Mario Delpiano

(NPG 1987-07-66)


Dando uno sguardo ai dati e agli elementi descrittivi che ci sono offerti dai diversi contributi analitici, si può affermare che la «domanda di vita» nei preadolescenti di oggi è intensa ed esplosiva, anche se si presenta ancora molto frammentaria, puntiforme, molecolare, scandita in bisogni segmentati, scarsamente elaborati dal punto di vista soggettivo, perché consegnati ancora all'interpretazione e alla gestione altrui. Un qualcosa di nuovo però, nella gestione di questa domanda, sembra prendere avvio: non solo emergono bisogni nuovi e vengono ricercati percorsi nuovi di soddisfazione del bisogno, ma comincia anche ad affiorare la soggettività sullo sfondo di questi bisogni.
Anche se ancora reificati, perché connessi a cose, oggetti, merci di consumo, questi bisogni cominciano dal preadolescente stesso ad essere assunti come qualcosa di personale, che ha a che fare con il proprio mondo interiore, con il «sé» che viene affiorando e definendosi nel mondo della coscienza (con l'io dunque).
In tal modo i bisogni vengono per la prima volta collocati all'interno di una pur minima pianificazione personale, magari assunta provvisoriamente in prestito «da fuori»: è l'avvio timoroso della progettualità.

UNA DOMANDA Dl VITA ELEMENTARE E INSIEME «GRANDE»

Si può dire che i preadolescenti vivono il momento aurorale della soggettività dei bisogni.
Per la prima volta in maniera nuova il preadolescente si trova a percepirsi, anche se molto confusamente, come «soggetto di bisogni», portatore di esigenze personali irrinunciabili; nel tentativo di ritirare la consegna totale e indiscriminata della loro gestione all'adulto, egli vuole finalmente sperimentare un coinvolgimento diretto del suo «io» nella elaborazione delle risposte, nella individuazione di percorsi di soddisfazione, capaci di condurlo ad esperienze significative e gratificanti, che promuovano appunto la liberazione della soggettività in termini di coscienza e responsabilità.
Scatta infatti la molla della soggettività, pur nelle modalità preadolescenziali dell'immediatezza, dell'esplorazione, della conquista per tentativi ed errori, della ricerca di percorsi brevi di soddisfazione, della fatica del momento riflesso e critico.
Tutto ciò si traduce, per il preadolescente, in una forte espansione e dilatazione del mondo dell'esperienza vitale.

Una forte domanda di «cambio»

L'esplosione della domanda di vita al livello dei bisogni soggettivi e l'espansione vitale del mondo dell'esperienza caratterizzano dunque la domanda del preadolescente, quale «forte domanda di cambio» riguardante le modalità quotidiane di gestione e di riorganizzazione dell'esperienza di vita.
Ci si trova dinanzi ad una domanda prepotente di cambio che investe, insieme alla struttura di personalità e al mondo soggettivo del preadolescente, anche le agenzie, i luoghi educativi, la rete di relazioni, le persone con le quali il preadolescente ha intessuto finora rapporti significativi.
Il «cambio» rivela l'esigenza conflittuale di sganciarsi da luoghi, soggetti, relazioni, stili di vita, modelli di comportamento, segnati tutti dal marchio della dipendenza infantile dall'adulto, tarati da una interpretazione e da una gestione ancora «alienate».
Al contempo esso porta con sé anche la difficoltà di elaborare e l'urgenza di rinvenire modelli e percorsi differenziati, più adeguati ai bisogni emergenti; esso comporta quindi il rischio del comodo rifugio in soluzioni provvisorie, disimpegnate, più simbolico-sostitutive che reali, le quali, anche se non ancora assunte nell'autonomia, sembrano per lo meno collocare il preadolescente sulla strada che ad essa conduce, e sono vissute quasi come promessa e anticipo di una futura reale autonomia.
Queste risposte-soluzioni ancora preconfezionate dall'ambiente, mentre si rivelano luoghi sociali di nuove dipendenze, sebbene più labili delle precedenti, offrono al preadolescente di oggi la possibilità di spingersi verso l'inedito, il nuovo, il diverso da «prima»; gli offrono occasioni di scelta (sul mercato della cultura a poco prezzo) e in qualche modo lo sostengono in una prima interpretazione di sé.
L'analisi della domanda di vita presenta una connotazione ulteriore. La domanda del preadolescente, pur esplosiva e pluriforme, è caratterizzata da un elevato indice di fragilità.
È una domanda che appare al preadolescente difficile da interpretare e da autenticare, da assumere in piena autocoscienza; egli infatti ancora non è in grado di padroneggiare l'uso appropriato dei linguaggi, gli strumenti essenziali per organizzare i bisogni entro un «mondo» carico di significati e di frammenti di senso, dotato di una pur aurorale progettualità.
La mancata padronanza del mondo simbolico imprigiona perciò ancora il preadolescente di oggi in una ristretta gabbia di risposte stereotipe, scarsamente adeguate alla profondità della loro domanda. Il preadolescente resta ancora un soggetto sovraesposto all'equivoco delle false interpretazioni e delle progettualità vicarie. Non per nulla adolescenti e preadolescenti oggi sono destinatari privilegiati del mercato del consumo.

Una domanda di accoglienza e di relazione

La esposizione della domanda di vita dei preadolescenti al rischio della manipolazione e dell'alienazione risuona, nella prospettiva educativo-pastorale in cui ci collochiamo, come consistente «domanda di accoglienza» incondizionata e gratuita, come richiesta di offerte non dettate da logiche catturanti e interessate: essa appare al nostro sguardo domanda di «relazione educativa».
In modi diversi i preadolescenti segnalano inequivocabilmente la affannosa ricerca di un «nuovo grembo accogliente» di una culla di relazioni, di un nuovo e diverso mondo vitale entro cui collocare la loro soggettività nascente.
Essi reclamano il contesto di una intersoggettività che si faccia garante della loro crescita in libertà e responsabilità cioè della loro crescita in quanto persone.
Essi rivolgono a tutti coloro che sono disponibili ad una relazione, alle stesse comunità ecclesiali, un appello, perché si costituiscano anzitutto come «contesto identificativo» entro cui poter liberare lo slancio vitale nel loro momento esplosivo; per conseguire, in progressività crescente, l'autodefinizione e l'autogestione dei bisogni e delle domande vitali.
I preadolescenti sono alla ricerca di un contesto di scambio comunicativo arricchente, capace di facilitare il «cambio», di sostenerlo e di renderlo possibile, senza tradimenti e senza negazioni.
Il cambio appare loro irrealizzabile nella solitudine e nella insicurezza dell'abbandono o della separazione totale; diviene invece possibile da pilotare quando è gestito in compagnia, entro un clima caldo, valorizzante, in cui è possibile rischiare e sbagliare, ma anche chiamare gli sbagli per nome, senza paura né sensi di colpa.
La domanda di vita del preadolescente è da noi interpretata anzitutto come domanda educativa, ricerca di relazione con l'altro, con gli altri in quanto soggetti capaci di rischiare nella condivisione vitale, capaci di solidarietà; è ricerca di persone con cui giocare la fiducia di percorrere un tratto di strada insieme.

LIVELLI Dl ESPRESSIONE DELLA DOMANDA

Se questa è la potente domanda di vita di cui i preadolescenti sono portatori, ci chiediamo allora: qual è la «direzione di sviluppo» di questa domanda? a quali livelli si esprime nella autocoscienza degli stessi preadolescenti, affinché l'educazione possa sostenerne l'ulteriore germinazione? come si connette questa domanda di vita, espressa nei termini del bisogno, con le domande di significato e di senso? fino a che punto è possibile scorgere al suo interno la domanda ulteriore di un «di più di senso»?

Il livello delle domande di significato

L'emergere dei bisogni soggettivi alla coscienza e alla progettualità dell'uomo è, nella nostra prospettiva, proprio l'avvio della elaborazione soggettiva del significato e del senso. Le domande di vita dei preadolescenti sono in realtà nient'altro che l'apparire, alla loro coscienza, di domande di significato e di senso.
I preadolescenti danno il via all'elaborazione personale dei bisogni attraverso un processo che comprende la loro assunzione sul piano della coscienza, l'interpretazione, l'esplorazione dei diversi percorsi di risposta offerti dalla cultura sociale; con ciò essi si avviano ad orientare il loro slancio vitale nella direzione della produzione del significato e del senso dell'esistenza.
In tal modo sviluppano la ricerca e il confronto, attraverso verifiche vitali, con le soluzioni ai problemi quotidiani dell'esistenza che l'ambiente socioculturale più ampio può offrire. Vengono così ad incontrarsi, al livello della gestione pragmatica e funzionale della vita, con l'ambito autonomo della scienza e delle attività tecnologico-strumentali che l'umanità ha prodotto per la propria sopravvivenza e autoconservazione, per la trasformazione dell'ambiente e l'organizzazione sociale della vita. Solo così fanno propria e valorizzano l'esperienza accumulata da coloro che hanno vissuto prima.
È tutto questo, l'ambito delle esperienze di significato dell'uomo. È la grande ed affascinante occasione d'incontro con la storia dell'uomo e la sua opera di trasformazione del mondo in casa ospitale o in prigione orrenda.
Riteniamo che questo sia il primissimo ambito, di fatto privilegiato dai preadolescenti, lungo il quale si articola la gestione della domanda di vita.
E siamo consapevoli che solo passando attraverso questo livello di elaborazione sia possibile accedere ad un nuovo livello di ricerca-saturazione-rilancio della domanda di vita.

Il livello della domanda di senso

La soggettività dei bisogni colloca contemporaneamente il preadolescente ad un ulteriore livello di esperienza: quello in cui vengono elaborate e saturate domande più globali e meno puntiformi; mi riferisco al livello dell'esperienza del senso, anche se del «senso parziale» soggettivo; il luogo dell'incontro con le cose e le persone in quanto «buone», cariche di valore, in quanto rispondenti e ordinate alla soddisfazione dei bisogni della persona e da essa caricate di una intenzionalità.
Le diverse risposte elaborate dall'uomo ai bisogni personali non acquistano soltanto un valore funzionale, legato all'operazione di adattamento del mondo all'uomo (e viceversa) attraverso la cultura tecnologico-scientifica che la collettività produce in un dato momento storico.
I bisogni aprono l'uomo a tutte le dimensioni della realtà, e perciò anche alle esperienze di senso (o di non senso), della bontà o no della vita, dell'adeguatezza/inadeguatezza del mondo in quanto «mondo ordinato» per la vita dall'intenzionalità finalizzatrice degli uomini stessi; ma i bisogni lo aprono anche all'esperienza del «venirgli incontro del mondo».
Il mondo, come trama di relazioni vissute da ogni soggetto con le cose e le persone, viene sperimentato come la realtà che «si offre» o si rifiuta, si consegna o si ritrae, ai desideri e ai progetti.[1]
Proprio questa rispondenza positiva o negativa, frutto di intenzionalità personale, vissuta con risonanze profonde e con connotazioni più extrarazionali che razionali-discorsive, è il contenuto e l'ambito delle esperienze di senso da cui il preadolescente appare oggi affascinato, spesso quasi catturato, più volte smarrito come in una «esperienza oceanica». il momento in cui l'incontro con la realtà del mondo e delle cose è vissuto in termini di valore, almeno come spazio di valorizzazione personale.
Nella preadolescenza le domande di senso e le risposte elaborate appaiono ancora puntiformi, legate ad esperienze «regionali» di senso e, anche se coinvolgono la globalità del preadolescente, non vengono ancora elaborate in maniera approfondita.
A questo livello di esperienza si apre, al preadolescente, la possibilità di incontro con la «saggezza» accumulata dalle generazioni che lo precedono, nella misura in cui le persone portatrici di questa esperienza sapienziale rimangono interlocutori significativi e autorevoli (hanno qualcosa da offrirgli che è di importanza vitale) nel suo campo comunicativo.

