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Quando il catechista fa l'animatore: quali compiti?


Riccardo Tonelli

(NPG 1986-06-54)


Ho letto recentemente un libro che mi ha fatto un po' indispettire. Trattava del nostro tema: i catechisti come animatori. L'animazione era però totalmente assente. Sembrava una bella etichetta, un po' alla moda, per dire le stesse cose che si potevano esprimere anche a prescindere da essa. Non contesto il diritto di proporre punti di vista diversi. Non mi pare però corretto assumere una categoria che sta raccogliendo impegni e speranze, e renderla insignificante. Se per mille ragioni non ci si sente di prenderla sul serio, è meglio abbandonarla.
Negli articoli precedenti[1] ho cercato di mostrare perché e come una catechesi in stile di animazione è possibile e opportuna. Ora faccio un passo avanti. Studio il principale protagonista di questa operazione per sottolineare la sua figura e la sua funzione. Una catechesi in stile di animazione trasforma, prima di tutto, il catechista in animatore.
Non gli cambia i connotati. Ma lo sollecita a giocare la sua missione di catechista secondo la logica specifica dell'animazione.

UNA PERSONA MISURATA SULLA FUNZIONE

Incominciamo dal problema di fondo: l'identità.
In un tempo di pluralismo e di complessità, la domanda sull'identità è urgente e necessaria. Ma va risolta in modo corretto. Potrebbe infatti essere trascinata all'infinito, in una rincorsa di interrogativi e di soluzioni, che concentrano sempre di più il soggetto su di se stesso, fino a farlo implodere.
Questo modello sta tornando di moda, purtroppo anche nell'ambito ecclesiale. Basta però verificarne gli esiti, per constatarne l'inadeguatezza.

Il decentramento verso la missione: produrre vita

Il concilio ha insegnato un procedimento nuovo e stimolante. In questo momento solenne della sua autoconsapevolezza la chiesa ha definito se stessa decentrando la sua attenzione verso la «missione».
Operando in questa logica, anche il catechista può definire correttamente se stesso. Per definire «chi sono», egli verifica «cosa si attende da me», E qui entra in gioco quello che conosciamo dell'animazione.
Il catechista, come animatore, è impegnato a produrre vita attorno a sé, giocando tutte le risorse per restringere il cerchio soffocate della morte. Sa che la vita è come un piccolo seme, capace di autodeterminarsi progressivamente per la forza che si porta dentro, quando sono rispettate e protette le condizioni che gli permettono di esprimersi. Per questo, chi sta dalla parte della vita, non si sente mai «padrone» del processo. Egli è invece «servitore inutile»: inutile perché la vita si apre di forza sua, per il dono che l'ha costituita così, ma servitore indispensabile, perché responsabile delle condizioni che permettono alla forza vitale di esplodere.
Il catechista sa, nello stesso tempo, che la pienezza di vita è la restituzione ad ogni persona della sua soggettività liberata, in strutture che permettano a tutti questa esperienza, verso la riconsegna di sé al Dio di Gesù, il Signore della vita, il Padre buono e accogliente.
Per questo serve la vita, orientando e testimoniando la direzione in cui è chiamata a procedere.

