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Tra catechesi e animazione ci può essere un dialogo operativo?


Riccardo Tonelli

(NPG 1986-03-54)


Devo fare una precisa dichiarazione di intenti: non ho la pretesa di risolvere nessun problema. L'affermazione vale per questo primo articolo d'impostazione generale e per quelli che seguono, in cui entrerò di più nel merito delle cose.
Quello che cerco è invece esattamente il contrario: far nascere problemi a chi eventualmente non ne avesse.
Sono convinto infatti che nessuno ha bisogno che qualcuno gli risolva i problemi. Tutti invece abbiamo bisogno di chi ci aiuti a costatarli, comprenderli, analizzarli ed elaborarli. Il resto (che è quello che più conta), ciascuno se lo deve governare nella solitudine della sua responsabilità.

PER COMPRENDERE IL PROBLEMA

Un paio d'anni fa sono stato invitato, in un corso d'alto livello sulla «formazione dei catechisti», ad offrire alcune lezioni sul tema «animazione e catechesi». Le mie lezioni erano state programmate nella sezione degli «strumenti» metodologici. Gli organizzatori pensavano infatti che l'animazione non avesse nessuna competenza per definire l'atto catechistico. Altre discipline erano in causa a questo livello. L'animazione invece poteva funzionare bene come «strumento» pratico di azione, in compagnia con gli audiovisivi, i cartelloni e i metodi attivi. Si rendevano evidentemente conto che nessun metodo può risultare neutrale rispetto al contenuto che intende servire. Ma costatavano che l'influsso era minimo e anche questo andava attentamente controllato per evitare indebiti sfondamenti di campo.
Per mettere in crisi questa impostazione riduttiva, ho cominciato il mio primo lavoro raccontando una esperienza.
Da un paio di anni sto utilizzando il computer per scrivere. Superate le prime inevitabili difficoltà, l'ho trovato uno strumento di lavoro prezioso e interessante. Mi risolve una quantità imprevista di problemi. Posso apportare tutte le correzioni che voglio, e ho sempre un testo pulito e ordinato, senza doverlo ribattere. Passo in tipografia direttamente il dischetto registrato, risparmiando sul tempo e sui costi. Il programma per trattare i testi mi permette interventi che non ero mai riuscito a realizzare, quando lavoravo manualmente: centrare i titoli, dividere automaticamente le sillabe, rettificare alla perfezione a destra e a sinistra, spostare i blocchi... e molte altre raffinatezze grafiche.
La prima impressione mi ha portato a concludere: ecco uno strumento prezioso. Ragionavo in termini strumentali. Chiedevo alla macchina di eseguire ciecamente quello che le ordinavo.
Sono presto entrato in crisi. Mi sono accorto che la macchina ha una sua logica ferrea. Non obbedisce quando le si chiede qualcosa di «diverso» dalla sua logica. Se la utilizzi nella tua logica, o si blocca o sei costretto ad utilizzarla su standards bassissimi.
Ho scoperto di tasca mia che l'uso del computer non può essere ridotto alla sola dimensione strumentale. Chi vuole scrivere con un computer deve ragionare un po' meno con la sua testa e un po' di più con le strutture linguistiche formali della macchina. Deve rinunciare ad alcune pretese irrealizzabili, per usufruire di altre possibilità insperate. Se non accetta questo «compromesso», è costretto ad abbandonarlo e deve ritornare a trattare i testi con carta, penna, colla e gomma.
L'esempio calzava a pennello per descrivere il rapporto tra animazione e catechesi. I miei interlocutori l'hanno colto al volo e hanno contestato gli organizzatori dello stage. Cercavano una conoscenza dell'animazione per possedere uno strumento in più, nell'azione catechistica. E si sono scontrati con un processo che pretendeva di «giudicare» e di «elaborare» la sostanza stessa della cosa.
Da questo punto di vista l'alternativa è dura: prendere o lasciare.
Se prendiamo l'animazione in modo serio, qualcosa cambia nel modo tradizionale di fare catechesi. Se non ci sentiamo di procedere a queste trasformazioni (per ragioni oggettive o soggettive), l'animazione va cancellata coraggiosamente dall'elenco degli strumenti.

