Itinerari giovanili verso nuovi sistemi di significato

Inserito in NPG annata 1985.


Carlo Buzzi

(NPG 1985-9-21)


L'analisi della condizione giovanile negli anni '80 presenta elementi di complessità assai accentuati. Se solamente una decina di anni fa la cultura giovanile, pur con un po' di genericità, poteva essere letta in termini di confronto e di contrapposizione con quella adulta, ora i risultati delle più recenti indagini ci propongono un'immagine di un giovane non più apertamente conflittuale nei confronti del mondo adulto ma, nello stesso tempo, neppure integrato nei modelli di riferimento dominanti.

ALCUNI ASPETTI DELLA CULTURA GIOVANILE

Numerose sono le interpretazioni a questo fenomeno: alcuni autori hanno messo in luce gli aspetti «marginalizzanti» della cultura giovanile odierna, altri ne hanno evidenziato la grande «potenzialità innovativa», altri ancora hanno cercato di leggerlo in termini di «adattamento» alle mutate condizioni socioculturali della società italiana. Pur nella loro diversità tutti questi contributi abbandonano definitivamente le categorie interpretative «classiche» basate sulla integrazione non integrazione, che non riescono ad analizzare esaustivamente una realtà giovanile inserita, è bene ricordarlo, in una società che essa stessa appare, nel suo complesso, poco integrata.
Il profilo emergente è quello di un giovane «diverso». Diverso dall'individuo adulto del quale rifiuta i valori, le scelte, i comportamenti, ma anche diverso dai giovani delle generazioni immediatamente precedenti dai quali appare molto lontano.
Cercheremo di analizzare alcuni aspetti problematici e contraddittori di questa «diversità» e, successivamente, di vedere come si traducono in termini di atteggiamenti, di aspirazioni, di scelte esistenziali.

Un sistema di valori «nuovo» rispetto al passato

Una prima tendenza che emerge è la sostanziale «innovatività» del sistema valoriale giovanile.
Lontani dalla strumentalità privatistica degli anni '50, dalla razionalità borghese dei primi anni '60, dal radicalismo politico degli anni '70, i giovani d'oggi esprimono ideali di carattere «autorealizzativo». È questo un sentimento diffuso che assume connotazioni diversificate ma sempre riconducibili ad un principio generale: autorealizzazione è, anche, l'attribuzione di senso ai rapporti con gli altri e con il mondo quotidiano; autorealizzazione è, infatti, la consapevolezza di non voler rinunciare ai propri interessi personali; autorealizzazione è, anche, l'attribuzione di senso ai rapporti con gli altri e con il mondo quotidiano; autorealizzazione è, infine, il coinvolgimento verso nuovi obiettivi sociali e civili. Ecco quindi che le varie indagini ci parlano di un riaffermarsi delle aspirazioni lavorative, di un recupero della dimensione affettiva, di un orientamento poco ideologizzato ma pur sempre aperto a problemi sociali rilevanti.
L'autorealizzazione professionale, intesa come la possibilità di svolgere un'attività lavorativa soddisfacente sul piano psicologico, è un valore che sembrerebbe riaffermare quel senso di concretezza che le giovani generazioni postsessantottesche avevano perduto. Non si aspira infatti ad una generica realizzazione del sé, ma si ricerca la soddisfazione delle proprie aspirazioni e dei propri desideri nell'ambito di un agire strumentale che conserva la sua rilevanza nei confronti dell'agire comunicativo.
Il fenomeno sembrerebbe dunque presupporre non tanto un riallineamento ai classici canoni comportamentali della razionalità tecnica, bensì il tentativo di ricuperare un agire strumentale dotandolo di un significato personale.
D'altro canto i valori «affettivi», che in tutte le più recenti ricerche si situano ai massimi vertici delle gerarchie valoriali giovanili, non sono interpretabili come indicatori di una mera tendenza a «rifluire» nel privato. Il significato che accompagna questi ideali ci spinge infatti ad assumerli come segni di una ricerca di soddisfacenti e arricchenti relazioni interpersonali, anziché come sintomi del disinteresse per quanto accade al di fuori del proprio immediato intorno di vita. Quindi un recupero della socialità (amicizia), del rapporto sentimentale (amore), della qualità della vita (una famiglia senza attriti e incomprensioni).
A questo quadro generale potrebbe essere aggiunta la tensione verso traguardi civili (pace, ecologia, non violenza) che hanno sostituito le grandi utopie sociali degli anni '70, ma non è qui il caso di insistere ulteriormente su questi aspetti. Maggiormente interessante, in questo contesto, è il rapporto tra sfera valoriale e atteggiamenti individuali.

