Esperienza della parrocchia di Mirano - Venezia

a cura di Giancarlo De Nicolò

(NPG 1987-03-32)


La zona è nel Basso Veneto, di cattolicesimo antico e di problemi nuovi. Area di tradizione agricola con nuove impiantazioni di piccole-medie fabbriche. Almeno all'apparenza, risolti i problemi di adattamento e di integrazione. Resta il fatto di una socializzazione religiosa che mal riesce ad assorbire l'impatto con stili di vita più improntati alla modernità, alle promesse nuove che il benessere ha portato pressoché a tutti.
Una parrocchia che non ci sta a pensare un problema «esclusivamente suo» la catechesi dei ragazzi e dei giovani, che non ci sta a vedere la fuga dopo la cresima, «l'abbandono religioso» da parte della comunità nei confronti dei ragazzi.

Una storia che parte da lontano

Come in tante esperienze «nuove», la storia parte da lontano e con un don che lavora giovane prete coi ragazzi e giovani dell'AC. Don Gianni ci tiene a raccontare gli antefatti, perché idea e metodo sono partiti da lì, non necessariamente da scoperte o intuizioni, ma da sbagli o abbagli.
Erano i tempi della riformulazione dello Statuto dell'AC, alla fine degli anni Sessanta: il poco spazio offerto ai singoli gruppi per via del programma, obiettivi, metodo già stabiliti in modo abbastanza rigido, facevano sentire l'esigenza di qualcosa di nuovo, di più spazio all'inventiva delle persone, pur restando sempre attorno alle scelte fondamentali dell'approfondimento nella fede, dell'appartenenza ecclesiale e del servizio. Ma in una prospettiva, per così dire, rovesciata: l'approfondimento della fede a partire da scelte di servizio. E per le scelte di servizio rivolte per lo più ai giovani «grandi» era necessario partire da una forte esperienza di gruppo e di animazione di gruppo. Il motivo del gruppo non era la catechesi, ma perché era il luogo più tipico di attenzione ai giovani, dell'accoglienza seria delle loro domande.
Il campeggio estivo poi era il momento culminante in cui si ricucivano e si integravano magari si riequilibravano i momenti diversi, le esperienze diverse.
Ma il punctum dolens era la mancanza di continuità, probabilmente perché mancava la figura dell'adulto, degli adulti, a fare da tessuto connettivo all'interno della zona e tra le varie fasce di età dei giovani e tra i giovani.
Con questo bagaglio di idee, di intuizioni, vi è il trasferimento a Mirano, in una situazione abbastanza difficile perché sembra non esistano gruppi organizzati di giovani nella parrocchia, perché la catechesi domenicale riesce a raggiungere una minima parte di ragazzi, perché i catechisti si sentono impreparati.
Ma vi è un ambiente, ora, in cui si può tentare di sperimentare, di concretizzare le idee, di verificarle alla luce dell'impatto col duro della realtà.
Il primo passo è quello di preparare i catechisti, con corsi appositi che puntino non solo alla preparazione «tecnica», ma che diano anche possibilità di una loro personale progressione nel cammino di fede. Il secondo passo è quello di puntare, per i ragazzi dopo le medie, quando ormai «ufficialmente» sentono terminato l'impegno della catechesi, sull'attività di gruppo in stile di animazione. L'offerta di una vita di gruppo, al di là di ogni intento catechistico o funzionale all'uso parrocchiale, ma proprio come luogo di incontro per adolescenti-giovani, è stato sentito come una grossa novità, come una grossa possibilità. Molto utile è stato, per imparare a stare insieme, un corso di dinamica di gruppo: si è cominciato a capire che stare in gruppo vuol dire imparare ad ascoltare, a dialogare, ad assumersi dei ruoli, riconoscere la presenza di varie figure, iniziare un nuovo tipo di rapporto con gli adulti presenti nel gruppo. Questa è stata un'esperienza notevole, che ha coinvolto fino a 300 persone.
Ovviamente le tematiche affrontate sono state, per i singoli gruppi divisi per anni scolastici, l'offerta di un cammino di fede, e la proposta di un servizio (di catechesi o nei gruppi) per i diciottenni e oltre. Ma l'impressione è quella di una certa improvvisazione, di una serie di attività scollegate, senza un quadro unitario. L'esigenza di una verifica e di un rilancio, agli inizi degli anni Ottanta, porta il consiglio pastorale a ripensare l'offerta pastorale, le sue precomprensioni, gli obiettivi e la metodologia.

