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Vivere di «fede» nella comunità ecclesiale


Riccardo Tonelli

(NPG 1987-03-38)


La nostra vita si porta dentro un grande "mistero". E' il luogo della presenza interpellante e salvifica di Dio. Nella sua trama di gesti, di esperienze, di desideri, essa è anche progressiva accoglienza del dono della salvezza o suo tradimento, scelta della vita o decisione suicida di allargare il dominio della morte.
L'ho ricordato molte volte nelle pagine precedenti.
Ora dobbiamo fare un passo avanti.
La nostra vita è sacramento di salvezza anche se noi non ci pensiamo. Viviamo immersi in questo mistero non perché lo sappiamo e ne siamo consapevoli, ma per una ragione costitutiva, che riguarda la struttura stessa dell'esistenza umana.
L'uomo maturo non si accontenta però di questa situazione. E' davvero troppo poco "essere" una realtà tanto entusiasmante e non saperlo. Vogliamo invece "possederci": riconquistare ad una consapevolezza personale, ampia e meditata, quello che siamo.
Questa consapevolezza ci fa crescere in umanità e in verità. In questo caso, poi, dal momento che quello che ci sfugge è l'evento che ci fa vivere di vita nuova, la crescita in consapevolezza rappresenta anche una preziosa crescita in salvezza.
Lo "svelamento" (quella crescita in consapevolezza che riporta il mistero della salvezza sulle dimensioni dell'uomo maturo e responsabile) non è solo un processo intellettuale, come è quello che mi permette di conoscere cose che prima ignoravo. Coinvolge invece tutta l'esistenza. E' la persona, nella sua irrepetibile totalità, che si riconquista nella verità, si immerge con coscienza tematica nel mistero in cui esiste e, di conseguenza, vive in un realtà tutta nuova: in un vortice di salvezza che la spinge a lasciarsi afferrare sempre di più dalla novità di Dio.
Si scopre "salvata", e, accogliendone il dono, vive nella salvezza.
I cristiani chiamano questa esperienza "la fede", con un termine, preso a prestito dal linguaggio comune ma riempito di uno spessore tutto originale. Chi vive così la sua esistenza, la vive nella fede, vive di fede.
La fede è la qualità della vita di un cristiano. Sulla fede si distingue e si diversifica. Per la luce della fede vive in questo mondo come se fosse ormai di un altro mondo.
Senza fede, la vita resta muta, catturata nell'intreccio complicato delle vicende di cui ciascuno si sente protagonista assoluto. Senza fede, l'uomo annaspa nella solitudine del suo silenzio.
Il tema è davvero importante: fondamentale per ogni esistenza cristiana, l'abbiamo scoperto decisivo nel nostro progetto di spiritualità.
Come per tutti gli altri punti di snodo, ci siamo accorti che non era sufficiente ricordarlo. Per affermare le esigenze della fede, dovevamo un po' riscriverle.

