dell'uomo da credenti comporta un modo originale di cercare. Spinge a sedere a mensa con tutti, nel comune confronto e nella condivisione piena e totale. Non dà una carta in più né allaccia un filo diretto per chiamare all'ultimo momento l'esperto che sa risolvere tutti i problemi.
Chi si lascia orientare dall'evento di Gesù Cristo, è sollecitato a cercare, nella quotidiana fatica di pensare, riflettere e progettare, in compagnia con tutti coloro che hanno qualcosa da dire sull'oggetto della ricerca.
La ricerca avviene però dentro una esperienza, offerta per dono, che illumina tutto, come un taglio improvviso di luce abbagliante. I cristiani chiamano questa esperienza con una parola di gergo: la fede. Nella fede, chi cerca da credente lo fa all'interno di orientamenti che guidano la sua fatica, la rassicurano e la sostengono.
Per questo, siede a mensa con tutti nella comune ricerca, con una responsabilità maggiore, per servire e sostenere la fatica di tutti verso la verità.
Questo vale per ogni dimensione del mistero santo di Dio e dell'uomo. Ha valore, in modo specialissimo, quando sono in oggetto temi tutti sbilanciati dalla parte della responsabilità collettiva.
L'educazione è innegabilmente uno di questi.
L'educazione infatti giunge al mistero santo di Dio e dell'uomo attraverso un percorso che è segnato pienamente dall'impegno veritativo e progettuale dell'uomo.
Nell'educazione sono compresi e coltivati i "valori umani" nel rispetto della loro legittima autonomia. Il credente, impegnato in essa, lo fa come espressione della sua missione costitutiva di porsi al servizio di ogni uomo.

LO STILE DI DON BOSCO: IL "SISTEMA PREVENTIVO"

Nel titolo, per dire la nostra fiducia sull'educazione abbiamo messo il riferimento "con Don Bosco".
Le indicazioni precedenti aiutano a comprendere meglio il significato di questo richiamo.
L'educazione comporta un confronto con il mistero di Dio e dell'uomo. Dobbiamo muoverci al sicuro, pur sapendo di non poter cercare un ambito protetto dal pluralismo.
Per noi don Bosco è una persona che, in una fede profonda, ha saputo penetrare nel mistero di Dio e dell'uomo.
Ci può "ispirare" nella ricerca.

Il "sistema preventivo"

Don Bosco ha vissuto la sua passione educativa in uno stile speciale. Abitualmente è chiamato "il sistema preventivo". Un po' l'ha inventato lui e un po' l'ha ripreso, in positivo o in negativo dai modelli educativi del suo tempo.
Ha fatto quello che tutti gli uomini saggi sanno realizzare. Impegnati in alcuni orientamenti fondamentali, danno ad essi consistenza e spessore nella ricerca personale e nel confronto con la cultura dominante.
Per Don Bosco, poi, soprattutto uomo d'azione, l'operazione è stata speciale. Prima di tutto ha compiuto gesti, incontrato e amato giovani, progettato imprese educative e pastorali, radunato amici e collaboratori. Poi, superando la naturale ritrosia, ha messo sulla carta il suo vissuto, notando, in ogni pagina scritta, quanto le parole risultano povere per dire i grandi progetti.

I grandi orientamenti del "sistema preventivo"

Il movimento di donne e di uomini che don Bosco ha suscitato, ha tentato spesso di riformulare le poche pagine del "sistema preventivo". Gli studiosi hanno scritto grossi volumi. Gli operatori hanno riempito di vita le parole e ne hanno sollecitato di nuove.
I risultati sono stati felici e sofferti, come tutte le imprese in cui c'è di mezzo la vita.
A livello ufficiale, la Congregazione Salesiana ha recentemente offerto una sintesi, con la preoccupazione di ritrovare le intuizioni più impegnative di don Bosco, liberandole dei molti elementi superati o discutibili.
Riportiamo i passi più interessanti.
"Per compiere il nostro servizio educativo e pastorale, Don Bosco ci ha tramandato il "sistema preventivo".
'Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione e sopra l'amorevolezza': fa appello non alle costrizioni, ma alle risorse dell'intelligenza, del cuore e del desiderio di Dio che ogni uomo porta in se stesso.
Associa in un'unica esperienza di vita educatori e giovani in un clima di famiglia, di fiducia e di dialogo.
La pratica del "sistema preventivo" esige dagli educatori un atteggiamento di fondo: la simpatia e la volontà di contatto con i giovani. Siamo fraternamente in mezzo ai giovani con una presenza attiva e amichevole che favorisce ogni loro iniziativa per crescere nel bene e li incoraggia a liberarsi da ogni schiavitù, affinché il male non domini la loro fragilità" (Cost. Sal. 38 e 39).
"Negli educatori acquistano una fondamentale importanza alcune disposizioni e atteggiamenti:
- l'attenzione ai giovani reali, alle loro vere esigenze, agli interessi attuali e ai compiti di vita che li attendono; la simpatia verso il loro mondo, la capacità di accoglienza e di dialogo;
- la stima e la giusta considerazione dei valori di cui i giovani sono portatori e l'attenzione ai dinamismi della loro crescita;
- la ragionevolezza delle richieste e delle norme, la creatività e la flessibilità delle proposte;
- l'impegno di sollecitare l'adesione ai valori non attraverso l'imposizione forzata, ma tramite la via della persuasione e dell'amore;
- la convinzione, umanamente e cristianamente incoraggiante, che 'in ogni giovane, anche il più disgraziato, havvi un punto accessibile al bene; dovere primo dell'educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile e trarne profitto';
- la franchezza di una proposta cristiana integrale, seppure commisurata alla diversità di età, di livello culturale e spirituale, di capacità di ascolto e di accettazione" (Doc. capitolari, cap. XXI SDB, 100-102).

