Il gruppo come luogo di comunicazione educativa

Inserito in NPG annata 1987.


Animare un gruppo /1

Mario Pollo

(NPG 1987-01-48)


Il gruppo umano, comunemente chiamato gruppo primario o piccolo gruppo, è soggetto ad una incredibile varietà di interpretazioni nell'ambito delle varie discipline scientifiche che lo studiano. Si va da interpretazioni psico-analitiche, che vedono in esso la bocca divorante di presunti incubi infantili, ad altre di tipo meccanicistico che lo assimilano ad una sorta di meccanismo omeostatico.
Il piccolo gruppo sembra essere come l'albergo spagnolo di un vecchio proverbio, che, come è noto, è quell'albergo in cui uno ci trova dentro quello che ci porta.
Al di là delle battute resta comunque il fatto che il piccolo gruppo è una realtà sociale complessa e che, quindi, si presta a varie letture e interpretazioni che riflettono, in ogni caso, il particolare punto di vista di chi le effettua.
Ora questa molteplicità di interpretazioni testimonia dell'impossibilità di comprendere il gruppo attraverso un'unica interpretazione o un'unica chiave di lettura.
È perciò saggio rinunciare alla pretesa di una comprensione totale del gruppo per limitarsi ad una parziale, fors'anche arbitraria, comprensione ma che consente di evidenziare gli aspetti inerenti lo scopo specifico dei membri del gruppo e del suo conduttore o animatore.

IL GRUPPO A PARTIRE DALL'ANIMAZIONE CULTURALE

Il punto di vista parziale da cui questa riflessione muove è quello dell'animazione culturale e dei suoi obiettivi educativi, finalizzati alla costruzione di una realtà di gruppo che consenta la crescita di un uomo globale che vive la propria autocoscienza non solo nel segno della libertà e dell'autonomia, ma anche nel segno dell'amore.
Questa riflessione non vuole, perciò, offrire una sintesi del sapere scientifico intorno al gruppo ma, molto più semplicemente, l'interpretazione che di esso offre la teoria e metodo educativo dell'animazione culturale.
Una lettura che, ovviamente, si avvarrà di quelle fatte dalle varie scuole psicologiche e sociologiche e dei risultati dell'uso terapeutico del gruppo.

Concezione di uomo e concezione di gruppo

Accanto a questi contributi classici saranno proposte delle riflessioni che derivano da altri campi del sapere sociale e, cioè, dall'antropologia, dalla semiotica della cultura e, in generale, dalle teorie dei sistemi e della comunicazione umana. Questo perché assumere il punto di vista dell'animazione culturale significa anche assumere una concezione particolare dell'uomo, considerato sia nella sua solitudine di soggetto individuale, sia nella compagnia di soggetto parte solidale di una società e di una cultura.
Questa precisazione è importante perché l'interpretazione del gruppo dipende anche dalla visione dell'uomo da cui muove chi la effettua.
Ci sono enormi differenze nella concezione del gruppo tra chi, ad esempio, pensa ad un uomo totalmente determinato dalla sua storia individuale psicologica e biologica e chi lo vede esclusivamente come una semplice parte, un riflesso del sistema sociale a cui appartiene.
Ci sono altrettante, se non maggiori, differenze poi tra chi concepisce le relazioni interpersonali in chiave di solidarietà e chi le teme come spazio di tensione, di conflitto e, alla fine, di distruttività. La visione del gruppo in conseguenza di queste differenze si modifica profondamente e incide direttamente sui metodi di lavoro che devono potenziarne le capacità terapeutiche o formative.
Quanto detto richiede che, a questo punto, si passi a descrivere più da vicino la concezione di uomo alla base dell'animazione culturale e quindi alla base della concezione di gruppo. Allo stesso modo, dovrei chiarire quali sono gli obiettivi e il metodo dell'animazione culturale con questi giovani.
Per motivi di spazio, non è possibile. Rimando alla trattazione che ne ho già fatto sulle pagine della rivista e soprattutto nel mio libro L'animazione culturale. Una proposta educativa (LDC 1986).
Nonostante i numerosi debiti con vari autori di testi di dinamica di gruppo, di terapia di gruppo e di analisi di gruppo, il taglio di questo contributo, giocato sulle categorie offerte dallo studio della comunicazione umana, è originale. Spero perciò che esso possa offrire qualche piccola novità anche al lettore più documentato.
L'articolo così come è strutturato è fruibile anche da persone che non abbiano alcuna particolare competenza di dinamica di gruppo.

