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La ragione di fondo di una catechesi in stile di animazione


Riccardo Tonelli

(NPG 1986-04-67)


Per comprendere questo articolo, è indispensabile leggere anche il precedente (cf NPG, marzo 1985). Mi dispiace di costringere i lettori a questa fatica. Ma se non do per scontato quello che ho scritto nel testo introduttivo, dovrei ripetere tante cose che annoierei a morte quelli che l'hanno già letto.
Aggiungo solo un particolare nuovo.
Nella conclusione del primo articolo avevo prospettato un lungo e impegnativo lavoro di confronto tra orizzonti culturali, per poter giustificare prospettive di collaborazione tra catechesi e animazione.
Ho pensato bene di risparmiarlo, per amicizia con il lettore, sempre alle prese con mille cose da fare. Arrivo subito alle considerazioni concrete. Mi basta aver accennato ai modelli logici da costruire.

UN MODO «ERMENEUTICO» PER DECIFRARE LE RAGIONI DI FONDO

La prima considerazione investe la domanda di fondo: perché nella comunità ecclesiale si fa catechesi? Perché qualcuno decide di giocare un po' del suo tempo e delle sue energie per caricarsi la responsabilità di fare catechesi?
Sarebbe interessante far girare una domanda del genere tra i «catechisti» di una parrocchia o in una riunione diocesana. Ne uscirebbe una sventagliata impressionante di risposte.
La soluzione a questo interrogativo viene normalmente giocata a partire da tre orientamenti.
Prima di tutto pesano le ragioni soggettive quelle che costituiscono il motivo di ordine vocazionale che spinge una persona a scegliere la catechesi come servizio nella comunità ecclesiale.
Ci sono poi le ragioni oggettive, quelle che chiamano in causa l'identità e la missione della chiesa nella storia. Spesso, queste ragioni oggettive sono espresse con grandi proclamazioni: costruire il regno di Dio operare per la salvezza, assicurare un catecumenato ecclesiale, costruire la chiesa...
Ci sono infine le «frasi fatte»: quelle che uno tira fuori dal deposito rassicurante della sua memoria, quando non sa più dove sbattere la testa.
Ci vuol poco a constatare che le risposte più importanti sono le seconde. Esse esprimono la «verità» delle scelte personali perché immettono in un progetto oggettivo e consistente, di cui ci si sente «testimoni».
Le prime espressioni, quelle in cui pesano soprattutto le motivazioni di ogni catechista, hanno l'importante funzione di recuperare alla soggettività personale il dato oggettivo.

L'operazione «senza» coscienza ermeneutica

Chi non possiede una coscienza ermeneutica conclude qui la sua ricerca. Sembra che il problema della «intenzione» per cui si fa catechesi si riduca a superare i luoghi comuni e a misurare adeguatamente le ragioni soggettive con quelle oggettive.
Nel confronto con l'animazione, tutto si riduce a verificare se le due «intenzioni» possono andare d'accordo. L'operazione è facilitata dal fatto che si tende a collocare catechesi e animazione su due piani diversi: soprannaturale il primo, umano il secondo.

L'operazione «dentro» una coscienza ermeneutica

Chi invece possiede una coscienza ermeneutica accoglie con sospetto critico ogni pretesa di oggettività immodificabile. E' vero che al centro devono restare le ragioni «oggettive»: quelle che chiamano in causa l'identità e la missione della comunità ecclesiale.
Queste ragioni sono però sempre espresse con parole umane, prese a prestito da esperienze di uomini, formulate dentro precisi codici culturali. Le ragioni soggettive, liberate dai facili luoghi comuni, possono continuare a riformulare queste ragioni oggettive, rendendole «parole» di salvezza per noi qui-ora. In questo processo di riformulazione entrano in campo tre contributi.
- Il primo l'ho già ricordato: le ragioni soggettive del catechista.
- Il secondo mi sembra irrinunciabile: le ragioni, ancora soggettive, per cui ragazzi e giovani «vengono al catechismo». Quello che spinge alcune persone a tentare una esperienza del genere ha un suo peso determinante nella definizione dell'esperienza stessa. Essi non possono essere considerati i recettori passivi di un servizio oggettivo. Ne sono invece, in qualche misura, i protagonisti.
- Il terzo elemento possiede uno spessore ancora più importante. Si tratta dei modelli culturali, caratteristici del contesto in cui si fa la catechesi.
Questi modelli culturali permettono di riscrivere in situazione le grandi ragioni oggettive. Affermare che si fa catechesi perché sia assicurato il regno di Dio, oppure perché la chiesa si consolidi e si espanda, oppure perché la salvezza di Gesù si diffonda, comporta sempre un gioco linguistico. Il grande «evento» dell'amore di Dio si esprime e si incultura in un modello culturale; e così diventa parola d'uomo, per essere parola per l'uomo. Le ragioni non sono assolute e immodificabili, sono sempre un precipitato storico e culturale di eventi più grandi, altrimenti indicibili.
In un tempo come il nostro, sono cambiati molti modelli culturali. Ripetere le ragioni soprannaturale il primo, umano il secondo. oggettive con quelli antichi significa, in ultima analisi, dire delle cose superate, incomprensibili, indecifrabili per l'uomo d'oggi. Forse è proprio questo il motivo per cui ci si difende, glissando nelle frasi ad effetto e nei luoghi comuni.