Una riflessione che continua

Le pagine che seguono non sono un commento al "sistema preventivo", né pretendono di essere una sua riformulazione.
Sono, invece, un atto di fiducia nella forza dell'educazione ed una sua comprensione nell'attuale conflitto di interpretazioni, alla luce e nella prospettiva del "sistema preventivo".
Ritorneranno i grandi orientamenti di questo modello educativo, perché credere all'educazione oggi con Don Bosco significa, per forza di cose, crederci nello stile del "sistema preventivo".
In questa operazione ci muoviamo con un stile ermeneutico: di riferimento costante cioè agli orientamenti di fondo nella preoccupazione esplicita di una loro piena riformulazione.
Non possiamo infatti ricopiare di peso la prassi e le scelte di Don Bosco, anche se ne riconosciamo l'importanza. Ce lo proibisce quella consapevolezza teologica che ci spinge ad essere gente di compagnia con tutti, quando affrontiamo temi tanto impegnativi.
Se volessimo imitarlo passivamente, non riusciremmo più a "sedere a mensa con tutti". Ci resterebbe la tentazione, pericolosa e ingiustificata, di tirar fuori, all'ultimo momento, la soluzione già bell'e confezionata.
Vogliamo però sedere a mensa nella fedeltà a quella verità, che sta oltre la nostra ricerca, che la giudica e la orienta. In questo don Bosco ha cose importanti da dirci: ispira un modo originale di sedere a mensa con tutti.
Egli ha fatto l'educatore; e l'ha fatto da uomo profondamente religioso, appassionato "fino alla temerarietà" per la causa di Dio nella causa dei giovani e dei poveri. Ha suscitato un movimento di gente che, come lui, crede all'educazione nella passione evangelizzatrice.
La sua prassi, le cose che ha scritto per commentarla e divulgarla, il movimento che ha suscitato, rappresentano un modo concreto e preciso di definire l'educazione.
Oggi condividiamo molti dei problemi che lui ha affrontato; e ne abbiamo di nuovi e di inediti.
La sua è una proposta per comprenderli e per risolverli, penetrando, come lui e con lui, nel mistero santo di Dio e dell'uomo.
L'esito è quello che si augurano tutti coloro che hanno a cuore la causa dei giovani: riscrivere nell'oggi e con la stessa diligenza operativa, quella passione che ha portato don Bosco a fare e a dire tutto quello che di lui conosciamo.

LE SCOMMESSE DELL'EDUCAZIONE

Ci lasciamo ispirare dall'esperienza di Gesù Cristo, vissuta e testimoniata nell'esperienza di Don Bosco. Questa ispirazione offre indicazioni preziose per la nostra ricerca sull'educazione. Riguardano la sua funzione specifica: il suo significato e il suo contributo alla più generale causa della vita degli uomini.
Ne ricordiamo quattro: per il momento solo a battute veloci, perché sugli elementi centrali dobbiamo poi ritornare.
Li chiamiamo, con una formula evocativa, "scommesse". Investano dimensioni importanti, da raggiungere su sentieri che non hanno l'evidenza delle dimostrazioni geometriche. Ci sono maturate dentro, meditando da credenti su quello che scienza e sapienza suggeriscono attorno ai grossi problemi che investono la condizione culturale e giovanile.

Prima scommessa: l'educazione è fonte di rinnovamento culturale e sociale

Sappiamo di vivere in una situazione di crisi, drammatica e complessa. L'uomo è al centro di una trama di relazioni politiche, economiche, culturali che lo condizionano e spesso lo soffocano. Ci chiediamo cosa fare per restituire all'uomo vita e responsabilità, speranza e capacità di guardare verso il futuro.
Le ragioni della crisi sono molte. La loro elaborazione richiede interventi molteplici e articolati. La coscienza della complessità può però spegnere ogni possibilità concreta di azione.
Noi scommettiamo sull'educazione come forza di trasformazione, culturale e sociale.
Rendere l'uomo felice, restituendogli la gioia di vivere, è una piccola cosa nella mischia delle sopraffazioni, degli intrighi, degli sfruttamenti, delle violenze. La nostra fiducia sull'uomo, sconfinata perché a fondamento religioso, ci spinge però a riconoscere un grosso dato: colui che è riconsegnato alla sua responsabilità, alla gioia di vivere e alla capacità di sperare, diventa capace di impegnarsi a tutti i livelli, verso un rinnovamento globale della società.
L'educazione ha la pretesa di restituire l'uomo a se stesso. Lo rende così artefice, serio, competente, coraggioso, della trasformazione. Per questo la consideriamo una forza politica, incidente ed efficace.
Certo, non è l'unica. Spesso può risultare improduttiva e alienante, soprattutto se viene vissuta come alternativa rispetto alle altre modalità e agenzie di azione.
Produce però qualità di vita e strutture nuove se produce uomini nuovi, restituiti alla propria responsabilità e ad una inesauribile capacità progettuale. Vale perciò la pena di impegnare nell'educazione energie e risorse.

Seconda scommessa: una definizione di educazione

La scommessa sulla forza trasformatrice dell'educazione si trascina dietro una seconda scommessa: la definizione di educazione. Il riconoscimento della sua incidenza politica è legato infatti ad una comprensione della sua natura.
L'educazione è per noi quel processo, concordato e intenzionale, che investe persone e istituzioni, con lo scopo di farle maturare attraverso la progressiva restituzione ad ogni persona di un protagonismo responsabile.
La persona viene così sollecitata a scoprire le sue aspirazioni più autentiche e promozionali, e a realizzarle con creatività, nel confronto interpellante con le libertà e le attese degli altri uomini e nel realismo delle diverse mediazioni istituzionali.

