Vincenzo Lucarini

(NPG 1985-10-24)

 


DUE MODELLI DI ABBANDONO DELLA RELIGIONE

In precedenza si è visto come tra riorganizzazione della personalità durante l'adolescenza e rifiuto della religione esista un duplice rapporto.
Nel primo l'abbandono religioso è conseguenza e punto d'arrivo della riorganizzazione della personalità, nel secondo è luogo di rottura degli equilibri precedenti e punto di partenza per la stessa riorganizzazione.
Ciò si spiega anche con un duplice modo di interagire tra fattori affettivi e fattori cognitivi, arrivando a prospettare, in ultima analisi, due modelli di abbandono della religione: un modello «calmo e morbido», e un modello «conflittuale e traumatico».

Abbandono calmo e morbido della religione

Nel modello calmo e morbido il soggetto mosso da intensi bisogni affettivi ed emotivi, si era bloccato ad un uso funzionale della religiosità, teso più che altro a dare risposta a tali bisogni.
Nel momento in cui, ormai l'adolescente, comincia a mostrare una certa maturità affettiva e emotiva, diviene capace di fare a meno degli «appoggi» religiosi. Le credenze e i comportamenti religiosi, precedentemente investiti di intense cariche affettive, vengono a poco a poco a perdere la loro valenza positiva; e le energie personali, una volta distolte da queste mete, vengono ad essere incanalate al servizio della crescita e dell'autonomia della persona.
Nel momento in cui cade la necessità di appoggiarsi alla religione, l'adolescente ha una maggiore capacità di sottoporla a vaglio critico, a favore del proprio modo di vedere e di sentire le cose.
Diventa quindi capace di una valutazione più obiettiva di quanto la religiosità gli offre riguardo a valori e a modi di porsi verso la vita.
Nei soggetti che appartengono a questa modalità di abbandono religioso, si rileva dapprima un distacco a livello affettivo, e in un secondo momento, con l'intervento di un'accresciuta capacità cognitiva, un vaglio più critico della proposta religiosa.
Sempre a livello emotivo, il soggetto percepisce il passaggio dalla credenza alla non credenza in modo calmo, tanto da non ricordare con precisione il periodo in cui il passaggio è avvenuto. Viene avvertito, più che altro, uno sfumare lento da una posizione all'altra, senza grossi sommovimenti. Ciò può spiegarsi con il fatto che in precedenza si era verificato un abbandono affettivo, lento ma inesorabile, tale che quello definitivo, sancito a livello razionale, non si configura come traumatico, ma appunto morbido e calmo.

Abbandono conflittuale e traumatico della religione

Nell'abbandono conflittuale e traumatico il primo passo, quello fondamentale, è invece a livello cognitivo: contrariamente quindi al modello precedente in cui, come si è visto, l'aspetto cognitivo ha avuto il ruolo di sancire definitivamente un rifiuto già realizzato a livello emotivo-affettivo. Agli inizi l'adolescente appare ancora fortemente attaccato a determinate credenze di tipo religioso che avevano lo scopo di mantenere invariate e senza ulteriori scompensi zone dello psichismo rimaste bloccate a livelli evolutivi precedenti.
A seconda dei casi, la religiosità assumeva funzioni quasi magiche nel mantenere il dolore e la sofferenza al di fuori della propria esistenza, e nel compensare carenze affettive determinatesi durante l'infanzia, soprattutto nei riguardi dei genitori. In alcuni soggetti aveva anche il compito di mantenere vivi ricordi, sensazioni e modi di porsi vissuti in precedenza come molto gratificanti. In pratica si attuava un'associazione tra momenti gratificanti della fanciullezza e il fatto che questi si erano verificati in occasioni «religiose».
Essendo le radici di queste credenze molto profonde, e situandosi a livello emotivo-affettivo, l'adolescente cerca di conservarle in quanto gli permettono di evitare ulteriori scompensi.
L'atteggiamento caratterizzante è così di tipo difensivo, con il tentativo di manipolare o di escludere dalla coscienza informazioni che minacciano di mettere in crisi queste credenze, del resto non molto salde dal punto di vista cognitivo.
Con il passare del tempo, in questi soggetti viene ad attuarsi un restringimento sempre maggiore del campo della coscienza personale, con una conseguente crescente conflittualità tra le nuove informazioni provenienti da un'esperienza adeguata del reale, e le vecchie credenze basate su un rapporto inadeguato con il reale visto ancora con le lenti deformanti dei propri bisogni profondi.
Le credenze religiose si pongono così come coperture di falle a livello affettivo ed emotivo, e contemporaneamente bloccano la crescita della personalità, in quanto non permettono di assumere il reale con quanto di sofferente comporta rispetto alle proprie credenze.
Comunque il peso di questa conflittualità non può essere portato a lungo. Il conflitto per lo più si svolge alle soglie della coscienza. Le vecchie credenze, continuamente o improvvisamente disconfermate, costringono l'adolescente a rendersi conto della problematicità della situazione.
Chiaramente la ristrutturazione comporta la crisi e il conseguente abbandono della religiosità, in quanto i soggetti diventano drammaticamente consapevoli della funzionalità, svolta fino ad allora dalla religiosità, e del fatto che questa si reggeva su basi instabili.
Contrariamente a quanto succedeva nel primo modello, viene avvertita una forte crisi, con la consapevolezza di dover decidere il proprio rifiuto nei riguardi della religiosità. Alcuni riescono perfino a datare con una certa precisione il momento in cui ciò è avvenuto, in quanto collegato ad un qualche episodio o ad una qualche esperienza che aveva avuto il ruolo della classica goccia che fa traboccare il vaso.
Questa crisi ha però il potere di sbloccare la situazione e di permettere un primo passo in avanti dal punto di vista della crescita affettiva, proprio a partire dalla scelta personale di abbandono religioso.
In questo secondo modello di abbandono della religiosità, c'è allora un primo momento durante il quale risulta fondamentale il livello cognitivo che pone il soggetto di fronte a situazioni fino ad allora tenute al di fuori della coscienza per mezzo di strategie difensive. In un secondo momento il livello affettivo contribuisce definitivamente nel far dirigere altrove gli interessi finora investiti sulla religiosità.
Nel momento del passaggio, decisivo per l'abbandono, venuti a mancare gli elementi fino ad allora risultati fondamentali, si rende necessario, da parte dell'adolescente, un processo di rielaborazione interna simile a quella che si verifica nella situazione di lutto. Ciò permette di trovare una via d'uscita all'esperienza soggettiva della perdita di qualcosa di importante. L'insieme dell'esperienza si configura così come traumatica e fortemente critica.

