Juan E. Vecchi

(NPG 1988-1/2-61)


Questo numero speciale «celebra» il centenario della morte di Don Bosco. Un aggancio rapido alla sua memoria è dunque doveroso, anche se l'intenzione di questo contributo non è raccontare la vicenda di don Bosco con i giovani lontani, ma piuttosto avvicinarsi al fenomeno odierno di quella maggioranza giovanile in cui il riferimento ecclesiale e religioso si è appannato.

Un «attimo» di memoria

Don Bosco, pur potendosi collocare all'interno delle istituzioni che si prendevano cura dei giovani che si riconoscevano già nella comunità ecclesiale, scelse consapevolmente di «essere parroco dei giovani che non sapevano a quale parrocchia appartenevano». Si rivolse dunque principalmente a loro, e adoperò come luoghi di incontro pastorale e di primo annuncio la strada, la piazze, i posti di lavoro, il prato-cortile.
La scelta, lo stile e i risultati relativi provocarono dissensi e critiche. Qualcuno l'avrebbe visto meglio nelle «funzioni normali» di un prete secondo il modello corrente. Qualcuno giudicava l'esito della sua azione inferiore alle attese di un'educazione cristiana. Donde la critica, la sottovalutazione e la solitudine.
Ma in questi incontri con i giovani del carcere, della strada, dei cantieri, maturò la sua prassi pastorale che, se si richiudesse in iniziative e istituzioni di conservazione e protezione, rischierebbe il travisamento.
E' vero che il problema dei giovani lontani si poneva allora in termini totalmente diversi da come si presenta oggi. In un contesto di religiosità sociale la lontananza era congiunturale e veniva attribuita alla mancanza dalle cure ordinarie, a causa appunto dell'emigrazione, dell'abbandono pastorale, delle condizioni di vita e di lavoro. I riferimenti religiosi vigevano comunque nella mentalità popolare. Un richiamo, un gesto, un luogo significativo, una proposta li risvegliavano, ed erano sufficienti a far riprendere un cammino di consolidamento cristiano.