Perché il gruppo primario è un luogo educativo

Dietro le affermazioni fatte finora sta una scelta che ancora non è stata giustificata e a cui dedico questo primo intervento della mia riflessione sull'animazione del gruppo primario: perché si sceglie il gruppo come luogo educativo?
L'affermazione che il gruppo rappresenta il luogo educativo privilegiato rischia di produrre nell'ascoltatore un effetto simile a quello provato da un personaggio di Molière quando un bel giorno scoprì che «sono più di quarant'anni che faccio prosa senza saperlo».
Infatti l'esperienza del gruppo, come quella del parlare e dello scrivere «in prosa», appartiene alla vita quotidiana di ogni persona umana. Non esiste alcuna esperienza di vita sociale che non contenga al proprio interno una qualche esperienza di piccolo gruppo.
C'è da domandarsi perché questa esperienza comune, naturale, venga sovraccaricata di tali valenze al punto di divenire una delle scelte fondanti dell'animazione.
La risposta a questo interrogativo è meno banale di quanto si potrebbe pensare e si basa fondamentalmente su tre osservazioni.
La prima osservazione riguarda la funzione che di fatto, nell'attuale momento culturale, svolgono i gruppi primari all'interno della condizione giovanile e, più in generale, della società.
La seconda osservazione, di taglio psicoanalitico, riguarda la funzione che il gruppo svolge nel soddisfacimento di alcuni bisogni primari dell'uomo.
La terza osservazione individua nella «presa di coscienza» il dinamismo fondamentale che il gruppo attiva per la crescita delle persone.
Il perché si privilegi nell'animazione il piccolo gruppo o gruppo primario, invece della pedagogia dell'a-tu-per-tu o quella del consenso di massa, nasce dalla convergenza delle tre osservazioni.
Vediamole una per una.

LA FUNZIONE DEL GRUPPO NELL'ATTUALE CONDIZIONE GIOVANILE

Quasi tutte le indagini intorno alla condizione giovanile contemporanea mettono in luce il fenomeno della frammentazione dell'esperienza sociale e culturale dei giovani. Frammentazione che si esprime nella difficoltà, da parte di una gran parte dei giovani, di dare un senso unitario, una struttura coerente di significazione ai vari episodi che intessono la loro esperienza. La frammentazione si esprime anche nella difficoltà che i giovani manifestano nel vivere in modo significativo la loro partecipazione alla vita del cosiddetto sistema sociale.
Il fenomeno, che peraltro interessa anche gli adulti, ha fatto si che i giovani tendessero a restringere l'orizzonte della loro esperienza all'interno di quella dimensione sociale costituita dai mondi vitali. E cioè di quelle trame di relazioni interpersonali caratterizzate dall'amicizia, dalla familiarità e da quella quotidiana condivisione diretta delle esperienze di lavoro, di studio e di vita in genere, che crea una elevata comprensione reciproca.

