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I giovani? Sono vecchi di un secolo

 

Fu a inizio '900 che nacquero bande e band, gruppi e gang: i protagonisti di conflitti, stili e mode che esploderanno negli Anni 50/60

Mirella Serri

 

Con pantaloni larghi mezzo metro di diametro, eccolo giovanissimo teddy boy; con berretto e giubbino in cuoio, eccolo rocker quindicenne. E prima ancora, eccolo con lo sguardo allucinato del 17 enne Jim Stark (in Gioventù bruciata) oppure con il ciuffo ribelle del 16enne Holden Caulfield (Il giovane Holden). Lui e sempre lui: è il teenager l'icona del nostro Novecento. Tenero, smarrito, tormentato, avvilito, studente, proletario, disoccupato il golden boy è stato il motore e l'animatore del «secolo breve» - per dirla con Hobsbawm -, ne ha determinato sorti e destini tra pace e guerra, cinema, musica e letteratura.


Ma quando nasce lo scugnizzo moderno, quello che fa gruppo o gang e impone tendenze? La sua data di battesimo - solitamente si dice - è alla metà degli Anni Cinquanta o giù di lì. Niente di meno vero, afferma, dopo un ventennio di ricerche e una gran dovizia di documenti, il critico musicale e saggista John Savage ne L'invenzione dei giovani, in uscita da Feltrinelli (trad. di Giancarlo Carlotti, pp. 496, e   30). Savage racconta una storia «segreta», assolutamente mai disegnata: l'«invenzione» del moderno teenager nel primo ‘900 in un'appassionante vicenda fatta di sommosse di piazza, provocazione, rabbia, destra e sinistra, svastiche e bandiere rosse, consumismo, gioielli, cosmetici e storie criminali. 

All'inizio, spiega Savage, fu il crimine: a focalizzare l'attenzione di giornali e studiosi sui giovanissimi come qualcosa di speciale, un'entità tutta da riconsiderare, furono proprio le spericolatezze dei minori. Carne fresca alle prigioni la davano soprattutto i ragazzi come accadeva, per esempio, a Manhattan dove nel 1889 su una popolazione di 98 mila detenuti 11 mila avevano meno di venti anni. Il barbuto profeta della giovinezza, G. Stanley Hall, proprio partendo da queste considerazioni, in Adolescence elaborò una summa dell'età più intensa. Lo fece agli albori del secolo quando videro la luce i due capolavori dell'universo in crescita, Peter Pan di J. M. Barrie e Il meraviglioso mago di Oz di L. Frank Baum (nel 1939 le ragazzine che si disposero in lunghissime file per assistere alla proiezione del film con Judy Garland finirono vittime di crisi e convulsioni suggestionate dalla pubblicità). 

E sempre all'inizio del secolo gli adolescenti stavano conquistando una pubblica opinione particolarmente attenta. Sedotta e scandalizzata dalle imprese, per esempio, di sette come gli Apache, con il culto degli indiani d'America; come «la banda del boccale», nota per i suoi vandalismi e per le gare di bevute; come i Five Points o i Whyos di New York, che disponevano di un listino prezzi per omicidi e ricatti (con testa rasata e abbigliati con spille e bracciali metallici come tanti skinhead si cimentavano anche in avventure meno cruente come tagliare trecce e capelli alle signorine sole). Ben diverso invece lo spirito godereccio del «Bright Young People» degli Anni Venti, descritto in pagine sublimi da Evelyn Waugh. La Rapsodia in blue di George Gershwin accompagnava «ogni corpo a corpo sul divano» e la marijuana alimentava le fantasie insieme alla sorella cocaina che, «pericolosa quanto un serpente a sonagli», stimolava i suicidi e anche gli omicidi dei minorenni inglesi. La polvere bianca rivitalizzava anche le feste tra Parigi e Berlino dove 16 e 17enni si travestivano con singolari maschere, come quella indossata dallo spericolato milionario Harry Crosby, fatta con dieci piccioni morti e sette serpenti vivi in un sacco. 

Un'elettrizzazione giovanile di massa, un boogie-woogie ininterrotto e permanente, proprio grazie ai teenagers, collegò in questo periodo e nel decennio successivo le capitali d'Europa e d'Oltreoceano. Dove soggiornavano gli snobbissimi «big man» e «slicker», distinzione avanzata da F. Scott Fitzgerald per gli annoiati studenti del college che si dedicavano all'arte di sedurre le ragazze delle classi privilegiate. I gruppi con gilet arabescati e cicca all'angolo della bocca ambivano poi a stare continuamente alla ribalta delle cronache. In una calda serata dell'agosto del 1939 più di centomila fan adolescenti erano pronti all'assalto del gigantesco Soldier Field di Chicago. In un battibaleno distrussero le piattaforme da ballo, gli strumenti musicali e costrinsero la band di Jimmy Dorsey a rifugiarsi dietro gli spalti. 

La musica-oggetto di culto per l'età più verde diventò così una molla incontrollata, una spinta alla protesta: era l'opinione del critico musicale Francis Newton, ovvero lo storico Hobsbawm celato dietro pseudonimo. Teenager bianchi e neri oscillanti al ritmo di swing desideravano partire per ingrossare le fila dei combattenti antifranchisti in Spagna: al Greenwich Village, nacque persino il night del Fronte popolare Café Society, frequentato pure da Eleanor Roosevelt, in cui si mescolavano «divi, debuttanti e plebei». 

Nella ribellione giovanile a volte però i diciassettenni potevano diventare altrettanti San Sebastiano trafitti dalle loro stesse imprese. I sedicenni Swing Kids, che nella Germania di Hitler se la spassavano con il proibitissimo jazz nelle ville alla periferia delle metropoli tedesche, finirono agonizzanti dietro il filo spinato o al fronte orientale. A soli 17 anni e mezzo, il cospiratore antinazista Helmut Hübener, fu decapitato dopo un processo di venti minuti. E aveva la stessa età dei Pirati Edelweiss che distribuivano volantini contro le camicie brune. Solo quando la guerra volgerà verso la fine il New York Times Magazine sancirà con la «carta dei diritti del teen ager» la nascita del moderno adolescente, il vero divo del secondo dopoguerra. 

E oggi? Dopo aver toccato tante vette, sua maestà il teenager sembra in difficoltà, con l'età del malessere e delle turbolenze che si allontana dal nostro interesse. Oggi, anche se sempre più fragili e marginali, gli adolescenti non esibiscono più il pugno, lo schiaffo, la volontà di ribellione. E se il secondo millennio ha dunque, fin dal suo apparire, inventato i giovani e segnato con la sua fine anche il loro declino, ora passa il testimone. E' il momento di altri teenager, gli evergreen, i Peter Pan canuti o bamboccioni ingrigiti.

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 24 ottobre 2009)

 

 

 

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