I GIOVANI LONTANI OGGI

Sul fatto della loro consistenza numerica dei cosiddetti «giovani lontani» non ci sono dubbi. Appare evidente nei dati sulla «assistenza» domenicale, sulla catechesi e persino sul battesimo e prima comunione. Il numero di giovani raggiunti dalle iniziative ecclesiali costituisce una percentuale insignificante sulla totalità dei soggetti.
Il fenomeno è stato oggetto di riflessioni approfondite e di accurate distinzioni. Ci sono i «lontani» dalle preoccupazioni etiche, che potrebbero costituire una base di dialogo, quelli che hanno perso l'interesse per la dimensione religiosa; quelli in cui il messaggio cristiano rientra nel generico del pensiero religioso; quelli che non si riconoscono affatto nella Chiesa; quelli che, pur riconoscendosi in essa, non frequentano più. Non pochi di loro non si sono allontanati: sono semplicemente nati in un «altro continente culturale», hanno assimilato un «altro linguaggio», sono cresciuti in «altri ambienti», hanno sviluppato «altre appartenenze». Per loro la Chiesa è stata più notizia giornalistica che annuncio ed invito. Il richiamo ad una nuova evangelizzazione è dunque più che mai giustificato anche per ciò che riguarda i giovani.
Due sentimenti tipici percorrono gli ambienti ecclesiali di fronte al fenomeno della lontananza dei giovani: l'allarme e la rimozione. Il secondo sembra oggi più esteso.
In un primo tempo le Chiese accusarono il colpo di sentirsi «minoranza» e in inferiorità di condizioni nel mercato delle proposte di senso rivolte al grande numero.
Poi sembrarono consolarsi con quello che era rimasto e puntarono sulla qualità, con la speranza che, per la significatività e decisione di pochi, avesse luogo il ritorno dei più, o almeno si prevalesse nel confronto tra le diverse proposte.
Emerge così oggi una Chiesa ricca di manifestazioni e fermenti che coinvolgono una minoranza (i movimenti ecclesiali sono uno dei tanti citabili esempi...) di fronte a una grande massa che elabora i suoi criteri e le sue appartenenze con distacco, non secondo, ma nemmeno contro, la proposta cristiana presentata dalla Chiesa.
Questo riferimento ha smesso di essere «sostanziale» per loro. Criteri, senso e appartenenze vengono elaborati in funzione della propria vita. E' il fenomeno della «irrilevanza» o «insignificanza» ecclesiale relativa, qualunque siano il loro valore e la loro verità oggettiva.
A che cosa attribuire questa situazione di non-comunicazione? E' questione di messaggio o di linguaggio? E' questione di proposta forte o di solidarietà e vicinanza? E questione di strategia o di gesti, di profezia? E ciò che la pastorale deve chiarirsi per non sprecare le proprie risorse in interventi impropri, discontinui, slegati.
Tra questi due soggetti, la minoranza «fedele» e la maggioranza «lontana», si collocano le manifestazioni di massa. Esse sottolineano la rilevanza sociale dei credenti, coinvolgono coloro che sono a livelli diversi di assenso e appartenenza fino ai «curiosi», e diffondono un messaggio e una notizia del Vangelo e della Chiesa. Si potrebbero qui collocare anche gli ambienti variegati di socializzazione religiosa, le iniziative che evidenziano la preoccupazione dei credenti per l'uomo e la presentazione della Chiesa attraverso la comunicazione sociale. Ma tutto ciò non raggiunge pienamente lo scopo della pastorale: che abbiano la «vita» e l'abbiano in abbondanza.
I giovani «lontani» si presentano così come sfida alla nostra maniera di vivere e di dire Gesù Cristo: se come novità sconvolgente o come pratica «religiosa»; se come profezia, speranza e annuncio di vita o come cristallizzazione storica e sociale.
In tal senso più che un «problema» essi sono un dono e un'opportunità. Ci spingono ad esplorare il mistero dell'uomo e delle sue odierne «speranze e angosce», che sono gli spazi in cui la parola si è fatta carne e ancora oggi può risuonare. Dono è anche la spinta ad uscire da un modo troppo «normale» di vivere l'esperienza di Dio, è la consapevolezza della nostra insufficienza riguardo a quello che abbiamo ricevuto.

DALLA PARTE DEI «LONTANI»

Pochi tratti di Cristo si stagliano così chiaramente nei Vangeli come le preoccupazioni, l'angoscia per chi è «lontano» perché è partito, si è perso o non è arrivato. Alla luce del vangelo è impensabile dunque una pastorale che si occupi soltanto di coloro che già ci sono. Dall'affermazione «non sono venuto per i giusti ma per i peccatori», all'annuncio solenne della sua missione nella sinagoga di Nazareth, Gesù appare disponibile a rivolgersi a quelli tralasciati dalle preoccupazioni proselitiste degli operatori religiosi o per la loro insignificanza (i poveri) o per la loro origine (i pagani) o per il loro modo di vita (i pubblicani) o per i loro antecedenti (la adultera).
In ogni caso la sua preoccupazione non è di guadagnare uno in più per il suo gruppo o «partito», cosa che rinfaccia espressamente ai professionisti della religione, ma la felicità della persona. Gesù approfitta di ciò che nella persona già opera come fermento e lo valorizza: la curiosità di Zaccheo, l'interesse di Nicodemo, l'angoscia dell'adultera, il desiderio di ritorno del figlio prodigo. Fa risuonare nella vita un messaggio di salvezza.
I risultati sono poco vistosi per il criterio del tempo: che cosa è infatti coinvolgere alcuni peccatori e farsi amici alcuni pubblicani, se i «luminari» rimangono fuori della cerchia? che cosa può significare per il futuro guadagnare «popolani» se la «classe religiosa» non viene impegnata?
Ma in questi eventi si manifesta la potenza di salvezza. Si dirama la notizia della sua presenza attuale tra gli uomini, e coloro che ne sono coinvolti si riempiono di gioia. Il pensiero della gioia corona la parabola del buon pastore, della dracma ritrovata e del figlio prodigo. La Chiesa dunque è chiamata a gioire per quell'uno che era privato della felicità del Vangelo, più ancora dei novantanove che non hanno bisogno di ripassarlo. E i «pubblicani» precedono nel Regno i «professionisti» delle questioni religiose.
E' proprio il Vangelo a darci i due versanti della riflessione: l'atteggiamento del pastore e il «tipo» di messaggio. Avvicinata a un momento felice di prassi pastorale, quale è quella di Don Bosco, ci viene suggerito un terzo asse per la riflessione: i luoghi dell'annuncio e le loro caratteristiche.

