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Lo scandalo e l’essere contro

 

Giovani cercatori di Dio /5

Miti e modelli dei giovani d’oggi

Francesca Moratti

(NPG 08-07-67)


 

«C’è una cosa che mi irrita, mi fa paura: è quel tono di distratta sufficienza di chi è convinto di possedere la verità: quel tono di commiserazione per chi, poverino, non è ancora arrivato a vedere la verità, com’è vestita, che colore ha, se il vestito è così o cosà. Mi vien proprio voglia di pensare che la verità sia come una gran bella donna su cui tutti fan congetture su come sia vestita: chi giura così, chi giura cosà e poi vai a vedere ed è nuda. E poi la verità non è una puttanella che si dà a tutti ma piuttosto come una ‘morosa’ che impieghi una vita a conquistare» (Federico, 25 anni).

«Quante volte il prete, il padrone, i genitori, gli adulti ci hanno detto di essere perfetti… ma alla loro maniera, non alla maniera di Dio Padre, che è Buono anche con il ‘cattivo’!» (Franco, 17 anni).

 

Due ragazzi, due vite all’insegna della lotta contro un sistema che schiaccia chi non si adegua, chi devia, chi delinque (nel senso etimologico del «sottrarsi, tralasciare») perché non arriva a coglierne il senso, un senso. Due ragazzi che con la loro vita obbligano anche gli altri a porsi la domanda di fondo, a riformularla e, magari, a modificare questo ordine occidentale che, nonostante sia difeso dai benpensanti e da chiunque ne ricavi profitto, come ogni sistema possiede pregi e difetti. E le prime vittime dei suoi difetti sono proprio loro, i giovani, soprattutto quelli che per svariate contingenze sono privi di punti di riferimento solidi perché inseriti in un mondo di adulti assenti oppure violenti e rapaci; adulti, in ogni caso, insignificanti.

Nel precedente articolo si affermava che le due principali esperienze estatiche, che permettono all’uomo di aprirsi all’altro-da-sé, sono quella originata dal bello (esperienza estetica) e quella scaturita dal brutto (ovvero l’ingiusto, lo squallido, il meschino, il fanatico, il violento): l’esperienza dello scandalo. Abbiamo già trattato della valenza, anche pedagogica, del bello che apre alla meraviglia e allo stupore.

Ora approfondiremo le dinamiche dello scandalo, moto altrettanto prorompente e rinnovatore, se custodito ed indirizzato in un circolo virtuoso, ma terribilmente pericoloso se lasciato andare alla deriva nelle secche della disillusione e del disgusto.

Skándalon in greco significa insidia: l’insidia è uno stare sopra, o meglio dentro, macchinosamente, per trarre vantaggio ai danni di qualcuno. Fare l’esperienza dello scandalo significa intuire che si è succubi di un piano insidioso a vantaggio di altri, intuire che l’ordine apparente nasconde un disequilibrio fondato sul profitto di pochi a scapito di molti, e intuire che i pochi ne sono pienamente consapevoli ma i molti no. Lo scandalo porta così al desiderio di lotta contro i soprusi, desiderio fomentato inizialmente dalla rabbia, dall’odio e da un sentimento di vendetta che, col tempo, possono diventare molle per un’azione di riequilibrio tra le forze in gioco al fine di restaurare un ordine autentico, non più dissimulato. Gli ingenui non si scandalizzano: sono troppo semplici (ingenuus significa innato, dunque semplice) per cui non arrivano a cogliere il doppio gioco, la malizia. L’ingenuità è la caratteristica dell’infanzia, della giovinezza; normalmente preserva gli esseri umani non ancora attrezzati ad affrontare situazioni particolarmente difficili, nutrendo l’innata apertura fiduciosa all’altro-da-sé che protegge. Ma chi si è trovato ben presto in situazioni difficili e di abbandono da parte di questo fantomatico altro-da-sé protettore, è stato obbligato a superare l’ingenuità rapidamente e, spesso, brutalmente, ancora privo degli strumenti necessari per reggere il colpo. Gli effetti sono innumerevoli e spesso imprevedibili: sta di fatto che se normalmente, dopo la fase dell’ingenuità, nei ragazzi si sviluppa la fase dell’essere contro che permette loro di diventare autonomi, in questi casi le forzature dei tempi naturali di sviluppo generano personalità costitutivamente arrabbiate con il mondo oppure apatiche, perché troppo stanche e deboli per lottare.

