Appartenenza e differenziazione: il cammino dell'identità

Inserito in NPG annata 1985.


Gabriela Tavazza – Tiziana Piersanti

(NPG 1985-5-19)

 

Al momento di affrontare il problema della identità dei giovani si pone la scelta tra due diverse modalità di lettura:
- inquadrare tale problema nell'ottica psicodinamica, che vede la costruzione dell'identità come un processo che ha origine dalle prime sensazioni corporee, a cui si aggiungono le identificazioni e le fantasie concernenti il sè (processo evolutivo dell'io);
- adottare una lettura che permetta di analizzare il fenomeno a un «metalivello», a un livello cioè superiore, per consentire una visione di insieme del processo evolutivo.

RESTARE GLI STESSI NELLA TRASFORMAZIONE

Il maggiore respiro di tale seconda via (il «metalivello») pare bene espresso dalla definizione data da Lichtenstein, che accentua l'importanza della esperienza di continuità nel normale sentimento di identità. Il suo concetto di identità caratterizza la «capacità di restare gli stessi nel momento del cambiamento», mentre il senso di identità è la «coscienza di tale continuità di essere gli stessi».
Dove l'enfasi maggiore è posta nell'idea di una crescita psicologica dell'individuo e della famiglia, che non deve essere necessariamente scandita da «crisi evolutive», e non deve essere vista come ripudio degli stadi precedenti (per cui il crescere di una
entità deve costare la negazione delle precedenti esperienze).
La massima espressione di un processo di crescita globale va ricercata invece nella possibilità di restare gli stessi pur nella trasformazione.

Appartenenza e differenziazione

Come avviene la costruzione di una identità all'interno dei modelli organizzativi familiari?
Vasta è la letteratura che ha posto l'accento sia sull'importanza del rapporto emotivo del bambino con la madre nei primi anni di vita, sia sulla famiglia come il primo contesto significativo di apprendimento e di conferma del proprio sé.
Volendo sintetizzare con una parola, potremmo dire che il bambino inizia a sperimentare il proprio grado di appartenenza, che all'interno del ciclo vitale si colorerà di aspetti e variabili diverse. Perché questo avvenga è necessario che la famiglia porti dei cambiamenti nei propri schemi di «intimità» sperimentata alla nascita (dove la presa in carico del bambino è totale) per sostituirli, gradatamente, con schemi nuovi in cui siano considerate le nuove richieste e quindi i bisogni del bambino. Questa è una fase delicata in quanto vi sono racchiuse le premesse per un successivo sviluppo del sé distinto da quello dei genitori.
Infatti se è vero che con la nascita il bambino vive un rapporto simbiotico con la madre, è anche vero che inizia la sua separazione emotiva da lei, separazione che è un processo lento e complicato e che non va confuso con la separazione fisica.
Si adotterà il termine di differenziazione per descrivere questo lungo processo, nel quale il figlio lentamente si svincola dall'originale rapporto di fusione e si muove verso una propria autonomia emotiva.
Il grado di differenziazione che una persona può raggiungere dipende generalmente da due fattori: dal livello di differenziazione che i genitori hanno raggiunto rispetto alla propria famiglia di origine, e dal clima emotivo che la coppia ha costruito.
Il livello di differenziazione determinerà lo stile di vita del giovane.

L'ESPERIENZA DI UNA FAMIGLIA «CONFUSA»

E possibile per il giovane di oggi costruire la capacità di restare lo stesso anche cambiando e di avere la coscienza di tale continuità, se si tiene presente l'estrema complessità della attuale organizzazione sociale?
Al riguardo vanno evidenziati due ordini di fattori.
Anzitutto una confusione nella scelta dei modelli organizzativi familiari (ruoli e divisioni dei compiti sia come coppia che come genitori, ruolo del figlio, aspettative reciproche, ecc.).
E in secondo luogo una maggiore possibilità di scelta di gruppi a cui appartenere e una maggiore confusione nel creare identificazioni significative con questi gruppi.