Terza scommessa: una domanda di educazione

La scommessa sull'educazione aiuta a decifrare anche quello che sta capitando nell'attuale situazione giovanile. Offre una precomprensione globale che sollecita a raccogliere, nel groviglio della crisi diffusa, i germi di una intensa "domanda di relazione educativa".
Molti osservatori sottolineano, nel panorama frastagliato dei giovani di oggi, la presenza di sintomi di uno stato regressivo e preoccupante: quell'insieme di atteggiamenti rassegnati, involutivi e privatistici, che affogano ogni domanda di vita in gesti di morte (violenza, droga, ebbrezza del rischio...); le facili affermazioni, tra il duro e il divertito, del non-senso, con relativa condanna all'insignificanza di ogni proposta che avanzi pretese di senso; la frettolosa disponibilità a consegnare la gestione della propria vita a leaders affascinanti.
Chi però sa leggere l'esistente un po' più dentro, sostenuto dalla sua fiducia sull'uomo e sull'educazione, riesce a cogliere questa domanda di vita, nelle sue forme più rilevanti e nei suoi ultimi soffocati sussulti, come una diffusa, sofferta, spesso disturbata e silenziosa, domanda di relazione educativa.
Questa è la nostra terza scommessa. Molti di noi hanno provato a leggere la realtà da questa prospettiva. E si sono trovati di fronte a dati confortanti.
Molti giovani cercano, nei frammenti di parole espresse e con la forza di mille gesti silenziosi, istituzioni e adulti pronti a stare in loro compagnia, in atteggiamento di profonda simpatia e accoglienza. Cercano gli uni e le altre per intessere una vera relazione comunicativa verso una qualità nuova della propria vita.
Qualcuno lo dice forte; altri lo gridano nei fatti che spesso ci preoccupano. Tutti lo dichiarano nella disponibilità con cui attivano la relazione con chi avvertono capace di interpellarli e disposto a lasciarsi coinvolgere.

Quarta scommessa: dalla parte dei giovani

La quarta scommessa propone un orientamento generale, quasi il clima in cui collocare le precedenti prese di posizione.
Per questa sua funzione globale, è un dato particolarmente impegnativo, qualificante e originale. Merita una considerazione attenta.
L'educazione è una relazione: gli adulti propongono alle nuove generazioni la "cultura" (stile di vita, orientamenti, valori) in cui essi stanno vivendo. I giovani rappresentano quella forza critica che sollecita a riscrivere il già dato e il già vissuto verso la novità. Giovani e adulti, per la struttura stessa delle cose, intrecciano quindi un rapporto di scambi reciproci, finalizzato alla reciproca maturazione e al consolidamento e alla trasformazione istituzionale.
Questo è il dato pacifico.
Sulla sua risonanza però sorgono problemi seri, perché le ipotesi concrete si aprono a forbice.
Il processo non avviene normalmente attraverso divisioni dei compiti predeterminate. Un briciolo di conflittualità segna sempre lo scambio. Quando prevale l'istanza dell'adulto, viene accentuato il principio di conservazione e l'educazione assomiglia soprattutto al processo di socializzazione e di inculturazione: le nuove generazioni sono inserite progressivamente nelle strutture, nei ruoli e nelle forme della vita sociale esistente, mediante l'acquisizione del patrimonio culturale diffuso e affermato nell'ambiente.
Quando invece prevale l'istanza giovanile, il cambiamento è più rapido e un poco brusco: ad ogni generazione fa quasi riscontro una svolta culturale.
Nel primo caso, assistiamo al consolidamento dello stato di fatto. I pochi aggiustamenti sono dovuti all'inerzia culturale o al bisogno di lubrificare gli ingranaggi per farli funzionare meglio.
Nel secondo caso, resta l'impressione di ricominciare ogni volta da capo, producendo gravi crisi di adattamento e la perdita di patrimoni culturali preziosi.
Non basta certamente raccomandare il giusto dosaggio delle differenti istanze. Il campo educativo sopporta malamente gli equilibrismi. Si tratta invece di rischiare una precisa scelta di campo, ritrovando l'abilità e la disponibilità necessaria per riformulare dalla logica scelta tutto quello che, per forza di cose, non viene privilegiato.
Qui si colloca la quarta scommessa.
Noi scegliamo i giovani come forza rigeneratrice della società. Li riconosciamo portatori di istanze irrinunciabili di rinnovamento e capaci di assicurarne la persistenza e il consolidamento, a vantaggio di tutti.
La scelta dei giovani avviene in una logica educativa. Significa molte cose, come è evidente.
Non ci sentiamo di dare ai giovani particolari ruoli profetici, come se fossero il principio di novità per la sola ragione cronologica.
La scelta dei giovani è invece la scelta di un polo nella relazione e della relazione. Stando con loro, riscopriamo il ruolo irrinunciabile dell'adulto. Esso ritrova autorevolezza non perché gioca a fare il giovane, vista l'aria che tira; ma perché fa l'adulto, pieno di fiducia verso i giovani.
La scelta dei giovani connota inoltre una ipotesi di trasformazione sociale. Il futuro non è la riproduzione passiva del passato, né il suo trascinamento forzato nelle pieghe del presente. E' invece qualcosa di nuovo, da cercare assieme, raccogliendo la preziosa eredità del passato e riformulandola con coraggio in espressioni inedite. La scelta dei giovani è così una chiara scelta a risonanza politica.
La scelta dei giovani, infine, dice tutta la nostra fiducia verso i "poveri" e gli "ultimi". In un tempo di pluralismo e di complessità come è il nostro, chi sta con gli ultimi ha le carte in regola per presumere di poter stare veramente al passo con tutti, in uno spazio esistenziale e in una prospettiva che funziona come "denominatore comune" per elaborare pluralismo e complessità, senza cercare un'impossibile oasi felice e protetta.