Chi è arrabbiato è ancora aperto al mondo: la rabbia si genera dallo scarto tra il mondo ideale e quello reale che si vorrebbe cambiare; è uno stato d’animo sano, va custodita, ascoltata, accompagnata e diretta verso degli obiettivi realizzabili. L’apatia no: è totale chiusura alla realtà circostante e, talvolta, anche alla realtà interiore; è la negazione delle passioni o, come già affermava Spinoza, l’orizzonte delle passioni tristi, dove col termine triste il filosofo intendeva l’impotenza e la disgregazione.

 

L’epoca delle passioni tristi

 

Considerato l’aumento smisurato di questo generale male di vivere che al giorno d’oggi attanaglia giovani e meno giovani, si impone d’urgenza una domanda: si tratta di difficoltà psicologiche legate al singolo individuo oppure, nella nostra epoca, la crisi si è talmente generalizzata da diventare crisi di sistema, della società e della cultura occidentali? Foucault parla di tramonto dell’epoca dell’uomo, intendendo la fine della modernità con il suo storicismo teleologico e il suo messianismo scientifico fondati sul mito del progresso. I maestri del sospetto (Marx, Freud, Nietzsche) erano già stati antesignani di un cambiamento di rotta, ma come a tutti i profeti, si dà credito solo molto dopo. Lo scientismo positivista ha disatteso la promessa di dissipare le tenebre dell’incertezza attraverso la razionalità, l’analiticamente prevedibile. Ora il futuro non si presenta più come una promessa ma come una minaccia proprio a causa di questa persistente incognita non inquadrabile dal razionale. Il male di vivere del singolo è di fatto il riflesso di un male di vivere della società intera che ha perso i suoi punti di riferimento perché è venuta meno la pregnanza delle proprie categorie interpretative del reale. Ma, come scrivono due acuti psicanalisti contemporanei (Miguel Benasayag e Gérard Schmit), «l’incertezza che persiste non è sinonimo di fallimento. Al contrario quell’incertezza consente lo sviluppo di una molteplicità di forme non deterministiche di razionalità» (in L’epoca delle passioni tristi). Con parole nostre, si tratta di abbandonare, almeno in parte, la ragione calcolante per affidarsi alla ragione poetica, la quale trae alimento dall’intuizione e dalle emozioni che sa chiamare per nome, a differenza di molti nostri giovani che, ancora figli del positivismo tecnocratico, vivono nella più assoluta ignoranza emotiva.

«Anche se le tecnoscienze non cessano di progredire – proseguono gli autori – il futuro resta più che mai imprevedibile, e ciò sembra gettare l’umanità di oggi in un’impotenza assoluta. Una crisi di tale portata ci investe con la sua forza d’urto, manifestandosi in una miriade di violenze quotidiane. Il mondo diventa per ognuno, e per i giovani in particolare, davvero incomprensibile. Non stupisce che, all’ombra di tale impotenza, si sviluppi la pratica dei videogiochi in cui ogni giovane, in una sorta di autismo informatico, diventa padrone del mondo in battaglie individuali contro nulla. Se tutto sembra possibile, allora più niente è reale. È in questa onnipotenza virtuale che le nostre società sembrano abbandonare la sfera del pensiero». Tale dinamica di impercettibile ma inesorabile slittamento verso un mondo parallelo, astratto ma maggiormente delimitato e quindi comprensibile, vale non solo per i videogiochi, la chat e in generale la realtà virtuale dell’informatica, ma anche per altri mondi paralleli altrettanto seducenti per i giovani: la musica, il gruppo, i reality show, ma anche l’alcool, il fumo e la vita borderline per staccarsi dalla realtà sociale convenzionale preordinata ormai incapace di fornire loro stimoli e testimonianze di senso.

