Indicazioni per fare del volontariato giovanile un'esperienza educativa

Inserito in NPG annata 1985.


Piero Lucisano

(NPG 1985-4-31)


Il discorso sulla importanza del volontariato è oggi di estrema attualità. È sollecitato da un lato dalla presa di coscienza delle istituzioni di non poter risolvere con la sola politica dei servizi la vasta gamma dei bisogni emergenti; dall'altro da una considerevole spinta proveniente da diversi settori della società e, in particolare, dai giovani e dagli anziani alla ricerca di momenti di partecipazione reale.
Questa situazione, che è indubbiamente ricca di prospettive, richiede una seria riflessione per evitare che la spinta al volontariato si esaurisca in un fenomeno di moda o di consumo, o ancora, che questa istanza della base venga ingabbiata in una ragnatela istituzionale, che finirebbe per privare il volontariato della sua natura di politica innovatrice.

A QUALE VOLONTARIATO CI SI RIFERISCE

Il fenomeno del volontariato è un fenomeno che viene da lontano; affonda le sue radici nel rapporto dinamico tra istituzione e società. Il volontariato si propone, infatti, come risposta sociale alla coscienza di un bisogno o di una emergenza. Risposta che, talvolta, precorre i tempi e indica nuove vie allo sviluppo delle istituzioni, altre volte si pone come una cinghia di raccordo tra società e istituzioni senza voler raggiungere necessariamente uno status istituzionale.
Queste diverse prospettive non sono evidentemente di facile distinzione, ma è soprattutto al volontariato come «cinghia di raccordo» che rivolgerò l'attenzione, mentre alcune delle categorie che proporrò si prestano meno alla lettura di quei fenomeni di volontariato che, nella tendenza alla istituzionalizzazione, andrebbero letti piuttosto come emergenti forme del mercato del lavoro.
Il volontariato di cui parleremo è dunque una attività libera, gratuita, che nasce da una sensibilità di solidarietà sociale, e che non aspira a riconoscimento diverso dalla possibilità di poter svolgere al meglio il proprio servizio. Esso si colloca al di fuori dell'esperienza di lavoro dell'individuo, e non va confuso in alcun modo con l'attività lavorativa, anche se svolta con «spirito di servizio».
Questo fenomeno contiene indubbiamente una componente di profonda emotività, quasi di natura istintiva; quella spinta alla compartecipazione ed alla solidarietà che ha, ad esempio, condotto migliaia di cittadini tra le macerie del terremoto irpino. L'emotività; la spinta immediata necessitano però di superare i limiti propri dello spontaneismo e della mancanza di competenza. Occorre anche superare una certa concezione del tempo libero, in cui si esercita il volontariato, che va invece riscoperto come componente indispensabile della propria attività, di una visione della vita come servizio, anche se poi ciascuno dovrà determinare l'entità concreta.[1] Il volontariato deve inoltre irrobustirsi per superare gli scogli di un apparato istituzionale che, sentendosi messo in causa, lo confina in una situazione di frustrazione. Proprio il senso di impotenza di fronte ai drammi grandi e piccoli che ci interrogano è alla base della fuga nel privato, del riflusso.
Il discorso su educazione e volontariato è una delle premesse per il superamento di questa impasse.
L'obiettivo di questo superamento è quello di avere cittadini attivi e protagonisti della loro esperienza sociale, non solo di quella vissuta nel tempo libero, ma anche di quella «istituzionale». La chiave di questo superamento è nel discorso educativo: educazione e volontariato hanno assieme l'obiettivo di un cambiamento progressivo della società e di una più profonda umanizzazione della nostra esperienza.