L'EDUCAZIONE È COSA SERIA: VERSO UNA CONVERGENZA SU QUELLO CHE CONTA

Descrivendo le "scommesse" dell'educazione abbiamo seminato molti elementi di una sua definizione.
Li dobbiamo raccogliere e organizzare per dare consistenza e spessore alla proposta. L'educazione è una cosa seria e impegnativa. Non possiamo cercare un consenso sul generico. Dopo, quando ci si ritrova alla verifica dei fatti, ci sarebbe l'arrembaggio o il "si salvi chi può". E' meglio metterci d'accordo prima, accettando il rischio di trovarci in pochi, consapevoli e convinti, disposti a dialogare con coloro che vedono problemi e soluzioni in altro modo.
In questa rassegna delle "cose che contano" qualche elemento sarà ripetitivo di cenni già anticipati. Qui, come si diceva, viene organizzato quello che nelle pagine precedenti era disseminato.

L'educazione è una relazione

Dire educazione per noi è sottolineare l'esistenza di un processo che investe a pari diritto e responsabilità diversi interlocutori. L'educazione è una relazione tra "educatori" e "educandi", a pieno titolo coinvolti in una operazione che tutti stimano indispensabile per la vita propria e altrui.
Non è quindi la gentile concessione di chi sa e di chi possiede, disponibile, per un tuffo improvviso di generosità, a compartecipare qualcosa ad altri. E nemmeno è quell'insieme di interventi attraverso cui gli adulti assicurano l'integrazione sociale dei giovani.
Invece è un gioco interattivo, che rimbalza come guadagno personale attorno alla vita, proprio nel momento in cui viene accettato il confronto e lo scambio.

L'educazione è una relazione asimmetrica

L'educazione è una relazione speciale e, per questo, un po' strana.
Richiede una profonda intenzionalità reciproca; gli interventi e le mete vanno condivise e concordate da tutti i protagonisti.
Eppure, non è mai una relazione alla pari, tra due interlocutori che raggiungono l'accordo attraverso il sottile gioco degli influssi o dei patteggiamenti. L'educazione invece risulta una relazione tra "diversi": è una relazione asimmetrica.
Gli interlocutori sono differenti: per età, per cultura, per formazione, per sensibilità, per maturazione, per vocazione. Proprio perché diversi, accettano di scambiarsi qualcosa di fondamentale e riconoscono che solo in questa relazione possono tutti crescere.
Il dono che è l'altro e che l'altro propone non viene accolto quando l'interlocutore rinuncia alla diversità e tenta faticosamente di raggiungere l'omogeneità. E considerato invece dono prezioso, proprio perché proviene da uno che sento e valuto asimmetrico rispetto al mio mondo.
Si noti bene: questa prospettiva vale per tutti gli interlocutori della relazione. Coinvolge quindi i giovani nei confronti degli adulti; e gli adulti nei confronti dei giovani.
Se fosse richiesta solo da una parte, scadrebbe la dimensione relazionale e intenzionale; finirebbe impietosamente l'educazione.

Una relazione comunicativa

L'oggetto dello scambio sono "esperienze che si fanno messaggio".
Quello che viene comunicato non è costituito né solo da esperienze di vita e neppure solo da parole. Sarebbe uno scambio troppo povero in tutti e due i casi: poco umanizzante e promozionale.
Parole e esperienze si intrecciano invece per trasformare le esperienze in messaggi.
L'oggetto dotato di maggior spessore è l'esperienza: quella povera, frammentata, sofferta che costituisce il quotidiano di ogni persona e quella sognata e ricercata che costituisce il suo progetto.
Le esperienze sono l'unico dato scambiabile quando vogliamo davvero produrre vita.
Le esperienze vanno però lavorate con le parole: decifrate, interpretate, riscritte come progetto verificabile e generalizzabile. Lavorate con le parole, diventano "messaggio": significato per la vita, contributo di una esistenza ad un'altra esistenza.

Una relazione finalizzata alla vita

La relazione comunicativa ha una intenzione ultima e decisiva: assicurare e consolidare la vita, quella piena e abbondante che tutti sognano.
Certo, questa meta conclusiva viene assicurata a tappe progressive, con momenti e documenti meno solenni. Diventa capacità di prendere seriamente le decisioni, scambio di informazioni, acquisizione di nozioni indispensabili, ricerca di responsabilità, assunzione di impegni. Sono però tutti frammenti di un'unica grande realtà: la gioia di vivere e la capacità di sperare nella libertà e nella responsabilità. Sono i germi e i segni della "vita", per la cui promozione e il cui consolidamento adulti e giovani entrano in relazione.
L'educazione crede profondamente alla vita. La vita è la sua passione. Si impegna a favore della vita e lotta perché si allarghino i confini della vita contro quelli della morte, affermando la sua fiducia sulla vita e la certezza della sua vittoria.
Impegnata per la vita, l'educazione suggerisce anche un modo di intendere vita e morte.
Vita è dominio dell'uomo sulla realtà, creazione di una comunità fraterna, comunione filiale con Dio. Morte è il suo contrario.
Il dominio dell'uomo sulla realtà implica la liberazione dell'uomo dal potere schiavizzante delle cose per impadronirsi di tutte le potenzialità insite in esse.
Costruire vita significa perciò restituire ogni persona alla consapevolezza della propria dignità. Significa rimettere la soggettività personale al centro dell'esistenza, contro ogni forma di alienazione e spossessamento. Comporta di conseguenza un rapporto nuovo con se stesso e con la realtà, per fare di ogni uomo il signore della sua vita e delle cose che la riempiono e la circondano.
Questo obiettivo richiede però un impegno fattivo, giocato in una speranza operosa, perché tutti siano restituiti alla piena soggettività. Lavorare per la vita significa di conseguenza lavorare perché veramente ogni uomo si riappropri di questa consapevolezza e perché il gioco dell'esistenza sia realizzato dentro strutture che consentano efficacemente a tutti di essere "signori".
La creazione di una comunità fraterna tra tutti gli uomini esige che scompaiano dal mondo gli atteggiamenti, i rapporti e le strutture non fraterne, per crearne altre che siano espressione e sostegno della fraternità.
L'educazione vuole inoltre favorire anche l'incontro con un Dio personale, nel nome della verità dell'uomo che intende servire e ricostruire. Chi vive in Dio è nella vita; chi lo ignora, chi lo teme, chi lo pensa un tiranno bizzarro, è nella morte. L'educazione riconosce la costitutiva apertura dell'uomo alla trascendenza e incoraggia la saturazione di questa invocazione radicale nella comunione filiale con Dio. Per questo si impegna a sradicare ogni forma di paura e di irresponsabilità nei suoi confronti e ogni tipo di idolatria: solo in questa spazio liberato è possibile poi far crescere adeguati rapporti affettivi e operativi.