 

«I ragazzi mi hanno battezzato ‘Munizza’. Perché non mi lavavo? Non sapevo per chi farlo» (Alessandro, 15 anni).

 

Perché o per chi farlo? La domanda di senso si sdoppia. Per crescere in modo armonico, libero e autonomo è fondamentale la percezione di una promessa buona della vita, ma questa, inizialmente, è veicolata dalle persone affettivamente più vicine. Dunque è chiaro che inizialmente il bambino assumerà i diversi comportamenti per compiacere (e ubbidire a) qualcuno di significativo, pur senza comprenderne il senso. Solo più tardi, dopo aver interiorizzato questo adulto e i limiti che egli rappresenta, modellando così una propria personalità, il ragazzo potrà decidere autonomamente di atteggiarsi in modi differenti in virtù del senso che percepisce alla radice della vita. Detto altrimenti: il ragazzo passa dal per chi agire al perché agire in un certo modo.

 

Quali modelli?

 

In ogni fase della crescita umana, in particolare da giovani, servono modelli di riferimento a cui ispirarsi. Generalmente i primi due modelli sono mamma e papà, per chi ha la fortuna di averli e di averli in modo significativo. Crescendo, questi due modelli (o i loro surrogati) si ridimensionano per dare spazio ad altre personalità significative che il ragazzo incontra nel corso della vita e che elegge a figure esemplari sulle quali proiettarsi e, successivamente, con le quali confrontarsi. Il modello implica sempre una relazione, un coinvolgimento e uno scambio. Non si impone nella sua monoliticità astratta come nel caso del mito, bensì si propone come esempio da imitare liberamente per gli aspetti più consonanti con il proprio modo di essere o per quelli più carenti. Certo i giovani non vivono solo con i modelli ma anche con i miti. Il mito però è astratto, non ha a che fare con la loro vita reale quotidiana bensì con il mondo in cui i giovani si proiettano, talvolta per fantasticare il loro futuro carico di promesse, talaltra per sfuggire al non-senso della realtà che sperimentano. Mythos (in greco narrazione, favola, leggenda) è originariamente pregno di un significato fondativo che mantiene se continuamente ri-raccontato e ri-attualizzato nella storia umana sempre nuova. Anche il mito del cantante, del calciatore, del personaggio autorevole che si ammira o del principe azzurro che si sogna ha un suo valore fondativo e quindi pedagogico, se espressione di un desiderio intrinseco di autorealizzazione. Il mito in quanto tale, però, oltre ad essere stimolante è frustrante, in quanto intoccabile, irraggiungibile. Ispirarsi ad un mito, soprattutto per i giovani, non è patologico, anzi. Lo diventa solo nel momento in cui fa perdere completamente il senso della realtà e del limite, e questo succede quando si rifiuta la realtà e i suoi modelli per rifugiarsi nel solo mondo mitico parallelo dove tutto è perfetto e dove non viene chiesto di mettersi in relazione con esso ma solo di accettarlo in tutta la sua evidenza perfetta e illusoria. Non obbligando a mettersi in discussione, il mito si trasforma da stimolo in ostacolo per una crescita autonoma.