UN PROGRAMMA PASTORALE Dl TUTTA LA PARROCCHIA

«La comunità che viva la sua storia con fede, sentendo la presenza gioiosa di Dio e la sua provvidenza, si impegna a vivere con i giovani un cammino di fede».
L'esigenza sentita, dopo i tentativi e le esperienze fino ad allora vissute, è quella di una programmazione globale della pastorale parrocchiale che offrisse alle diverse età la possibilità di un cammino e approfondimento di fede.
Le idee-base del programma sono state così enucleate:
- tutta la comunità parrocchiale è soggetto della pastorale. Questo implica il rifiuto di iniziative spontaneistiche o legate a questa o quell'associazione, in favore di un'esperienza complessiva che coinvolge tutti gli «operatori»;
- a tutti, all'interno della comunità, viene offerta la possibilità di un cammino. Viene così superata qualsiasi differenziazione o schematismo, nell'ottica di un collegamento tra le varie esperienze presenti;
- l'esperienza di gruppo è il fulcro, almeno per l'adolescenza e giovinezza, di tutto il cammino.
Il «documento base» prospetta l'itinerario metodologico dell'esperienza di gruppo lungo le linee dell'accoglienza incondizionata delle domande e dell'esperienza di ognuno, dell'autenticazione e approfondimento delle domande fino al punto in cui la proposta diventa significativa, della realizzazione di esperienze religiose dentro la vita, dell'abilitazione a atteggiamenti di fede e a uno stile rinnovato di esistenza. Più concretamente, la pratica di vita di gruppo viene intesa come pre-evangelizzazione, come approfondimento di valori umani, espressione concreta e terreno di evangelizzazione cristiana;
- la finalità del cammino intrapreso è triplice: un approfondimento catechistico essenziale (Dio come Padre accogliente, Cristo dono dello Spirito che dà senso nuovo alla vita, la vocazione cristiana), la scoperta della celebrazione ecclesiale come luogo di interpretazione dei «segni», il servizio come modo autonomo e responsabile di vivere la vocazione.
Le grosse aree di offerta da parte di tutta la comunità parrocchiale sono essenzialmente tre: il servizio di catechesi sacramentale, l'animazione dei gruppi di adolescenti, l'apertura al territorio: in realtà, tutto può essere considerato come «catechesi permanente».