L'educazione tra passato e futuro

L'educazione ha il compito di decifrare il passato e di cooperare alla creazione del futuro.
Per questo ricerca un equilibrio dinamico tra due esigenze che spesso sono vissute come alternative e contraddittorie.
L'educazione avviene sempre all'interno di un processo di socializzazione, finalizzato ad integrare le persone nei sistemi culturali, economici, politici e religiosi dominanti. Questi orientamenti, stili di vita, esigenze e valori vanno conosciuti disponibilmente e accolti criticamente.
L'educazione non si conclude però nel rapporto con il passato. Non è di certo solamente il processo attraverso cui gli adulti integrano le nuove generazioni nell'esistente. L'abbiamo già ricordato tante volte.
Essa è apertura al futuro, nell'avventura verso il nuovo e l'inedito. Riconosce che ogni uomo è prima di tutto il suo progetto. Afferma, contro ogni modello di conservazione, la pertinenza e la validità delle inquietudini e tensioni che segnano il nostro tempo e la sua sete di aspirazioni nuove.
L'educazione collega passato a futuro, promuovendo uno stile di pensiero e di vita capace di andare oltre la superficie del presente per giungere a quei livelli profondi della vita dove sbocciano i programmi rinnovati e i sogni, dove si forzano i limiti del presente e ci si avventura nell'estraneità inattesa del vissuto.
Per questo l'educazione è fondamentalmente "educazione permanente". Non si conclude nel tempo della maturazione fisica e psicologica, ma si riferisce all'uomo nella sua totalità. Non è il contributo che una generazione offre all'altra, ma il guadagno, intenso e reciproco, che le diverse generazioni si scambiano, quando entrano in relazione sulle esigenze della vita.

In un ambiente

La relazione comunicativa attorno alla vita investe e attraversa tutti i rapporti intersoggettivi. Ha come ambiente il vasto mondo della vita quotidiana. Di fronte al conflitto tra morte e vita, non possiamo certo ritagliarci uno spazio di neutralità.
L'educazione "aggiunge" a questa spontanea relazione il supplemento dell'intenzionalità formalizzata e della condivisione sulla meta. Per questo è un processo speciale tessuto dentro la trama dei processi normali.
La sua realizzazione richiede un ambiente particolare, dove fare esperienza, nel piccolo, di quello che si progetta e si realizza per la vita quotidiana di tutti.
L'educazione ha bisogno perciò di un ambiente educativo. Non può svolgersi, a proprio agio, nella piazza in cui scorrono e si incrociano le proposte più diversificate.
Non è lo spazio protetto, fuori dalla mischia della realtà, la campana di vetro dove si respira un'aria tersa anche se attorno si deposita la spessa coltre dell'inquinamento.
E' uno spazio proteso alla realtà, in cui essa vibra e risuona; esso stesso realtà, anche se speciale e più controllata.
Si propone come luogo capace di assicurare identificazione: dotato di fascino, sollecita alla capacità di modificare il personale sistema di valori per misurarsi disponibilmente con quello che riscuote consenso. In questo spazio vitale gli atteggiamenti e i significati che definiscono l'uomo nuovo, impegnato per la vita, sono concreti e sperimentabili: assumono il volto quotidiano di persone e riscuotono il prestigio istituzionale.

L'EDUCATORE, UNA FIGURA MISURATA SULLA FUNZIONE

L'educazione è una relazione: coinvolge persone diverse, che restano differenti per aiutarsi meglio a far nascere la vita.
La diversità ha ragioni culturali e strutturali: l'età, la formazione, la cultura, la sensibilità.
Una di queste ragioni fonda e giustifica una funzione speciale, quella che scatena in modo costitutivo tutto il processo. La funzione educativa è legata al fatto che una persona, nella relazione, assume la vocazione di fare l'educatore. Si carica il peso grave di una responsabilità specifica, per scatenare, sostenere e servire tutto il processo. Senza educatore non c'è relazione educativa, anche se è vero che la relazione educativa non è fatta dagli educatori soltanto.
Il modello che stiamo proponendo non decreta perciò la morte dell'educatore per mancanza di cose da fare o per inutilità funzionale. L'esito è proprio il suo contrario: la riaffermazione piena della importanza della figura dell'educatore, come persona che si riscopre nuova sulla funzione.