UNA LETTURA DELLA STESSA REALTÀ A DIFFERENTI LIVELLI

Incominciamo dal dato più importante: cosa significa leggere la realtà in prospettiva di fede?
Per credere da uomini maturi e riconciliati, dobbiamo imparare a non vedere le cose in modo dissonante, quando le guardiamo dalla parte della fede e da quella della vita. Questo modo di fare ci porterebbe ad un pericoloso "strabismo" interiore.
C'è strabismo, infatti, quando si guarda nello stesso tempo in due direzione diverse. Soffre di strabismo il cristiano che si sente costretto ad osservare, con sguardo non omogeneo (o, peggio, conflittuale) le esigenze della sua esperienza credente e la sua prassi quotidiana, nell'impegno storico, culturale, politico, economico, affettivo.
L'Incarnazione ci aiuta ad elaborare un modello di vita nella fede, capace di superare lo strabismo, proprio mentre recupera alla verità le esigenze della fede cristiana. L'abbiamo sperimentato quando ci siamo messi a meditare più intensamente la dimensione sacramentale della nostra vita quotidiana.
Continuo ad usare le formule introdotte e commentate nei capitoli precedenti; esprimo perciò la sacramentalità come intreccio di visibile e mistero.
Visibile e mistero non sono due realtà separabili, quasi che una potesse esistere senza l'altra o si potessero studiare indipendentemente l'uno dall'altro e attraverso approcci separati. Nella nostra vita quotidiana, visibile e mistero sono come le due facce della stessa realtà. Hanno logiche diverse; presuppongono metodologie conoscitive molto differenti. Ma si richiamano reciprocamente.
Dal momento che il mistero è incontrabile solo dentro il suo visibile, per coglierlo e farsene possedere è necessario prima di tutto leggere bene il visibile, decifrarlo in tutta la sua pregnanza.
La verità del visibile è però data, in ultima analisi, dal mistero che si porta dentro. Solo quando esso è compreso nelle pieghe più profonde, dove si affaccia, insondabile e coinvolgente, il mistero, possiamo dire di possedere il visibile nella sua piena verità.
Questo rapporto conoscitivo, diverso e complementare, che lega visibile a mistero, determina la qualità della "lettura di fede". Su questa struttura logica formale possiamo inserire il processo di fede.
La fede non si interessa di alcuni temi e problemi tutti suoi, che si aggiungono a quelli che già pervadono l'esistenza quotidiana.
Oggetto della fede è l'esistenza concreta e quotidiana, la storia profana, che è storia e avventura di tutti e luogo dove si affaccia l'avventura salvifica dell'amore di Dio.
Differenti sono però i livelli di comprensione; diverso è lo "sguardo" con cui cerchiamo di penetrare il visibile e il mistero.
Per leggere il visibile si richiede un approccio umanamente corretto: una lettura elaborata secondo le logiche specifiche a autonome dell'approccio tecnico, ai differenti livelli in cui esso si svolge (quello della scienza, per esempio, e quello della sapienza).
Questa prima lettura va poi integrata da una seconda, più profonda e più penetrante. In essa lo sguardo si fa molto più raffinato, perché cerca di mettere a fuoco le dimensioni misteriose della realtà. In questa lettura giungiamo al livello dell'assoluto, dove la continua tensione della vita contro la morte emerge in ogni germe di umanità. Come in filigrana, qui si staglia il volto di Gesù Cristo, la sua proposta di vita, il suo amore accogliente e interpellante, l'offerta di se stesso come il senso determinante di ogni esistenza.
Questo sguardo attinge al mistero, trasfigura la realtà fino a darci l'impressione di vivere come in un mondo nuovo.
Il secondo sguardo, quello che arriva fino ai confini del mistero, penetrando il visibile nelle sue pieghe più intime, è lo sguardo tipico della fede. Operando così il cristiano legge la realtà nella sua fede, vive di fede.
E' importante però non dimenticare il primo sguardo, quello che ci restituisce il visibile nella sua verità umana. Non solo non si contrappone allo sguardo della fede: unica è la realtà, anche se diversi sono i livelli di penetrazione. Esso è richiesto, come condizione di possibilità e di correttezza per la fede. Il mistero infatti può essere scoperto e incontrato solo quando si diventa capaci di comprendere seriamente la realtà umana che lo pervade.
In qualche modo, si può dire che è già sguardo di fede, anche se si muove con logiche e con strumenti tecnici.
In fondo, è solo questione di diventare capaci di una progressiva penetrazione; si tratta solo di un occhio più lucido, di una immersione più raffinata nell'avventura dell'esistenza.
Non è piccola cosa: non va sottovalutata, ma neppure va contrapposto violentemente quello che l'Incarnazione ha invece riconciliato.