ALLA RADICE DEL PROBLEMA

Il problema sta proprio in questa alternativa: «prendere o lasciare».
L'atto catechistico ha una sua consistenza precisa. Esso è compreso e normato sull'intenzione globale per cui è posto e dal soggetto ultimo che lo realizza. Nell'atto catechistico, infatti, la comunità ecclesiale propone la sua esperienza di fede ai figli che ha generato alla vita in Gesù Cristo, per sollecitare ad una decisione, matura, pensosa e riflessa, per lui. Il protagonista concreto e storico è una persona fisica (il «catechista»). Egli fa catechesi però su un mandato ricevuto dalla comunità.
Certamente il catechista non è solo un funzionario, costretto a ripetere schemi prefabbricati e imposti dall'alto. Egli è sempre un «testimone»: testimonia, nello stesso tempo e con la stessa intensità, la sua esperienza di vita e un evento che giudica e misura questa sua stessa esperienza.
L'atto catechistico non può essere manovrato a piacimento, aggiustato e adattato a tutte le più disparate situazioni.
Questo svuotamento lo vanificherebbe alla radice, riducendone di conseguenza la sua portata salvifica. Ma anche l'animazione è una cosa seria. Come tutte le elaborazioni della scienza e della sapienza dell'uomo, non può essere ridotta al servizio di nessuna causa superiore.
Essa non è come un martello, capace di piantare ogni genere di chiodi e potenzialmente utilizzabile anche come arma di difesa e di attacco. Non riceve, come il martello, la sua destinazione qualificante dalla intenzione e dalla abilità tecnica di chi l'ha tra le mani.
L'animazione ha una sua struttura logica sostanziale: obiettivi precisi, metodologie proprie, strumentazioni congeniali, protagonismi irrinunciabili.
Scrivendo per i lettori di Note di pastorale giovanile, non devo spendere altre parole per indicare quale siano queste esigenze normative e qualificanti né per la catechesi, né per l'animazione. Li immagino già attenti conoscitori di queste tematiche, almeno per la dimestichezza con le pagine della rivista.
Voglio solo mostrare dove vedo il problema.
Nel dialogo operativo tra catechesi e animazione, dobbiamo escludere l'uso strumentale. La catechesi non può utilizzare l'animazione come uno strumento, buono e aggiornato, per risolvere i suoi problemi. E l'animazione non può usare l'atto catechistico, per ammantarsi di religiosità.
Animazione e catechesi sono «realtà» culturali, dotate di una loro precisa logica interna (almeno formale). Quando vengono assunte solo in modo strumentale, sono di fatto vanificate, svuotate della loro pregnanza. Chi tenta di usare l'animazione come strumento nella catechesi, si trova le mani piene di un pugno di mosche. Non usa l'animazione, ma un suo sottoprodotto. O la usa così male, da perderne tutti i vantaggi.
L'esclusione di un uso strumentale ci fa sbattere contro un'altra difficoltà, molto più consistente.
La posso definire come problema di «compatibilità».
Compatibilità significa possibilità di dialogo in un rispetto reciproco, tale che nessuno dei due interlocutori venga bistrattato nel confronto.
L'animazione ha una sua logica; la catechesi ha le sue esigenze. In concreto c'è compatibilità solo se c'è possibilità di assumere «tutte» le esigenze dell'animazione, quando si fa catechesi in stile di animazione; e tutte le esigenze della catechesi, quando si fa animazione in stile di catechesi.
Ho già ricordato che la soluzione non può essere affidata alla intenzione dell'agente; attraversa invece strutturalmente le due realtà in dialogo.
Esiste questa compatibilità? Oppure le diverse esigenze si escludono reciprocamente?

LA PRASSI SUGGERISCE UNA RISPOSTA POSITIVA

Il problema è chiaramente teorico, nel senso che attraversa l'autocomprensione delle due realtà in questione. La risposta deve essere data, di conseguenza, al livello di una catechesi che sa interrogare se stessa e sa definire la sua specificità, provocata nel confronto con l'animazione. E va data dall'animazione, in uno sforzo di autodefinirsi in rapporto a compiti insoliti, rispetto a quelli per cui è stata elaborata come disciplina specifica.
Animazione e catechesi devono riconoscere teoricamente una reciproca compatibilità, per dialogare nell'atto catechistico in prospettiva di animazione. Se la compatibilità fosse riconosciuta da una sola disciplina, si potrebbe sempre avanzare qualche giustificato sospetto di uso strumentale o strumentalizzante.
Ho sottolineato la risonanza teorica del problema per sgomberare il terreno da tentazioni e equivoci pragmatici.
Devo però aggiungere subito un'affermazione egualmente importante: se la prassi non basta da sola a risolvere i problemi teorici, può però fornire indicazioni preziosissime per elaborare soluzioni corrette.
Questo è proprio il nostro caso.
Devo citare un altro fatto.
Nel luglio scorso, il Centro salesiano pastorale giovanile ha organizzato due settimane di studio sull'animazione. Al sottoscritto è toccato il compito di guidare un gruppo di ricerca sul rapporto tra catechesi e animazione. Siamo partiti dall'interrogativo: dal momento che l'animazione rappresenta uno stile globale di presenza e di relazione educativa e comunicativa, si può fare catechesi secondo lo stile dell'animazione?
Alle prime battute, ho fatto una gioiosa constatazione: la buona parte degli amici che lavoravano con me, stavano già sperimentando in prima persona la piena compatibilità. Anzi, molti erano arrivati alla conclusione del reciproco «guadagno». Fare catechesi in stile di animazione fa crescere catechesi e animazione nello stesso tempo.
Non ci siamo certamente fermati a questo fatto. Abbiamo, per forza di cose, problematizzato tutto, per trovare nuove motivazioni e nuovi modelli. L'operazione è stata però condotta nel clima rassicurante di qualcosa che stava già dando frutti insperati.