Vivere da preadolescenti il livello del senso

Due puntualizzazioni si rendono necessarie, intorno al livello di elaborazione del senso, per quanto riguarda i preadolescenti.
Essi tendono a sfuggire, a sottrarsi facilmente, a questo livello di elaborazione dell'esperienza.
Appaiono piuttosto consumatori di esperienze di senso saturanti, ripropositori imperterriti di una circolarità chiusa tra domanda e risposta; essi rischiano oggi di restare smarriti in superficie, catturati nelle esperienze di pienezza derivante dalla gratificazione dei bisogni, senza assumere la spinta propulsiva, contenuta nelle esperienze di senso, verso l'elaborazione ulteriore del senso gustato e vissuto.
Si potrebbe parlare di una circolarità nevrotica tra domanda-bisogno e risposta-saturazione, in cui l'elaborazione simbolico-culturale del senso risulta scarsamente presente, quasi slitta via.
È come se ci si trovasse dinanzi ad un caso di eccedenza di gratificazione del bisogno a scapito di una sua elaborazione culturale.
La seconda precisazione è riferita alla «modalità» attraverso cui i preadolescenti vivono l'esperienza del senso (dei frammenti di senso) nella esistenza quotidiana.
Occorre sottrarsi al pericolo di una concezione intellettualistica delle esperienze di senso. Il modo di cogliere il senso dell'incontro con le cose e le persone, è quello di «vissuto globale» che coinvolge tutte le dimensioni psicologiche del soggetto, in primo luogo la recettività affettiva e la sua «apertura simbolica» al mondo.[2]
Vivere il senso delle cose e delle esperienze è «sensazione», sentimento euforico di pienezza e di benessere personale, recettività piena, gratificazione profonda, ed insieme «intuizione» di qualcosa che è fondante la gratificazione vissuta. È un «incontro buono» con le cose e le persone che non è scevro da registri cognitivi, da spinte alla riorganizzazione del proprio mondo soggettivo; ma è ben più di esso.
A questo livello dell'esperienza, diventano strumenti indispensabili, per la registrazione e la comunicazione del senso vissuto, i linguaggi globali, quelli «propriamente simbolici» (connotativi, evocativi, narrativi, metaforici, immaginifici, corporei non verbali); sono strumenti che non hanno la pretesa di possedere o di disporre del senso, ma soltanto di indicare, di «rinviare» ad un vissuto che resta sempre fondamentalmente indicibile e inspiegabile.
Sono linguaggi che ridisegnano in figure l'esperienza globale di pienezza (o di privazione) di senso vissuta dal soggetto, e rinunciano alla pretesa di sezionarla, di scomporla in pezzi, attraverso processi di analisi e sintesi, e con ciò smarrendo il senso del tutto.
Anche questo livello di esperienza e di elaborazione della domanda trova in parte impreparati i preadolescenti di oggi; è sempre più ristretto infatti il campo del loro fare esperienza, ed è impoverita e ridotta la loro capacità di produzione simbolica. I simboli stessi hanno smarrito il loro spessore di realtà.
Accogliere la domanda dei preadolescenti a questo livello, ed interpretarla educativamente, significherà ricuperare nell'educazione la dimensione smarrita del simbolico: educare alla elaborazione simbolica dell'esperienza.

È UNA DOMANDA Dl VITA APERTA ALL'INVOCAZIONE?

Ci chiediamo: in questo incipiente processo di elaborazione dei significati e del senso dell'esperienza, accompagnato a una domanda di relazione, i preadolescenti di oggi giungono anche ad esprimere domande che si sporgono oltre le soluzioni sagge dell'uomo, perché da esse non possono esserne saturate, nella direzione della trascendenza? I preadolescenti di oggi esprimono domande di «un di più di senso» da accogliere, ma non manipolabile dall'uomo? I preadolescenti esprimono domande che, almeno oggettivamente se non soggettivamente, possiamo definire come domande religiose?
Nel nostro approccio pastorale abbiamo assunto, quale precomprensione, la potenziale apertura della domanda vitale oltre l'uomo stesso e il proprio «mondo» (individuale, sociale, culturale), in modo tale che egli diviene domanda radicale, cifra, attesa, implorazione di risposta.
Dentro ogni domanda di vita è dunque per noi presente, almeno «germinalmente», una domanda più grande, che può progressivamente affiorare alla coscienza e darsi voce solo al di là e oltre l'affiorare del significato e del senso elaborati autonomamente dall'uomo.
In questa prospettiva assumiamo perciò le domande dei preadolescenti come delle domande che possono «germinare», a determinate condizioni climatiche, in domanda religiosa.
Se questa è la precomprensione, è tuttavia importante, per la nostra progettazione pastorale, rispondere all'interrogativo se le domande di vita, nei preadolescenti di oggi, giungano già al livello di consapevolezza delle domande religiose, o restino per lo meno «aperte» ad una ulteriore germinazione.
Più problematica risulta la risposta alla prima ipotesi, anche se non ci sentiamo di escluderla; più probabile invece la seconda ipotesi di soluzione.
La risposta tuttavia non può che essere articolata, data la notevole diversificazione del livello della domanda nella consapevolezza dei nostri destinatari.

Quasi smarriti nella produzione del senso parziale

I preadolescenti odierni appaiono coinvolti totalmente nella ricerca di esperienze di significato e di senso. Questo è l'orizzonte quotidiano della loro domanda.
Tuttavia alcune considerazioni ulteriori possono essere avanzate, tenendo presente il panorama alquanto diversificato dell'universo preadolescenziale .
- Molti preadolescenti esprimono una domanda di vita che si caratterizza come richiesta «radicale» di accoglienza, di conferma, di sicurezza, di offerta di relazione liberante.
La domanda di questi soggetti, carica di un significativo indice di alterità e di trascendenza, coinvolge tutta la rete di relazioni che il preadolescente ha sviluppato; essa chiama in causa la stessa relazione con Dio, come si vedrà meglio nell'approfondimento dell'analisi intorno alla religiosità. Con ciò si intende richiamare l'attenzione sul fatto che la domanda di vita del preadolescente è caratterizzata da uno slancio e percorsa da una intenzionalità che si protraggono fino ai confini del suo universo esperienziale e relazionale.
Nella espansione di questo universo soggettivo, il preadolescente sembra metterci proprio tutta l'anima e impegnare davvero tutto se stesso. In quanto ricerca di nuova relazionalità, questa domanda coinvolge l'intera rete relazionale vissuta dal preadolescente, e chiama in gioco la stessa relazione con le figure del mondo religioso.
In questa chiamata in causa non ci sono tuttavia i caratteri della domanda religiosa, dal momento che la prospettiva è quella autocentrata, funzionale all'espansione del mondo del soggetto. Non sorge infatti dalla coscienza di essere giunto ai «propri confini».
Si tratta di una domanda che non può ancora dirsi religiosa, ma che può diventarlo nella misura in cui viene superato l'autocentramento.
- Molti preadolescenti poi sembrano vivere la loro ricerca di vita con grande autosufficienza. In essi emerge la tendenza, tipica di una certa cultura, ad assolutizzare le esperienze di significato e di senso elaborate.
Appaiono «totalizzati» dalla produzione e dalla fruizione dei significati e del senso elaborato assorbiti dal fascino della scoperta della soggettività, catturati dalle singole risposte, fissati ai livelli iniziali di elaborazione della domanda; a questi livelli di saturazione rivelano di vivere quasi un'esperienza di pienezza autosufficiente.
I preadolescenti risultano perciò smarriti nell'esperienza stessa di elaborazione-saturazione delle domande di significato e di senso, e sembrano vivere con una modalità quasi mistico-religiosa la loro elaborazione.
È come se le esperienze di saturazione della domanda di vita (le risposte elaborate e assunte dalla cultura sociale) devitalizzassero la domanda, costringendola al ripiegamento su se stessa, facendola implodere. Ci riferiamo, per esempio, alla chiusura viziosa della domanda nel consumo di oggetti-prodotti di mercato; pensiamo alla assunzione di risposte chiuse dentro una concezione utilitaristico-strumentale della vita e del mondo; alla assolutizzazione di esperienze di identificazione con modelli, divi, personaggi, contesti collettivi di attività (la squadra del cuore), nelle quali si alimenta l'illusione dell'autoaffermazione sicura e facilmente raggiungibile, e della piena e totale sufficienza narcisistica.
Questa situazione per così dire di «bloccaggio» della domanda dei preadolescenti è forse la sfida più seria che la pastorale in stile educativo deve saper accogliere. La possibilità di evoluzione ulteriore della domanda in queste condizioni è strettamente legata all'instaurarsi di condizioni educative capaci di minare il senso di autosufficienza emergente.

Una domanda aperta alla consegna di sé

Vi sono poi preadolescenti che rivelano la presenza di una domanda intensa di vita aperta ad una ricerca e ad una «consegna» ulteriori, ciò accade quando essi si scontrano, nella sofferenza, con l'esperienza del limite proprio o altrui, quando sperimentano l'insuccesso, quando la loro sicurezza di fondo (la fiducia vitale risposta in sé o in altri) viene intaccata dall'esperienza della morte, del dolore, dell'insuccesso, della sconfitta, anche nella forme quotidiane.
In certi momenti i preadolescenti sembrano dunque vivere acutamente l'esperienza umana della «finitezza»; in questi momenti privilegiati viene infranto l'incantesimo dell'onnipotenza narcisistica, ed essi sembrano aprirsi alla consegna di sé, alla attesa di una sorgente di sicurezza in cui deporre la fiducia vitale; un'attesa e una consegna che tuttavia i preadolescenti sembrano voler ritrovare ancora nell'ambito ristretto delle persone o dei contesti interpersonali (perciò nell'immanenza).
Con ciò esprimono il tentativo di ricercare una pienezza e una sicurezza fondante nella direzione di una autosufficienza e onnipotenza collettive, una volta cadute le illusioni individuali.
L'esperienza del limite esistenziale e la presa di coscienza della «finitudine» vengono in tal modo differite e consegnate ancora una volta all'esito dei processi educativi.
Un'ulteriore puntualizzazione si rivela indispensabile.
La «soglia» della esperienza del limite soggettivo è alquanto abbassata nei preadolescenti, rispetto a soggetti più adulti.
I preadolescenti infatti, nella scoperta della soggettività, sperimentano continuamente l'inadeguatezza e l'insufficienza di se stessi nell'affrontare il mondo; essi soffrono la resistenza della realtà (delle cose, delle persone) che non si piega facilmente ai progetti e ai bisogni personali. Lo scacco e l'insuccesso è di casa nella vita dei preadolescenti; il rischio del fallimento è sempre in agguato.
La strutturazione del loro io autonomo, capace di affrontare il mondo, è solo incipiente; la strumentazione necessaria per la gestione autonoma della domanda di vita, condizione essenziale per la produzione di risposte adeguate, non è ancora sufficientemente acquisita.
In questo senso i preadolescenti odierni sono davvero sovraesposti all'esperienza del limite di se stessi, forse non ancora all'esperienza del limite invalicabile dell'esistenza umana.
Qual è la modalità di uscita dei preadolescenti da questa situazione di crisi?
Anzitutto il tentativo di superamento del limite e, quando risulta loro impossibile, la disponibilità alla «consegna» della gestione dell'esperienza del limite all'«altro» (l'adulto, i nuovi contesti significativi di accoglienza, Dio stesso). I preadolescenti sono quindi disposti ad «offrire fiducia» con facilità a chiunque appaia meritevole di fiducia e manifesti accoglienza nei loro confronti, e perciò si offra loro come «compagnia» sicura e fondante nel tentativo di superamento del limite che attraversa la loro vita quotidiana. In questo affidarsi fiducioso, in questa apertura incondizionata a persone fidate, intravediamo qualcosa che, al di là della domanda di relazione educativa, rilancia la domanda di vita ancora oltre, verso la soglia della domanda religiosa, prima contenuta in germe, e verso il suo affiorare alla coscienza. Qui i preadolescenti, dentro questa consegna fiduciosa a contesti educativi, esprimono e affidano una domanda che, seppur non ancora consapevolmente vissuta, è oggettivamente saturabile solo da un'offerta appunto religiosa. Qui la domanda di vita del preadolescente si fa più vicina al livello religioso. Per questo è opportuno anche analizzare da vicino, sempre in un'ottica pastorale, il significato della religiosità stessa dei preadolescenti.