DIRE LA PROPRIA FEDE: UN ESERCIZIO APPASSIONANTE

Non voglio essere frainteso.
Se pensiamo in modo affrettato il rapporto tra la lettura umana e quella seconda lettura che cerca il mistero di Dio nel profondo del visibile, si può concludere che vivere di fede è una cosa semplice, scontata, frutto di pratica e di mestiere.
I grandi credenti ci insegnano invece il contrario: vivere di fede è un rischio e una scommessa. Una lettura di fede della realtà rappresenta sempre il coraggio di abbandonare la propria presunzione nell'abbraccio imprevedibile di Dio. Le conclusione a cui si giunge non sono mai un insieme di informazioni sicure e immutabili; offrono invece un punto di riferimento, sperimentato e sofferto nello stesso tempo.
La ragione è semplice e ci riporta alle insondabili profondità del mistero che cerchiamo di traforare con il nostro sguardo.
La seconda lettura (quella che vuole penetrare fino alle soglie del mistero) possiede strumentazioni tutte speciali, molto lontane dalle logiche della sapienza umana (tipiche della prima lettura). I credenti le raccolgono nella Parola di Dio, scritta e vissuta nella Chiesa.
La Parola di Dio è già una esperienza di fede: una lettura, credente e confessante, della realtà, operata al secondo livello. Per l'autorevolezza del suo protagonista e per una presenza specialissima dello Spirito, questa "interpretazione" può "interpretare" in modo normativo la nostra comprensione della realtà dalla parte del suo mistero. Anzi, ci mette tra le mani l'unico strumento, di cui l'uomo può disporre, per cogliere nella verità di Dio la sua quotidiana avventura.
Il suo contributo è tutto al secondo livello di comprensione. Al primo, non solo non ha nulla di speciale da suggerire; ma anzi lo richiede, come in ogni corretta esperienza di fede, per poterci dire qualcosa.
Anche nel contributo che le è specifico, non possiamo utilizzare la Parola di Dio come fosse un dato della scienza, tutto dimostrabile e da cui derivare conclusioni sicure e rassicuranti. Guida e ispira la nostra ricerca, orienta le nostre decisioni, giudica le nostre esperienze, mettendo sempre in primo piano la ricerca, la decisione, l'esperienza dell'uomo. Essa infatti resta "parola d'uomo": parola di Dio pronunciata dentro le povere parole dell'uomo. E' parola che cerca la libertà dell'uomo e la sua responsabilità. La sorregge contro l'incertezza e il tradimento; la esige contro il facile disimpegno.
Anche il linguaggio, elaborato per dire i risultati di questa lettura, è molto diverso da quello che usiamo di solito per raccontare le conquiste della nostra scienza. Il linguaggio della fede è fatto di fantasia, di creatività, di rischio calcolato e accettato. Assomiglia molto di più al linguaggio dell'amore che a quello della scienza.
I cristiani hanno un modo speciale e originale per dire la loro fede: la preghiera. So che tutti gli uomini religiosi pregano. La preghiera cristiana condivide questa esperienza comune; e la supera in qualcosa che le è tutto specifico.
Nella preghiera l'uomo parla al suo Dio e gli ricorda preoccupazioni e desideri, sogni e speranze, certo della sua vicinanza. Assomiglia all'incontro con un amico potente, che ha mezzi e capacità per darci una mano. Il cristiano non si vergogna di trattare così il suo Dio. Gesù stesso ci ha insegnato ad invocarlo in questo modo (Mt 21, 22).
Nella preghiera il cristiano vive però anche una esperienza diversa. Parla di Dio, ricomprendendosi nel suo mistero. Si contempla, immerso in un amore che tutto lo avvolge, per possedersi nella verità. Non può dire quello che ha scoperto di sé con le parole controllate con cui si esprime nel ritmo della esistenza quotidiana. Ha bisogno di parole intessute di silenzio, di espressioni pronunciate nel vortice dell'amore, della fantasia scatenata in cui si sono espressi alcuni santi.
Qualche volta le proprie parole non bastano più. E si è contenti di far proprie le parole, solenni e austere, dei salmi, della liturgia, dei padri della nostra fede.
Pregando, il credente parla a Dio e parla di sé e di Dio. Vive di fede e dice la sua fede.
L'uomo di fede è sempre un uomo di preghiera.
Ripensiamo ancora per un attimo a queste ultime riflessioni. Hanno riportato la nostra ricerca sulla fede ad un livello che sta oltre il quotidiano esercizio della nostra scienza e sapienza. Ci
troviamo immersi in un mondo che non è più quello della vita di tutti i giorni. Ci affacciamo, timidi e felici, alla soglia del mistero di Dio.
Vivere di fede è un evento specialissimo nell'esistenza di un uomo. Lo colloca in un'altra esperienza esistenziale, pur immergendolo intensamente nel suo mondo quotidiano.