L'identità dell'educatore

L'educatore è impegnato a produrre vita attorno a sé, giocando tutte le risorse per restringere il cerchio soffocante della morte. Sa che la vita è come un piccolo seme, capace di autodeterminarsi progressivamente per la forza che si porta dentro, quando sono rispettate e protette le condizioni che gli permettono di esprimersi. Per questo, chi sta dalla parte della vita, non si sente mai "padrone" del processo. Egli è invece "servitore inutile": inutile perché la vita si apre di forza sua, per il dono che l'ha costituita così, ma servitore indispensabile, perché responsabile delle condizioni che permettono alla forza vitale di esplodere.
L'educatore sa, nello stesso tempo, che la pienezza di vita è la restituzione ad ogni persona della sua soggettività liberata, in strutture che permettano a tutti questa esperienza, verso la riconsegna di sé al Dio di Gesù, il Signore della vita, il Padre buono e accogliente.
Per questo serve la vita, orientando e testimoniando la direzione in cui è chiamata a procedere.
Il servizio alla vita non può essere espresso che nella speranza operosa su una potenza vitale più grande della morte.
La passione per la vita e la speranza della sua vittoria non sono l'abito di circostanza che l'educatore assume quando è in servizio.
Si esprimono nell'atto educativo solo se rappresentano lo stile quotidiano di vita. Ma questo pone problemi e getta in crisi.
La morte investe la vita quotidiana dell'educatore, come quella di ogni uomo. La sua speranza frana spesso sotto il peso delle delusioni e delle incertezze. Persino le grosse parole "vita" e "morte" restano senza contenuti, quando ci si chiede in concreto: questo gesto è per la vita o favorisce la morte?
Questo è il dramma quotidiano dell'educatore: è costretto a dire parole e a produrre gesti che gli cadono addosso come macigni. Parla e produce per gli altri. E si sente coinvolto lui, prima di tutto: perché parla di sé e per sé.
Gli verrebbe voglia di tacere, rifugiandosi nel silenzio timoroso di chi rinuncia a parlare perché troppo consapevole della sua povertà. O si sente esposto alla tentazione di riversare sugli altri le sue crisi, trasformando i giovani in cavia dei suoi esperimenti.
Chi crede all'educazione non è soddisfatto di questi esiti. Sente il dovere impellente di parlare e riempie le parole del timore e della speranza che traspaiono dalla sua esistenza.
Rifiuta di estraniarsi tanto da sé, da riuscire a dire parole solo per gli altri. Anche lui però ha la sua piccola grande storia da raccontare. Per questo parla, con coraggio e fierezza. Spesso resta "solo": a difendere appassionatamente la vita e la pretesa inquietante che essa si porta dentro. Ritrova in questa solitudine operosa la spinta a diventare sempre di più un uomo impegnato dalla parte della vita.

L'educatore come "coscienza critica" nell'ambiente

L'educatore crede all'ambiente come spazio privilegiato per la relazione educativa. Per questo si impegna, prima di tutto, a costruire un ambiente, capace di risultare luogo di identificazione educativa.
Certamente la comunicazione educativa deve restare un fatto intersoggettivo, quasi un misterioso "a tu per tu", in cui due libertà si incontrano e si scambiano progetti di vita. L'ambiente favorisce, sostiene, concretizza questa comunicazione interpersonale.
L'educatore, impegnato a costruire "ambiente", gioca tutte le sue risorse per farlo educativo. Controlla le manipolazioni espresse e quelle sottintese, diffuse nel sottobosco delle trame quotidiane. Attiva relazioni che mettano veramente le singole persone al centro, dentro e attraverso l'identificazione all'ambiente.

Capacità di progettazione seria

I grandi obiettivi diventano raggiungibili solo nella quotidiana fatica di costruire progetti operativi e di elaborare strategie adeguate.
L'educatore è uomo di grandi progetti, capace di pronunciare parole impegnative, anche quando gli risuonano dentro e lo inquietano.
Ma è anche attento ai luoghi, ai tempi, alle persone e alle esperienze concrete, ai contenuti e ai metodi. Sa quindi coniugare saggiamente lo spirito della finalità con la volontà della ricerca dei mezzi, degli strumenti, delle vie, delle strategie e degli itinerari. Solo su questo ritmo, fragile e un po' discutibile, le grandi scelte assumono il tono delle realizzazioni.
A questo livello cerca la convergenza operativa, come bene indispensabile, disposto a contrattare e a modificare, perché si riconosce libero da ogni pretesa intollerante e autoritaria.
L'irrinunciabile incontro sui fini diventa confronto e accordo disponibile sulle strategie.

L'educatore racconta una storia fatta di tre storie

L'educatore nomina coraggiosamente le esigenze irrinunciabili della vita (i valori), senza rinunciare a compiti propositivi e senza snobbare i contenuti.
Ponendo gesti concreti dalla parte della vita, fonda l'autorevolezza di cui ha bisogno per sollecitare verso l'ulteriore e l'inedito, aiutando a maturare secondo quel progetto di vita che è offerto a ciascuno come ipotesi normativa di autorealizzazione.
Esprime questo suo servizio raccontando "storie di vita" per aiutare a vivere. Svolge questo racconto intrecciando continuamente tre storie: la storia della vita, piena di pretese per chiunque voglia vivere; la sua storia personale, perché non riesce a parlare di vita se non trasformando in messaggio la sua quotidiana esperienza; la storia dei suoi interlocutori, a cui restituisce protagonismo e parola.

UN AMORE CHE SI FA PRESENZA

Le ultime riflessioni sulla figura dell'educatore potrebbero essere lette come un modo sottile di rimettere le cose a posto, con raffinate inversioni di tendenza. L'enfasi sulla educazione come "relazione" sembra infatti spegnersi nella riaffermazione della asimmetria relazionale e dei compiti propositivi riconfermati per l'educatore.
Chi si fa largo nei conflitti a suon di esclusioni o di compromessi, ha ragione di vedere le cose in questo modo.
La dialettica tra "relazione" e "asimmetria", tra processi socializzanti e progettualità creativa, è innegabile.
Esiste però una via di riconciliazione, più profonda e impegnativa.
La dobbiamo meditare con calma perché rappresenta la dimensione qualificante di tutta la proposta.

