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La rigenerante leggerezza

del ritorno a noi stessi

Bruno Forte

 

Un anno pesante, quello che si lascia alle spalle questo mese di agosto. Pesante per il peso degli eventi che hanno segnato la vicenda politico-sociale del Paese, con l’approdo a una conduzione nuova, a quanto sembra rigorosa e competente della cosa pubblica. E pesante in rapporto ai sacrifici richiesti, a quello stringere la cinghia che costa a tutti, alla crisi che pesa su tanti lavoratori e sulle loro famiglie, e in maniera sempre più intollerabile sulla disoccupazione dei giovani. È opportuno in questo quadro spendere una parola sulla possibilità di un tempo di vacanza, che - nonostante tutto, in forme forse diverse dal solito e, di certo, con maggiore sobrietà per i più - segnerà i giorni immediatamente prossimi? La mia risposta è un “sì”, che motiverei col bisogno - tutt’altro che superficiale o evasivo - di sperimentare una rigenerante “leggerezza”.

 

Una “reazione al peso di vivere”: così Italo Calvino, nella prima delle sue Lezioni americane, definiva la ricerca della leggerezza. La constatazione che la vita ordinaria possa essere per molti pesante nei suoi ritmi e nei suoi appuntamenti è tanto evidente che non sembra abbia bisogno di prove: e se questo vale per ogni tempo, tanto più mi pare valga nella stagione di crisi che attraversiamo. Tutt’altro che immotivato, insomma, mi sembra il bisogno di evadere verso gli spazi della leggerezza, sia che lo si motivi come una sorta di dovere verso se stessi, sia che lo si giustifichi sostenendo di farlo per gli altri. Naturalmente, c’è anche chi si gode in pace e spensieratamente la levità del tempo di vacanza, riuscendo a ristorarsi nello spirito e a ritemprarsi nel corpo.

Non è allora una facile ironia sull’idea di vacanza quella che mi spinge a riflettere sulla leggerezza di cui essa va in cerca: al contrario, è il desiderio di offrire un piccolo stimolo a vivere bene i giorni che abbiamo deciso di regalare a noi stessi o ad altri, per quanto pochi essi siano, per affrontare poi meglio la sfida dei tempi che ci aspettano.

Che cos’è dunque questa leggerezza, più o meno consapevolmente inseguita?

Nella sua geniale capacità espressiva Agostino ci aiuta a definirla: la levità di cui tutti abbiamo bisogno non è quella della “vanitas”, ma quella della “veritas”. La vanità è esteriorità, stordimento, fuga: lungi dal risolvere i problemi, li nasconde e li evita. Incapace di guardarsi allo specchio, chi cerca di alleviare il peso della vita inseguendo una maschera rassicurante resta prima o poi inevitabilmente vuoto: gli esempi – dagli scenari della politica a quelli della cosiddetta “cultura spettacolo”, dai sorrisi televisivi alla parola d’ordine dell’imbonitore di turno, che punta a “rassicurare sempre”, ad ogni costo, soprattutto a costo della verità - non mancano di mostrarsi a chi voglia ragionare con la propria testa, guardando il mondo senza cedere alla tentazione consolatoria e stucchevole. La leggerezza cercata nella “veritas”, invece, è quella che sfronda la vita dall’inessenziale, che punta al centro e al cuore di ciò che conta, che non fugge le domande vere, ma ama porsele per pensare alto e per cercare in alto. È la levità di un tempo vissuto come dono, ricevuto e nuovamente offerto in rapporti riscoperti, dialoghi ritrovati, riconciliazioni cercate e, a volte, compiute. È lo spazio di letture per cui non si ha mai tempo e che invece rendono il tempo più lieve e più ricco di risorse interiori. È un nuovo incontro con la natura, con la sua bellezza e il suo silenzio, con la corrispondenza che a volte essa rivela con i desideri più profondi del cuore.

È la levità di una rinnovata esperienza spirituale, che apra all’ascolto dell’Altro e alla ricerca del Suo volto nascosto, di cui - come dice ancora Agostino - la nostra inquietudine esistenziale ha bisogno più dell’aria che respira il nostro corpo: “Ci hai fatto per Te, ed inquieto è il nostro cuore finché non riposi in Te” (Confessioni I,1).

Non si tratta, allora, di fuggire i problemi del quotidiano o i dolori del tempo, presenti nell’esperienza dei più e profusi dall’informazione di ogni giorno: la leggerezza non è evasione. Al contrario, si tratta di ritornare a noi stessi, di ricordarci di ciò che conta e per cui vale la pena di esserci, di ritrovare i legami che fanno bella la vita e ce la fanno apparire degna di essere vissuta. Si tratta non tanto di cambiare luogo, quanto di cambiare “dentro”, purificando il nostro modo di vedere le cose e di viverle. Per dirla ancora con Italo Calvino, si tratta di adempiere un compito semplice, necessario: “Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica...”.

Nel Vangelo di Marco, agli apostoli affannati per tutto quello che hanno fatto e insegnato, Gesù non esita a dire: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”. L’Evangelista sottolinea che “erano infatti molti quelli che andavano e venivano” e che essi “non avevano neanche il tempo di mangiare”. Per dipingere poi, con scarna essenzialità, il tempo lieve, o se si vuole la loro “vacanza”, vissuta in risposta all’invito del Maestro: “Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte” (Marco 6,30-32). La leggerezza rigenerante è anche raccoglimento, esperienza di solitudine amorosa e sapiente, silenzio. Resta inquietante la domanda di Martin Heidegger: “Ciò che importa, è solo che la verità dell’Essere venga al linguaggio e che il pensiero pervenga in questo linguaggio. Può darsi che allora il linguaggio richieda, invece di un’espressione precipitosa, un giusto silenzio. Tuttavia chi di noi uomini d’oggi può immaginare che i suoi tentativi di pensare si trovino a proprio agio sul sentiero del silenzio?” (Lettera sull’umanismo, 110).

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