LA CONDIZIONE GIOVANILE

Per questo la mia analisi parte dalla considerazione della condizione giovanile. Se osserviamo con attenzione i movimenti e le associazioni giovanili degli anni '60 ad oggi, noteremo un costante oscillare tra partecipazione esasperata e riflusso, tra investimento eccessivo in un'utopia di cambiamento e incapacità di sostenere i tempi di una lunga marcia.
Gli adulti del resto non sono diversi dai giovani: hanno imparato da giovani ad essere adulti. Una lunga «adolescenza», priva di responsabilità, è il vaccino violento contro il desiderio di intervenire. Solo una situazione che ristabilisca le condizioni per uno sviluppo progressivo di responsabilità e capacità di intervenire potrà formare quegli uomini di carattere che tutti riteniamo necessari.
Il fenomeno della sfasatura tra la giovinezza e l'età adulta è stato analizzato, in particolare, dagli antropologi, e definito da R. Benedict come «discontinuità culturale». Nelle culture occidentali, denuncia questa studiosa, la differenza tra il fanciullo e l'adulto è nettamente sottolineata, in particolare per le trasformazioni che avvengono durante l'adolescenza: 1) ruolo sociale responsabile contro ruolo sociale irresponsabile; 2) dominio contro sottomissione; 3) ruolo sessuale contrastato. Un evidente esempio è il passaggio dal gioco al lavoro: il giovane non dà alcun apprezzabile contributo (lavorativo) alla società; anzi, in qualche modo, gli viene impedito dalla legge. Raggiunta invece la «maturità», non solo gli viene chiesto un impegno, ma questo deve avvenire in una struttura sociale e in un mercato del lavoro nel quale è in concorrenza con adulti di grande esperienza.
Come hanno affermato molti studiosi, ed in particolare in Italia A. Visalberghi, gioco e lavoro non sono invece distinti necessariamente, anzi implicano le stesse attività.[2]
Così avveniva infatti nelle società tribali (ad es. Cheyenne, ma fino a poco tempo fa anche nelle nostre campagne), dove il fanciullo non era considerato fondamentalmente differente dall'adulto, e man mano che cresceva in forza e maturità aumentavano il grado di responsabilità e la qualità del suo lavoro.
La possibilità di restaurare una condizione di continuità culturale si pone oggi non nel mercato del lavoro, bensì nell'impegno sociale e politico.
Questa è probabilmente una delle richieste profetiche dei giovani del '68, caduta di fronte alla resistenza del sistema sociale. Il volontariato può ripercorrere questo cammino in modo più cauto, facendosi forte delle esperienze di associazioni e comunità.
Non a caso, del resto, lo scautismo cattolico italiano, che prevede nella sua metodologia una forte proposta di continuità, è stato l'unico luogo associativo che non ha subito crisi per la contestazione degli anni '70, ed è oggi una delle agenzie di educazione in maggiore espansione.[3]

CONDIZIONI PER LA FORMAZIONE DI CITTADINI ATTIVI

Si tratta dunque di realizzare le condizioni perché i giovani (e gli adulti) possano avere esperienze positive di volontariato. Solo queste esperienze sono fondamenta valide, sulle quali costruire quella educazione civica diffusa, a cui le diverse agenzie educative (scuola, famiglia, ecc.) potranno contribuire in modo fondamentale.[4]

Caratteristiche del volontariato

Si è parlato di esperienze positive di volontariato, ma è necessario ora definirne in modo più rigoroso le caratteristiche prima di ricercare quali siano le condizioni necessarie perché queste si realizzino Ne indico velocemente alcune.
- Le esperienze di volontariato dovranno essere impegnative: cioè impiegare a fondo le risorse intellettive e fisiche del volontario.
- Le esperienze di volontariato dovranno prevedere una progressione personale. La progressività è legata all'impegno nel senso che solo un graduale aumento di questo consente di mantenere l'attenzione; nel senso che, a partire da esperienze più semplici, occasionali, si devono proporre, nel rispetto della crescita di ciascuno, esperienze via via più complesse.
- Le esperienze di volontariato dovranno prevedere una continuità, nel senso che ognuna si deve legare alla successiva in modo coerente.
Non tutte le esperienze infatti sono in sé positive perché esperienze: chi è stato in Irpinia per soccorrére ed è stato cacciato come importuno o, come è accaduto, ha dovuto essere soccorso, non partirà più per aiutare. L'esperienza positiva è quella che dà entusiasmo ed è di base per nuove imprese. La continuità contiene dunque in sé una progressione. La progressione richiede un maggiore impegno.
Possiamo definire dunque le esperienze di volontariato come ludiformi, nel senso che hanno tutte le caratteristiche del gioco ma non sono fini a se stesse, anzi portano un utile.
- Una quarta caratteristica del volontariato è la gratuità. Questa deve essere totale. Anzi, se si osservano le esperienze più significative, queste hanno un costo reale per il volontario che è di denaro oltre che di tempo e di impegno. La gratuità ne garantisce la libertà, al tempo stesso realizza la migliore condizione psicologica per l'esperienza stessa.
- Ulteriori caratteristiche sono la temporaneità e il tempo parziale.
Due riflessioni spingono a queste indicazioni.
La prima è che un impegno di tal genere deve prevedere — anche al massimo livello — un ricambio costante di forze. La seconda è relativa al rischio che coinvolgimento eccessivo porti ad una identificazione tra il volontario e l'attività specifica. Tale identificazione risulta pericolosa sia dal punto di vista dell'equilibrio personale che da quello dell'efficienza.
In questa sede è opportuno inserire la distinzione tra volontariato e benevolato, considerando il primo legato ad un contesto di azione collettiva, ed il secondo ad un intervento prettamente individuale.
- Infine l'esperienza di volontariato deve essere concreta.
Questa non deve essere artificiale e comportare reali conseguenze. Il volontariato deve essere chiamato ad esercitare nell'azione un potere reale, corretto corrispettivo della responsabilità assunta. Che ad una assunzione di responsabilità debba corrispondere un adeguato potere è un assunto delle scienze dell'organizzazione, ma in questa sede dobbiamo farne tesoro educativamente.