Alla scuola di Gesù e di don Bosco

Non abbiamo motivazioni apodittiche da produrre, quasi che bastasse elencarle in modo lucido per assicurare consensi.
Possiamo solo misurarci con un vissuto; è convincente nella forza suasiva delle esperienze.
Ci riporta alle soglie profonde del mistero di Dio e dell'uomo, su cui si orienta la nostra ricerca sull'educazione.
Chi ama la vita, vuole certamente sollecitare tutti a crescere verso una maturazione in pienezza. Rifiuta però la tentazione di cercare modelli forti, autoritari, espressi in termini di astratta oggettività. Neppure preferisce i mezzi più immediatamente efficaci, quelli che sembrano richiedere meno risorse.
Propone invece la condivisione e l'accoglienza incondizionata come strumento privilegiato per assicurare il cammino e la trasformazione continua.
Abbiamo scoperto queste esigenze alla scuola della prassi di Gesù, testimoniata dal Vangelo.
"(Gesù) diventa amico dei pubblicani e dei peccatori nella sua gioia per la libertà comune: il futuro di Dio. Ma quando la buona società lo chiama 'amico dei peccatori e dei pubblicani', vuole soltanto denunciarlo e comprometterlo. Secondo la legge che regola questa società, essa identifica gli uomini con i loro errori, e così parla di peccatori. Essa identifica gli uomini con le loro professioni, e così parla di pubblicani. Essa identifica gli uomini con le loro malattie, e così parla di lebbrosi e di minorati. Attraverso questa società parla la legge, che inchioda sempre gli uomini ai loro errori. Gesù, invece, in quanto Figlio dell'uomo, libero da questa legge disumana, diventa amico degli uomini peccatori e malati. Rimettendo i loro peccati, restituisce loro la dignità di uomini. Accogliendo i lebbrosi, li guarisce. Così diventa loro amico nel senso vero della parola" (J. Moltmann).
Alla prassi di Gesù, fa eco, in modo significativo per noi, quella di don Bosco. "Senza la famigliarità non si dimostra l'amore e senza questa dimostrazione non vi può essere confidenza. Chi vuol essere amato bisogna che faccia vedere che ama. Gesù Cristo si fece piccolo coi piccoli e portò le nostre infermità. Ecco il maestro della famigliarità. (...) Chi sa di essere amato, ama, e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani" (dalla "Lettera da Roma").
A cent'anni di distanza, il movimento suscitato da don Bosco così codifica la qualità del suo servizio educativo: "La nostra vocazione è segnata da uno speciale dono di Dio, la predilezione per i giovani. 'Basta che siate giovani perché io vi ami assai'. Questo amore, espressione della carità pastorale, dà significato a tutta la nostra vita" (Cost. Salesiane 14).

La dimensione "religiosa" della presenza educativa

Molti modelli educativi partono da una esigenza di "presenza". L'educatore può svolgere adeguatamente il suo compito solo se si rende presente di una presenza tanto incondizionata, da rifiutare ogni specifico ruolo propositivo. Questo orientamento è generalmente motivato da presupposti relativistici ed agnostici per quanto riguarda i valori o su una analisi del rapporto educativo fatto quasi esclusivamente in termini di distribuzione di potere.
Il modello che suggeriamo, ispirato sulla prassi di Gesù e di don Bosco, parte invece da una visione profondamente religiosa.
L'accettazione incondizionata ha una ragione profonda, di natura teologica. L'educatore credente riconosce la creazione come espressione della fiducia di Dio nei confronti dell'uomo e la potenza della salvezza di Dio in Gesù Cristo, per ricostruire quello che il peccato aveva distrutto.
La presenza dell'educatore che si fa accoglienza ricorda la priorità del giudizio di fede sopra ogni giudizio etico, la priorità del dono di Dio che fa nuove le persone, sopra la fragile e incompleta risposta dell'uomo.
Per questo la sua presenza è un gesto d'amore, radicato su una esperienza più grande, che avvolge e fonda quello che viene posto nell'atto educativo. Anche quando l'educatore fa fatica a fidarsi dei suoi giovani, egli si esprime in una accoglienza incondizionata "nel nome di Dio". E così egli va alla radice, verso una esperienza di verità più grande di quella che riusciamo a possedere con i nostri strumenti di analisi.

Riconoscere la dignità, restituendola a ciascuno

L'educatore non dà dignità alle esperienze dei giovani perché si sforza di considerarle benevolmente. Riconosce invece una dignità che preesiste, fondata sul progetto operoso di Dio. Riconoscendola, la libera da tutto quello che la minaccia e la restituisce ad ogni giovane, contro ogni forma discriminatrice.
Lo stile educativo è espressione della fede e della speranza dell'educatore credente.
Non si tratta certamente di un'operazione rinunciataria, perché il riconoscimento e l'accettazione incondizionata non rappresentano la rassegnazione o una forma di libertinaggio culturale.
Chi ha ritrovato la dignità perduta, è sollecitato a vivere nella novità che ha sperimentato.
Questa novità di vita è il sogno e l'esito della relazione educativa. L'educatore scommette che può essere raggiunta e consolidata soprattutto attraverso una presenza, capace di testimoniare in ogni caso la radicale fiducia nella dignità personale.
Egli vuole la trasformazione, a differenza dei modelli permissivi. Non sceglie però uno stile impositivo e autoritario, ma testimonia che ogni giovane è capace di crescere come persona nuova, quando viene restituito alla consapevolezza della sua dignità.

I modi concreti di questa presenza accogliente

Questa presenza, accogliente e promozionale, si esprime in uno stile di relazione educativa.
Certamente non ne esiste uno per tutte le stagioni. Risente invece dei modelli culturali che l'educatore fa propri.
Nel secolo scorso, un grande educatore come Don Bosco ha espresso tutto questo con una preoccupazione di presenza continua, di convivenza fraterna, di vigilanza amorosa.
Oggi preferiamo parlare di rispetto e fiducia, di presenza viva e vitale, di sforzo costante di comprensione, di impegnativo atteggiamento di dialogo.
Il linguaggio espressivo (e cioè il modo pratico di realizzare la relazione educativa) cambia, sull'onda dei modelli linguistici e culturali diffusi. La realtà invece deve restare, solenne e impegnativa, perché i giovani possano sperimentare la disponibilità, l'aiuto, l'incoraggiamento e lo stimolo degli educatori e, nello stesso tempo, il rispetto per la loro persona e per le loro decisioni, la stima sincera e l'accettazione incondizionata.