L'ATTEGGIAMENTO FONDAMENTALE: ESSERE «COMPAGNIA»

Le sensibilità pastorali divergono, sovente senza esplicitarsi, riguardo al movimento verso i lontani.
Per alcuni è solo questione di «attirarli» alla «verità» dove noi siamo. L'inedita esperienza personale ha poco da dire riguardo all'offerta di «salvezza». Soltanto diventare disponibile, accogliere ed «entrare». In tal caso l'attenzione a quello che il soggetto, singolare o collettivo, si porta come «concentrato» della sua vita è marginale: è utile per lui, non per la sostanza dell'annuncio.
L'incarnazione invece è tutto un movimento verso l'uomo per pronunciare lì la parola di salvezza, e Cristo lo esprime in alcuni atteggiamenti verso coloro che non troverà sul terreno «religioso».

Andare «verso» i lontani

Il primo di questi gesti è «vengo da te»: è la parola rivolta da Gesù a Zaccheo, declinata poi nel Vangelo in molteplici modi. A chi è già preparato, il Signore rivolge l'invito ad unirsi ai suoi. Chi è disponibile o percorre soltanto i primi passi, egli lo incontra nel suo «ambiente», più personale che «fisico». Piuttosto che movimento fisico verso un altro luogo, è un collocarsi spiritualmente sul terreno dell'altro.
«Uscire» è un altro verbo chiave del Vangelo. Viene applicato al seminatore che getta il seme in diverse terre; al pastore che va in cerca della pecora e al padrone che invita al lavoro.
«Uscire» e «venire da» comportano l'esigenza di staccarsi dalle proprie posizioni per votarsi al dialogo e alla condivisione per una ricerca comune. Comporta anche accettare i risultati che questa ricerca produrrà. Andare più in là della cerchia degli appartenenti, per condividere con «gli altri» quello che loro hanno, piuttosto che soltanto quello che noi vogliamo far prevalere. Vuol dire lasciare le formulazioni acquisite ed esplorare con serietà le questioni che preoccupano l'uomo, riformulando il senso che ne emerge. Vuol dire uscire dal linguaggio abituale a chi vive attorno alle scuole di teologia per provarne altri che esprimano con novità la ricerca del giovane e raggiungano efficacemente la sua interiorità. Significa tentare altre esperienze e altri luoghi di incontro più vicini alla ricerca della persona. E ciò non per tattica, ma per riconoscimento della presenza operante di Dio.
E' il senso «missionario» della fede, ricondotto all'essenziale, che non ci chiede sempre di trasferirci a terre lontane, ma di piantare la tenda nel continente giovanile, dietro le tracce di Dio in esso. La lontananza avviene quando noi selezioniamo e rimaniamo con coloro che accolgono quello che offriamo e mostriamo indifferenza verso coloro che percorrono altre vie.
Questo modo di porsi il problema dei lontani non sembra molto diffuso. C'è chi preferisce la terra ferma dei «praticanti» e «credenti» per fare il dialogo.
Chi paragona il movimento verso i lontani con i mille servizi verso quelli che già ci sono, ha l'impressione che il primo occupi una parte insignificante e sia assunto da pionieri volontari che intraprendono e pagano di persona.