LA SOLITUDINE NELLA COMPAGNIA CON TUTTI GLI UOMINI

Lo stretto rapporto, nella vita di fede, tra prima e seconda lettura e la diversità di strumentazioni e di linguaggi portano ad una importante costatazione: nella vita di fede la persona è al centro, nella sua responsabilità, nella piena espressione della sua creatività.
La fede è una esperienza che inonda di luce nuova, improvvisa e abbagliante, le esperienze della vita quotidiana. Per questo le riempie di senso nuovo, senza sottrarle alla fatica di sperimentare, produrre e ricercare il senso che esse si portano dentro, da spartire con tutti, in una compagnia legata all'avventura dell'uomo.
Il senso sperimentato nella fede colloca veramente in un altro mondo, perché porta a risignificare le cose che si vedono e si manipolano dal mistero che si portano dentro. Non riesce però a trascinare lontano dalle trame dell'esistenza di tutti, perché "il senso dal mistero" emerge solo tra le pieghe del vissuto: la vita quotidiana, appunto, che è vita di tutti.
La "compagnia" del credente con tutti gli uomini resta però sempre un poco strana, tutta originale. Egli testimonia infatti, sedendo a mensa con tutti, la forza della croce ed una speranza che va oltre ogni umana sapienza.
Egli vive perciò la compagnia nella solitudine della sua esperienza di fede.
Sostiene una speranza che non si rassegna di fronte alle lotte e che non rinuncia alla certezza della vittoria anche quando la morte soffoca ogni sussulto. Grida forte le esigenze della vita, quando nel suo nome viene contrabbandata la morte. E ricorda a tutti che solo riconsegnando la propria vita al Dio della vita, nel riconoscimento della sua signoria definitiva su tutti gli sforzi dell'uomo, è possibile possedere la vita anche oltre la morte.
Nella intensa compagnia con tutti gli uomini, chi vive di fede resta perciò sempre un solitario, perché la sua fede lo costringe al coraggio "della decisione solitaria contro la pubblica opinione; un coraggio solitario analogo a quello dei martiri della prima era cristiana; il coraggio della decisione di fede che trova la propria forza in se stessa e non ha bisogno di essere sostenuta dal pubblico consenso" (K. Rahner).
Vivere di fede è quindi evento di libertà, un gesto che irrompe nel centro più intimo dell'esistenza. Spesso non siamo in grado di oggettivare in modo adeguato questa esperienza. Ma essa resta, come una decisione ultima di coscienza non più applaudita da alcuno, in una speranza illimitata che supera le delusioni della vita e l'impotenza di fronte alla morte.

NEL GREMBO RASSICURANTE DELLA COMUNITA' ECCLESIALE

Un modello di esistenza cristiana come è quello che stiamo elaborando sbilancia innegabilmente l'esperienza credente dalla parte della soggettività: le singole persone diventano i protagonisti della loro decisione di fede, riconsegnati dalla fede stessa ad una responsabilità piena e creativa.
In un tempo di largo pluralismo e con gente tentata di fare della propria soggettività la misura definitiva del reale, questa scelta potrebbe risuonare troppo pericolosa. Se risulta indebitamente allargata, la persona viene abbandonata ad un isolamento mortale e l'esperienza cristiana è svuotata della sua risonanza normativa e progettuale.
Me ne rendo conto chiaramente.
Non posso però rassegnarmi ad accettare il correttivo del compenso, come se ci dovessimo spartire un bottino di guerra, tra difensori dell'oggettività e sostenitori della vita.
Il sostegno alla soggettività, per restituire alla fede la sua risonanza oggettiva e veritativa è dato dalla funzione della comunità ecclesiale e, in essa, dal ruolo del "presbitero", come testimone autorevole di un progetto più grande di ogni nostra conquista, capace di giudicarla nel confronto con esigenze fondamentali.

La comunità: dove la solitudine personale è custodita dalla fede comune

Ho messo l'accento sulla responsabilità personale nella decisione di fede per restituire alla persona quello che modelli di spiritualità troppo oggettivistici le avevano tolto.
Non posso però contrapporre questa riappropriazione alla necessità irrinunciabile di vivere e credere nella comunità.
L'esperienza di fede, come ogni decisione importante e la stessa esistenza nella salvezza, è un fatto strettamente personale. Accogliamo l'invito di Dio o decidiamo un uso suicida della nostra libertà in quello spazio intimissimo e misterioso, in cui ogni uomo è solo davanti a se stesso.
Questa esperienza si realizza però sempre nel sostegno vitale della comunità ecclesiale. Essa garantisce la possibilità di una vita nella fede e rassicura la verità e l'autenticità della personale decisione
Lo dico con un'immagine che abbiamo vissuto come molto espressiva, se ben compresa. La comunità ecclesiale è come il "grembo materno": custodisce una esistenza personalissima e irrepetibile, che "esiste" però solo perché accetta di essere custodita. Come il bimbo che nasce è legato a sua mamma, così ogni decisione nella fede non può mai essere separata dal nostro essere nella comunità ecclesiale.
Ci ritroveremo soli e allo sbando. La comunità è il soggetto credente che ci permette di credere come figli di Dio, nella verità e nell'unità.
Meditando questo rapporto tra persona e comunità, abbiamo scoperto un fatto che ci ha riempito il cuore di gioia.
Spesso la nostra vita non è proprio come dovrebbe essere. Cerchiamo impegno e coerenza e ci ritroviamo a fare i conti con i nostri tradimenti.
Nessuno però ci può strappare dall'amore alla nostra comunità. Sentiamo che ci protegge e ci sostiene. Esiste una identificazione affettiva intensa, che si svolge prima dei gesti che compiamo e l'investe più nel profondo.
In questo modo si instaura un rapporto tra credenti e comunità ecclesiale che garantisce il corretto sviluppo del processo di iniziazione cristiana, anche se per il momento non tutto è ancora perfetto. Ci sentiamo dentro la comunità, accolti e protetti dal suo grembo materno. Forse non conosciamo ancora tutti i contenuti dell'esistenza cristiana che la comunità propone. Forse siamo attraversati da dubbi e incertezze. Anche la traduzione dell'esperienza di fede in esperienza etica soffre di troppi tradimenti.
Resta però il dato fondamentale: viviamo dentro la comunità.
All'interno della comunità la nostra debole fede si consolida: la vita cristiana cresce progressivamente e gradualmente, in conoscenza e in coerenza.
La comunità ecclesiale custodisce la fede dei figli che ha generato alla vita nuova, la vivifica, la rigenera.