Miti e modelli perdono però qualsiasi consistenza quando manca la percezione di un orizzonte di senso nell’esistenza. Quando il futuro non lascia intravedere una qualche promessa, scrive Galimberti, «il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso». In una tale esistenza, dove la razionalità ha perso ogni presa sul reale e i sentimenti sono stati anestetizzati, ogni parola è vacua, è rumore insensato. Resta, continua Galimberti, «il grido, che talvolta spezza la corazza opaca e spessa del silenzio che, massiccio, avvolge la solitudine della loro segreta depressione come stato d’animo senza tempo, governato da quell’ospite inquietante che Nietzsche chiama nichilismo». Grido che talvolta si esprime nella musica assordante delle discoteche, nelle emozioni forti ricercate con l’alta velocità o con la vertigine della droga o, in casi estremi, con gesti di violenza gratuita inaudita.

Uno dei sintomi più significativi di tale crisi culturale, ancor prima che esistenziale, è la contestazione del principio di autorità. Spiega Benasayag: «se il futuro non offre nessuna garanzia, se l’esistenza di ognuno brancola nel non-senso, perché mai ubbidire a qualcuno che vive nella mia stessa condizione? In nome di cosa? Ed ecco che l’unica forma di contenimento possibile rimane quella dell’autoritarismo».

«Mio padre non ha alcun rispetto né di me né dei miei, e lui vuol essere rispettato da tutti. Se dovesse ripetere ora scene che vidi quando ero piccolo, lo devo solo ammazzare» (Giovanni, 18 anni).

 

Questa mancanza di rispetto, di cui spesso i giovani sono vittime, essi la riproducono nei confronti degli adulti, delle istituzioni, di Dio, perché se nulla ha senso, allora non hanno senso nemmeno le gerarchie e le autorità.

 

«Una sera tornò ubriaco e minacciò di uccidere mia madre… continuava a maltrattare mia madre. Quando sento pronunciare ‘mio padre’ mi viene ancora più odio nel cuore. Per questo ed altre cose non credo in Dio» (Bruno, 16 anni).

 

«È più comodo non credere in Dio. Uno di meno che ti dà fastidio» (Pier Luigi, 18 anni).

 

Nella generale mancanza di senso è facile aggrapparsi a stereotipi e pregiudizi, morte di qualsiasi relazione perché non permettono al singolo di esprimersi per chi è veramente.

«‘I cattolici mi rendono nervoso, perché sono sleali’». ‘E i protestanti?’ domandò ridendo. ‘Quelli mi fanno star male con quel loro pasticciare intorno alla coscienza’. ‘E gli atei?’. Rideva ancora. ‘Quelli mi annoiano perché parlano sempre di Dio’. ‘E lei cos’è, in conclusione?’. ‘Io sono un clown’». Con estrema finezza Heinrich Böll presenta l’assurdità delle categorizzazioni alludendo alla possibilità di soverchiarle attraverso l’ironia, unica via che permette di liberarsene evitando un devastante disorientamento, in quanto mette nella condizione di accogliere le proprie contraddizioni e quelle degli altri con la benevolenza di un sorriso.

 

«Come puoi capire tu l’uomo diviso che è in me? Amo la vita e sogno la morte; cerco mia madre e scappo di casa; voglio divertirmi e sono triste; ho tanti amici e non parlo mai con nessuno; vivo d’amore e odio insieme. Non riesco a capire ciò che faccio e ogni volta mi ritrovo a fare quello che odio» (Maurizio, 17 anni).

 

L’esperienza della cura

 

Scrive ancora Galimberti: «Bisogna educare i giovani a essere se stessi, assolutamente se stessi. Questa è la forza d’animo. Ma per essere se stessi occorre accogliere a braccia aperte la propria ombra.

Che è ciò che rifiutiamo di noi. Quella parte oscura che, quando qualcuno la sfiora, ci fa sentire punti nel vivo. Anche un quadro senza ombre non ci concede le sue figure. Accolta, l’ombra cede la sua forza. Cessa la guerra tra noi e noi stessi e perciò siamo in grado di dire: ebbene sì, sono anche questo. Ed è la pace così raggiunta a darci la forza d’animo e la capacità di guardare in faccia il dolore senza illusorie vie di fuga».