Dal programma alle strategie concrete

Il primo passo è dunque la catechesi parrocchiale, che praticamente coinvolge, dalla seconda elementare alla terza media, tutti i bambini e ragazzi della parrocchia: essa è collegata, come avviene ormai dappertutto, ai sacramenti della Comunione e della Confermazione; ma cerca di essere globale nel senso che si aprono anche dimensioni liturgiche, caritative, missionarie.
Al termine di questo cammino, l'esperienza della diaspora sembra l'esperienza più tipica in ogni zona pastorale: cade infatti la spinta alla partecipazione suscitata dallo «spauracchio-sacramento», una certa imposizione delle famiglie, e cresce la voglia di «nuovo» che sembrava negata dal modo a volte impositivo del catechismo.
Questo particolare momento che vivono i ragazzi è un «segno»: probabilmente il segno di un passaggio ad una nuova fase di vita, di concezione di sé, di intendere la fede e la socializzazione religiosa. Per questo non viene ritenuto opportuno, come si fa presso alcune comunità parrocchiali, iniziare un nuovo cammino di catechesi verso un «momento forte» come la comunione solenne, quasi un protrarre nel tempo la situazione «d'obbligo» legata ai sacramenti dell'iniziazione.
La nuova proposta è il gruppo. una proposta che fa leva sulla naturale sete d'amicizia e di socialità che caratterizza i ragazzi, propone un cammino non legato alla struttura scolastica come è inteso per lo più il catechismo, tende a rendere i ragazzi corresponsabili nella loro crescita personale, relazionale e di fede.
In genere si parte in questa avventura proprio con «l'avventura» di un campeggio di quattro giorni in montagna: l'esperienza del contatto con la natura, di vicinanza continua dei ragazzi fra di loro, l'allegria e l'approfondimento delle amicizie, la spontaneità e la voglia delle discussioni, fanno comprendere che l'esperienza del gruppo è una cosa seria e bella, ed è un forte slancio per continuare una volta tornati «a valle».
Vi sono così, per gli allievi della scuola secondaria superiore, una quindicina di gruppi che coinvolgono quasi trecento adolescenti. Vi è una specie di programmazione di massima per il lavoro dei gruppi, effettuata dagli animatori e, per i più grandi, dal Gruppo di Coordinamento della Pastorale Giovanile (un organismo che raccoglie animatori, rappresentanti dei giovani e altri responsabili adulti); tuttavia tematiche e attività per i gruppi vengono adattati o «inventati» volta per volta a seconda delle esigenze o di particolari momenti vissuti. Il metodo non è fare catechesi col «catechismo», ma inserire l'annuncio e la proposta all'interno dell'esperienza vissuta dagli adolescenti.
Globalmente, comunque, gli obiettivi dei gruppi delle prime due classi sono di creare amicizia e di scoprire il gruppo come luogo privilegiato di esperienza (e di discussione sui problemi tipici: famiglia, scuola, affettività); per terza e quarta si privilegiano i contenuti della fede, legati al cammino esperienziale del gruppo; in quinta si chiede di giungere a una scelta di impegno e di servizio.
Quella del servizio è la terza strategia concreta.
Da notare che l'esigenza di servizio, di apertura al territorio viene dopo, come approfondimento della fede, e non nasce propriamente dalla lettura dei bisogni del territorio: è la parola di Dio accolta e meditata che provoca, spinge all'impegno, all'opera di carità e giustizia.
Il servizio allora viene inteso sia come bisogno di concretizzare la fede, sia come ricerca della propria vocazione.
Fino a qualche anno fa il servizio veniva indirizzato prevalentemente «all'interno»: il servizio della catechesi ai più piccoli e dell'animazione nei gruppi; ma ultimamente è stato «provocato» verso una maggior apertura nel sociale, e vi sono servizi di adulti e giovani insieme nei confronti degli handicappati, di volontariato, servizio civile e obiezione di coscienza.

Le iniziative lungo l'anno

Durante una «giornata giovanile» organizzata per tutti i ragazzi e giovani della parrocchia, era stato distribuito un questionario per valutare esigenze e bisogni, in modo da avere davanti un ampio ventaglio di possibili iniziative. I risultati sono stati alla base delle proposte articolate lungo l'anno. Essenzialmente sono:
- veglie di preghiera aperte a tutta la comunità e organizzate almeno mensilmente, in occasione di particolari feste; e «miniveglie» settimanali animate a rotazione dai vari gruppi;
- incontri di spiritualità anche di più giorni, come momenti forti per i giovani, su temi fondamentali della fede
- celebrazioni comunitarie della Riconciliazione, soprattutto in avvento e quaresima;
- animazione delle messe domenicali e attività di «ascolto» della Parola (ad esempio, studi sui profeti, sui vangeli...); --giornate giovanili. Queste ultime sono incontri periodici dei gruppi (in media uno ogni due-tre mesi) con lo scopo di raggiungere uno scambio di esperienze che superi il confine imposto dal gruppo di appartenenza. Se destinate ai ragazzi dei primi due anni delle superiori, viene maggiormente privilegiato il momento di incontro e di gioco; ai giovani più grandi vengono invece proposti temi più impegnativi e con diversa metodologia. Nel corso di un anno sono stati «offerti» i seguenti temi: quale incontro con Cristo?, il compito dell'annuncio, esperienza di Dio, come giovani nella comunità parrocchiale, una comunità di giovani accanto ad altri giovani. Al termine dell'anno un incontro comune raccoglie e riassume il lavoro di tutti, all'interno di una celebrazione eucaristica;
- momenti ricreativi sia inventati sia legati alle tradizioni del posto (castagnate, vendemmiate, gite sulla neve, capodanno, carnevale...);
- campi estivi: da giugno a settembre, ogni gruppo per 56 giorni vive un momento forte di vita comune, come ricapitolazione e celebrazione dell'anno tra scorso, come evidenziazione di nuovi cammini, come esperienza per rilanciare la vita di gruppo.