LA RIORGANIZZAZIONE DELLA PERSONALITÀ DOPO L'ABBANDONO RELIGIOSO

Se si esamina ora come, dopo il rifiuto religioso, gli adolescenti intervistati hanno riorganizzato la loro personalità, emergono alcuni dati stimolanti comuni.
È necessario mettere subito in evidenza l'incapacità di questi soggetti a vivere e a mantenere un'incongruenza tra ciò che viene avvertito a livello di vissuti profondi, e quanto invece viene manifestato o dichiarato a livello esterno da credenze comportamenti e atteggiamenti.
Nel momento in cui viene avvertita la differenza tra esperito e dichiarato, viene avvertita anche l'esigenza di eliminare l'incongruenza, e di ristrutturarsi a partire dai vissuti personali e dai valori veramente sentiti.
Così facendo, si cerca di porsi al di fuori di qualsiasi tentativo di auto o eteroimposizione di una religione a scopo funzionale. Gli intervistati, anche quando si ritenevano credenti, avvertivano di non aver fatto scelte pienamente motivate, con la sensazione di un qualcosa che non scaturiva dal proprio centro vitale e, di conseguenza, non informava l'intera personalità. Questo non pieno convincimento è da attribuirsi all'azione delle difese che dovevano, per quanto possibile, nascondere la funzionalità di queste credenze e comportamenti. Una consapevolezza del genere avrebbe sicuramente posto il soggetto in una situazione psicologica contraddittoria e, soprattutto, distruttiva.

Con l'abbandono religioso non viene meno la ricerca etica e di senso

Si è potuto rilevare che dal momento dell'abbandono gli intervistati non hanno in seguito avvertito il richiamo di un qualche bisogno religioso, il quale invece secondo diversi studiosi sarebbe fortemente radicato nello psichismo umano, e la cui insoddisfazione provocherebbe disagio o frustrazione interiore.
In tutti, invece, è risultato presente uno stato di soddisfazione e di moderata autorealizzazione, derivante dal convincimento di aver iniziato a dirigere la propria esistenza lungo binari che tenevano in dovuto conto i vissuti e i giudizi personali.
Ciò va anche a conferma della tesi secondo cui l'uomo senza religione non è psichicamente malato: può restare areligioso, può passare dalla religione all'ateismo senza che ciò intralci il suo psichismo.
C'è da dire poi che il modo in cui queste persone successivamente vivono il rifiuto della religiosità non si basa su orientamenti nichilistici. Non mostrano, cioè, di voler rinunciare né a qualcosa che dia un senso all'esistenza, né a valori sui quali orientare la ricerca di senso.
Non viene meno la ricerca di valori e di ideali positivi. Anzi, questi vengono in parte mutuati dalla religione stessa, staccandoli tuttavia dal loro referente divino. Il senso e la sua ricerca vengono orientati verso quanto viene avvertito come maggiormente confacente al sé, ponendosi, come si è già detto, al di fuori di ogni tentativo di auto o eteroimposizione.
Non si può affatto parlare neppure di collasso etico, come se venissero a mancare punti di vista o criteri sui quali impostare e giudicare la propria esistenza. Solamente che ora si basa la ricerca di criteri etici sull'uomo, sull'affermazione che sia diritto di ogni uomo elaborare un personale modo di porsi di fronte all'esistenza, e dovere di ognuno di rispettare le elaborazioni altrui. Si nota quindi il dirigersi verso un orientamento etico, basato più sulla crescita e sulla maturazione personale che su elementi di derivazione religiosa esterna.