IL CONTRIBUTO DELL'ANIMAZIONE ALLA CATECHESI

So di aver fatto finora un discorso formale per affrontare un problema invece molto di sostanza. Ma ho posto le premesse che ci aiutano ad entrare di più nel merito.
La risposta alla domanda sulla «intenzione» globale per cui si fa catechesi investe dunque due esigenze: da una parte chiede il coinvolgimento diretto dei protagonisti (chiesa, catechista, giovani); dall'altra esige l'assunzione di un modello culturale in cui riscrivere il dato consuntivo, cercando, tra i tanti praticabili, quello che è più vicino al mondo reale dei concreti protagonisti.
Qui entra in gioco l'animazione.
La prima esigenza (quella del coinvolgimento) è tutta tipica dell'animazione: il coinvolgimento nel rispetto dell'asimmetria relazionale è uno degli imperativi fondamentali della animazione. Chi crede all'animazione non sopporta più che si tentino cose importanti fuori da un contesto di corresponsabilità. Non vuole certo una corresponsabilità rinunciataria, in cui tutti sono invitati ad abdicare alla propria responsabilità nel nome di una strana tolleranza. Rispetta e cerca l'asimmetria educativa; ma la vuole come una necessaria qualità della corresponsabilità. Questo modello organizzativo ci permette di scoprire la chiesa del concilio: un popolo, che ha Dio come Padre e confessa Gesù come l'unico Signore, sostenuto nell'unità da alcuni fratelli, posti in autorità per il ministero della verità e della carità.
La seconda esigenza (parole d'uomo per dire in modo umano le «grandi ragioni» della salvezza in Gesù Cristo) trova nell'animazione l'offerta di un contributo preziosissimo. L'animazione definisce il suo modello educativo a partire da una scommessa antropologica sull'uomo, di grande e incondizionata fiducia. Chi crede all'animazione sa che nelle domande dei giovani, affermate o silenti, non c'è un nemico da cui difendersi o una pretesa libertina da controllare; ma la verità dell'uomo, almeno a livello germinale. Spesso questa immagine è disturbata e deturpata. Per questo l'animazione è educazione: relazione comunicativa asimmetrica. Ma essa si esprime soprattutto in una accoglienza che si fa promozionale.
La fortuna dell'animazione è legata alla sua capacità di cogliere i riferimenti antropologici più vivaci, perché dà la parola ai protagonisti. Non cerca di interpretarli; li ascolta. La catechesi tradizionale partiva invece più facilmente da presupposti teologici, da visioni collocate al di sopra dei problemi, da immagini d'uomo ritagliate sul suo esito ultimo e definitivo.
L'animazione può offrire alla catechesi un suo contributo prezioso, di taglio culturale, per ricollocarla in contemporaneità con l'oggi.

RISCRIVERE LA CATECHESI ATTORNO ALLA «PASSIONE PER LA VITA»

La «passione per la vita»: esprime il centro dell'animazione; non potrebbe rappresentare anche il nucleo centrale in cui la catechesi riesprime, in linguaggio attuale, le grandi esigenze di sempre?
La domanda è un po' retorica. Credo sinceramente che una catechesi in stile di animazione debba essere realizzata sulla grande intenzione di costruire vita. E so che molti lo stanno già facendo.
Siamo in un ambito qualificante. E dobbiamo capirci bene, anche per aiutarci reciprocamente ad un atteggiamento sapientemente critico. Per questo mi spiego un po' meglio, sottolineando tre punti di riferimento.

Il processo

Non ci sono dubbi: la catechesi è una delle azioni che la comunità ecclesiale pone per attuare, nel tempo e in situazione, la salvezza di Gesù Cristo e per assicurare la costruzione del regno di Dio. Non può avere altra ragione, pena la sua vanificazione.
Affermando che essa è per la «vita», diciamo esattamente la stessa cosa. Ma lo affermiamo dentro un modello culturale nuovo, assunto dall'esistenza quotidiana dei protagonisti dell'atto catechistico.
La sostanza è la stessa; cambia solo il codice culturale. Si tratta però di un cambiamento di notevole rilevanza. Se continuassimo a definire la ragione della catechesi con le parole «vecchie», correremmo il rischio di svuotarla, ripetendo frasi ad effetto, che risuonano senza contenuto per i protagonisti dell'atto catechistico.
Qualche volta, continuando a ripetere determinate formule, ci trasciniamo dietro anche i modelli antropologici che le hanno costruite. E così la catechesi si riduce a semplice trasmissione di cose da conoscere o a proposta di comportamenti etici da assicurare; oppure diventa l'ingranaggio per riprodurre passivamente i modelli ecclesiologici dominanti nei tempi preconciliari.
La consapevolezza ermeneutica ci spinge a tentare la riformulazione, come esigenza costitutiva della «verità». L'animazione ci fornisce gli strumenti e i codici. In questo processo si realizza veramente un «dare» e «ricevere» tra fede e cultura.
Affermando la piena corresponsabilità nella «passione per la vita», l'animazione dà alla catechesi il suo contributo. Essa però riceve un grosso contributo dall'esperienza di fede che la catechesi ha suscitato in noi: ci permette di parlare di «passione per la vita» sapendo di non dire parole vane, perché sono parole giustificate dalla croce e dalla risurrezione di Gesù; e ci fa scoprire la corresponsabilità come un movimento di chiesa.