LA RELIGIOSITÀ DEI PREADOLESCENTI TRA CONSUMISMO E DOMANDA Dl «ALTRO»

Per un ulteriore approfondimento della domanda di vita si rende opportuna una lettura pastorale anche della loro religiosità. Per questo rimandiamo anzitutto ai dati analitici che altre letture ci hanno offerto.[3]
Per riassumere in breve la situazione della religiosità di questi soggetti, richiamiamo una serie di elementi che appaiono particolarmente significativi per la nostra collocazione:
- lo sgretolamento della struttura comportamentale della «religiosità acquisita»; struttura che si è venuta organizzando nel corso della socializzazione religiosa dell'infanzia e della fanciullezza.
Questo fenomeno si manifesta nei preadolescenti come un progressivo «prender le distanze» dalla pratica religiosa (peraltro ancora molto elevata e diffusa), in quanto «sistema simbolico-rituale» di espressione e di trasmissione della fede della comunità vitale in cui essi sono stati socializzati religiosamente.
Ciò può essere rivelatore della non ancora compiuta interiorizzazione in termini personali del sistema simbolico religioso; ne è solo l'inizio e la premessa;
- il lento processo di ristrutturazione della religiosità in termini di soggettivizzazione, in cui vengono privilegiate le componenti affettivo-relazionali; esso segnala l'esistenza di una ricerca e lo sforzo di un riaggiustamento nella relazione con la realtà religiosa creduta. Tutto questo avviene sotto l'istanza di un forte recupero della funzionalità psicologica della religione, in relazione ai nuovi problemi e bisogni personali.
Questo processo di incipiente appropriazione della religiosità, giocato più su registri emotivi e relazionali che non critico-razionali, è tuttavia un fatto che, pur emblematico, riguarda una fascia limitata di preadolescenti, privilegiati nelle condizioni educative;
- la marginalizzazione o l'esclusione (anche se non con caratteri di definitività) della religiosità lungo il processo di ristrutturazione della personalità e di elaborazione dell'identità. La religiosità viene vissuta come realtà cultuale poco significativa e scarsamente correlata alle domande di vita che richiedono risposte nuove e personali; è un dato che riguarda una significativa fascia di soggetti, situati soprattutto al confine dell'adolescenza;
- una accentuata «separazione» e un crescente disagio per lo scollamento della pratica e della credenza religiose dalle domande di vita quotidiana, trascritte nei bisogni e negli interessi dei preadolescenti.
Il confronto con i dati e con queste tendenze ci spinge ad una puntualizzazione pastorale della situazione dei nostri destinatari.

Il «cambio» coinvolge anche la religiosità

Constatiamo anzitutto che la qualità della nuova domanda di vita e il «cambio» investono la stessa struttura di religiosità del preadolescente, esigendo una rielaborazione e una ricollocazione in relazione al «mondo simbolico» che sta sorgendo dalle nuove esperienze di senso.
Esso sembra richiedere ai preadolescenti, quasi come contropartita, una progressiva marginalizzazione della religiosità e una moratoria del problema religioso stesso, in quanto espressione di un mondo simbolico sganciato da qualsiasi esperienza significativa per il presente (verso una «religione dello scenario»?).
Quale direzione di sviluppo di questo cambio riferito alla religiosità?
Sembra possibile individuare alcune direzioni privilegiate di una possibile evoluzione.
- Il cambio nella religiosità si sviluppa come tentativo di rivisitare e rielaborare la rappresentazione e la relazione con Dio finora vissuta dal preadolescente: egli passa da un Dio-Padre ad un Dio-Amico; dalla sottomissione e dalla «dipendenza nella relazione», alla ricerca di una «compagnia)) vicina e liberante.
In ciò i preadolescenti manifestano una grande disponibilità alla ricerca di un Dio «Altro» rispetto a quello finora accolto pacificamente nell'arco della socializzazione religiosa; un Dio che si riveli alleato con la loro domanda di vita, più che collocato dalla parte dell'offerta confezionata dell'adulto; un Dio schierato con le esigenze del cambio, che solleciti e sostenga la assunzione e l'elaborazione personale dei bisogni.
- Il cambio inoltre rivela la ricerca di un «contesto intersoggettivo diverso», rispetto a quelli precedenti, entro cui sia possibile arrischiare, non da soli ma insieme, la rielaborazione del problema religioso e la riformulazione del suo sistema simbolico. Ciò esprime l'esigenza di raccordare l'inflazione dei comportamenti religiosi e della stessa religiosità con la presenza-germinazione di una domanda religiosa, magari nascosta dentro le pieghe della vita quotidiana; una domanda che fatica a liberarsi.

Interrogativi sulla religiosità dei preadolescenti

Davanti a questo fenomeno diventa legittimo porre alcuni interrogativi decisivi. Ci chiediamo: la religiosità dei preadolescenti è (come dovrebbe essere ogni forma di religiosità) luogo dell'espressione simbolica di una domanda religiosa consapevole emergente dalla loro vita e insieme momento espressivo dell'accoglienza di una offerta totalmente donata? Non ci troviamo forse, con la religiosità dei preadolescenti, di fronte ad un caso manifesto di consumismo religioso, di ripetizione di comportamenti simbolico-rituali svuotati o perlomeno non ancora riempiti della loro risignificazione religiosa? Non siamo in presenza di una eccedenza di risposte culturali apprese, ma prive di contenuto vitale o portatrici di un significato «altro» rispetto a quello religioso? Ci avventuriamo nel rischio di una risposta, nella consapevolezza che solo scommettendo sulla interpretazione delle cose ci si potranno dischiudere prospettive di intervento.
È evidente dall'analisi fin qui operata un fatto: ad un grado estremamente elevato di pratica religiosa e di espressioni di religiosità simbolico-rituale, sembra non corrispondere, nei preadolescenti odierni, una altrettanto intensa domanda religiosa manifesta. Anzi, dall'analisi della domanda di vita, ci riesce piuttosto difficile decifrare la presenza di tale domanda in forma tematizzata ed esplicita; ne asserivamo la presenza solo germinale insieme alla possibilità di un suo svilupparsi solo a determinate condizioni.
Gli elementi che possediamo sulla religiosità ci confermano l'ipotesi di trovarci dinanzi ad un fenomeno sovraespanso di condizionamento e di consumismo religioso. Si ha a che fare con la fruizione e con l'esercizio di una ritualità e di un simbolico religioso non ancora accompagnati da una domanda intensa, esplicita, consapevole, scaturente dalla vita, e dall'espansione di questa domanda dentro una intensa offerta di esperienza religiosa.

Il legame tra religiosità e vita quotidiana

Nella nostra prospettiva infatti, l'ambito da cui sboccia la domanda religiosa dell'uomo è la vita, la sua esistenza quotidiana, attraverso il lungo cammino di elaborazione delle domande che affiorano alla sua stessa coscienza.
La religione, e la religiosità sul versante soggettivo, costituiscono un sistema di elementi simbolici che scaturiscono dall'esperienza vitale quotidiana dell'uomo e ad essa rinviano; essi sono il momento espressivo (perciò secondario e derivato) della profondità della domanda di vita elaborata dall'uomo. Nella religione prende figura, nel massimo di consapevolezza soggettiva (attraverso il simbolico l'uomo dilata la coscienza sulla propria vita) e intersoggettiva, la domanda dell'uomo portata alla sua espressione più elevata, trasformata in invocazione fiduciosa e in accoglienza di risposte gratuite; risposte e offerte che, proprio in un contesto rituale, vengono «acconsentite» come dono, grazia, incontro inaspettato, salvezza solo attesa. Nella religione l'uomo esprime la consegna di sé come domandante nella fiducia e nell'abbandono ad una «alterità» che gli si rivela vicina.[4] Nella religione domanda e risposta vengono appunto espresse e attraverso tutto il gioco del simbolismo religioso.
Ma è questa la religione del preadolescente? Non abbiamo, finora, troppo interpretato le cose come se essi fossero degli adulti in miniatura?
Nel caso dei preadolescenti abbiamo infatti constatato la incommensurabilità, la sproporzione tra eccedenza di risposte religiose e impossibilità ad individuare una domanda tematizzata ed elaborata soggettivamente al livello religioso.
Una domanda religiosa è presente solo «allo stato germinale» nella vita dei preadolescenti; deve percorrere ancora un lungo cammino di maturazione per esplodere in piena consapevolezza.
Il suo esito inoltre è strettamente vincolato a «determinate condizioni educative». La domanda di vita dei preadolescenti può rimanere aperta e conservare il proprio slancio trascendente, ma può anche implodere e incapsularsi in se stessa, nell'autosufficienza.
Abbiamo inoltre constatato lo scollamento e la dissociazione delle risposte religiose, rispetto alle domande di vita dei preadolescenti, tutte per ora tematizzate al livello delle domande di significato e delle domande di senso. Come interpretare allora la religiosità e la sua funzione oltre il suo indubbio significato consumistico e securizzante? Che ne faremo nella progettazione pastorale? Come far maturare la domanda di vita anche attraverso gli spazi della religiosità?
Questi gli interrogativi che emergono e che vorremmo assumere nel progetto, quali sfide alla prassi pastorale.