TEORIZZANDO SU QUESTA PRASSI: VERSO UNA CIRCOLARITÀ ERMENEUTICA

In queste battute conclusive suggerisco la prospettiva generale. Rimando agli articoli che seguiranno lo studio dei modelli concreti.
Dall'insieme spero di riuscire a far vedere quali sono i problemi operativi implicati e quale direzione di soluzione è possibile prevedere.
Restiamo perciò ancora un po' sul piano generale.
Per valutare la compatibilità tra catechesi e animazione, bisogna misurarci sui diversi orizzonti culturali, operando in termini ermeneutici.
Devo spiegarmi, perché l'affermazione è troppo di gergo. Rischia di essere come un macigno sul capo del povero lettore. Riprendo in analisi gli elementi.
Il modello di dialogo e di confronto è quello ermeneutico, già tante volte tracciato.
In questo contesto comporta due preoccupazioni.
La prima sottolinea lo stretto rapporto esistente tra le esigenze costitutive e le espressioni culturali in cui sono manifestate. Le esigenze costitutive sono un po' degli assoluti, rispetto almeno alla disciplina in questione. Le espressioni culturali sono invece sempre relative. Nessuna realtà può perciò essere presentata come immodificabile; e nessuna può essere modificata a piacimento. Questo vale per la catechesi e per l'animazione, anche se sono due realtà collocate su diversi piani.
La seconda indicazione, espressa nel modello ermeneutico, dice il modo con cui verificare fin dove giunge l'assoluto e dove incomincia il relativo. Quando questa rischiosa operazione è condotta solo all'interno di una disciplina, quasi in modo autonomo, è troppo facile contrabbandare come assoluto quello che invece è solo relativo. Si resta come prigionieri di se stessi; e così tutto diventa importante e indispensabile.
L'istanza ermeneutica raccomanda invece di realizzare il discernimento nel confronto circolare tra diverse realtà e discipline.
Nel nostro caso, la catechesi analizza se stessa, misurandosi disponibilmente con le esigenze della animazione; e viceversa. La definizione di cosa sia assoluto e cosa resti invece relativo viene assicurata in una disponibilità reciproca.
Ho commentato la parte conclusiva della mia sintesi.
Considero ora l'altro elemento: l'orizzonte culturale.
Con questo termine intendo gli orientamenti di fondo che giustificano e ispirano una disciplina. Potrebbero essere espressi con alcuni interrogativi: «perché» si fa catechesi e animazione? quali obiettivi ultimi e radicali si vogliono assicurare? che modello d'uomo sta a monte di tutto il processo? che rapporto quest'uomo è chiamato a realizzare con le cose, la storia, gli altri? in che modo viene assicurata la maturazione e la liberazione di quest'uomo? c'è posto in lui per un riferimento al trascendente, e quale?
Come si nota, si tratta di questioni di fondo. Organizzate in un sistema, più o meno organico, indicano l'orizzonte culturale che orienta la catechesi e l'animazione.
Dicendo che il confronto ermeneutico tra catechesi e animazione deve svolgersi al livello dell'orizzonte culturale globale, intendo ricordare che la verifica di cosa è assoluto e intoccabile e cosa invece è relativo e modificabile va realizzata confrontando reciprocamente catechesi e animazione, e collocando il confronto non sulle cose che si fanno o sugli interventi che si progettano, ma sul piano delle ispirazioni ultime.
Ritorno al già citato seminario sul rapporto tra catechesi e animazione.
Quasi tutti i partecipanti avevano sperimentato, come dicevo, la possibilità di fare una catechesi in stile di animazione.
Analizzando però l'esperienza dalla prospettiva che ho appena descritto, ci siamo accorti che i punti problematici erano i seguenti: l'intenzione generale che spinge a fare catechesi e animazione, l'obiettivo che si vuole perseguire, l'ambito in cui si svolge l'azione, il modello di struttura comunicativa in cui si sviluppa il processo.
Come si nota, sono davvero problemi di fondo. Il confronto ermeneutico sull'orizzonte culturale ha messo in evidenza i veri problemi.
Mescolando sapientemente prassi e teoria, siamo arrivati ad una conclusione: il confronto costringe a spostamenti di accento, a cambi, a riconversioni nella catechesi e nella animazione; sul piano delle dimensioni qualificanti, la compatibilità risulta però intensa e reciprocamente arricchente.
Ne parleremo nei prossimi articoli, riprendendo in successione progressiva i singoli temi.

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