LA PASSIONE EVANGELIZZATRICE ALLA SCUOLA DELL'EDUCAZIONE

L'educatore credente si trova spesso un po' in crisi proprio nelle ragioni più intime della sua missione.
Ha trovato nell'incontro con il Signore Gesù l'ispirazione, culturale e vitale, per il suo servizio. Serve l'uomo, la sua vita, la sua speranza e la sua libertà, come il "servo inutile", alla scuola di colui che fa nuove tutte le cose con una presenza operosa ed efficace.
Per questo, gli brucia la passione di farlo conoscere per allargare ad altri l'incontro. Quello che ha vissuto in prima persona, lo vuole donare ad altri. Lo confessa, nell'incertezza della ricerca e nell'entusiasmo della scoperta, il dono più grande da scambiare nella relazione educativa.
E si chiede: come fare?
Come fare, senza tradire il suo compito di educatore e senza travolgere la qualità della sua scelta di vita?

La portata salvifica dell'educazione

L'educatore credente riconosce la portata "salvifica" dell'educazione, la sua capacità di rigenerare veramente l'uomo e la società.
Impegnato al servizio della causa di Dio nella causa dell'uomo, fa dell'educazione la sua passione, lo stile della sua presenza, lo strumento privilegiato della sua azione.
Scegliendo di giocare la sua speranza nella educazione, sente di essere fedele al suo Signore. Con lui crede alla efficacia dei mezzi poveri per la rigenerazione personale e collettiva e crede all'uomo come principio di rigenerazione: restituito alla gioia di vivere e al coraggio di sperare, riconciliato con se stesso, con gli altri e con Dio, può costruire nel tempo il Regno della definitività.

Una evangelizzazione capace di rispettare le logiche educative

L'educatore credente sa che la passione evangelizzatrice non può essere ristretta ai processi di educazione. Senza l'annuncio di Gesù Cristo e senza la celebrazione del suo incontro personale, l'uomo resta chiuso e intristito nella sua disperazione. Per restituirgli veramente felicità e speranza, siamo invitati ad assicurare l'incontro con il Signore Gesù, la ragione decisiva della nostra vita.
Questo incontro è sempre espressione di un dialogo d'amore e di un confronto di libertà, misterioso e indecifrabile. Sfugge ad ogni tentativo di intervento dell'uomo. In esso va riconosciuta la priorità dell'iniziativa di Dio.
Tutto questo però viene servito, sostenuto, condizionato dagli interventi umani che hanno la funzione di attivare il dialogo salvifico e di predisporre l'accoglienza.
Questi interventi si pongono dalla parte del "segno". Sono orientati a rendere il segno sempre più significativo rispetto alle attese del soggetto e spingono a verificare le attese personali per sintonizzarle con l'offerta della fede e della salvezza.
L'evangelizzazione è perciò sempre parola d'uomo per risuonare come parola comprensibile ad ogni uomo. Cerca una risposta personale, espressa sempre in parole e gesti dell'esistenza concreta e storica.
Gli interventi educativi hanno quindi una funzione molto importante nella educazione della fede. Senza di essi non si realizza, in situazione, il processo di salvezza.

La potenza di Dio investe anche gli interventi educativi

Non possiamo mettere da una parte il dialogo diretto tra Dio e l'uomo e dall'altra i dinamismi antropologici in cui si svolge. Non possiamo immaginare il processo di salvezza e di crescita nella fede nella logica della "divisione del lavoro": ciascuno produce il suo pezzo e poi dall'insieme nasce il prodotto finito.
I due momenti (quello misterioso e indecidibile in cui si esprime l'appello di Dio alla libertà dell'uomo e quello delle mediazioni educative) sono espressioni totali della stessa realtà.
Lo stesso gesto nella salvezza può essere contemporaneamente compreso come tutto nel mistero di Dio e tutto frutto di interventi educativi.
Certo, le due modalità non sono sullo stesso piano né possono essere considerate "alla pari".
Bisogna riconoscere, in una fede confessante, la priorità dell'intervento divino anche nell'ambito educativo, più direttamente manipolabile dall'uomo e dalla sua cultura.
La fede cristiana riconosce la grandezza dell'educazione: il fatto cioè che liberando la capacità dell'uomo e rendendo trasparenti i segni della salvezza, libera e sostiene la sua capacità di risposta responsabile e matura a Dio.
L'educazione riconosce che la grazia di salvezza possiede una valenza educativa, certa e intensa, anche se non è misurabile attraverso gli approcci delle scienze dell'educazione. Riconosce questa potenza imprevedibile alle espressioni celebrative della grazia di Dio: la parola, la comunità ecclesiale, i sacramenti. Opera quindi con un atteggiamento di disponibile ascolto e di confronto con esigenze che superano e giudicano le sue risorse.

ANIMAZIONE, UN MODO NUOVO DI DIRE "SISTEMA PREVENTIVO"

Abbiamo ritagliato uno "stile" di educazione. L'abbiamo fatto a grandi pennellate, con l'unica preoccupazione di descrivere le dimensioni qualificanti di un processo, perché il consenso sia verificato e motivato.
Da molte parti questo stile viene chiamato con una formula di sintesi: questa è l'"animazione".
Animazione è infatti un modo preciso e concreto di fare educazione, quello che riprende e traduce sul concreto le direzioni di cammino appena ricordate.
Credere all'educazione con don Bosco significa per noi credere nell'animazione: a quel modo preciso di intendere l'educazione che ci piace chiamare in sintesi "animazione".
L'animazione è il nome nuovo del "sistema preventivo", se diamo alla formula quello spessore educativo che l'ampio vissuto attuale ci autorizza a riconoscere, e se ripensiamo "sistema preventivo" in quella prospettiva ermeneutica spesso ricordata.
Lo ricordano, almeno indirettamente, anche i documenti della Congregazione salesiana: "Il significato di animazione appare legato a quello di suggerimento, motivazione, persuasione. Suppone capacità di dialogo: atteggiamento di ascolto, di comunicazione, di discernimento. Per noi Salesiani appare come momento e frutto della ragionevolezza e dell'amorevolezza dello stile di Don Bosco" (Doc. capitolari, cap XXI SDB, 46).

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