PER UNA LETTURA PASTORALE DELLA RELIGIOSITÀ DEI PREADOLESCENTI

Della religiosità dei preadolescenti abbiamo finora colto due significati interessanti per la nostra prospettiva: essa è rivelatrice della domanda di «cambio» che coinvolge lo stesso ambito del religioso, ed è al contempo indice di un elevato grado di condizionamento e di consumismo religioso.
È però possibile tentare di leggere maggiormente in profondità questa contraddittoria e sfuggente realtà.
Una lettura paziente e rispettosa non può fermarsi a questo punto. Sentiamo anzi il bisogno di affermare, senza esitazione, che ogni realtà umana, ogni domanda vitale dell'uomo presenta sempre una «eccedenza» di significato al di là e oltre ogni interpretazione. Per una comprensione ulteriore del fenomeno che stiamo analizzando, diviene necessario il riferimento al significato e all'interpretazione pastorale della religiosità infantile, soprattutto quella del fanciullo.
La religiosità dell'infanzia e della fanciullezza è essenzialmente espressione della fiducia infantile in persone significative che garantiscono accoglienza, sicurezza, cura, amore; non è frutto ancora di scelte personali né di elaborazione di domande e raccordo con offerte religiose.
È una religiosità che si fonda totalmente sulla fiducia che il fanciullo ha in quelle persone alle quali consegna la gestione della propria vita, la interpretazione dei propri bisogni, perché sono persone che meritano fiducia ai suoi occhi.
La «fede religiosa infantile» è essenzialmente una fiducia che, anche se giocata in un simbolismo religioso, nasce e ha come fondamento figure familiari che hanno offerto delle risposte efficaci ad una domanda profonda, tutta inconsapevole, di sicurezza, di cura, di accoglienza.
Ci troviamo di fronte a soggetti che sono portatori di una domanda di vita «primaria» (espressa in forme elementari, biologiche, di sopravvivenza) in cui tutto è consegnato all'altro nella gestione e nello sviluppo.
Una adeguata offerta di affetto, sicurezza, cura, manifestata da queste grandi figure (i «grandi interpreti del bambino»), sviluppa in lui una fiducia grande e incondizionata nella vita, cioè negli altri e in se stesso.
Le persone che offrono questo tipo di risposte al fanciullo (madre, padre, familiari, adulti sostitutivi delle figure parentali e, in ogni caso, persone resesi significative) diventano davvero il «fondamento» della sua fiducia vitale, il punto terminale del suo slancio, il «polo altro» verso cui tende la sua domanda di vita, per consegnarsi nella gestione.
Il bambino e il fanciullo perciò non sono portatori soltanto di bisogni più o meno complessi di sopravvivenza; essi sono portatori di domande inespresse ma altrettanto reali di relazione: cercano «qualcuno», un «tu», un contesto interpersonale, entro il quale consegnare radicalmente la gestione della vita.

Assunzione del mondo simbolico religioso e fiducia vitale

È sul fondamento di questa «fiducia vitale primaria» che, a poco a poco, il fanciullo offre in dono all'adulto (a queste figure), attraverso il gioco del simbolico appunto, risposte di comportamento, anche religioso; egli giunge fino al punto di consegnare, da fanciullo prima e da preadolescente poi, la sua stessa domanda di accoglienza e il bisogno profondo di sicurezza nel gioco del simbolico religioso acquisito. Ciò naturalmente quando queste figure importanti inducono e sollecitano risposte di tipo religioso.
Durante la socializzazione infatti il fanciullo e il preadolescente assumono, si potrebbe dire per transfert, anche il «mondo religioso» di queste figure meritevoli di fiducia.
Essi ricostruiscono in se stessi il mondo religioso che gli stessi adulti mettono in gioco nella relazione con loro e nella comunicazione educativa: un mondo coi suoi personaggi, i suoi rituali, i suoi simboli, i suoi comandamenti.
Per questo, nel comportamento religioso del fanciullo, non ci troviamo di fronte ad espressioni di una fiducia consapevole, tematizzata in Dio, ad una «fede religiosa personale)) in senso forte.
Ci troviamo dinanzi ad una espressione di fiducia infantile immediata, di tipo simbiotico e dipendente, giocata tutta fondamentalmente verso le figure autorevoli della vita quotidiana, dalle quali egli si sente pienamente accolto e interpretato.
A questo livello infatti simbolismo genitoriale e simbolismo religioso risultano ancora pienamente sovrapposti, anzi fusi insieme, come la «doppia faccia» di un unico simbolismo.[5]
E questo è il modo indiretto e implicito attraverso cui il bambino e il fanciullo giocano la loro fede in Dio: proprio attraverso la fiducia immediata e incondizionata in quelle persone che danno garanzia e organizzazione al loro mondo vitale.
La fede religiosa dei preadolescenti è ancora prevalentemente di questo tipo.
La loro religiosità è dunque una risposta anzitutto sociale e affettiva ad attese situate nell'ambiente: le attese delle persone significative, perché da esse i preadolescenti si sentono ancora accolti e amati incondizionatamente.
Nella nostra prospettiva di ricerca intorno alla presenza e all'affiorare della «domanda religiosa», si può allora affermare che la religiosità dei preadolescenti è più che altro «risposta sociale», operata attraverso i codici del simbolico religioso, e non ancora luogo di espressione di una domanda religiosa personalmente elaborata, anche se già contenuta al suo interno.
Se in essa si vuol cogliere una domanda esplicita, la si deve interpretare prevalentemente in termini di «domanda di altro» rispetto alla domanda religiosa, che rimane ancora inespressa e sepolta dentro la domanda di vita.
Se i preadolescenti non sembrano esprimere domande di vita collocate al livello della domanda religiosa, tuttavia in essi appare già avviato il processo di appropriazione della domanda, che comincia a tradursi in ricerca di esperienza e in elaborazione di significati e di senso, magari parziale e puntiforme, imbricato in essa. Per questo la loro religiosità diviene un luogo privilegiato di espressione della domanda di vita collocata sui livelli del senso e del significato; diviene soprattutto espressione di una domanda di relazione e di comunicazione educativa.
Attraverso essa il preadolescente esprime una grande domanda di sicurezza, di accoglienza, di sostegno, di vicinanza, capaci di farlo crescere nella gestione responsabile e solidale della propria esistenza.

L'URGENZA Dl UNA EDUCAZIONE DELLA DOMANDA

È però all'interno di questa prospettiva interpretativa che è possibile anche individuare la novità di questa domanda di relazione.
Pur dovendo riconoscere una sostanziale continuità con la religiosità infantile, c'è tuttavia anche qualcosa di qualitativamente nuovo, di discontinuo rispetto al passato della fanciullezza.
La domanda espressa attraverso la religiosità ha ancora una figura essenzialmente non religiosa; ciò che muta è invece la ricerca di interlocutori «differenti»; muta infatti essenzialmente la qualità della relazione cercata.
Il cambio nella religiosità esprime, in un altro linguaggio, il sorgere alla consapevolezza del preadolescente di una domanda profonda di relazionalità nuova.
È come se quelle persone cercate e trovate nella fanciullezza, a cui essi consegnavano la gestione dei propri bisogni, ora apparissero inadeguate, quasi fosse minata in radice la fiducia dapprima scontatamente accreditata loro.
A queste persone (genitori, adulti in autorità, contesti educativi modellati sul contesto familiare e caratterizzati da una comunicazione sostanzialmente asimmetrica) il preadolescente non appare più tanto disposto a consegnare tutto di sé; a giocare su di loro la fiducia totale e ingenua di un tempo. Esse subiscono un ridimensionamento ai suoi occhi, quasi stesse per risvegliarsi da un lungo sonno.
Comincia ad accorgersi che non tutto della propria domanda può essere loro consegnato; né le offerte e il sostegno di queste figure risultano ora sempre adeguate ad una piena saturazione della domanda di vita.
Con queste persone egli vive una crisi di comunicazione e di fiducia, perciò se ne distanzia; il distanziamento implica anche la presa di distanza dal loro mondo religioso.
I preadolescenti vanno alla ricerca di un «altro contesto» in cui giocarsi, di un altro grembo rassicurante, capace di promuovere l'autonomia e di liberare la soggettività.
Solo all'interno del nuovo contesto intersoggettivo, i preadolescenti appaiono disposti a ripensare il proprio mondo religioso infantile, aperti anche ad una nuova ed ulteriore rielaborazione, in sintonia con la «risignificazione religiosa» della vita giocata nel nuovo contesto.
Se questo «nuovo grembo» li sollecita ad una elaborazione della domanda di vita, i preadolescenti odierni si rendono disponibili e aperti ad ulteriori ristrutturazioni.

Il nuovo contesto intersoggettivo quale condizione vitale

È e rimane ancora la stimolazione proveniente da questo nuovo contesto intersoggettivo, la risorsa decisiva e la condizione vitale irrinunciabile, capace di cristallizzare lo slancio vitale della domanda o di rilanciarlo oltre ancora, aprendo in tal modo la strada all'evoluzione della domanda verso il confine dell'umano.
Un contesto intersoggettivo fortemente centrato sul consumo e sulla assunzione limitata della domanda, oppure un contesto «totalizzante» che spinge all'autosufficienza e alla chiusura, possono rivelarsi al presente, per questi preadolescenti, la tomba in cui potrà rimanere sepolta per lungo tempo ogni loro domanda.
All'interno di un contesto intersoggettivo «aperto» alla trascendenza, la religiosità dei preadolescenti potrà acquistare un significato nuovo.
Essa diverrà espressione anche di una «domanda di consapevolezza sulla propria vita», per trovare parziale risposta all'esigenza di interpretarsi e di procedere oltre nell'interpretazione.
In tale prospettiva la religiosità dei preadolescenti diviene momento espressivo della personale insufficienza nella interpretazione e nella gestione dei bisogni, concretizzandosi perciò in domanda di accoglienza, relazione, sostegno.
Essa può divenire l'espressione simbolica di una disponibilità più grande, di una apertura «ulteriore», anche se solo in parte riflessa e critica, ad accogliere le offerte/risposte religiose che il contesto comunicativo ricercato diviene capace di fornire.
Si tratta di risposte religiose accolte come «il di più offerto», che va oltre le richieste esplicite, i bisogni portati alla consapevolezza e le domande elaborate nel presente; offerte misurate su una domanda contenuta nel vissuto inconsapevole e profondo.
Come «un di più di offerta» che li interpreta radicalmente, e viene a snidare una tensione più profonda, che essi stessi non si erano finora accorti di portarsi dentro; un'offerta dunque capace di liberare domande a cui finora non si era in grado di «dar voce».
Un'offerta che probabilmente essi stentano ancora a collocare correttamente, al livello religioso, perché in rapporto con una domanda che rimane in buona parte nascosta e inespressa; un'offerta però capace anche di snidarla e di farla sbocciare.
Tutto ciò è dunque anche il segno inequivocabile di una disponibilità alla ricerca, al cammino dell'esodo, a non arrestarsi ai confini del mistero della loro vita.


NOTE

[1] A Rizzi, L'uomo e il senso: dal problema alle possibili vie d'uscita, in NPG 5/86 pp. 19 ss, e Q. 10 Leggere la parola di Dio «dentro» la vita quotidiana, ne «I quaderni dell'animatore» (LDC 1984), pp. 13-14.
[2]A. Rizzi, Approccio al simbolo. Definizione, competenza, potenza, in Rivista liturgica 1/1986, p. 15.
[3]M. Delpiano, Uscire di chiesa in punta di piedi, in NPG nn. 7-8/1985, pp. 29-36 e 22-33.
[4]C. Molari, Il linguaggio del/a catechesi (Roma 1987), pp. 18 ss, e pp. 3238. Vedi anche R. Tonelli, Pastorale giovani/e oggi. Dire la fede in Gesù Cristo nella vita quotidiana (Roma 1982), pp. 187-189.
[5]C. Molari, Il linguaggio della catechesi, o.c., p. 17.