Il significato

Il prodotto che scaturisce da questo processo ermeneutico è nuovo e prezioso. Ha trasformato la catechesi e l'animazione. Una catechesi, impegnata nella promozione della vita, autocomprende la sua ragione costitutiva all'interno di tre compiti molto impegnativi e precisi.
Costruire vita significa prima di tutto restituire ogni persona alla consapevolezza della propria grande dignità. Significa rimettere la soggettività personale al centro dell'esistenza, contro ogni forma di alienazione e spossessamento. Comporta di conseguenza un rapporto nuovo con se stessi e le cose. Davvero, l'uomo si ritrova sempre il signore della sua vita e delle cose che la riempiono e la circondano. Vita è ricostruzione del progetto di Dio, espresso nella creazione, devastato quando la morte (la non-vita: il «peccato») è entrata nella storia, ricostruito nella vittoria di Gesù contro la morte.
Vita è però impegno fattivo, giocato in una speranza operosa, perché tutti siano restituiti alla piena soggettività. Lavorare per la vita significa di conseguenza lavorare perché ogni uomo si riappropri di questa consapevolezza e perché il gioco dell'esistenza sia realizzato dentro strutture che consentano veramente a tutti di essere «signori». La morte (il peccato) è anche lo stato diffuso di alienazione strutturale. Una catechesi per la vita non può non fare i conti con questo stato di cose, nel nome del vangelo di Gesù che testimonia.
La ragione fondamentale della passione per la vita è il progetto di Dio sull'uomo, reso vicino e sperimentabile, in Gesù di Nazareth. Una catechesi per la vita è tutta impegnata a ricostruire il «dialogo» tra Dio e l'uomo. Essa svela la domanda profonda di ogni uomo verso il suo Dio e serve la capacità di far incontrare, in un abbraccio accogliente e rassicurante, Dio con ogni uomo. Lo dice molto bene Il rinnovamento della catechesi: «Per chi è figlio di Dio non dovrebbe trascorrere giorno, senza che in qualche modo sia stato annunciato il suo amore per tutti gli uomini in Gesù Cristo. E' una trama che va tessuta quotidianamente. E' la fitta e misteriosa trama entro cui si incontrano Dio, che si rivela e l'uomo, che lo va cercando per varie strade» (RdC 198). L'incontro si realizza quando Dio è annunciato nella sua verità: in Gesù Cristo, secondo il suo vangelo, e nella comunità di coloro che oggi lo confessano come il Signore.
Assicurare la vita contro la morte richiede tutto questo. Solo nella croce di Gesù, che ha spalancato sull'uomo le braccia di Dio, possiamo celebrare la vita, anche danzando con la morte.

Catechesi e animazione

Ho riscritto la ragione fondamentale della catechesi. L'ho fatto dalla parte dell'animazione, perché ho raccolto il suo imperativo più decisivo (la passione per la vita) e l'ho fatto in un clima di collaborazione corresponsabile. Parlare di «vita» è dire una parola che risuona oggi nella soggettività dei giovani e degli educatori più sensibili.
Dalla parte della vita ritroviamo però anche l'istanza di testimoniare eventi più grandi, esigenze più radicali, che misurano ogni soggettività.
Attorno alla vita, la corresponsabilità resta sempre asimmetrica. Si richiede il coraggio di fare proposte «oggettive», perché la vita ha un suo progetto che tutti giudica. E sono necessari testimoni autorevoli e qualificati, capaci di proporre esigenze che inchiodano alla propria debolezza e al proprio tradimento. Solo così possiamo scoprire nella verità cosa è vita e cosa è morte, oltre la trama delle decisioni soggettive.
Attorno alla vita, come grande intenzione unificante, catechesi e animazione ritrovano la qualità di ciò che sono e del servizio che possono fare.
Da questa prospettiva è possibile «risolvere» alcuni temi, oggi conflittuali nell'ambito della catechesi: il soggetto, lo spazio di realizzazione, il problema dei contenuti, il rapporto sistematicità/occasionalità.
Stiamo accumulando materiale per affrontarli finalmente più da vicino.

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