I PROBLEMI SOLLECITANO NUOVE SOLUZIONI

Un programma, per quanto elaborato e condiviso, non può prevedere gli intoppi, le difficoltà che via via emergono; e d'altra parte se non comporta una certa elasticità non risponde alle esigenze di novità e creatività che sono decisive, soprattutto quando si ha a che fare con i giovani.
I problemi sorti durante la «vita» dei gruppi hanno così trovato soluzioni, o almeno tentativi; altri sono rimasti tuttora irrisolti.
Il primo ovvio problema è stato la formazione degli animatori. Fino a quando la parrocchia è interessata unicamente alla catechesi sacramentale, ci si può fidare della preparazione di base dei catechisti, che accumulano esperienza nel tempo, magari con estemporanei aiuti di nuove tecniche (facilmente apprendibili) o di qualche lezioncina supplementare. Quando si ha a che fare con gruppi non più «riuniti» dalla lezione di catechismo, allora «l'adulto responsabile» si sente a disagio, non preparato, e magari cerca di nascondersi, di camuffarsi o dietro posizioni autoritarie o tali da fargli dimenticare il proprio ruolo.
Il problema è stato risolto con una serie di corsi annuali di formazione, con la partecipazione a convegni e seminari, con la diffusione di riviste specializzate. Emerge qui la figura dell'animatore degli animatori, di colui cioè (il prete) che «fiuta» in giro le proposte interessanti, legge in anticipo le riviste, magari le presenta e le fa studiare, inventa strade di specializzazione.
Non saranno certamente i corsi di formazione che prepareranno animatori perfetti, ideali; ma attorno a questo sforzo di formazione si avverte si giocherà gran parte della vitalità educativa dei gruppi.
Quanto mai utile, proprio perché una parrocchia non ha di per sé le forze per organizzare da sola i propri corsi, il collegamento con le strutture diocesane associazionistiche.

Una struttura interna di collegamento

L'esigenza di un gruppo di coordina mento è avvertita quando si cerca di dare unità e sostegno al lavoro dei singoli gruppi. Anche se il rifiuto di ulteriori strutture burocratico-pastorali è sempre stato forte, si sentiva il bisogno di un collegamento di informazioni, di organizzazione comune delle iniziative (visto che molte volte le attività dei gruppi vengono a intersecarsi), e nello stesso tempo anche dell'indicazione di grosse linee di tendenza del cammino parrocchiale. Il «gruppo di coordinamento della pastorale giovanile» è diventato così una delle intuizioni più felici e più accettate, dal momento che raccoglie non soltanto gli animatori, ma anche due rappresentanti «di base» per ogni singolo gruppo dopo la terza superiore. Uno dei primi compiti di questo «organismo» è stato uno studio più approfondito della situazione giovanile (e ha prodotto, ad esempio, quel questionario che è servito per conoscere qualcosa in più degli interessi giovanili, e per far capire agli stessi ragazzi che la realtà del gruppo e della comunità parrocchiale esisteva come «offerta» per loro).
Avviene così che si stabiliscono obiettivi comuni, iniziative comuni, ma il cammino di gruppo rimane proprio e autonomo.
La struttura di coordinamento permette inoltre un certo lavoro di collegamento con i vari centri diocesani e delle singole associazioni: questo ha portato ad un allargamento di prospettive della comunità parrocchiale e dei singoli gruppi, verso la realtà della diocesi, e quindi di tutte le parrocchie. L'esperienza più interessante è stata quella del «meeting», come tentativo di superamento dell'indifferenza reciproca che regna tra attività delle varie parrocchie e dei singoli movimenti nella diocesi. I temi scelti nei due anni di esperienze (la comunità cristiana; come collaborare con l'opera di Cristo oggi?) permettono di allargare l'idea di vocazione e di servizio, e nello stesso tempo di «scoprire sul campo» nuove aperture, nuove possibilità.