 

 
Mario Delpiano
(NPG 1987-07-66)
 
 
Dando uno sguardo ai dati e agli elementi descrittivi che ci sono offerti dai diversi contributi analitici, si può affermare che la «domanda di vita» nei preadolescenti di oggi è intensa ed esplosiva, anche se si presenta ancora molto frammentaria, puntiforme, molecolare, scandita in bisogni segmentati, scarsamente elaborati dal punto di vista soggettivo, perché consegnati ancora all'interpretazione e alla gestione altrui. Un qualcosa di nuovo però, nella gestione di questa domanda, sembra prendere avvio: non solo emergono bisogni nuovi e vengono ricercati percorsi nuovi di soddisfazione del bisogno, ma comincia anche ad affiorare la soggettività sullo sfondo di questi bisogni.
Anche se ancora reificati, perché connessi a cose, oggetti, merci di consumo, questi bisogni cominciano dal preadolescente stesso ad essere assunti come qualcosa di personale, che ha a che fare con il proprio mondo interiore, con il «sé» che viene affiorando e definendosi nel mondo della coscienza (con l'io dunque).
In tal modo i bisogni vengono per la prima volta collocati all'interno di una pur minima pianificazione personale, magari assunta provvisoriamente in prestito «da fuori»: è l'avvio timoroso della progettualità.
 
UNA DOMANDA Dl VITA ELEMENTARE E INSIEME «GRANDE»
 
Si può dire che i preadolescenti vivono il momento aurorale della soggettività dei bisogni.
Per la prima volta in maniera nuova il preadolescente si trova a percepirsi, anche se molto confusamente, come «soggetto di bisogni», portatore di esigenze personali irrinunciabili; nel tentativo di ritirare la consegna totale e indiscriminata della loro gestione all'adulto, egli vuole finalmente sperimentare un coinvolgimento diretto del suo «io» nella elaborazione delle risposte, nella individuazione di percorsi di soddisfazione, capaci di condurlo ad esperienze significative e gratificanti, che promuovano appunto la liberazione della soggettività in termini di coscienza e responsabilità.
Scatta infatti la molla della soggettività, pur nelle modalità preadolescenziali dell'immediatezza, dell'esplorazione, della conquista per tentativi ed errori, della ricerca di percorsi brevi di soddisfazione, della fatica del momento riflesso e critico.
Tutto ciò si traduce, per il preadolescente, in una forte espansione e dilatazione del mondo dell'esperienza vitale.
 
Una forte domanda di «cambio»
 
L'esplosione della domanda di vita al livello dei bisogni soggettivi e l'espansione vitale del mondo dell'esperienza caratterizzano dunque la domanda del preadolescente, quale «forte domanda di cambio» riguardante le modalità quotidiane di gestione e di riorganizzazione dell'esperienza di vita.
Ci si trova dinanzi ad una domanda prepotente di cambio che investe, insieme alla struttura di personalità e al mondo soggettivo del preadolescente, anche le agenzie, i luoghi educativi, la rete di relazioni, le persone con le quali il preadolescente ha intessuto finora rapporti significativi.
Il «cambio» rivela l'esigenza conflittuale di sganciarsi da luoghi, soggetti, relazioni, stili di vita, modelli di comportamento, segnati tutti dal marchio della dipendenza infantile dall'adulto, tarati da una interpretazione e da una gestione ancora «alienate».
Al contempo esso porta con sé anche la difficoltà di elaborare e l'urgenza di rinvenire modelli e percorsi differenziati, più adeguati ai bisogni emergenti; esso comporta quindi il rischio del comodo rifugio in soluzioni provvisorie, disimpegnate, più simbolico-sostitutive che reali, le quali, anche se non ancora assunte nell'autonomia, sembrano per lo meno collocare il preadolescente sulla strada che ad essa conduce, e sono vissute quasi come promessa e anticipo di una futura reale autonomia.
Queste risposte-soluzioni ancora preconfezionate dall'ambiente, mentre si rivelano luoghi sociali di nuove dipendenze, sebbene più labili delle precedenti, offrono al preadolescente di oggi la possibilità di spingersi verso l'inedito, il nuovo, il diverso da «prima»; gli offrono occasioni di scelta (sul mercato della cultura a poco prezzo) e in qualche modo lo sostengono in una prima interpretazione di sé.
L'analisi della domanda di vita presenta una connotazione ulteriore. La domanda del preadolescente, pur esplosiva e pluriforme, è caratterizzata da un elevato indice di fragilità.
È una domanda che appare al preadolescente difficile da interpretare e da autenticare, da assumere in piena autocoscienza; egli infatti ancora non è in grado di padroneggiare l'uso appropriato dei linguaggi, gli strumenti essenziali per organizzare i bisogni entro un «mondo» carico di significati e di frammenti di senso, dotato di una pur aurorale progettualità.
La mancata padronanza del mondo simbolico imprigiona perciò ancora il preadolescente di oggi in una ristretta gabbia di risposte stereotipe, scarsamente adeguate alla profondità della loro domanda. Il preadolescente resta ancora un soggetto sovraesposto all'equivoco delle false interpretazioni e delle progettualità vicarie. Non per nulla adolescenti e preadolescenti oggi sono destinatari privilegiati del mercato del consumo.
 
Una domanda di accoglienza e di relazione
 
La esposizione della domanda di vita dei preadolescenti al rischio della manipolazione e dell'alienazione risuona, nella prospettiva educativo-pastorale in cui ci collochiamo, come consistente «domanda di accoglienza» incondizionata e gratuita, come richiesta di offerte non dettate da logiche catturanti e interessate: essa appare al nostro sguardo domanda di «relazione educativa».
In modi diversi i preadolescenti segnalano inequivocabilmente la affannosa ricerca di un «nuovo grembo accogliente» di una culla di relazioni, di un nuovo e diverso mondo vitale entro cui collocare la loro soggettività nascente.
Essi reclamano il contesto di una intersoggettività che si faccia garante della loro crescita in libertà e responsabilità cioè della loro crescita in quanto persone.
Essi rivolgono a tutti coloro che sono disponibili ad una relazione, alle stesse comunità ecclesiali, un appello, perché si costituiscano anzitutto come «contesto identificativo» entro cui poter liberare lo slancio vitale nel loro momento esplosivo; per conseguire, in progressività crescente, l'autodefinizione e l'autogestione dei bisogni e delle domande vitali.
I preadolescenti sono alla ricerca di un contesto di scambio comunicativo arricchente, capace di facilitare il «cambio», di sostenerlo e di renderlo possibile, senza tradimenti e senza negazioni.
Il cambio appare loro irrealizzabile nella solitudine e nella insicurezza dell'abbandono o della separazione totale; diviene invece possibile da pilotare quando è gestito in compagnia, entro un clima caldo, valorizzante, in cui è possibile rischiare e sbagliare, ma anche chiamare gli sbagli per nome, senza paura né sensi di colpa.
La domanda di vita del preadolescente è da noi interpretata anzitutto come domanda educativa, ricerca di relazione con l'altro, con gli altri in quanto soggetti capaci di rischiare nella condivisione vitale, capaci di solidarietà; è ricerca di persone con cui giocare la fiducia di percorrere un tratto di strada insieme.
 
LIVELLI Dl ESPRESSIONE DELLA DOMANDA
 
Se questa è la potente domanda di vita di cui i preadolescenti sono portatori, ci chiediamo allora: qual è la «direzione di sviluppo» di questa domanda? a quali livelli si esprime nella autocoscienza degli stessi preadolescenti, affinché l'educazione possa sostenerne l'ulteriore germinazione? come si connette questa domanda di vita, espressa nei termini del bisogno, con le domande di significato e di senso? fino a che punto è possibile scorgere al suo interno la domanda ulteriore di un «di più di senso»?
 
Il livello delle domande di significato
 
L'emergere dei bisogni soggettivi alla coscienza e alla progettualità dell'uomo è, nella nostra prospettiva, proprio l'avvio della elaborazione soggettiva del significato e del senso. Le domande di vita dei preadolescenti sono in realtà nient'altro che l'apparire, alla loro coscienza, di domande di significato e di senso.
I preadolescenti danno il via all'elaborazione personale dei bisogni attraverso un processo che comprende la loro assunzione sul piano della coscienza, l'interpretazione, l'esplorazione dei diversi percorsi di risposta offerti dalla cultura sociale; con ciò essi si avviano ad orientare il loro slancio vitale nella direzione della produzione del significato e del senso dell'esistenza.
In tal modo sviluppano la ricerca e il confronto, attraverso verifiche vitali, con le soluzioni ai problemi quotidiani dell'esistenza che l'ambiente socioculturale più ampio può offrire. Vengono così ad incontrarsi, al livello della gestione pragmatica e funzionale della vita, con l'ambito autonomo della scienza e delle attività tecnologico-strumentali che l'umanità ha prodotto per la propria sopravvivenza e autoconservazione, per la trasformazione dell'ambiente e l'organizzazione sociale della vita. Solo così fanno propria e valorizzano l'esperienza accumulata da coloro che hanno vissuto prima.
È tutto questo, l'ambito delle esperienze di significato dell'uomo. È la grande ed affascinante occasione d'incontro con la storia dell'uomo e la sua opera di trasformazione del mondo in casa ospitale o in prigione orrenda.
Riteniamo che questo sia il primissimo ambito, di fatto privilegiato dai preadolescenti, lungo il quale si articola la gestione della domanda di vita.
E siamo consapevoli che solo passando attraverso questo livello di elaborazione sia possibile accedere ad un nuovo livello di ricerca-saturazione-rilancio della domanda di vita.
 
Il livello della domanda di senso
 
La soggettività dei bisogni colloca contemporaneamente il preadolescente ad un ulteriore livello di esperienza: quello in cui vengono elaborate e saturate domande più globali e meno puntiformi; mi riferisco al livello dell'esperienza del senso, anche se del «senso parziale» soggettivo; il luogo dell'incontro con le cose e le persone in quanto «buone», cariche di valore, in quanto rispondenti e ordinate alla soddisfazione dei bisogni della persona e da essa caricate di una intenzionalità.
Le diverse risposte elaborate dall'uomo ai bisogni personali non acquistano soltanto un valore funzionale, legato all'operazione di adattamento del mondo all'uomo (e viceversa) attraverso la cultura tecnologico-scientifica che la collettività produce in un dato momento storico.
I bisogni aprono l'uomo a tutte le dimensioni della realtà, e perciò anche alle esperienze di senso (o di non senso), della bontà o no della vita, dell'adeguatezza/inadeguatezza del mondo in quanto «mondo ordinato» per la vita dall'intenzionalità finalizzatrice degli uomini stessi; ma i bisogni lo aprono anche all'esperienza del «venirgli incontro del mondo».
Il mondo, come trama di relazioni vissute da ogni soggetto con le cose e le persone, viene sperimentato come la realtà che «si offre» o si rifiuta, si consegna o si ritrae, ai desideri e ai progetti.[1] 
Proprio questa rispondenza positiva o negativa, frutto di intenzionalità personale, vissuta con risonanze profonde e con connotazioni più extrarazionali che razionali-discorsive, è il contenuto e l'ambito delle esperienze di senso da cui il preadolescente appare oggi affascinato, spesso quasi catturato, più volte smarrito come in una «esperienza oceanica».  il momento in cui l'incontro con la realtà del mondo e delle cose è vissuto in termini di valore, almeno come spazio di valorizzazione personale.
Nella preadolescenza le domande di senso e le risposte elaborate appaiono ancora puntiformi, legate ad esperienze «regionali» di senso e, anche se coinvolgono la globalità del preadolescente, non vengono ancora elaborate in maniera approfondita.
A questo livello di esperienza si apre, al preadolescente, la possibilità di incontro con la «saggezza» accumulata dalle generazioni che lo precedono, nella misura in cui le persone portatrici di questa esperienza sapienziale rimangono interlocutori significativi e autorevoli (hanno qualcosa da offrirgli che è di importanza vitale) nel suo campo comunicativo.
 