Nuovo valore sociale

Questo fenomeno detto da alcuni «ritorno al privato» e da altri «riscoperta della soggettività», ha dato un nuovo valore alla dimensione sociale costituita dal gruppo primario, che è uno degli elementi costitutivi di ogni trama di relazioni che forma un mondo vitale.
I giovani, infatti, scoprono nel gruppo un luogo in cui è possibile in qualche modo, a volte esso stesso frammentario, ricostruire una unità della loro esperienza e fondare nello stesso tempo il processo di definizione della loro identità.
Il gruppo da questo punto di vista rappresenta oggi il luogo dell'esperienza sociale del giovane. È naturale, perciò, pensare che da esso debba partire qualsiasi azione educativa che voglia accogliere il mondo del giovane, anche per modificarlo:
Nessuna ricostruzione di una identità e di un senso non frammentati, nessuna transazione tra mondo vitale e sistema sociale potrà avvenire se non si è in grado di accogliere quel frammento di esperienza unitaria del mondo che è contenuto in un gruppo giovanile o non. La stessa appartenenza al sistema sociale si gioca oggi attraverso categorie e modi assai diversi rispetto al passato, anche recente. Modi, ad esempio, che non presuppongono la rinuncia alla soggettività ma, casomai, propongono una sua diversa valorizzazione.
Il gruppo, in conclusione, prima di ogni altra cosa è una risposta educativa che non rifiuta, ma accoglie la realtà della condizione giovanile, la frammentazione e la nuova soggettività, e consente di innestare in essa quel processo, lungo e difficile, che permette ad ogni uomo di maturare la propria personalità più profonda e nello stesso tempo di essere un soggetto attivo e capace della vita di gruppo e di sistema sociale.
Accogliere la propensione naturale del giovane a vivere nel proprio gruppo la sua socialità e la sua identità culturale non è, da un punto di vista educativo, da considerarsi come una sorta di diminuzione. Al contrario è da valutare come il presentarsi gratuito di una felice opportunità.

IL GRUPPO COME RISPOSTA AD ALCUNI BISOGNI PRIMARI UMANI

Secondo una suggestiva ipotesi, la comunicazione, oltre a svolgere la funzione di scambio sociale fondamentale, ha il compito di confermare ogni individuo come esistente. Infatti nel faticoso cammino di separazione dell'uomo come individuo dalla totalità del mondo, attraverso la quale conquista la coscienza di sé come unico, separato e distinto, la comunicazione gioca un ruolo fondamentale.

I bisogni alla base del gruppo

La coscienza si basa sulla percezione di se stessi come esistenti nel mondo e della differenza e somiglianza con gli altri uomini. Sia la conferma di sé come esistente, sia la comprensione della propria differenza avviene grazie alla comunicazione che la persona stabilisce con se stessa, gli altri e la natura. La comunicazione disegna l'identità dell'individuo e lo conferma come esistente. Quando l'uomo comunica è come se ogni volta domandasse: «Io esisto? E se è vero che esisto, io sono proprio io, così come mi vedo?».
Così se qualcuno mi chiede: «che ore sono?», oltre a chiedermi l'ora, di fatto mi domanda se esiste, se è proprio lui. Per questo se io gli rispondo gentilmente: «sono le 16», gli dirò oltre all'ora anche che lui esiste e che io l'accetto così come egli è. Se invece io gli rispondo in modo sgarbato: «comprati un orologio!», gli confermo ugualmente che lui esiste ma, nello stesso tempo, gli dirò anche che lui non è proprio come si vede e che comunque io non lo accetto. Anzi lo rifiuto.
Infine se a fronte della sua domanda io faccio finta di niente e non gli rispondo, ignorandolo, di fatto tendo a negare radicalmente la sua esistenza.
Da questo breve esempio e dall'assunto che ha a monte si vede come la comunicazione abbia nella vita umana un ruolo che va ben oltre quello puramente utilitaristico.
Accanto al bisogno di identità e di conferma di esistenza ve ne sono altri due parimenti fondamentali: quello di approvazione e quello di certezza, ai quali la comunicazione, ed in questo caso la comunicazione di gruppo, dà risposta.
Perché l'uomo possa vivere con una certa fiducia in sé, una certa sicurezza, è necessario che si senta accettato ed approvato dalle altre persone e dai gruppi sociali con e nei quali vive. Gli individui più forti si accontentano di essere approvati da poche persone che loro ritengono significative.
Quelle più deboli hanno invece bisogno di essere approvate da tutti. Come si è già intravisto prima, l'approvazione di se stessi la si ottiene non tanto dal contenuto di una risposta ad una domanda specifica, quando dal modo con cui gli altri si relazionano con noi all'interno della comunicazione.
La stessa modalità viene seguita per la risposta al bisogno di certezza che ogni persona si porta dentro. Se è vero che ogni persona deve sentirsi esistente ed approvata per vivere con un minimo di equilibrio e di sicurezza, è altrettanto vero che essa deve sentirsi rassicurata che le opinioni, le credenze, i valori e le informazioni che possiede sono vere e, quindi, condivise dagli altri membri del gruppo.
La trama di relazioni che il gruppo sviluppa, prima che servire al raggiungimento dello scopo del gruppo stesso, serve a dare una risposta a questi bisogni fondamentali dei suoi membri.
È necessario tenere presente questa realtà per comprendere il perché taluni tipi particolari di comunicazione influenzano più di altri il comportamento dei membri del gruppo.