La passione per la vita come stile quotidiano

Il servizio alla vita non può essere espresso che nella speranza operosa su una potenza vitale più grande della morte.
La passione per la vita e la speranza della sua vittoria non sono l'abito di circostanza che il catechista assume quando è in servizio. Si esprimono nell'atto catechistico solo se rappresentano lo stile quotidiano di vita. Ma questo pone problemi e getta in crisi. La morte investe la vita quotidiana del catechista, come quella di ogni uomo. La sua speranza frana spesso sotto il peso delle delusioni e delle incertezze. Persino le grosse parole «vita» e «morte» restano senza contenuti, quando ci si chiede in concreto: questo gesto è per la vita o favorisce la morte?
Questo è il dramma quotidiano di colui che definisce la sua «identità di missione», proprio a partire da questa sua missione.
E' costretto a dire parole e a produrre gesti che gli cadono addosso come macigni. Parla e produce per gli altri. E si sente coinvolto lui, prima di tutto: perché parla di sé e per sé.
Gli verrebbe voglia di tacere, rifugiandosi nel silenzio timoroso di chi rinuncia a parlare perché troppo consapevole della sua povertà. O si sente esposto alla tentazione di riversare sugli altri le sue crisi, trasformando i giovani in cavia dei suoi esperimenti.
Chi crede nell'animazione non è soddisfatto di questi esiti. Sente il dovere impellente di parlare e riempie le parole del timore e della speranza che traspaiono dalla sua esistenza.
Rifiuta di estraniarsi, tanto da sé, da riuscire a dire parole solo per gli altri.
L'annuncio dell'evangelo di Gesù è «buona notizia» prima di tutto per chi lo evangelizza. Egli si inserisce, come testimone timoroso, nella catena ininterrotta di narratori, perché ha anche lui la sua piccola grande storia da raccontare. Resta «solo»: a difendere appassionatamente la vita e la pretesa inquietante che, essa si porta dentro. Ritrova in questa solitudine operosa la spinta a diventare sempre di più un uomo impegnato dalla parte della vita.
In questi frammenti si fa strada un modo nuovo di definire chi è il catechista. Il catechista come animatore è uno che racconta una storia di vita per aiutare a vivere. Lo fa perché l'ha sperimentato in prima persona. E lo fa con speranza operosa, perché sa che la forza della vita è più grande della sua debolezza.
In questo si sente testimone di Gesù e del suo vangelo. Non ha nulla da insegnare agli altri. Ha però una grande esperienza da comunicare, di cui tutti hanno il diritto di chiedergli ragione, perché coinvolge la «vita» nel nome del Signore della vita.
E della vita è responsabile la comunità degli uomini e la comunità ecclesiale.

IL GRUPPO COME SPAZIO Dl COMUNICAZIONE

Un secondo elemento qualificante è determinato dallo spazio esistenziale in cui si svolge la comunicazione.
I modelli più diffusi sono generalmente questi quattro: la relazione a tu per tu, la relazione a tu per tu in un contesto di assieme sociale, la relazione a tu per tu in e attraverso il gruppo, la relazione di gruppo.

Tre modelli negativi

Il primo modello è quello del «precettore privato». Se lo possono permettere in pochi; certamente non è alla portata dei poveri. Il dialogo avviene tra un maestro e un discepolo, senza altri interlocutori. Lo si fa venire a casa propria, per isolare meglio il dialogo dai disturbi collettivi.
Il secondo modello è quello classico e tradizionale: l'insieme sociale fornisce solo l'occasione per il dialogo tra un maestro e molti discepoli. Il gruppo non influenza la comunicazione (se non in modo negativo: disturbando un processo che sarebbe più incidente se fosse isolato). Non dà «contenuti» alla relazione, ma solo l'ambiente dove si svolge.
Molti atti catechistici si svolgono secondo questo modello. E troppi catechisti non fanno nulla per uscire da schemi che non gli vanno stretti. Del resto non poche raccomandazioni ufficiali vertono su altre preoccupazioni: la sistematicità e completezza dei contenuti, l'ortodossia delle formule, il livello di apprendimento da assicurare.
Il quarto modello è quello tutto centrato sul gruppo. Salta l'ipotesi di qualcuno che abbia qualcosa da dire ad altri. Il gruppo è emittente e ricevente nello stesso tempo. I valori e i contenuti sono quelli che il gruppo filtra, riscrive e fa propri.