Vivere da preadolescenti il livello del senso
 
Due puntualizzazioni si rendono necessarie, intorno al livello di elaborazione del senso, per quanto riguarda i preadolescenti.
Essi tendono a sfuggire, a sottrarsi facilmente, a questo livello di elaborazione dell'esperienza.
Appaiono piuttosto consumatori di esperienze di senso saturanti, ripropositori imperterriti di una circolarità chiusa tra domanda e risposta; essi rischiano oggi di restare smarriti in superficie, catturati nelle esperienze di pienezza derivante dalla gratificazione dei bisogni, senza assumere la spinta propulsiva, contenuta nelle esperienze di senso, verso l'elaborazione ulteriore del senso gustato e vissuto.
Si potrebbe parlare di una circolarità nevrotica tra domanda-bisogno e risposta-saturazione, in cui l'elaborazione simbolico-culturale del senso risulta scarsamente presente, quasi slitta via.
È  come se ci si trovasse dinanzi ad un caso di eccedenza di gratificazione del bisogno a scapito di una sua elaborazione culturale.
La seconda precisazione è riferita alla «modalità» attraverso cui i preadolescenti vivono l'esperienza del senso (dei frammenti di senso) nella esistenza quotidiana.
Occorre sottrarsi al pericolo di una concezione intellettualistica delle esperienze di senso. Il modo di cogliere il senso dell'incontro con le cose e le persone, è quello di «vissuto globale» che coinvolge tutte le dimensioni psicologiche del soggetto, in primo luogo la recettività affettiva e la sua «apertura simbolica» al mondo.[2]
Vivere il senso delle cose e delle esperienze è «sensazione», sentimento euforico di pienezza e di benessere personale, recettività piena, gratificazione profonda, ed insieme «intuizione» di qualcosa che è fondante la gratificazione vissuta. È un «incontro buono» con le cose e le persone che non è scevro da registri cognitivi, da spinte alla riorganizzazione del proprio mondo soggettivo; ma è ben più di esso.
A questo livello dell'esperienza, diventano strumenti indispensabili, per la registrazione e la comunicazione del senso vissuto, i linguaggi globali, quelli «propriamente simbolici» (connotativi, evocativi, narrativi, metaforici, immaginifici, corporei non verbali); sono strumenti che non hanno la pretesa di possedere o di disporre del senso, ma soltanto di indicare, di «rinviare» ad un vissuto che resta sempre fondamentalmente indicibile e inspiegabile.
Sono linguaggi che ridisegnano in figure l'esperienza globale di pienezza (o di privazione) di senso vissuta dal soggetto, e rinunciano alla pretesa di sezionarla, di scomporla in pezzi, attraverso processi di analisi e sintesi, e con ciò smarrendo il senso del tutto.
Anche questo livello di esperienza e di elaborazione della domanda trova in parte impreparati i preadolescenti di oggi; è sempre più ristretto infatti il campo del loro fare esperienza, ed è impoverita e ridotta la loro capacità di produzione simbolica. I simboli stessi hanno smarrito il loro spessore di realtà.
Accogliere la domanda dei preadolescenti a questo livello, ed interpretarla educativamente, significherà ricuperare nell'educazione la dimensione smarrita del simbolico: educare alla elaborazione simbolica dell'esperienza.
 
È UNA DOMANDA Dl VITA APERTA ALL'INVOCAZIONE?
 
Ci chiediamo: in questo incipiente processo di elaborazione dei significati e del senso dell'esperienza, accompagnato a una domanda di relazione, i preadolescenti di oggi giungono anche ad esprimere domande che si sporgono oltre le soluzioni sagge dell'uomo, perché da esse non possono esserne saturate, nella direzione della trascendenza? I preadolescenti di oggi esprimono domande di «un di più di senso» da accogliere, ma non manipolabile dall'uomo? I preadolescenti esprimono domande che, almeno oggettivamente se non soggettivamente, possiamo definire come domande religiose?
Nel nostro approccio pastorale abbiamo assunto, quale precomprensione, la potenziale apertura della domanda vitale oltre l'uomo stesso e il proprio «mondo» (individuale, sociale, culturale), in modo tale che egli diviene domanda radicale, cifra, attesa, implorazione di risposta.
Dentro ogni domanda di vita è dunque per noi presente, almeno «germinalmente», una domanda più grande, che può progressivamente affiorare alla coscienza e darsi voce solo al di là e oltre l'affiorare del significato e del senso elaborati autonomamente dall'uomo.
In questa prospettiva assumiamo perciò le domande dei preadolescenti come delle domande che possono «germinare», a determinate condizioni climatiche, in domanda religiosa.
Se questa è la precomprensione, è tuttavia importante, per la nostra progettazione pastorale, rispondere all'interrogativo se le domande di vita, nei preadolescenti di oggi, giungano già al livello di consapevolezza delle domande religiose, o restino per lo meno «aperte» ad una ulteriore germinazione.
Più problematica risulta la risposta alla prima ipotesi, anche se non ci sentiamo di escluderla; più probabile invece la seconda ipotesi di soluzione.
La risposta tuttavia non può che essere articolata, data la notevole diversificazione del livello della domanda nella consapevolezza dei nostri destinatari.
 
Quasi smarriti nella produzione del senso parziale
 
I preadolescenti odierni appaiono coinvolti totalmente nella ricerca di esperienze di significato e di senso. Questo è l'orizzonte quotidiano della loro domanda.
Tuttavia alcune considerazioni ulteriori possono essere avanzate, tenendo presente il panorama alquanto diversificato dell'universo preadolescenziale .
- Molti preadolescenti esprimono una domanda di vita che si caratterizza come richiesta «radicale» di accoglienza, di conferma, di sicurezza, di offerta di relazione liberante.
La domanda di questi soggetti, carica di un significativo indice di alterità e di trascendenza, coinvolge tutta la rete di relazioni che il preadolescente ha sviluppato; essa chiama in causa la stessa relazione con Dio, come si vedrà meglio nell'approfondimento dell'analisi intorno alla religiosità. Con ciò si intende richiamare l'attenzione sul fatto che la domanda di vita del preadolescente è caratterizzata da uno slancio e percorsa da una intenzionalità che si protraggono fino ai confini del suo universo esperienziale e relazionale.
Nella espansione di questo universo soggettivo, il preadolescente sembra metterci proprio tutta l'anima e impegnare davvero tutto se stesso. In quanto ricerca di nuova relazionalità, questa domanda coinvolge l'intera rete relazionale vissuta dal preadolescente, e chiama in gioco la stessa relazione con le figure del mondo religioso.
In questa chiamata in causa non ci sono tuttavia i caratteri della domanda religiosa, dal momento che la prospettiva è quella autocentrata, funzionale all'espansione del mondo del soggetto. Non sorge infatti dalla coscienza di essere giunto ai «propri confini».
Si tratta di una domanda che non può ancora dirsi religiosa, ma che può diventarlo nella misura in cui viene superato l'autocentramento.
- Molti preadolescenti poi sembrano vivere la loro ricerca di vita con grande autosufficienza. In essi emerge la tendenza, tipica di una certa cultura, ad assolutizzare le esperienze di significato e di senso elaborate.
Appaiono «totalizzati» dalla produzione e dalla fruizione dei significati e del senso elaborato assorbiti dal fascino della scoperta della soggettività, catturati dalle singole risposte, fissati ai livelli iniziali di elaborazione della domanda; a questi livelli di saturazione rivelano di vivere quasi un'esperienza di pienezza autosufficiente.
I preadolescenti risultano perciò smarriti nell'esperienza stessa di elaborazione-saturazione delle domande di significato e di senso, e sembrano vivere con una modalità quasi mistico-religiosa la loro elaborazione.
È come se le esperienze di saturazione della domanda di vita (le risposte elaborate e assunte dalla cultura sociale) devitalizzassero la domanda, costringendola al ripiegamento su se stessa, facendola implodere. Ci riferiamo, per esempio, alla chiusura viziosa della domanda nel consumo di oggetti-prodotti di mercato; pensiamo alla assunzione di risposte chiuse dentro una concezione utilitaristico-strumentale della vita e del mondo; alla assolutizzazione di esperienze di identificazione con modelli, divi, personaggi, contesti collettivi di attività (la squadra del cuore), nelle quali si alimenta l'illusione dell'autoaffermazione sicura e facilmente raggiungibile, e della piena e totale sufficienza narcisistica.
Questa situazione per così dire di «bloccaggio» della domanda dei preadolescenti è forse la sfida più seria che la pastorale in stile educativo deve saper accogliere. La possibilità di evoluzione ulteriore della domanda in queste condizioni è strettamente legata all'instaurarsi di condizioni educative capaci di minare il senso di autosufficienza emergente.
 
Una domanda aperta alla consegna di sé
 
Vi sono poi preadolescenti che rivelano la presenza di una domanda intensa di vita aperta ad una ricerca e ad una «consegna» ulteriori, ciò accade quando essi si scontrano, nella sofferenza, con l'esperienza del limite proprio o altrui, quando sperimentano l'insuccesso, quando la loro sicurezza di fondo (la fiducia vitale risposta in sé o in altri) viene intaccata dall'esperienza della morte, del dolore, dell'insuccesso, della sconfitta, anche nella forme quotidiane.
In certi momenti i preadolescenti sembrano dunque vivere acutamente l'esperienza umana della «finitezza»; in questi momenti privilegiati viene infranto l'incantesimo dell'onnipotenza narcisistica, ed essi sembrano aprirsi alla consegna di sé, alla attesa di una sorgente di sicurezza in cui deporre la fiducia vitale; un'attesa e una consegna che tuttavia i preadolescenti sembrano voler ritrovare ancora nell'ambito ristretto delle persone o dei contesti interpersonali (perciò nell'immanenza).
Con ciò esprimono il tentativo di ricercare una pienezza e una sicurezza fondante nella direzione di una autosufficienza e onnipotenza collettive, una volta cadute le illusioni individuali.
L'esperienza del limite esistenziale e la presa di coscienza della «finitudine» vengono in tal modo differite e consegnate ancora una volta all'esito dei processi educativi.
Un'ulteriore puntualizzazione si rivela indispensabile.
La «soglia» della esperienza del limite soggettivo è alquanto abbassata nei preadolescenti, rispetto a soggetti più adulti.
I preadolescenti infatti, nella scoperta della soggettività, sperimentano continuamente l'inadeguatezza e l'insufficienza di se stessi nell'affrontare il mondo; essi soffrono la resistenza della realtà (delle cose, delle persone) che non si piega facilmente ai progetti e ai bisogni personali. Lo scacco e l'insuccesso è di casa nella vita dei preadolescenti; il rischio del fallimento è sempre in agguato.
La strutturazione del loro io autonomo, capace di affrontare il mondo, è solo incipiente; la strumentazione necessaria per la gestione autonoma della domanda di vita, condizione essenziale per la produzione di risposte adeguate, non è ancora sufficientemente acquisita.
In questo senso i preadolescenti odierni sono davvero sovraesposti all'esperienza del limite di se stessi, forse non ancora all'esperienza del limite invalicabile dell'esistenza umana.
Qual è la modalità di uscita dei preadolescenti da questa situazione di crisi?
Anzitutto il tentativo di superamento del limite e, quando risulta loro impossibile, la disponibilità alla «consegna» della gestione dell'esperienza del limite all'«altro» (l'adulto, i nuovi contesti significativi di accoglienza, Dio stesso). I preadolescenti sono quindi disposti ad «offrire fiducia» con facilità a chiunque appaia meritevole di fiducia e manifesti accoglienza nei loro confronti, e perciò si offra loro come «compagnia» sicura e fondante nel tentativo di superamento del limite che attraversa la loro vita quotidiana. In questo affidarsi fiducioso, in questa apertura incondizionata a persone fidate, intravediamo qualcosa che, al di là della domanda di relazione educativa, rilancia la domanda di vita ancora oltre, verso la soglia della domanda religiosa, prima contenuta in germe, e verso il suo affiorare alla coscienza. Qui i preadolescenti, dentro questa consegna fiduciosa a contesti educativi, esprimono e affidano una domanda che, seppur non ancora consapevolmente vissuta, è oggettivamente saturabile solo da un'offerta appunto religiosa. Qui la domanda di vita del preadolescente si fa più vicina al livello religioso. Per questo è opportuno anche analizzare da vicino, sempre in un'ottica pastorale, il significato della religiosità stessa dei preadolescenti.
 