La istituzionalizzazione della trama delle relazioni

Nel momento in cui risponde a questi bisogni umani fondamentali, la vita di gruppo, realizzando un ambiente rassicurante, pone le premesse necessarie ad ogni ulteriore evoluzione del gruppo e dei singoli che lo formano.
Tuttavia, perché la vita di gruppo divenga fonte di garanzia e sicurezza, è necessario che la trama delle relazioni tra le persone si istituzionalizzi. Ciò significa che la comunicazione deve svolgersi secondo modalità che consentano, seppur parzialmente, ai membri del gruppo di controllarne gli effetti.
Se la comunicazione in generale garantisce i bisogni di identità, di conferma di sé e di certezza, la comunicazione istituzionalizzata consente ai comunicanti di essere indenni da alcune esperienze di angoscia.
Questo fatto è ben illustrato da una favola di Schopenhauer, ripresa a suo tempo da Freud. La favola narra che, in una notte buia e fredda, dei porcospini scoprono che avvicinandosi hanno meno freddo. Si avvicinano sempre di più, ma, ahimè, sono porcospini e finisce che si pungono reciprocamente. Spaventati si ritraggono. Quando sono lontani rimpiangono però il calore perduto ma nel contempo temono di pungersi. Dopo un po', vinta la paura, si riavvicinano ma si ripungono. Vanno avanti in questo modo per un bel po', sino a quando non scoprono una distanza che consente loro di scambiarsi reciprocamente il calore senza pungersi. La distanza a cui i porcospini si attestano alla fine, altro non è che la metafora dell'istituzione. Le istituzioni umane infatti regolano i rapporti in modo che le persone possano cooperare senza essere soggetti alla minaccia dell'altro, al timore, cioè, che gli altri possano divenire una violazione della propria integrità fisica e spirituale. In termini psicoanalitici si potrebbe dire che in questa favola sono rappresentate le due angosce primarie della psiche umana: l'angoscia persecutiva e l'angoscia depressiva. La prima rappresenta la paura dell'altro vissuto come oggetto cattivo (gli aculei del porcospino). La seconda è la paura di perdere l'altro inteso come oggetto buono (il calore).
Ora l'istituzione garantisce un tipo di relazione che consente di cooperare senza che le persone vivano l'esperienza di queste due forme di angoscia.
Per sottrarsi all'esperienza, sempre in agguato, di angoscia, i gruppi umani non patologici codificano, regolano la comunicazione e, quindi, le relazioni tra i membri secondo dei particolari modelli. I membri del gruppo accettano queste regole costringenti, perché sanno, almeno inconsciamente, che in cambio di una limitazione essi potranno sperimentare il caldo degli altri porcospini.
L'esigenza di stabilità relazionale nei gruppi fa sì che la comunicazione eserciti delle influenze piuttosto significative sul comportamento dei membri del gruppo, sottraendoli cioè alla piena libertà di espressione e ponendoli, invece, in un ben definito sistema di costrizioni.