Il "presbitero": l'autorità al servizio della vita nella comunità

Per gente come noi, che vuole tutto toccare con mano, queste riflessioni sono ancora troppo generiche.
Spesso, purtroppo, quando parliamo di comunità ecclesiale, lo facciamo con un pizzico di nostalgia. Ci chiediamo: dove esistono queste comunità, di cui si parla così bene? Le comunità che conosciamo - lo confessiamo a malincuore - sono spesso molto diverse dal "grembo materno" che custodisce e rigenera la nostra debole fede.
Ad essere sinceri e con un po' di realismo in più, si potrebbero esprimere valutazioni meno rassegnate...
C'è però una cosa da non dimenticare: la comunità prende il volto preciso e quotidiano di una persona, il "presbitero".
Lo chiamo così, con un nome che ci riporta ai primi passi della vita della Chiesa, perché è "l'uomo saggio", che sa ricavare dal suo tesoro prospettive nuove e indicazioni antiche (Mt 13, 52).
"Presbitero" è il vescovo nella sua diocesi; il sacerdote nella sua comunità, l'animatore nel suo gruppo. I titoli e le responsabilità sono diverse, ma lo stile e la ragione è la stessa.
Questi fratelli portano sulla loro persona il peso di testimoni autorevoli e qualificati dell'evangelo. Ci aiutano a leggerlo, comprenderlo, viverlo nella verità.
In questo servizio il "presbitero" esercita un ministero che richiede molta autorevolezza. Deve "giustificare" alla nostra presuntuosa e saccente autonomia che è sensato, importante e urgente "vivere nella fede" e viverci nelle strutture normative della comunità ecclesiale.
La forza dimostrativa che fonda l'esperienza di fede non sta nella fredda congruenza tra soggetto e predicato, come quando si dimostra un teorema matematico o una formula chimica. La forza dimostrativa sta nella esperienza di questo testimone. Egli è la prova di quello che dice. Non convince su ragionamenti; convince sulla sua vita.
Egli è impegnato a produrre vita attorno a sé, per dare voce autorevole al Signore della vita. Sa che la vita è come un piccolo seme, capace di crescere progressivamente per la forza che si porta dentro, quando sono rispettate e protette le condizioni che g i permettono di esprimersi. Per questo, lui che sta dalla parte della vita, non si sente mai "padrone" del processo. Egli è invece "servitore inutile": inutile, perché la vita si apre di forza propria, nell'esplosione di vita che è la croce del Signore Gesù; ma servitore indispensabile, perché responsabile e garante delle condizioni che permettono alla vita di esplodere in pienezza e nella verità.
Non ha nulla da insegnare agli altri. Ha però una grande esperienza da comunicare, di cui tutti hanno il diritto di chiedergli ragione.
E' il testimone ecclesiale, autorevole e indispensabile, di una grande storia di vita, che continua a raccontare per aiutare tutti a vivere.
Spesso è costretto a restare "solo" nella difesa della vita e della pretesa inquietante che essa si porta dentro.
Lo fa con il gioioso entusiasmo di chi ha già sperimentato in prima persona quello che narra.
E lo fa con speranza operosa, perché sa che la forza della vita, che è la forza del suo Signore, è più grande di ogni debolezza.

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