LA RELIGIOSITÀ DEI PREADOLESCENTI TRA CONSUMISMO E DOMANDA Dl «ALTRO»
 
Per un ulteriore approfondimento della domanda di vita si rende opportuna una lettura pastorale anche della loro religiosità. Per questo rimandiamo anzitutto ai dati analitici che altre letture ci hanno offerto.[3]
Per riassumere in breve la situazione della religiosità di questi soggetti, richiamiamo una serie di elementi che appaiono particolarmente significativi per la nostra collocazione:
- lo sgretolamento della struttura comportamentale della «religiosità acquisita»; struttura che si è venuta organizzando nel corso della socializzazione religiosa dell'infanzia e della fanciullezza.
Questo fenomeno si manifesta nei preadolescenti come un progressivo «prender le distanze» dalla pratica religiosa (peraltro ancora molto elevata e diffusa), in quanto «sistema simbolico-rituale» di espressione e di trasmissione della fede della comunità vitale in cui essi sono stati socializzati religiosamente.
Ciò può essere rivelatore della non ancora compiuta interiorizzazione in termini personali del sistema simbolico religioso; ne è solo l'inizio e la premessa;
- il lento processo di ristrutturazione della religiosità in termini di soggettivizzazione, in cui vengono privilegiate le componenti affettivo-relazionali; esso segnala l'esistenza di una ricerca e lo sforzo di un riaggiustamento nella relazione con la realtà religiosa creduta. Tutto questo avviene sotto l'istanza di un forte recupero della funzionalità psicologica della religione, in relazione ai nuovi problemi e bisogni personali.
Questo processo di incipiente appropriazione della religiosità, giocato più su registri emotivi e relazionali che non critico-razionali, è tuttavia un fatto che, pur emblematico, riguarda una fascia limitata di preadolescenti, privilegiati nelle condizioni educative;
- la marginalizzazione o l'esclusione (anche se non con caratteri di definitività) della religiosità lungo il processo di ristrutturazione della personalità e di elaborazione dell'identità. La religiosità viene vissuta come realtà cultuale poco significativa e scarsamente correlata alle domande di vita che richiedono risposte nuove e personali; è un dato che riguarda una significativa fascia di soggetti, situati soprattutto al confine dell'adolescenza;
- una accentuata «separazione» e un crescente disagio per lo scollamento della pratica e della credenza religiose dalle domande di vita quotidiana, trascritte nei bisogni e negli interessi dei preadolescenti.
Il confronto con i dati e con queste tendenze ci spinge ad una puntualizzazione pastorale della situazione dei nostri destinatari.
 
Il «cambio» coinvolge anche la religiosità
 
Constatiamo anzitutto che la qualità della nuova domanda di vita e il «cambio» investono la stessa struttura di religiosità del preadolescente, esigendo una rielaborazione e una ricollocazione in relazione al «mondo simbolico» che sta sorgendo dalle nuove esperienze di senso.
Esso sembra richiedere ai preadolescenti, quasi come contropartita, una progressiva marginalizzazione della religiosità e una moratoria del problema religioso stesso, in quanto espressione di un mondo simbolico sganciato da qualsiasi esperienza significativa per il presente (verso una «religione dello scenario»?).
Quale direzione di sviluppo di questo cambio riferito alla religiosità?
Sembra possibile individuare alcune direzioni privilegiate di una possibile evoluzione.
- Il cambio nella religiosità si sviluppa come tentativo di rivisitare e rielaborare la rappresentazione e la relazione con Dio finora vissuta dal preadolescente: egli passa da un Dio-Padre ad un Dio-Amico; dalla sottomissione e dalla «dipendenza nella relazione», alla ricerca di una «compagnia)) vicina e liberante.
In ciò i preadolescenti manifestano una grande disponibilità alla ricerca di un Dio «Altro» rispetto a quello finora accolto pacificamente nell'arco della socializzazione religiosa; un Dio che si riveli alleato con la loro domanda di vita, più che collocato dalla parte dell'offerta confezionata dell'adulto; un Dio schierato con le esigenze del cambio, che solleciti e sostenga la assunzione e l'elaborazione personale dei bisogni.
- Il cambio inoltre rivela la ricerca di un «contesto intersoggettivo diverso», rispetto a quelli precedenti, entro cui sia possibile arrischiare, non da soli ma insieme, la rielaborazione del problema religioso e la riformulazione del suo sistema simbolico. Ciò esprime l'esigenza di raccordare l'inflazione dei comportamenti religiosi e della stessa religiosità con la presenza-germinazione di una domanda religiosa, magari nascosta dentro le pieghe della vita quotidiana; una domanda che fatica a liberarsi.
 
Interrogativi sulla religiosità dei preadolescenti
 
Davanti a questo fenomeno diventa legittimo porre alcuni interrogativi decisivi. Ci chiediamo: la religiosità dei preadolescenti è (come dovrebbe essere ogni forma di religiosità) luogo dell'espressione simbolica di una domanda religiosa consapevole emergente dalla loro vita e insieme momento espressivo dell'accoglienza di una offerta totalmente donata? Non ci troviamo forse, con la religiosità dei preadolescenti, di fronte ad un caso manifesto di consumismo religioso, di ripetizione di comportamenti simbolico-rituali svuotati o perlomeno non ancora riempiti della loro risignificazione religiosa? Non siamo in presenza di una eccedenza di risposte culturali apprese, ma prive di contenuto vitale o portatrici di un significato «altro» rispetto a quello religioso? Ci avventuriamo nel rischio di una risposta, nella consapevolezza che solo scommettendo sulla interpretazione delle cose ci si potranno dischiudere prospettive di intervento.
È evidente dall'analisi fin qui operata un fatto: ad un grado estremamente elevato di pratica religiosa e di espressioni di religiosità simbolico-rituale, sembra non corrispondere, nei preadolescenti odierni, una altrettanto intensa domanda religiosa manifesta. Anzi, dall'analisi della domanda di vita, ci riesce piuttosto difficile decifrare la presenza di tale domanda in forma tematizzata ed esplicita; ne asserivamo la presenza solo germinale insieme alla possibilità di un suo svilupparsi solo a determinate condizioni.
Gli elementi che possediamo sulla religiosità ci confermano l'ipotesi di trovarci dinanzi ad un fenomeno sovraespanso di condizionamento e di consumismo religioso. Si ha a che fare con la fruizione e con l'esercizio di una ritualità e di un simbolico religioso non ancora accompagnati da una domanda intensa, esplicita, consapevole, scaturente dalla vita, e dall'espansione di questa domanda dentro una intensa offerta di esperienza religiosa.
 
Il legame tra religiosità e vita quotidiana
 
Nella nostra prospettiva infatti, l'ambito da cui sboccia la domanda religiosa dell'uomo è la vita, la sua esistenza quotidiana, attraverso il lungo cammino di elaborazione delle domande che affiorano alla sua stessa coscienza.
La religione, e la religiosità sul versante soggettivo, costituiscono un sistema di elementi simbolici che scaturiscono dall'esperienza vitale quotidiana dell'uomo e ad essa rinviano; essi sono il momento espressivo (perciò secondario e derivato) della profondità della domanda di vita elaborata dall'uomo. Nella religione prende figura, nel massimo di consapevolezza soggettiva (attraverso il simbolico l'uomo dilata la coscienza sulla propria vita) e intersoggettiva, la domanda dell'uomo portata alla sua espressione più elevata, trasformata in invocazione fiduciosa e in accoglienza di risposte gratuite; risposte e offerte che, proprio in un contesto rituale, vengono «acconsentite» come dono, grazia, incontro inaspettato, salvezza solo attesa. Nella religione l'uomo esprime la consegna di sé come domandante nella fiducia e nell'abbandono ad una «alterità» che gli si rivela vicina.[4] Nella religione domanda e risposta vengono appunto espresse e attraverso tutto il gioco del simbolismo religioso.
Ma è questa la religione del preadolescente? Non abbiamo, finora, troppo interpretato le cose come se essi fossero degli adulti in miniatura?
Nel caso dei preadolescenti abbiamo infatti constatato la incommensurabilità, la sproporzione tra eccedenza di risposte religiose e impossibilità ad individuare una domanda tematizzata ed elaborata soggettivamente al livello religioso.
Una domanda religiosa è presente solo «allo stato germinale» nella vita dei preadolescenti; deve percorrere ancora un lungo cammino di maturazione per esplodere in piena consapevolezza.
Il suo esito inoltre è strettamente vincolato a «determinate condizioni educative». La domanda di vita dei preadolescenti può rimanere aperta e conservare il proprio slancio trascendente, ma può anche implodere e incapsularsi in se stessa, nell'autosufficienza.
Abbiamo inoltre constatato lo scollamento e la dissociazione delle risposte religiose, rispetto alle domande di vita dei preadolescenti, tutte per ora tematizzate al livello delle domande di significato e delle domande di senso. Come interpretare allora la religiosità e la sua funzione oltre il suo indubbio significato consumistico e securizzante? Che ne faremo nella progettazione pastorale? Come far maturare la domanda di vita anche attraverso gli spazi della religiosità?
Questi gli interrogativi che emergono e che vorremmo assumere nel progetto, quali sfide alla prassi pastorale.
 