Il modello «relazione di gruppo»

Il terzo modello rappresenta quello che stimo qualificante per una catechesi in stile di animazione.
Il soggetto della relazione comunicativa è il gruppo. Esso accoglie e riformula i valori e i contenuti; ma secondo una logica ermeneutica. Assume cioè quelli oggettivi e li riscrive nella propria soggettività collettiva, per renderli significativi e interpellanti qui e ora. Nel gruppo l'evangelo diventa veramente il racconto di una storia a tre storie.
Nel gruppo e attraverso il gruppo, la relazione resta intersoggettiva: tra un educatore e i suoi giovani; tra i giovani stessi, sullo specchio di rifrazione dell'educatore.
Non si contrappone l'«a-tu-per-tu» alla «comunicazione di gruppo». La comunicazione in e attraverso il gruppo favorisce, sostiene, concretizza la comunicazione interpersonale.
In questo schema la figura dell'animatore viene colorata di particolari caratteristiche e compiti, molto diversi da quelli definiti dagli altri modelli.
Prima di tutto l'animatore si impegna per costruire gruppo. Colloca provvisoriamente in secondo piano la preoccupazione sui contenuti, perché sa che solo in un reale clima di gruppo i contenuti possono adeguatamente circolare. Per fare gruppo utilizza la ricca strumentazione offerta dalla dinamica di gruppo.
In secondo luogo si impegna intensamente per costruire «relazioni» comunicative, liberate e liberanti. Per questo controlla le manipolazioni espresse e quelle diffuse nel sottobosco dei processi gruppali. Sa di procedere, per il servizio alla vita, in senso pieno, anche quando gioca il suo tempo e le risorse per operazioni come queste.
Attiva infine una relazione intersoggettiva che mette le singole persone al centro del processo «dentro» il gruppo e «nonostante» il gruppo. Egli è infatti convinto che i gesti fondamentali dell'esistenza cristiana sono atti strettamente personali, che nessuno può demandare a responsabilità collettive. Questi stessi gesti sono però espressi sempre nel grembo materno di una comunità: l'essere nella vita e per la vita non può mai essere separato dal vivere in comunità. Per questo colloca nel gruppo e invita nello stesso tempo a non lasciarsene mai condizionare.
In questo modello nessuno rinuncia a compiti propositivi, né sono snobbati i contenuti. La comunicazione assume però un andamento differenziato e progressivo. Interventi diversi rappresentano espressioni concrete e situate dell'unica intenzione comunicativa.

UNA RELAZIONE COMUNICATIVA CHE È EDUCATIVA

Lo strumento privilegiato di cui il catechista-animatore si serve è la relazione comunicativa. Egli esiste ed è presente perché ha qualcosa da dire ad altri, su qualcosa che stima importante per tutti. L'oggetto di questa comunicazione sono fatti e parole: fatti interpretati dalle parole.
Attraverso questo strumento l'animatore si impegna per la rigenerazione personale e collettiva, con una chiara intenzione e attenzione educativa.
Comunica non per trasmettere informazioni e neppure per tentare sottili processi persuasivi. Comunica perché ciascuno sappia riprendere in mano la sua esistenza, sappia leggerla dentro prospettive più grandi e sappia giocarla per un futuro più esaltante. Comunica in modo che ciascuno si possa sentire protagonista attivo e critico di tutta l'operazione.
Attraverso questa operazione «educativa», l'animatore afferma la sua fiducia nell'educazione come strumento di trasformazione personale e collettiva.
Lo riconosce strumento debole e povero, rispetto alle grandi strategie politiche ed economiche. Ma non lo sottovaluta, perché crede all'uomo, alla sua capacità di autorigenerarsi e alla croce del Risorto. Sta dalla parte dell'educazione anche nei momenti più difficili, senza nostalgie e fughe in avanti. Crede alla relazione educativa quando i tempi duri lo sospingono a cercare le scorciatoie più rassicuranti delle proposte forti. E ci crede anche quando il sapore amaro della crisi rende i giovani disposti a tutto. Ricordavo tutto questo nel «credo» dell'animatore: «Rendere un uomo felice, restituendogli la gioia di vivere e la capacità di sperare, è piccola cosa nella mischia delle sopraffazioni, degli intrighi, degli sfruttamenti e delle violenze; ma è cosa tanto grande e affascinante, che vale la pena di perdere la propria vita per perseguirla».

________________________________________
[1] Tra catechesi e animazione ci può essere un dialogo operativo? (NPG marzo); La ragione di fondo di una catechesi in stile di animazione (NPG aprile); Sui contenuti: scontro o confronto tra animazione e catechesi? (NPG maggio).

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