Il cuore del mito di Narciso non sta tanto nel fatto singolare che si innamori di se stesso quanto nel fatto che non riesca più a distinguere tra la realtà e la sua immagine. Narciso muore, secondo Christopher Lasch, perché sceglie l’immagine e si rifiuta di guardare la realtà con i suoi aspetti più minacciosi e pericolosi.

I giovani, per evitare la fine di Narciso, dovrebbero essere educati a resistere, suggerisce Mantegazza. E resistere significa saper innanzitutto guardare fino in fondo ciò a cui stiamo resistendo, il lato oscuro, senza essere distolti dai divertissements; e, guardandolo, essere in grado di assumerlo, perché solo ciò che è assunto sarà salvato. I giovani devono venire aiutati ad ascoltarsi, innanzitutto, e questo lo si può fare solo ascoltandoli.

 

«È molto facile per i grandi sentirsi seminatori, han sempre qualcosa da dire a noi giovani. Raramente si sentono ‘campo’ quasi che noi giovani non abbiamo mai niente da dire, ma solo da imparare» (Ubaldo, 18 anni).

 

«Uso il termine adulti in senso dispregiativo perché l’adulto non dà mai peso alle nostre cose. Anche mio papà e mia mamma sono degli adulti: hanno mai bisogno di me, mi fanno sentire inutile» (Raffi, 15 anni).

 

Solo in questo modo, attraverso l’ascolto, i ragazzi fanno l’esperienza della cura e possono, in seguito, prendersi cura di sé e degli altri. E la cura inevitabilmente guida alla percezione di un orizzonte di senso più ampio. Alla domanda di Dio su dove fosse suo fratello Abele, Caino risponde: «Non lo so: sono forse io il custode di mio fratello?». Lévinas suggerisce che in una società sana si dovrebbe rispondere affermativamente a questa domanda.

L’esperienza della cura («goduta» e «agita») apre poi uno spazio per l’atto di fede verso l’altro-da-sé, verso l’Altro trascendente ed, eventualmente, verso l’Altro-Persona.

Se anche non si arrivasse a questo, come suggerisce Galimberti, se il rimedio per la società e per i singoli fosse non il reperimento di un senso a cui prestare fede (prospettiva giudaico-cristiana), bensì l’arte del vivere riconoscendo le proprie capacità ed esplicitandole secondo misura (prospettiva greca), con ciò si affermerebbe comunque che i giovani possono uscire dall’impasse del nichilismo attraverso la curiosità verso se stessi; curiosità che apre al mistero intrinseco di ciascuno di noi.

«Si vive senza pane, senza casa, senza amore, senza felicità: ma non si vive senza mistero. So anch’io che non pochi animali cosiddetti ragionevoli vengono condotti al cimitero dopo sessanta o settant’anni di vita vissuta nel nulla; so anche che non pochi di essi hanno raggiunto una certa fama durante il cammino che li ha portati dall’utero al sepolcro.

Questi uomini hanno ignorato il tormento del Mistero: si sono accontentati delle realtà apparenti. Gli uomini veri hanno sofferto e pianto fino a che non hanno incontrato la custode di ogni mistero: la Chiesa» (Pieter Van Der Meer, Diario di un convertito).

 

PER UNA RIPRESA DI GRUPPO O CLASSE

L’esperienza del negativo, dello scandalo, è più difficilmente sostenibile rispetto all’esperienza estetica del bello, ma è altrettanto rivelatrice; e come davanti al bello viene spontaneo domandarsi da dove tanta bellezza, così davanti all’assurdo la domanda sul senso sorge spontanea e spesso si trasforma in grido e in denuncia. Con l’aiuto dei ragazzi si indichino alcune personalità che nella storia si sono rivelate emblematiche per come hanno saputo vivere e contrastare l’assurdo.