IL GRUPPO COME LUOGO PRIMARIO DELLA PRESA Dl COSCIENZA

Oltre alle funzioni descritte precedentemente, il gruppo primario è in grado di attivare delle complesse dinamiche psico-sociali che, se ben controllate, rivelano un elevato potenziale pedagogico.
La chiave di queste dinamiche è costituita dalla presa di coscienza. Con questa espressione (molto di moda) si vuole intendere un fenomeno psico-sociale che si articola in cinque momenti distinti, anche se tra loro interrelati e conseguenti.
1. Il confronto sperimentale, pratico tra le nostre categorie di pensiero, l'immagine che abbiamo di noi, con i nostri comportamenti reali quali emergono e sono vissuti nella nostra esperienza quotidiana.
2. La constatazione di quanto può esservi di falso, di distorto, di inadeguato nelle nostre categorie, nella nostra immagine e quindi, nei nostri a priori quale emergono in questo confronto.
3. La sottomissione di questo scarto, che altro non è che la nostra falsa coscienza, alla riflessione razionale in modo da mettere in crisi gli atteggiamenti automatici che esprimiamo nella nostra vita quotidiana, oppure i giudizi e le categorie con cui esaminiamo noi stessi, gli altri e la realtà in generale.
4. Questa operazione rende possibile l'abbandono dei nostri «a priori», della nostra falsa coscienza, dei nostri automatismi comportamentali per scoprire, infine, un nuovo volto della realtà, di noi stessi e degli altri.
5. Il mutamento di orientamento della nostra coscienza ci libera dal peso condizionante del nostro passato e ci rende più disponibili, attraverso un presente riscoperto, a giocare la nostra vita nella prospettiva del futuro. Ad essere cioè progettuali nel governare la nostra esistenza.
Il processo consente di dare un forte impulso alla crescita ed allo sviluppo della coscienza. Della capacità, cioè, dell'uomo di esercitare un efficace controllo, nel segno della libertà e della autonomia, sulla propria vita individuale e collettiva. Lo sviluppo della coscienza è il dato che caratterizza da ben oltre due millenni la storia della cultura dell'uomo occidentale.
La conquista della libertà passa necessariamente attraverso la sottrazione da parte dell'uomo di sempre maggiori frammenti della propria vita all'inconscio per porli sotto il dominio della sua coscienza. La libertà ha senso solo se la vita dell'uomo è libera da tutte quelle costrizioni che rendono automatici ed obbligati i suoi comportamenti e le sue scelte mentali e pratiche. Dagli influssi, cioè, che provengono dalla regione oscura della personalità umana che è comunemente detta inconscio.
Ora il processo di presa di coscienza prima descritto non va confuso con il processo di sviluppo e di maturazione della coscienza in generale. Infatti esso ne rappresenta solo una parte. Quella che consente all'uomo una partecipazione più libera e matura alla vita sociale e, nello stesso tempo, una maggiore capacità di fare e realizzare la dimensione progettuale della propria esistenza.
La presa di coscienza appena descritta favorisce l'innesco nella personalità del membro del gruppo di una maturazione che lo porta ad ampliare il dominio della propria coscienza anche in altre direzioni. Quelle importanti ai fini dell'animazione sono tre.
La prima riguarda la scoperta dell'unità dell'individuo con gli altri uomini attraverso un rafforzamento della coscienza della propri diversità.
La seconda riguarda la presa di coscienza della solidarietà con il prossimo e l'umanità in generale.
La terza, invece, riguarda il senso globale dell'esistenza umana.

LA PRESA Dl COSCIENZA DELL'UNITÀ NELLA DIVERSITÀ

Si tratta della scoperta di quell'unità che deriva da quella rischiosa e difficile apertura che un essere umano compie verso un altro essere al fine di costruire degli scopi comuni di vita. Questo senza perdere quella diversità che deriva ad ogni uomo dal mantenere, anzi dal potenziare, nell'incontro-scontro con gli altri e con la natura, la propria irripetibile personalità individuale.
Il gruppo offre un contesto utile ed efficace allo sviluppo, attraverso le relazioni di comunicazione, dell'esperienza di rafforzamento della propria identità individuale simultaneamente a quello della percezione di se stessi come una parte ben distinta, ma comunque parte, di quel tutto costituito dalla realtà del mondo.
Questo è necessario perché molto spesso la formazione della coscienza individuale avviene a spese del rapporto armonico dell'uomo con la realtà.
L'individualismo spesso crea tensione e il conflitto dell'uomo nei confronti del proprio ambiente naturale e sociale, oppure una sorta di narcisismo che impedisce di incorporare nella propria coscienza la realtà esterna.
L'uomo, in questo caso, vive teso solo ad appagare i propri bisogni e dare espressione al proprio desiderio, incurante del legame di appartenenza vitale che lo lega con il tutto del mondo. Il disastro ecologico è frutto di questa ipertrofia narcisista della coscienza umana tipica della civiltà industriale. Un uomo integrale deve perciò sviluppare la propria individualità cosciente, all'interno di un rapporto armonico con la realtà in cui vive, di cui deve sentirsi parte solidale.