Invito e accoglienza

Ma c'è un secondo gesto dello stesso atteggiamento: è l'invito e l'accoglienza, senza preclusioni e pregiudizi.
Il Vangelo lo sottolinea quando si riferisce ai lontani. Il padre accolse il figlio, che si era allontanato, in una casa-famiglia che se fosse stata organizzata secondo i criteri del fratello maggiore sarebbe diventata stretta e «controllata».
La Chiesa e la stessa esperienza religiosa prendono il volto di coloro che le propongono. Se si presentano come vera «casa dell'uomo» dove chi è in ricerca può condividere ed essere aiutato a camminare, diventeranno anche luoghi significativi dove «incontrarsi».
C'è da interrogarsi se le chiese sono troppo strette fino a non poter «invitare» se non coloro che hanno superato l'irrequietezza vitale, rimodellato i comportamenti dissonanti o ridimensionato i progetti «strani». In tal caso molti rimarranno non solo fuori, ma disinteressati.
L'invito rivolto ai giovani contiene la promessa di riconoscere e valorizzare quanto essi portano dentro come caratteristica della loro epoca; l'onestà è non cercare la loro appartenenza per i nostri fini ma per la loro vita.
L'accoglienza non è un'ascetica facile già a livello personale. Quando poi intervengono ruoli e istituzioni, le cose tendono a complicarsi. Tentativi e iniziative possono venire valutati in base a risultati di «pratica» o di appartenenze conquistate. C'è chi vorrebbe contare le conversioni, c'è chi guarda l'aumento dei coinvolti nei gruppi, c'è chi misura la crescita di presenza sociale, c'è infine chi guarda alla maggiore frequenza ai sacramenti. «Vieni con noi» comporta in prima istanza un'offerta di compagnia, un aiuto nella ricerca, uno spazio di esperienza i cui esiti non sono totalmente prevedibili.

Camminare insieme

C'è ancora un altro gesto indispensabile quando si pensa ai lontani: «camminare insieme». Proprio assieme..., al ritmo di chi deve ancora interrogarsi e interrogare la fede, percorrendo con lui le tappe che gli si vanno scoprendo.
E' bella l'immagine evangelica che rappresenta il Signore che fa strada con i discepoli, mentre si snoda un discorso qualunque. E' la stessa che Luca propone in maniera più didattica nell'episodio dei discepoli di Emmaus. Essi erano sul punto di «allontanarsi» per l'impatto con la delusione. Il condividere la strada interiore, di cui è segno il cammino fatto assieme, finisce nella frazione del pane.
C'è chi esce per «conquistare». C'è chi accoglie con la segreta speranza di convincere attraverso il favore e l'affetto. Il giovane percepisce che per risolvere un problema di vita non è necessario promettere adesioni non sufficientemente maturate.
Lo spirito di conquista appare dunque inefficace e l'adescamento per «amicizia» inconsistente. Rimane l'essere solidali di fronte alle sfide che la vita propone, offrendo la testimonianza di una esperienza personale vissuta con sincerità e offerta con semplicità.
Il messaggio allora non sarà tutto elaborato, ma si plasma in un dialogo fecondo. Si è parlato ultimamente, da diverse prospettive, del bisogno di inculturazione. Si è superata l'abitudine di riferirla soltanto ai paesi «non cristiani», di culture non confrontate sistematicamente con l'esperienza della fede. Viene invece richiesta anche nei contesti in cui il Vangelo è stato detto molte volte, ma ha ancora bisogno di essere riascoltato conforme ad una nuova esperienza umana. Cessa così di essere una «operazione» da fare una volta per sempre e diventa criterio pastorale.
Lo scollamento tra Vangelo e cultura accusa una delle manifestazioni più vistose nell'area del comportamento giovanile. In questa età si elabora l'identità fondamentale, ci si crea un senso per la vita, si stabilisce il codice personale, si progetta l'impiego delle proprie energie. Gli stimoli e le proposte sono innumerevoli. Il segno e il riferimento religioso rischiano di restare insignificanti per lontananza dal fuoco delle pulsioni o per travisamento se non vengono percepite come uno spazio di liberazione e un'offerta di vita.
Il camminare assieme, giovani e Vangelo, giovani e Chiesa, comporta riascoltarsi permanentemente e rispondersi, condividendo solidariamente le vicende di un percorso.

