Un percorso per divenire adulti

Inserito in NPG annata 1985.


Piero Lucisano

(NPG 1985-5-22)


Quale giovane? Per quale società? Quale antropologia di riferimento? Quale progetto di uomo? Domande tipiche di una società in transizione che cerca risposte assolute, finali, dalle quali poi dedurre la corretta prassi educativa. Prima si progetta poi si esegue, prima si decide la strada poi si va.
Questa necessità di sostegni al cammino dell'educazione di tipo razionalistico è trans-ideologica; a destra coma a sinistra si rivalutano le varie (e interessantissime) forme di neocomportamentismo: nella scuola, ad esempio, la didattica per obiettivi, la programmazione curricolare, il modello informatico.
Eppure l'esperienza sembra aver sconfessato la «ideologia» della programmazione: il futuro cresce in misura così rapida da non consentire previsioni, e in fondo con la stessa rapidità potrebbero crescere, e forse crescono, i nostri giovani.
La loro maggiore disponibilità li rende recettivi ai media con i quali interagiscono per molte ore; le nuove strutture urbane, sociali, familiari, li rendono in un certo senso più fragili, in un altro maggiormente desensibilizzati.
Le letture che diverse scienze dell'educazione fanno della realtà giovanile sono in parte frammentarie, in parte incapaci di tenere il passo al mutamento generazionale. La pedagogia di fronte a questo non può che cercare di ritornare al suo statuto «di approccio più generale e più progettualmente impegnato» ai problemi educativi, a quell'etimo che ha il senso del condurre, del guidare, e alla dimensione del metodo (dal greco odos «strada» e meta che esprime il senso dell'intenzione).
E se la lettura dei percorsi giovanili va fatta camminando insieme in questi percorsi, è evidente la necessità di un certo empirismo, o se vogliamo di un pragmatismo, che contenga in sé, assieme al senso della direzione, anche quello del rimanere con i piedi per terra.

I GIOVANI E IL LORO MONDO

I giovani, del resto, rappresentano per definizione una fascia di età in cammino: si è giovani per diventare adulti.
C'è stato, sì, un momento in cui i giovani hanno espresso il loro desiderio di diventare «adulti diversi», proponendosi di rimanere giovani, ma è stato il sogno di una stagione: Peter Pan che per paura di diventare impiegato fugge all'isola che non c'è, dove non si invecchia, non si provano sentimenti, si lotta ma non si muore mai. C'è stato per questi giovani un brusco risveglio, non si trattava di un gioco, i morti erano morti, la disoccupazione, il «sistema» riaffermava il suo primato con la sua violenza di realtà effettiva.
Per alcuni è stata la disperazione, la fuga, la droga; i molti si sono rimessi a studiare per diventare grandi, e a prescindere da letture moralistiche o poetiche è certo questo l'unico sbocco della giovinezza. Tanto vale quindi assumerlo, rimboccarsi le maniche e crescere in fretta.
Non si tratta solo di riflusso. In effetti ogni lettura dall'esterno è necessariamente riduttiva. Oggi nei giovani il desiderio di crescere è accompagnato da una maggiore coscienza della lunghezza e degli ostacoli del percorso.
Il discorso sull'identità dei giovani deve dunque essere rovesciato nel discorso sul percorso per diventare adulti. Quali modelli di adulto vengono proposti? Quali essi vogliono raggiungere?
Se pensiamo ai loro predecessori degli anni 60, quelli delle 3 M (moglie/marito, macchina, mestiere), che cercavano l'identità in uno status sociale, vediamo che per quanto queste proposte possano esercitare tuttora un certo fascino sui ragazzi, un simile modello è nei fatti poco proponibile e superato.
Il mestiere non è più un obiettivo che una volta raggiunto consenta uno status stabile, da un lato per la difficoltà e i tempi lunghi richiesti dall'accesso al mercato del lavoro, dall'altro per la poca stabilità del lavoro, con la richiesta di flessibilità delle nuove figure professionali.
L'identità non può più, dunque, collocarsi in una aspirazione ad un lavoro: «sarò giornalista», «sono funzionario», sono proposizioni difficili e precarie.
La moglie o il marito sono, sì, obiettivi, ma anche la famiglia è percepita come precaria; le difficoltà obiettive quali la mancanza di casa e di lavoro e la mancanza di un supporto culturale adeguato, fanno sì che per il giovane sia difficile che l'idea del matrimonio costituisca una idea tale da consentire una progettazione di identità: sarò marito, sarò moglie, sarò padre, suonano lontani, difficili.
Non rimane che la macchina: non l'automobile, che è ormai un bene comune, ma il computer e i suoi finti misteri, per ora consentiti a pochi eletti, a costituire uno status symbol.