LA PRESA DI COSCIENZA DELLA SOLIDARIETÀ CON L'UMANITÀ

Dopo la scoperta dell'unità nella diversità, deve avvenire la presa di coscienza dell'appartenenza solidale dell'individuo all'umanità ed al cosmo.
Questa presa di coscienza è resa possibile dal fatto che nel piccolo gruppo e nel mondo vitale in genere, le comunicazioni e, quindi, le relazioni tra le persone, sono del tipo «faccia a faccia».
Non sono cioè mediate da particolari strumenti che non siano quelli dell'apparato fisiologico umano. In genere si tratta di comunicazioni di tipo orale, gestuale e corporeo.
Il fatto che la comunicazione interna dei piccoli gruppi sia prevalentemente orale non è scevro di conseguenze. Infatti la comunicazione parlata possiede alcuni caratteri esclusivi.
Essa comporta un forte coinvolgimento sensoriale, affettivo ed emotivo tra i comunicanti; possiede, cioè, la capacità di esprimere in modo assai potente gli stati affettivi delle relazioni interpersonali. Basta pensare al numero di parole che occorrono in un romanzo per descrivere un'espressione orale come un grido, un pianto od una risata, la cui espressività nel parlato, invece, è immediata.
La comunicazione orale consente anche una minor privacy, un minor individualismo ed una minore segretezza.
Con la parola parlata si sperimenta necessariamente un'appartenenza solidale all'umanità ed al cosmo assai più significativa di quella di altre forme di comunicazione umana.
Il gruppo, in quanto luogo di comunicazione parlata, può costituire il luogo di questa esperienza, parziale ma assai significativa, di unità con gli altri. È proprio l'uso della parola parlata che fa del gruppo uno dei luoghi ideali per la sperimentazione della solidarietà con le altre persone, pur mantenendo vivo il senso della propria distinta individualità.

L'unità con il cosmo e l'intera umanità

Da quanto sino ad ora detto emerge che il gruppo primario è un luogo in cui circolano quei particolari significati che collegano l'uomo ad una esperienza profonda di unità con l'umanità e con il cosmo. Nel gruppo la comunicazione è segnata da una forte tonalità affettiva e da un forte senso di appartenenza al tutto. Nel gruppo, tuttavia, circolano anche le informazioni che appartengono alla sfera dei processi cognitivi.
Nel gruppo sono fortemente mescolati dati e sentimenti, emozioni e concettualizzazioni, in una misura qualitativamente e quantitativamente diversa di quella che si riscontra nella normale partecipazione alla vita delle organizzazioni in cui si articola il sistema sociale.
Nel gruppo non si pongono solamente i problemi relativi all'identità ed alla relazione con gli altri, ma anche quelli relativi al significato unitario della vita. Di solito questo aspetto profondo viene trascurato. In realtà è fondamentale.

LA PRESA Dl COSCIENZA DEL SENSO GLOBALE DELLA VITA

Nel gruppo l'uomo, ed il giovane in particolare, comunicando, vivendo gli scambi sociali, affettivi e conoscitivi, ridisegna, ridefinisce, amplia o restringe, unifica o frantuma il proprio mondo e gli orizzonti di senso, al fine di dare una risposta ai più elementari ed inquietanti quesiti sul perché della vita. Ecco allora porsi il problema della vita quotidiana e della opacità del suo senso, costituito dalla monotonia della routine. Ecco la trascendenza che balena oltre l'orizzonte laddove tutto è mistero e silenzio.