Un mutamento dei modelli familiari

Si è parlato molto di «crisi della famiglia», di «cambiamenti di ruoli», di «rinnovamenti di valori», di «famiglia aperta e famiglia chiusa». In che modo il cambiamento di questi modelli ha contribuito alla attuale identità del giovane di oggi?
Nella famiglia pre-moderna, o famiglia contadina di tipo allargato, la distribuzione del potere passava attraverso la gestione del potere economico. In questa famiglia i nonni avevano una posizione di privilegio, mentre i figli rimanevano ai margini, mancando di incidenza in tale- processo.
Con il procedere della industrializzazione la famiglia contadina viene sostituita da una famiglia operaia di tipo nucleare, all'interno della quale i confini tra i genitori e i figli risultano ben definiti, e chiara è la divisione dei compiti all'interno della coppia: il padre è il responsabile dell'area lavorativa e la madre di quella affettiva. I nonni perdono il loro potere economico. Negli anni più recenti si assiste ad una sostanziale trasformazione della struttura familiare, dove accanto all'uomo anche la donna assolve una funzione lavorativa all'esterno. Nella coppia genitoriale l'area affettiva non è più assicurata dalla presenza della madre, e i genitori «pagano» rispetto al figlio «una mancanza in tempo», svolgendo una funzione di «amico» più che di genitore. L'aspetto normativo presente nella relazione genitore/figli viene meno, in quanto vissuto come inconciliabile con il nuovo assetto genitoriale. Sembra che l'area affettiva diventi il canale preferenziale di incontro facendo sfumare i confini generazionali.
Sono queste le premesse che troveranno nell'ideologia del '68 una configurazione sempre più chiara, fino ad arrivare ad una visione destrutturante del nucleo familiare e dell'organizzazione sociale. Si assiste in quel periodo alla «morte» dei vecchi valori e all'impossibilità di ricontrattarne dei nuovi.
Queste spinte alla destrutturazione della famiglia portano quest'ultima a «negare» se stessa. Sono di questo periodo gli slogans: «la famiglia non esiste», «siamo tutti uguali», «la famiglia è solo un gruppo di persone».
Un aspetto sicuramente positivo da sottolineare in questo processo di cambiamento dell'organizzazione familiare è quello di aver focalizzato l'importanza e la problematicità della relazione individuo-famiglia, intendendo per questo la difficoltà per ogni membro di «riconoscersi» nel rispetto della «diversità».
Da quanto detto finora rispetto alla evoluzione socio-psicologica della famiglia, sembra evidente come in questo processo non sia stata mantenuta la capacità di «restare la stessa nel cambiamento», e soprattutto non sembra essere stata salvaguardata la coscienza di «continuità di essere la stessa».
Quindi, se per la famiglia questa esperienza di «continuità» è venuta meno, causandone una perdita di identità, che cosa sarà dell'identità del figlio di questa famiglia?

Quale appartenenza familiare?