DALL'ESTERNO ALL'INTERNO CON VALORI

Allora è evidente che la ricerca di identità non può svolgersi all'esterno, e deve essere cercata in se stessi e/o in quei valori ultimi che proprio in quanto assoluti non sono contaminati dalla corruzione, dal cancro del sistema.

Due possibili percorsi

Questa ricerca di identità porta a due percorsi possibili. Uno è quello che, ancorandosi ai valori ultimi, in teoria non accetta mediazioni, ma in pratica realizza un'ideologia totalizzante che finisce per ritenere che qualsiasi mezzo sia buono per raggiungere il fine. La certezza si colloca in un progetto ultimo ed in un «noi» che è acriticamente assunto a garanzia della fedeltà al progetto.
Il secondo percorso possibile richiede invece una continua mediazione per risalire dalla esperienza ai valori ultimi e per ritornare da questi alla realtà, in una progressione assai più pragmatica in cui i fini in vista, le tappe, orientano il cammino, determinano il percorso, e poi diventano punti di partenza per il cammino successivo. Al di fuori di questi tentativi la frammentazione è assunta a identità, nel senso che c'è una vera e propria rinuncia alla progettualità, un abbarbicarsi al presente, in cui l'unico scopo è non annoiarsi troppo in questa permanente soluzione di parcheggi (forse questa è la chiave del successo di «Drive in»).

La necessità di caratteri forti

È evidente che se si sceglie la seconda strada, quella della mediazione, occorrono caratteri forti: non masse obbedienti e acritiche, ma singole individualità capaci di scegliere, di testimoniare, di divergere. Occorrono uomini di carattere, in grado di lasciare tracce non solo per se stessi, ma che siano guida per gli altri.
Occorrono senso dell'avventura, gusto del nuovo, amore del futuro, una forte fede nella presenza di Dio nella storia, l'ottimismo della fede dei padri conciliari.
L'individualità forte, capace di resistere alle mode culturali, capace di scelte autonome di adulti, è il modello da proporre: non l'uomo delle certezze assolute, ma l'uomo che ha la sola certezza della strada (ricerca) e della fede, e non le confonde in un precario progetto ideologico assoluto, ma le coniuga in una progettazione permanente in dialogo con la realtà, con la storia e con gli altri.
Per ottenere personalità di questo tipo, capaci di vivere la strada (o la frammentazione), occorre un tirocinio di disciplina, di esperienze forti, di vita collettiva.
L'identità da ricercare è dunque personale, individuale, e non chiusa nella «soggettività» dell'esperienza di gruppo, ma aperta all'«oggettività» della storia, nella quale il soggetto deve sapersi giocare con forte senso di squadra, aperto e pronto a rispondere alla sua vocazione particolare.