Condizioni soggettive

Se quelle ora elencate sono le caratteristiche di una esperienza di volontariato che sia educativa, è necessario ora valutare quali siano le condizioni necessarie poiché queste esperienze possano realizzarsi.
Si può distinguere, per comodità di esposizione, tra condizioni relative al soggetto volontario e caratteristiche relative alla situazione associativa e istituzionale in cui dovrà realizzarsi l'esperienza.
- L'esperienza deve essere proporzionata allo sviluppo psicologico e affettivo del soggetto. In età evolutiva deve rispettare le dinamiche psicologiche specifiche delle varie età (in sostanza esperienze brevi, concrete, con relative implicazioni di rapporto personale, di relativo peso emotivo).
- L'esperienza deve collocarsi accanto ad una solida esperienza di inserimento in ambito «istituzionale». Per i giovani parlo di studi (scuola) e anche di tempo libero (sport, gruppi di pari, altri hobbies). Per gli adulti parlo di realizzazione nel lavoro. A rafforzare, aggiungerei che è difficile supporre una buona capacità di volontariato in chi non riesce a impegnarsi nel lavoro con spirito di servizio. Purtroppo, invece, non è raro vedere che l'impegno nel volontariato di alcuni cresce col crescere delle «malattie» sul posto di lavoro.
- L'esperienza deve collocarsi accanto, e non al posto, di una realizzazione effettiva.
Questo è vero in età evolutiva, poiché il volontariato è terreno privilegiato per la sublimazione di bisogni affettivi irrisolti. Ma è ancora più vero in età adulta dove il volontariato è l'ultima sponda di soggetti non realizzati, i quali poi per disponibilità di tempo e di energia sono decisamente competitivi rispetto a chi si realizza appieno nel lavoro e nella famiglia.
- Il soggetto deve essere inserito nel lavoro di volontario sempre da protagonista: essere dunque cosciente del progetto, delle sue ipotesi di base, delle sue fasi di sviluppo. Deve di conseguenza disporre di strumenti per valutare se stesso, le metodologie seguite, i risultati conseguiti.[5]
- Ognuno va impegnato al proprio livello di competenza.
Dichiararsi disponibili non è un titolo di competenza. La competenza professionale non può che riferirsi ai titoli istituzionali e non può essere surrogata da brevi corsi. A questa dovranno aggiungersi momenti di formazione permanente ed esperienze di formazione ricorrente.
La formazione permanente dovrà avvenire soprattutto sul campo; la formazione ricorrente, invece, dovrà approfondire aspetti particolari e dovrà far ricorso a esperti e ad istituzioni particolarmente qualificate.
Il soggetto deve essere preparato dal punto di vista teorico ma, soprattutto, attraverso un tirocinio pratico che lo addestri ad intervenire.
La necessità di addestramento è evidente quando si parla di interventi di emergenza quali le calamità naturali (non basta sapere in teoria come si vive in tendopoli). È però ancora più urgente quando ci si riferisce ad attività che comportano interazioni con persone in difficoltà. Sono evidenti ovunque i danni realizzati da volontari non in grado, ad esempio, di assumere una «distanza di ruolo» dai soggetti ai quali debbono rendere un servizio.
- Il soggetto deve comunque poter disporre di un ambiente nel quale verificare la sua azione di volontario. In termini tecnici parlerei di necessità di supervisione. Cioè della presenza di un «tutor».
Questo aspetto della supervisione deve essere letto accanto a due considerazioni. La prima è che è pericoloso che un singolo assuma un carico di volontariato individualmente; e questo non solo per la mancanza di verifica e per le difficoltà psicologiche che comporta, ma perché non garantisce continuità e quindi produce uno sforzo effimero.
La seconda considerazione riguarda invece il rischio opposto: formare soggetti in grado di muoversi a prescindere dalla comunità di riferimento.
In fase evolutiva è evidente la necessità per i giovani di esperienze sostenute dalla comunità; ma in fase adulta la associazione, il gruppo non deve essere altro che sede di progetto e verifica, mentre il soggetto adulto deve poter camminare sulle sue gambe.
- Infine il soggetto volontario deve possedere una solida formazione civica; deve conoscere le istituzioni del territorio in cui interviene e saper rapportarsi ad esse. Il volontario non può non conoscere le regole del gioco nel rapporto con l'istituzione. Al tempo stesso, aggiungerei, deve avere un atteggiamento positivo verso questa e rifuggire da tentazioni superomistiche («faccio vedere io come si fa»).