SEGNI E PORTATORI Dl UNA «LIETA NOTIZIA»

I cristiani e la comunità ecclesiale manifestano volontà di compagnia, accoglienza e solidarietà perché si portano dentro una esperienza: hanno accolto la «vita». Su di essa hanno elaborato una sapienza: la vita è il dono in cui Dio si fa presente, anche sotto apparenze povere e meschine. L'evento di Cristo ne è la prova.
Sono approdati a una scelta: stare dalla parte della vita, della sua dignità, del suo senso, della sua pienezza.

Quale incontro tra esperienza di fede e esperienza giovanile?

Questo è l'annuncio e questa la notizia che portano; non una nuova «religione» o una spiegazione delle realtà che non si vedono. Infatti Cristo, sul quale i cristiani scommettono, ha manifestato il suo potere sulle forze avverse alla vita con la sua esistenza e la sua risurrezione. Di questa ha parlato non come di un fatto «accaduto» in Lui, ma come della sua persona stessa: Io sono la risurrezione, la potenza della vita.
Il giovane rincorre la vita attraverso diverse esigenze: riconoscersi e essere riconosciuto mediante la valorizzazione di quello che è oggi, e non soltanto di quello che «dev'essere» o che «sarà domani»; assaporare l'esistenza esprimendo la propria libertà nella ricerca della sua «felicità», quella limitata e possibile, ma sufficiente per costituire una «ragione» di esistere; formulare significati e progetti sempre più adeguati alla sua ricerca e alla realtà che gli si va spalancando davanti. Ciò gli dà la consapevolezza di essere nel mondo non «per caso» ma «per grazia» e con una missione; gli dà il vero «gusto» della vita.
Certo queste sono le espressioni più nascoste e profonde della tensione giovanile verso la felicità: le meno banali e immediate. Esse non sono nemmeno scevre da rischi: l'ancorarsi nell'effimero, il rinunciare ad andare oltre, l'elaborare in solitario, chiudendosi alla realtà... Ma è dentro le tensioni profonde del giovane che bisogna affondare quando si parla di dialogo tra credenti e lontani.
Una esperienza, dunque, quella dei cristiani... e una ricerca, quella dei giovani, destinate a incontrarsi e a illuminarsi.
Ma con quale messaggio, con quale comunicazione, con quali gesti, attraverso quali incontri? C'è un presupposto anteriore a ogni parola e annunzio: porre «atti» in cui si possa sperimentare la salvezza, il passaggio da una situazione di morte a un'altra di vita, dalla schiavitù alla dignità, dall'incoscienza alla consapevolezza. In molti eventi della chiesa e del mondo, senza distinzione di area geografica e ideologica, si realizza questo passaggio e emergono «modelli» che sono mediatori di vita e di salvezza.
Ma la comunità dei credenti è capace di leggere il significato totale e futuro di queste realizzazioni parziali, per dare dunque una chiave per impostare un'esistenza con senso.