Nuovi «criteri» per la ricerca di senso e di morale antropocentrica

Si è notato in modo quasi tangibile la presenza di un intenso desiderio di ricercare qualcosa per cui valga la pena di vivere, di realizzare pienamente le proprie potenzialità umane, di non accontentarsi di una vita mediocre e di essere pronti a pagare il prezzo necessario per tutto questo.
Legato a questo ultimo discorso c'è anche il desiderio di orientare la propria ricerca di senso su un qualcosa di saldo e di preciso che potremo definire appunto valori etici, in quanto elementi che danno «direzione» alla vita. L'aspetto nuovo è che la persona stessa viene percepita come centro di elaborazione di questi valori orientati verso l'uomo e la sua realizzazione. Inoltre viene riconosciuta ad ognuno la possibilità di elaborare valori e ideali personali, ritenendo impossibile la costituzione di un quadro di riferimento uguale per tutti. Da cui la connotazione delle scelte di questi giovani come morale antropocentrica.
Si possono tracciare anche una serie di criteri che sembrano orientare la ricerca morale e di senso.
Un primo criterio di elaborazione morale e di senso è la valorizzazione della soggettività, intesa come mettere al primo posto la ricerca personale della felicità mediante l'autorealizzazione, il raggiungimento cioè del proprio potenziale umano relativamente a gusti, progetti, capacità, aspirazioni personali.
Un secondo criterio di elaborazione morale e di ricerca di senso è l'imperativo della concretezza, intesa come tensione verso obiettivi concreti, molto vicini all'esperienza quotidiana. Più che a valori ideali astratti si tende a orientamenti immediatamente o quasi operativi. Si nota una vera e propria riscoperta delle piccole cose, e l'intuizione che la felicità è nascosta dentro lo scorrere proprio di queste cose, di queste piccole cose di tutti i giorni.
Un terzo criterio è il principio della raggiungibilità. Questo criterio è strettamente collegato ai precedenti. Si sente una improrogabile spinta alla propria realizzazione. Non la si vuole legare però a qualcosa di difficile da raggiungere, consapevoli dei pochi sogni che l'attuale situazione socioeconomica permette di coltivare ai giovani. Emerge quasi la paura di rimanere frustrati dal punto di vista esistenziale.
Un quarto criterio è l'elasticità. C'è la tendenza a non legarsi in modo definitivo ad un progetto, almeno fino a quando non si è capito bene, e con un minimo di sicurezza, ciò che è veramente importante nella vita. Si cerca qualcosa, ci si dirige verso ciò che viene personalmente avvertito come importante, lo si prova per un certo periodo di tempo, si mantiene sempre aperta però la possibilità di orientarsi altrove se ci si accorge della scarsa o non piena valenza personale di quanto scelto.
Il criterio dell'elasticità determina anche l'apertura alla molteplicità dei punti di sbocco. Si cerca cioè di non legarsi, nella propria realizzazione, ad un solo sbocco, ma di averne diversi a disposizione da coltivare e ai quali eventualmente ricorrere in caso di fallimenti.

Nuovi ambiti di investimento delle energie personali

Questi criteri di elaborazione morale e di ricerca di senso orientano gli adolescenti ad investire, dopo l'abbandono religioso, le loro energie in alcuni ambiti e luoghi che sembrano assumere una valenza fortemente positiva rispetto alle esigenze di cui si sentono portatori.
Gli ambiti e luoghi di investimento più pregnanti sembrano essere l'amicizia, l'amore di coppia, il lavoro e lo studio, nuovi rapporti con i genitori.
L'amicizia, intesa come punto di incontro intenso e vitale tra persone libere, viene rivestita di grosse aspettative e comporta un mettersi a disposizione sincero e accogliente dell'altro.
Un secondo ambito esistenziale particolarmente importante è il rapporto di coppia, sfrondato il più possibile da quelle imposizioni e dettami sociali e religiosi che prefigurano un modo fisso di relazione tra i partners. Un rapporto, insomma, il più possibile gratificante e soddisfacente, basato più sulle esigenze dei partners stessi come persone che sulle norme e i ruoli sociali e religiosi.
In terzo luogo troviamo il lavoro, vissuto però non come strumento di realizzazione fine a se stesso, ma, al contrario, come mezzo per raggiungere l'autonomia economica necessaria per essere indipendenti e quindi avere maggiori possibilità di una personale realizzazione. Viene anche espresso il desiderio di vivere il lavoro portando avanti fino in fondo i valori a cui si crede. È un'esigenza profonda di coerenza, per non fare del lavoro un momento egoistico e competitivo.
In ultimo c'è da notare la significativa rivalutazione dello studio, visto come scelta e come mezzo per approfondire in modo sistematico quanto interessa. Anche questo approfondimento non viene visto fine a se stesso, ma come modo per acquisire professionalità e competenza in vista della propria autorealizzazione.