Il metodo della continuità

Dal punto di vista metodologico è necessario ristabilire una continuità nella crescita dei giovani, che, se non è la negazione totale dell'adolescenza, come propone G. Lutte (1984), non dista molto da questa proposta.
Il ragazzo nella nostra società vive l'adolescenza come una lunga fase di attesa, inutile, priva di possibilità e di responsabilità; poi improvvisamente diviene adulto. Così vissuta l'adolescenza non ha carattere formativo, bensì è destrutturante: dal punto di vista del carattere la mancanza di assunzione di ambiti di responsabilità, di capacità di scegliere, in fase evolutiva può essere un marchio perenne.
Per continuità culturale si intende invece la situazione in cui al ragazzo, lungo tutto il corso della sua crescita, vengono proposte mete via via più impegnative e progressive senza, appunto, soluzione di continuità. Le tappe della sua crescita saranno dunque quelle di tipo biopsichico, ma a livello sociale l'inserimento avverrà in modo graduale.
La situazione attuale esaspera invece la discontinuità culturale, fino ad indurre fenomeni di paura di diventare adulti, poiché questo passaggio significa il passaggio immediato dalla totale irresponsabilità alla totale responsabilità. Il fenomeno dei molti giovani che hanno «paura» di terminare gli studi universitari è una evidente denuncia di questa situazione.

PER QUALE MATURITÀ?

Il termine «maturo», legato alla fine della adolescenza e all'ingresso nel mondo adulto, è certo uno dei meno solidi. Pieron definisce la maturazione come un processo di sviluppo condizionato dall'interazione dell'organismo e dell'ambiente interno, in contrapposizione al termine «crescita», che designa l'interazione dell'organismo e degli ambienti interno ed esterno. Così maturazione e maturità dovrebbero essere riferiti alla sola crescita fisica.
Nell'uso comune uno è maturo quando «la pensa come me», quando è più convergente. Così la maturità è il patrimonio difficilmente trasmettibile di ciascuna generazione.
La crescita invece è un processo di espansione attiva nella realtà, il cui luogo privilegiato è il concreto sociale, la comunità, il territorio. Ai giovani debbono essere proposti percorsi di esperienze concrete, in cui sperimentare la loro possibilità di realizzarsi, e cioè di essere utili, di avere senso per qualcuno e quindi anche per sé stessi.
Molti spunti della stessa natura possono trovarsi nel Programma della Comunità europea «Transizione dei giovani dalla scuola alla vita adulta e di lavoro».
Il programma infatti definisce esperienze educative necessarie per aiutare i giovani ad affrontare con successo il periodo della transizione, e cioè «aiutarli ad ampliare le conoscenze del mondo del lavoro e della comunità in cui vivono, e a sviluppare le abilità pratiche necessarie per essere autonomi e competitivi nel mondo degli adulti:
- programmi di esperienze di lavoro, di ricerca, e di lavoro effettivo nelle comunità;
- requisito della credibilità per avere valore agli occhi degli insegnanti, dei genitori, dei datori di lavoro e dei giovani stessi».
Il programma prevede che queste esperienze siano, allo scopo di renderle credibili, valutate e certificate. L'obiettivo per superare la transizione difficile è un maggiore raccordo tra mondo dell'educazione e mondo del lavoro. Interessante è notare come l'utenza dei corsi previsti in questo programma considera «giovani» i ragazzi dai 12-13 anni in poi.
Accanto alle esperienze di percorsi continui educazione-lavoro è necessario realizzare esperienze di percorso di partecipazione istituzionale.
In questa direzione si muovono molteplici progetti di servizio-civile (tra le più avanzate quelle della Caritas), tra i quali sono da segnalare diverse iniziative legate alle emergenze, o agli effettivi bisogni di un territorio. In questo caso il passaggio avviene tra l'inserimento transitorio in una istituzione pubblica nazionale e aspetti della realtà istituzionale locale. Tra le difficoltà più evidenti di queste esperienze vi è la mancanza di vita di gruppo, cioè l'impatto con l'istituzione avviene nella maggioranza dei progetti a livello individuale. Di grande interesse sono i percorsi proposti dall'associazionismo (in particolare dall'Agesci), in cui la gradualità' di assunzione di responsabilità e potere all'interno del gruppo è tale da condurre i giovani all'assunzione di responsabilità individuali, nelle forme del servizio interno alla associazione, e sempre più anche verso l'assunzione di responsabilità intese come servizio esterno, ponte verso l'assunzione di responsabilità ai livelli istituzionali. In questo caso il percorso nasce nel privato in forma collettiva, e approda nel pubblico nella dimensione personale e collettiva dell'impegno politico del singolo.