La scoperta del dono «dentro» di noi

Il primo messaggio è certamente l'invito a sperimentare la vita e entrare nella profondità del mistero che portiamo in noi; scoprire che è stata un «dono». E' la semplice costatazione che il dono non l'abbiamo acquisito con meriti o sforzi personali, ma l'abbiamo ricevuto.
Ma non basta accettare il dono. Ne può sempre seguire un atteggiamento di passività, disinteresse, acquiescenza. Occorre riconoscere consapevolmente il suo valore di realtà piena di insospettate possibilità, e dunque come progetto aperto.
Molti fattori spingono oggi verso la leggerezza, la superficialità, il disimpegno. Si può «galleggiare» nella vita in forma distratta e irriflessa, non lasciarsi raggiungere dalle situazioni, dagli interrogativi e nemmeno dagli orizzonti troppo suggestivi. L'idealismo e la eccessiva problematicità sono visti con sospetto. Ma finché non si raccolgono e si formulano le domande, non c'è nemmeno l'attesa di risposte.
Accogliere la vita come un dono, scorgere e invocare una presenza anche se ancora non si riesce a darle un nome è dunque un passaggio indispensabile. «Conoscendomi ti conoscerò», direbbe S. Agostino.
Ci sorregge in questo l'esperienza degli altri che raccontano la loro vicenda e comunicano le loro risposte. L'incontro con la comunità umana e con quello che essa ha elaborato all'inseguimento della pienezza di vita acuisce la riflessione e comunica saggezza. E il giovane ne percepisce il valore e il limite.
La vita con le sue possibilità e le sue sfide va oltre le realizzazioni e le spiegazioni che gli uomini sono riusciti a balbettare. Dal loro sforzo d'altra parte sono cresciuti, insieme a semi di vita, frutti di morte: lo sfruttamento delle persone, lo sguardo avido sulle cose, la perversione delle proprie facoltà.

L'invito «oltre» la vita: l'incontro con Cristo

Cristo e il vangelo si fanno incontro come invito a superare la morte e a sperimentare la vita ad altri livelli: «Io sono la vita... ».
L'incontro con Cristo può avvenire in forma progressiva e attraverso approcci diversi: il contatto esterno con la comunità che crede in Lui, l'imbattersi in «modelli» luminosi di esistenza cristiana, con un primo ascolto cercato o casuale della persona che apre un nuovo orizzonte nella vita.
La maturazione avviene quando si entra in sintonia con Lui e ci si lascia prendere dal mistero della sua esistenza che rivela quello della nostra.
In lui appare l'umanità non soltanto come la sogna il giovane, ma inabitata da Dio, in modo tale che sia nel quotidiano come nei momenti di particolare luminosità risulta la sua trasparenza. Inabita quindi, sotto la povertà, la potenza di Dio, garante della vita dell'uomo nella risurrezione.
Cristo vive la vicenda di tutti, la vicenda comune, a livelli non comuni di libertà, di consapevolezza, di amore, di servizio. La sua esistenza avvicinata e riletta ci scopre che la vita che palpita in noi è una invocazione a Dio e una risposta di Dio, attrazione, punto di arrivo, possibilità massima dell'uomo.
Per questo Egli è la via.
La presenza di Dio in noi non è pura interiorità, pensiero, coscienza; è amore appassionato e trasformante nella storia. Come in Cristo Dio si è offerto per l'umanità, così anche attraverso di noi si fa dono per gli altri. E' questa la chiave da scoprire: dall'esperienza della gratuità all'esperienza del dono agli altri e degli altri.
Vita e felicità non sono possesso di cose, ma capacità di amore. E' quanto esprime il vangelo quando dice: «Chi vuol guadagnare la vita deve perderla»; la vita non è da consumare in forma egoistica, ma da mettersi a disposizione.
Solo nel perderla - cioè nel liberarsi dalla forma estrema del desiderio centrato sul sé - e nel perderla per amore, si raggiunge il vertice del dono: della stessa vita. Questa può sembrare la forma estrema a cui tende il cristiano nella sua «imitazione di Cristo». Ma può essere anche (o «deve» essere) il primo passo da porsi come gesto di profezia.
Forse dunque possono così risuonare le beatitudini per il giovane d'oggi:
Beati i giovani che si lasciano prendere dal desiderio di vivere in pienezza!
Beati coloro che raccolgono gli interrogativi e le sfide della vita!
Beati coloro che riescono a leggere nel Figlio l'essere figli!
Beati coloro che sono presenti agli appuntamenti della storia in cui si gioca la vita!
Beati coloro che riusciranno a vedere la Presenza che costituisce la vita!
Beati coloro che si aprono al servizio e al dono di sé fino anche a perdere la propria vita!

GLI SPAZI DELL'ANNUNCIO

L'annuncio è un elemento importante della pastorale. Ma non è tutto. Rimane il problema su «dove e come gridare questo messaggio».
La lontananza è molto concreta: è spirituale, psicologica e fisica. Può essere mancanza di opportunità di comunicazione. Si tratta di «arrivare» ai destinatari con il messaggio della felicità.
In un discorso pastorale è importante pensare gli spazi e le vie attraverso cui fare una proposta. E sono molteplici.