La dimensione del servizio

Il pericolo della chiusura è sempre in agguato, non tanto per quello che riguarda l'incontro con altri gruppi o realtà fuori della parrocchia (a questo ci sono le giornate giovanili, i meeting, o anche gli incontri extradiocesani come a Taizé o a Roma), quanto piuttosto all'interno del gruppo o nello sbocco offerto al gruppo stesso: il pericolo di un circolo vizioso di far gruppo per creare animatori per fare altri gruppi, e così... all'infinito!
Si sono allora individuate nuove possibilità, nella dimensione del servizio, in almeno quattro aree.
La prima continua a essere quella ecclesiale: oltre al servizio di catechesi e di animazione del gruppo, vengono offerte possibilità, come l'animazione del Patronato, di liturgie e veglie di preghiera.
Poi l'area del volontariato, sia come servizio civile per i ragazzi che hanno scelto l'obiezione di coscienza, sia come anno di volontariato sociale per le ragazze, sia come attività offerte ai gruppi o ai singoli per l'assistenza di persone anziane o disabili.
Strettamente connesso è l'impegno nel sociale. Si tratta di un impegno che non cerca solo di venire incontro ai disagi sofferti dalle persone in stato di bisogno, ma che interviene sulle cause che creano emarginazione e disagio. E questa è un'opera che non butta unicamente nella direzione dell'impegno politico-amministrativo, ma inizia con la capacità critica di leggere la realtà, i bisogni, e interpreta le cause, magari individua soluzioni.
Infine, l'attenzione ai lontani. Intanto, si cerca di non far diventare «lontani» quelli che escono alla fine delle secondarie superiori dall'esperienza di gruppo: si pensa a centri di interesse attorno a cui aggregare i giovani, e nello stesso tempo a favorirne l'aggancio con la comunità più vasta, per iniziare così il periodo «adulto» della loro vita di fede.
E poi, si tratta anche di avvicinare quelli che non si è riusciti a raggiungere con la proposta del gruppo. Vi è dunque la necessità di luoghi «diversi», che possono essere il Patronato, lo stesso ambiente scolastico o luoghi non ecclesiali. Ovviamente non si tratta solo di individuare luoghi, ma strategie di avvicinamento, di interessamento e contenuti. Ma intanto si avverte che l'esigenza di entrare in contatto è prioritaria, come è prioritaria la relazione sul contenuto.
Il momento del «servizio» sembra vivere una stagione particolarmente felice, sia per la varietà di persone che di attività. Si sente tuttavia altrettanto importante che questa diventi una pratica di vita quotidiana, che il servizio «quotidiano» (non come la buona azione quotidiana, ma come atteggiamento normale di vita) diventi dimensione portante del vivere cristiano. Lungo queste direttive si muovono i nuovi progetti d'insieme.

Per una parrocchia non «parrocodipendente»

Il prete che ha iniziato questo cammino è andato via. Ma è rimasto il senso di una comunità parrocchiale che progetta e agisce. Il coinvolgimento delle famiglie e degli adulti permette di intravvedere una nuova responsabilità di insieme, e nuovi campi che vengono coinvolti di esperienza del ragazzo (famiglia, scuola, lavoro, tempo libero..).
Così non si corre il rischio che ogni cosa nella parrocchia dipenda dagli umori o dalle iniziative personali del prete che arriva; cresce la responsabilità e maturità degli animatori e nello stesso tempo un nuovo modo di concepire il rapporto dei giovani con l'istituzione. Come dice Laura, una delle prime a «crederci»: «Lo spazio di responsabilità, il lavoro in équipe, la possibilità di aggiornamenti, l'esperienza di amicizia e di fatica nel lavoro hanno dato una risposta ai miei problemi di giovane. Ma anche hanno risvegliato la mia fede».