Si è detto che il senso di appartenenza e la seguente differenziazione sono due tappe fondamentali nella formazione del sé individuale, costituito di immagini conscie ed inconscie. Quindi il primo gradino nella costituzione dell'identità nasce dalla possibilità di sperimentare una appartenenza filiale. Tale appartenenza dà vita a quel processo di identificazione con le figure significative ed alla successiva introiezione di valori e norme.
Per il giovane di oggi, erede del '68, questo percorso è particolarmente difficoltoso. Infatti, come è possibile appartenere a un qualcosa che nega la propria esistenza (la famiglia non esiste)?
Il genitore non avendo potuto salvaguardare la continuità della sua figura l'ha dovuta rinnegare, dando vita ad un ibrido ruolo di padre/amico, madre/amica. All'interno della relazione genitore-figlio tale ambivalenza, nella gerarchia e nei confini, ha reso più difficile per il figlio individuare quali sono le norme genitoriali ancora utili per la sua crescita psicologica e quali invece limitative, e quindi da rifiutare. L'individuazione nasce dalla possibilità di avere chiaro «chi è l'altro», e di conseguenza di capire in che modo io posso «essere diverso» dall'altro. Questo sembra essere uno degli anelli fragili della storia psicologica del giovane d'oggi. Egli già nel suo primo contesto sociale, quello familiare, sperimenta una non chiarezza; il genitore ora amico ora padre, ora madre ora amica, rende meno evidente chi è «l'altro», e quindi più complesso il tentativo dell'individuo di diventare cosciente della propria diversità.
La formazione dell'identità comincia dove termina l'utilità delle identificazioni, e nasce dal ripudio selettivo e dalla reciproca assimilazione delle identificazioni infantili con il loro assorbimento in una nuova configurazione. Questa a sua volta dipende dal processo con il quale una società (spesso attraverso vari gruppi sociali) identifica il giovane individuo riconoscendolo.
La difficoltà a sperimentare una appartenenza filiale implica come diretta conseguenza una difficoltà a sperimentare una «appartenenza amicale», dal momento che il genitore-amico non potrà essere una figura riscontrabile nella realtà sociale. È interessante notare come i giovani di oggi siano proiettati in una costante ricerca di amici più grandi.
La nascita di una «identità nuova» è data dalla possibilità di verifica e di confronto fra l'identità familiare introiettata positiva o negativa, e l'identità esterna alla famiglia (amico, insegnante, ecc.). Solo da questo confronto è data la possibilità di riconoscimento della propria identità, come esclusiva e separata.

PER COLMARE IL VUOTO

I discorsi dei giovani di oggi che non sanno «cosa accettare o rifiutare dei genitori» sono il prodotto di una non struttura di identità. Tale mancanza è alla base dei rapporti di amicizia, che sono dettati dal bisogno di stare insieme per colmare un vuoto di solitudine. Questa può essere una chiave di lettura per le crisi esistenziali, che si manifestano alla fine di fasi strutturate come quelle scolastiche. Infatti, oggi, come venti anni fa in America, si assiste ad una «problematicità esistenziale», emergente nel momento dello «svincolo», e cioè in quella fase di passaggio che vede il giovane uscire dalla propria famiglia d'origine. Spesso la possibilità di uscita è data dal matrimonio, matrimonio che oggi sovente avviene in età molto precoce e che, per quanto finora detto, può essere considerato uno pseudo matrimonio. Infatti solo quando la formazione della identità è ben avviata, è possibile una vera intimità, la quale in realtà è una contrapposizione, oltre che una fusione di identità. Il giovane che non è sicuro della sua identità rifugge dall'intimità interpersonale e si lascia andare ad atti di intimità che sono «promiscui» senza una vera fusione e senza un reale abbandono. Qualora un vero grado di intimità non venga raggiunto, può accadere che il giovane si accontenti di rapporti personali stereotipati e si trovi a sperimentare un forte senso di isolamento.
Il senso di identità diventa più necessario e più problematico tutte le volte che si presenta una vasta gamma di possibili identità.
Sembra che il giovane di oggi paghi in termini di una pseudo-identità la mancata ricontrattazione di quei valori e modelli venuti meno con il processo di destrutturazione del '68.
Attualmente si assiste nella società ad una spinta sociale (a livello di pensiero) per una ristrutturazione che spesso coincide con un «ripescare» valori e modelli anche di vecchia data.
Tale tendenza viene confermata da alcune ricerche sociologiche. Garelli rileva come la «famiglia sembra essere rivalutata dalla grande maggioranza dei giovani per la sua funzione affettiva, per la stabilità che offre a questo livello in un contesto avaro di sicurezze». Cavalli ribadisce che la famiglia «è anche un luogo dove le persone quotidianamente si incontrano, si scambiano le proprie idee ed esperienze, misurano il fatto di trovarsi d'accordo e in disaccordo con gli altri, soprattutto con i genitori». Solo se questa spinta di pensiero si tradurrà in una reale volontà di ricostruzione sarà possibile ritrovare un «percorso per l'identità» meno accidentato di quello di cui sono stati fruitori i giovani di oggi.