Lo spazio «fuori dalle mura» e gli inviti generali

Il primo spazio è sociale e culturale: il mondo e il fenomeno giovanile. E' lo spazio «esterno», «fuori delle mura».
Il messaggio va dunque pronunciato con parole che possano essere capite lì dove si svolge la vita giovanile.
I canali e i circuiti sono diversi: c'è il coinvolgimento dei credenti nelle cause che riguardano la qualità della vita e dell'ambiente; c'è l'impegno sociale particolarmente in favore dei più poveri o sfruttati; c'è la presenza e collaborazione solidale dei cristiani nel territorio; ci sono gli strumenti della comunicazione sociale; c'è il mondo dell'espressione. Molti che non sono vicini alle istituzioni e ai luoghi fisici della comunità cristiana possono essere raggiunti da una presenza e un invito che risuona nell'ambito secolare. Non è su questa via «secolare» che ci spinge l'Evangelii Nuntiandi quando dice: «Un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità degli uomini nella quale vivono, manifestano capacità di comprensione e di accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà negli sforzi di tutti per tutto ciò che è nobile e buono... Questi cristiani fanno salire nel cuore di coloro che li vedono vivere, domande irresistibili» (EN 21).
Questa via comporta alcuni atteggiamenti a cui forse i «messaggeri» di oggi non sono abituati: esporsi, uscire allo scoperto, affrontare un dialogo. Andare fuori dalle categorie più usate all'interno delle chiese.
L'esperienza ecclesiale ha rilevato l'efficacia di un altro momento e luogo per il messaggio: sono le opportunità festive e ampie di socializzazione e condivisione.
Gli incontri di masse giovanili in occasione delle visite del Papa nei diversi Paesi mostra come alcuni che non avevano mai preso contatto col fenomeno ecclesiale si sono avvicinati quasi fossero chiamati da un «invito generale» a partecipare in una causa e in un impegno comune vissuto a diversi gradi di consapevolezza.

Ambienti di accoglienza e gruppi educativi

Ci sono poi gli ambienti di accoglienza dove tutti i giovani possono trovare per il loro quotidiano una comunità in cui inserirsi e avere così incontri con persone significative.
Le comunità ecclesiali scoprono oggi di nuovo la necessità di creare spazi di socializzazione nei quali far credere in umanità e comunicare il vangelo.
Da ultimo ci sono i «gruppi educativi» dove la convivialità, la comunicazione sono più profondi e offrono possibilità di raccontare in modo più personale la propria ricerca e il proprio cammino con le loro difficoltà e scoperte.
Questi quattro luoghi rappresentano diversi livelli di comunicazione, come dai più esterni ai più interni, dai più «laici» a quelli maggiormente contrassegnati da identità ecclesiale.
E' ovvio che nessuno di essi garantisce da solo la possibilità di incontro tra esperienze di fede e esperienza giovanile, di un'esperienza in cui il giovane sente che le sue esigenze di vita e felicità sono accolte e trascese senza essere negate.
Dentro l'ambiente risuona il messaggio, il messaggio che da sempre è lieta novella che diventa tale per chi l'ascolta. Purché sia lieta novella di vita, di vita piena, di vita donata.
E' il dono della felicità che supera la stessa possibilità e fantasia umana.
Vita e felicità non si imparano dai manuali: si scoprono in un cammino esperienziale fatto di incontri con testimoni, a livello sempre più profondo.
Forse si concentra qui, con questo annuncio, con questi testimoni, in questi ambienti, la possibilità di una «nuova evangelizzazione» da più parti auspicata e sentita necessaria.
Perché la Parola di Dio diventi Parola di salvezza anche al di fuori delle comunità ecclesiali: diventi cioè vera per tutti.
Non diventerebbe più vera per noi, se diventasse «vera» per i «lontani»?