PER UNA LETTURA PASTORALE DELLA RELIGIOSITÀ DEI PREADOLESCENTI
 
Della religiosità dei preadolescenti abbiamo finora colto due significati interessanti per la nostra prospettiva: essa è rivelatrice della domanda di «cambio» che coinvolge lo stesso ambito del religioso, ed è al contempo indice di un elevato grado di condizionamento e di consumismo religioso.
È però possibile tentare di leggere maggiormente in profondità questa contraddittoria e sfuggente realtà.
Una lettura paziente e rispettosa non può fermarsi a questo punto. Sentiamo anzi il bisogno di affermare, senza esitazione, che ogni realtà umana, ogni domanda vitale dell'uomo presenta sempre una «eccedenza» di significato al di là e oltre ogni interpretazione. Per una comprensione ulteriore del fenomeno che stiamo analizzando, diviene necessario il riferimento al significato e all'interpretazione pastorale della religiosità infantile, soprattutto quella del fanciullo.
La religiosità dell'infanzia e della fanciullezza è essenzialmente espressione della fiducia infantile in persone significative che garantiscono accoglienza, sicurezza, cura, amore; non è frutto ancora di scelte personali né di elaborazione di domande e raccordo con offerte religiose.
È una religiosità che si fonda totalmente sulla fiducia che il fanciullo ha in quelle persone alle quali consegna la gestione della propria vita, la interpretazione dei propri bisogni, perché sono persone che meritano fiducia ai suoi occhi.
La «fede religiosa infantile» è essenzialmente una fiducia che, anche se giocata in un simbolismo religioso, nasce e ha come fondamento figure familiari che hanno offerto delle risposte efficaci ad una domanda profonda, tutta inconsapevole, di sicurezza, di cura, di accoglienza.
Ci troviamo di fronte a soggetti che sono portatori di una domanda di vita «primaria» (espressa in forme elementari, biologiche, di sopravvivenza) in cui tutto è consegnato all'altro nella gestione e nello sviluppo.
Una adeguata offerta di affetto, sicurezza, cura, manifestata da queste grandi figure (i «grandi interpreti del bambino»), sviluppa in lui una fiducia grande e incondizionata nella vita, cioè negli altri e in se stesso.
Le persone che offrono questo tipo di risposte al fanciullo (madre, padre, familiari, adulti sostitutivi delle figure parentali e, in ogni caso, persone resesi significative) diventano davvero il «fondamento» della sua fiducia vitale, il punto terminale del suo slancio, il «polo altro» verso cui tende la sua domanda di vita, per consegnarsi nella gestione.
Il bambino e il fanciullo perciò non sono portatori soltanto di bisogni più o meno complessi di sopravvivenza; essi sono portatori di domande inespresse ma altrettanto reali di relazione: cercano «qualcuno», un «tu», un contesto interpersonale, entro il quale consegnare radicalmente la gestione della vita.
 
Assunzione del mondo simbolico religioso e fiducia vitale
 
È sul fondamento di questa «fiducia vitale primaria» che, a poco a poco, il fanciullo offre in dono all'adulto (a queste figure), attraverso il gioco del simbolico appunto, risposte di comportamento, anche religioso; egli giunge fino al punto di consegnare, da fanciullo prima e da preadolescente poi, la sua stessa domanda di accoglienza e il bisogno profondo di sicurezza nel gioco del simbolico religioso acquisito. Ciò naturalmente quando queste figure importanti inducono e sollecitano risposte di tipo religioso.
Durante la socializzazione infatti il fanciullo e il preadolescente assumono, si potrebbe dire per transfert, anche il «mondo religioso» di queste figure meritevoli di fiducia.
Essi ricostruiscono in se stessi il mondo religioso che gli stessi adulti mettono in gioco nella relazione con loro e nella comunicazione educativa: un mondo coi suoi personaggi, i suoi rituali, i suoi simboli, i suoi comandamenti.
Per questo, nel comportamento religioso del fanciullo, non ci troviamo di fronte ad espressioni di una fiducia consapevole, tematizzata in Dio, ad una «fede religiosa personale)) in senso forte.
Ci troviamo dinanzi ad una espressione di fiducia infantile immediata, di tipo simbiotico e dipendente, giocata tutta fondamentalmente verso le figure autorevoli della vita quotidiana, dalle quali egli si sente pienamente accolto e interpretato.
A questo livello infatti simbolismo genitoriale e simbolismo religioso risultano ancora pienamente sovrapposti, anzi fusi insieme, come la «doppia faccia» di un unico simbolismo.[5] 
E questo è il modo indiretto e implicito attraverso cui il bambino e il fanciullo giocano la loro fede in Dio: proprio attraverso la fiducia immediata e incondizionata in quelle persone che danno garanzia e organizzazione al loro mondo vitale.
La fede religiosa dei preadolescenti è ancora prevalentemente di questo tipo.
La loro religiosità è dunque una risposta anzitutto sociale e affettiva ad attese situate nell'ambiente: le attese delle persone significative, perché da esse i preadolescenti si sentono ancora accolti e amati incondizionatamente.
Nella nostra prospettiva di ricerca intorno alla presenza e all'affiorare della «domanda religiosa», si può allora affermare che la religiosità dei preadolescenti è più che altro «risposta sociale», operata attraverso i codici del simbolico religioso, e non ancora luogo di espressione di una domanda religiosa personalmente elaborata, anche se già contenuta al suo interno.
Se in essa si vuol cogliere una domanda esplicita, la si deve interpretare prevalentemente in termini di «domanda di altro» rispetto alla domanda religiosa, che rimane ancora inespressa e sepolta dentro la domanda di vita.
Se i preadolescenti non sembrano esprimere domande di vita collocate al livello della domanda religiosa, tuttavia in essi appare già avviato il processo di appropriazione della domanda, che comincia a tradursi in ricerca di esperienza e in elaborazione di significati e di senso, magari parziale e puntiforme, imbricato in essa. Per questo la loro religiosità diviene un luogo privilegiato di espressione della domanda di vita collocata sui livelli del senso e del significato; diviene soprattutto espressione di una domanda di relazione e di comunicazione educativa.
Attraverso essa il preadolescente esprime una grande domanda di sicurezza, di accoglienza, di sostegno, di vicinanza, capaci di farlo crescere nella gestione responsabile e solidale della propria esistenza.
 
L'URGENZA Dl UNA EDUCAZIONE DELLA DOMANDA
 
È però all'interno di questa prospettiva interpretativa che è possibile anche individuare la novità di questa domanda di relazione.
Pur dovendo riconoscere una sostanziale continuità con la religiosità infantile, c'è tuttavia anche qualcosa di qualitativamente nuovo, di discontinuo rispetto al passato della fanciullezza.
La domanda espressa attraverso la religiosità ha ancora una figura essenzialmente non religiosa; ciò che muta è invece la ricerca di interlocutori «differenti»; muta infatti essenzialmente la qualità della relazione cercata. 
Il cambio nella religiosità esprime, in un altro linguaggio, il sorgere alla consapevolezza del preadolescente di una domanda profonda di relazionalità nuova.
È come se quelle persone cercate e trovate nella fanciullezza, a cui essi consegnavano la gestione dei propri bisogni, ora apparissero inadeguate, quasi fosse minata in radice la fiducia dapprima scontatamente accreditata loro.
A queste persone (genitori, adulti in autorità, contesti educativi modellati sul contesto familiare e caratterizzati da una comunicazione sostanzialmente asimmetrica) il preadolescente non appare più tanto disposto a consegnare tutto di sé; a giocare su di loro la fiducia totale e ingenua di un tempo. Esse subiscono un ridimensionamento ai suoi occhi, quasi stesse per risvegliarsi da un lungo sonno.
Comincia ad accorgersi che non tutto della propria domanda può essere loro consegnato; né le offerte e il sostegno di queste figure risultano ora sempre adeguate ad una piena saturazione della domanda di vita.
Con queste persone egli vive una crisi di comunicazione e di fiducia, perciò se ne distanzia; il distanziamento implica anche la presa di distanza dal loro mondo religioso.
I preadolescenti vanno alla ricerca di un «altro contesto» in cui giocarsi, di un altro grembo rassicurante, capace di promuovere l'autonomia e di liberare la soggettività.
Solo all'interno del nuovo contesto intersoggettivo, i preadolescenti appaiono disposti a ripensare il proprio mondo religioso infantile, aperti anche ad una nuova ed ulteriore rielaborazione, in sintonia con la «risignificazione religiosa» della vita giocata nel nuovo contesto.
Se questo «nuovo grembo» li sollecita ad una elaborazione della domanda di vita, i preadolescenti odierni si rendono disponibili e aperti ad ulteriori ristrutturazioni.
 
Il nuovo contesto intersoggettivo quale condizione vitale
 
È e rimane ancora la stimolazione proveniente da questo nuovo contesto intersoggettivo, la risorsa decisiva e la condizione vitale irrinunciabile, capace di cristallizzare lo slancio vitale della domanda o di rilanciarlo oltre ancora, aprendo in tal modo la strada all'evoluzione della domanda verso il confine dell'umano.
Un contesto intersoggettivo fortemente centrato sul consumo e sulla assunzione limitata della domanda, oppure un contesto «totalizzante» che spinge all'autosufficienza e alla chiusura, possono rivelarsi al presente, per questi preadolescenti, la tomba in cui potrà rimanere sepolta per lungo tempo ogni loro domanda.
All'interno di un contesto intersoggettivo «aperto» alla trascendenza, la religiosità dei preadolescenti potrà acquistare un significato nuovo.
Essa diverrà espressione anche di una «domanda di consapevolezza sulla propria vita», per trovare parziale risposta all'esigenza di interpretarsi e di procedere oltre nell'interpretazione.
In tale prospettiva la religiosità dei preadolescenti diviene momento espressivo della personale insufficienza nella interpretazione e nella gestione dei bisogni, concretizzandosi perciò in domanda di accoglienza, relazione, sostegno.
Essa può divenire l'espressione simbolica di una disponibilità più grande, di una apertura «ulteriore», anche se solo in parte riflessa e critica, ad accogliere le offerte/risposte religiose che il contesto comunicativo ricercato diviene capace di fornire.
Si tratta di risposte religiose accolte come «il di più offerto», che va oltre le richieste esplicite, i bisogni portati alla consapevolezza e le domande elaborate nel presente; offerte misurate su una domanda contenuta nel vissuto inconsapevole e profondo.
Come «un di più di offerta» che li interpreta radicalmente, e viene a snidare una tensione più profonda, che essi stessi non si erano finora accorti di portarsi dentro; un'offerta dunque capace di liberare domande a cui finora non si era in grado di «dar voce».
Un'offerta che probabilmente essi stentano ancora a collocare correttamente, al livello religioso, perché in rapporto con una domanda che rimane in buona parte nascosta e inespressa; un'offerta però capace anche di snidarla e di farla sbocciare.
Tutto ciò è dunque anche il segno inequivocabile di una disponibilità alla ricerca, al cammino dell'esodo, a non arrestarsi ai confini del mistero della loro vita.
 
 
NOTE
 
[1] A Rizzi, L'uomo e il senso: dal problema alle possibili vie d'uscita in NPG 5/86 pp. 19 ss, e Q. 10 Leggere la parola di Dio «dentro» la vita quotidiana, ne «I quaderni dell'animatore» (LDC 1984), pp. 13-14.
[2]A. Rizzi, Approccio al simbolo. Definizione, competenza, potenza in Rivista liturgica 1/1986, p. 15.
[3]M. Delpiano, Uscire di chiesa in punta di piedi, in NPG nn. 7-8/1985, pp. 29-36 e 22-33.
[4]C. Molari, Il linguaggio del/a catechesi (Roma 1987), pp. 18 ss, e pp. 3238. Vedi anche R. Tonelli, Pastorale giovani/e oggi. Dire la fede in Gesù Cristo nella vita quotidiana (Roma 1982), pp. 187-189.
[5]C. Molari, Il linguaggio della catechesi, o.c., p. 17.