La comunicazione simbolica

Nel gruppo trovano la massima possibilità di espressione quelle modalità di comunicazione costituite dal simbolismo, dalle immagini e dai miti che rinviano alla dimensione di senso più profonda dell'esistenza umana. Questo perché esse, per risuonare nella loro piena potenza, hanno bisogno di un contesto rituale che il gruppo è in grado di offrire.
Il mito va inteso come quella forma narrativa in cui il senso del tutto viene anticipato e proposto al di fuori dei canoni della persuasione razionale di tipo argomentativo.
Il simbolo invece è quel segno che possiede un di più di significato, nascosto al di sotto del suo significato letterale. Significato, quello nascosto, che parla direttamente all'inconscio umano. Ad esempio l'acqua, al di sotto del suo significato letterale, ha un significato simbolico legato all'energia primordiale da cui si genera la vita.
L'immagine, infine, è una rappresentazione, un'imitazione di un modello esemplare che viene, continuamente riattualizzato attraverso l'immaginazione e, cioè, attraverso la capacità di rappresentare cose non date attualmente alla sensazione.
Ora il potenziale di queste particolari forme linguistiche per esprimersi ha bisogno, come già detto, di un particolare contesto rituale. Da tener presente che penetrare nel mondo del mito, del simbolo e delle immagini vuol dire tentare di percepire quelle vibrazioni armoniche attraverso cui si manifesta la musica dell'universo.
Il rito, al pari del contesto musicale fornisce a queste forme del discorso la struttura necessaria affinché manifestino il loro significato. Il rito non è altro che la codificazione di una «esperienza esemplare», la cui ripetizione introduce l'uomo nei luoghi in cui si concretizza il rapporto con ciò che trascende la sua dimensione esistenziale.
Ogni gruppo, anche quello più informale, possiede sempre un proprio insieme di riti, di miti e di simboli. Non è detto però che riesca a far vibrare le segrete armonie del discorso simbolico e mitico, anche perché sovente ha banalizzato sia il mito che il rito, degradandoli. Alcuni pensano che questa capacità possa essere acquisita semplicemente perché nel gruppo si ha l'abitudine di «raccontarsi addosso». Ora, prescindendo dal fatto che questi racconti intimistici, sovente, sono «cattiva narrazione», è necessario ribadire che il contesto narrativo da solo non è sufficiente a svelare la profondità di miti, simboli ed immagini. Perché questo possa avvenire, come ho già detto, è necessario lo schema comportamentale collettivo del rito.
All'interno del rito, e solo lì, la narrazione diventa contesto significante dei simboli, delle immagini e dei miti che essa ospita.
Infine è necessario ricordare che nessuna ermeneutica può esaurire le interpretazioni del simbolo, in quanto esse sono relative al senso del vissuto individuale e collettivo delle persone e del gruppo. Del resto, più che un significato che rimanda ad un oggetto, il simbolo propone un'esperienza di relazione con una realtà che è oltre le porte del vissuto immediato e consapevole. In altre parole il simbolo non rimanda a qualcosa, ma pone in relazione con qualcosa all'interno di un'esperienza molto profonda di significato.

La presa di coscienza e la maturazione integrale

Queste tre prese di coscienza non sono certamente tutte quelle possibili ed educativamente utili. Sono però quelle necessarie alla crescita di una personalità umana non narcisista ed egocentrica, incapace di cogliere la vita al di là del limitato orizzonte del proprio desiderio e dei propri bisogni.
Un uomo integrale deve vivere in questa profondità di estensione del proprio legame con gli altri, con il mondo e con le profondità del proprio inconscio individuale e collettivo.
E questo è tanto più necessario in un'epoca, in un momento della vita economico sociale, in cui l'egoismo sembra essere divenuto l'unica ragione di vita. Cosa altro sono, infatti, certe contemporanee mitologie del successo, della moda, del corpo e del piacere in genere, se non raffinate forme di egocentrismo, o peggio di narcisismo?
Il gruppo può dare una mano affinché queste prese di coscienza antidoto si sviluppino, esaltando così il suo potenziale educativo profondo.
È però necessario precisare che il gruppo diviene luogo educativo solo quando al suo interno si sviluppano delle particolari condizioni. Infatti la formazione di un gruppo primario non è sufficiente a garantire il raggiungimento delle finalità educative cui ho appena accennato. È bene ricordare che molti gruppi sono dei luoghi di regressione della personalità umana e non della sua evoluzione. Per garantire che il gruppo sia un luogo educativo è necessario sviluppare una specifica azione di animazione.