 

Rabbia e apatia sono le due reazioni principali di fronte allo scandalo. I ragazzi di oggi tendono più all’una o all’altra? C’è differenza tra questa generazione e quella dei loro genitori? Al giorno d’oggi il male di vivere è ancora una crisi soggettiva o piuttosto collettiva? La religione cosa può offrire, se può offrire qualcosa?

 

Realtà e idealità da sempre, soprattutto nella cultura occidentale, sono state divise. Se non ci si prende adeguata cura della naturale tensione all’ideale dei giovani, li si condanna allo scacco.

 

Suggeriamo alcune attività da svolgere con i ragazzi:

– Discutere il mito di Narciso e trovare alcune sue attualizzazioni nel mondo contemporaneo. I ragazzi si sentono spesso inadeguati al mondo? O è il mondo ad essere insignificante?

– L’affascinante mondo virtuale, ricco di potenzialità, rischia però di chiudere i giovani in un mondo parallelo. Discutere con i ragazzi del loro utilizzo di internet e degli strumenti informatici.

– Miti e modelli di oggi: i ragazzi si raggruppino «per affinità» in gruppetti di 2 o 3 persone; scrivano sul primo foglio i loro miti con le caratteristiche più significative e su un secondo foglio indichino i loro modelli con le rispettive caratteristiche. A prescindere dalle diverse personificazioni, le caratteristiche individuate sono comuni o, quanto meno, simili?

– Organizzare brevi sketch teatrali su canovaccio proposto dai ragazzi per dar loro modo di sperimentare l’entrata/uscita da ruoli predefiniti. Oppure si animino giochi di interazione che stimolino nei ragazzi la presa di coscienza del proprio io e dell’altro nei diversi stati d’animo (cf Klaus W. Vopel, Giochi interattivi, Elledici; V. Chiari, a cura di, Il corpo racconta, Centro Salesiano San Domenico Savio).

– Leggere e commentare insieme la fine del monologo Novecento di A. Baricco: «La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò. Io che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia vita (...)».

 

Suggerimenti musicali per la discussione:

– Negrita: Transalcolico, Sale

– Timoria: Sangue impazzito

– Mondo Marcio: Che senso ha; Generazione X,  M.A.R.C.I.O.

– Rats: Fuori Tempo

– Negramaro: Musa (Stanca Di Essere); Es-Senza

– Vasco Rossi: Il mondo che vorrei, basta poco

Suggerimenti cinematografici:

– Antwone Fisher

– Genio Ribelle (Will Hunting)

– Freedom writers

– Ti va di ballare?

– Sleepers

– Ragazze interrotte

– Billy Elliot

– The Truman show

– Matrix

– Scrivilo sui muri

– Trainspotting

– Jack Frusciante è uscito dal gruppo

 

Suggerimenti bibliografici:

– AA.VV., Vangelo secondo Barabba, Centro Salesiano San Domenico Savio, Arese 1998.

– Baricco A., Novecento, Feltrinelli, Milano 1994.

– Benasayag M. e Schmit G., L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano 2007.

– Chiari V. a cura di, Il corpo racconta, Centro Salesiano San Domenico Savio, Arese 2006.

– Chiari V. e Grillo S., Letture per un senso alla vita, Centro Salesiano San Domenico Savio, Arese 2001.

– Galimberti U., L’ospite inquietante, Feltrinelli, Milano 2007.

– Golemann D., Intelligenza emotiva, Rizzoli, Milano 1997.

– Lasch C., La cultura del narcisismo, Bompiani, Milano 2001.

– Mantegazza R., Pedagogia della resistenza, Città Aperta, Troina 2003.

– Ravasi G., Qohelet e le sette malattie dell’esistenza, Qiqajon, Magnano 2005.

– Rigoldi G., Il male minore, Mondadori, Milano 2007.

– Van Der Meer P., Diario di un convertito, S. Paolo, Milano 1975.

– Vopel Klaus W., Giochi interattivi, Elledici, Leumann 1994.

 

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