II rapporto con l'istituzione

Esistono poi una serie di condizioni, perché il volontariato sia educativo, che investono complessivamente la situazione in cui viene a collocarsi questa esperienza nel rapporto con il pubblico, con l'istituzione.
- In primo luogo, è necessario per l'istituzione riconoscere i suoi limiti e il ruolo dell'intervento volontario. Il «privato sociale» deve così essere considerato un soggetto al quale vengano riconosciuti, dallo stato e dagli enti pubblici, autentici spazi di libertà e di azione.
Lo stato e gli enti pubblici nelle loro competenze devono dare un riconoscimento ed una regolamentazione all'intervento volontario, a tutela del volontariato stesso e dei cittadini che fruiscono dei servizi.
- L'ente pubblico è chiamato a coordinare i diversi interventi nel territorio, quelli che gestisce direttamente, quelli che appalta a cooperativa di servizi, e quelli che vengono offerti dalla forza presente nel territorio.
L'ente pubblico deve creare armonia fra i diversi soggetti presenti nel territorio, promuovendo il coordinamento e non la lottizzazione degli spazi di volontariato.
Fra l'altro è opportuno che ci sia una distinzione chiara tra ciò che si configura come volontariato e ciò che è nella prospettiva di diventare un servizio istituzionale a carico dell'ente pubblico.
- Compito ancora dell'ente pubblico è coinvolgere la forza del volontariato nella stessa forza di pianificazione delle risorse e dei servizi.
Inoltre, nel far questo, l'ente _pubblico dovrà fare riferimento ai diversi livelli di esperienze possibili, considerando sia la possibilità di interventi occasionali che possono essere affidati a giovani studenti (pulizia straordinaria di ambienti, di abitazioni di anziani, realizzazione di sentieri o di sbarramenti antincendi, animazione occasionale di bambini, costituzione di uno spazio per servizi, ecc.), sia quella di interventi continuativi. Nel territorio dovrebbero essere individuate possibilità di intervento volontario a diversi livelli.
Tutto questo è possibile se le associazioni o gli enti stessi hanno progetti di formazione al volontariato per settori specifici (ad esempio, protezione civile), con dei curricoli espliciti e livelli di preparazione riconosciuti.
- Infine l'ente locale deve rispettare la natura gratuita del volontariato. Con la richiesta che non lo compri, non lo finanzi più del necessario per le attività del momento. Altrimenti le associazioni di volontariato diverranno l'ennesima «istituzione partecipativa» con i tesserati fantasma ed un esercito di funzionari in ricerca di identità.

CONCLUSIONI

Se queste condizioni saranno, sia pure in parte, rispettate, il volontariato potrebbe essere una potente cinghia di trasmissione. In esso il cittadino, giovane o adulto, potrebbe sperimentare un rapporto positivo con la realtà («posso fare qualcosa»), con la società («mi assumo le mie responsabilità»), con le istituzioni («lo faccio nel rispetto ed in collaborazione con le strutture preposte»).
Tutto ciò non potrà non avere una ricaduta positiva sull'intera percezione delle istituzioni da parte del cittadino, e sul suo atteggiamento rispetto alla partecipazione.
In questa prospettiva il volontariato, inteso come concezione attiva dell'essere cittadino, è mezzo e fine di una azione educativa che vede cittadini e istituzioni come protagonisti di un processo di crescita.


NOTE

[1] È stato da più parti rilevato che si sta andando verso una organizzazione del lavoro che richiederà un impegno orario sempre minore e di conseguenza provocherà nuove esigenze sul piano sociale ed educativo. Su questo tema spunti di interesse si possono trovare in: AA.VV. Quale società (a cura di A. Visalberghi), La Nuova Italia, Firenze, 1984.
[2] A. Visalberghi, Gioco e intelligenza, in Scuola e città, 30 nov. 1980 pp. 473-477.
[3] L'incremento dell'Associazione negli ultimi anni è stato: del 9,6% dall'81 all'82, del 5,50% dall'82 all'83, del 9,3% dall'83 all'84, per un incremento numerico totale di 30.000 unità. Il dato è significativo anche del notevole aumento di disponibilità di adulti al servizio educativo.
[4] Il problema della educazione civica e di quali contenuti debba essere riempita questa disciplina è di estremo interesse; alcuni spunti possono essere ricavati dalla introduzione tracciata da M. Corda Costa ai programmi di scuola media del '79, in: AA.VV., I nuovi programmi della scuola media, La Nuova Italia, Firenze.
[5] Un sussidio utile è stato stampato nella collana curata dall'AGESCI per l'Editore Boria di Roma con il titolo Il servizio nel territorio, 1984.