Il «tempo» nei comportamenti e progetti giovanili

La seconda tendenza che viene sottolineata nelle ultime indagini è infatti legata alla «nozione di tempo» così come viene introiettata dalle giovani generazioni.
In questo caso emerge una sorta di pragmatismo esistenziale: al di là degli ideali di fondo, di tipo autorealizzativo, gli obiettivi «concreti» appaiono limitati sul breve periodo e riferiti alla propria situazione contingente.
Ci sembra qui necessaria una breve spiegazione. In una recente ricerca A. Cavalli, utilizzando concetti quali «tempo sociale» (cioè la somma dei ritmi temporali imposti dalle istituzioni) e «tempo individuale» (composto a sua volta da «tempo occupato», regolato dal tempo sociale, e dal «tempo libero»), individuava due tipologie ideali di giovani in rapporto alla loro concezione del tempo: il tipo «autostrutturato» e il tipo «eterostrutturato».

Il tipo autostrutturato ed eterostrutturato

Nel primo caso il giovane si presenta come consapevole della propria storia e del proprio passato, e si pone in modo attivo e creativo nei confronti del presente e del futuro. La sua azione è finalizzata ad un suo individuale progetto di vita che mai assume i toni della rigidità, ma che risulta dinamico e aperto a nuove e sempre più ottimali definizioni. Tra tempo libero e tempo occupato non esiste frattura ma logica continuità.
Il tipo eterostrutturato di giovane esprime invece un progetto esistenziale che si pone quale risultato di una serie di processi di adattamento. Il bisogno di sicurezza è dominante tanto che la quotidianità appare «scandita rigorosamente dai ritmi del tempo sociale che garantiscono ordine e metodicità». La distinzione tra tempo libero e tempo occupato è netta e riguarda due differenti criteri di giudizio (quello della sfera privata contrapposto a quello della sfera pubblica).
Fin qui la distinzione teorica. Potremo aggiungere che la cultura giovanile dagli anni '50 agli anni '70 è passata progressivamente da una prevalenza del tipo eterostrutturato ad una prevalenza del tipo autostrutturato, e in questo senso si spiegherebbe il consolidarsi dei valori autorealizzativi.
Ma il fenomeno appare più complesso di quanto possa sembrare. Nella sua analisi Cavalli individuava anche una tendenza emergente, definita come «sindrome di destrutturazione temporale», che coinvolge, pur in diversa misura, sia il tipo auto che il tipo eterostrutturato. L'effetto più importante provocato da questa sindrome è la dilatazione abnorme della dimensione del presente: al di là degli ideali di fondo gli obiettivi «concreti» espressi dai giovani appaiono limitati, articolati nel breve periodo e riferiti alla propria situazione contingente. Non a caso è ricorrente l'uso. nelle interpretazioni più recenti della realtà giovanile, di termini come «frammentazione» del tempo psichico o «segmentazione» del vissuto quotidiano, che richiamano a quella frattura che è andata via via ad instaurarsi fra aspirazioni ideali e progettualità futura.
Pur se è opportuno fare qualche distinzione - la progettualità è rifiutata con un grado di maggiore consapevolezza dal tipo autostrutturato in quanto ritenuta limitatrice della propria libertà di scelta, e rimossa inconsciamente dal tipo eterostrutturato in quanto fonte di angoscia - le giovani generazioni appaiono, nel complesso, proiettate nel presente. Si fa dunque strada una tendenza, quasi un timore, a compiere delle opzioni future precise, definitive e vincolanti: in un mondo incerto e indeterminato, che nello stesso tempo offre molteplici possibilità - teoriche - di scelta, i giovani sembrano concepire il presente come una «sospensione continuamente rinnovata», una condizione provvisoria che esprime quello che Bourdieu ha chiamato «rifiuto della finitudine sociale».

La sospensione nel presente

Da una parte una sfera valoriale che esprime ideali apertamente autorealizzativi, dall'altra l'imporsi di un pragmatismo esistenziale che domina la sfera degli atteggiamenti. Come si combinano queste tendenze così contrapposte?
Alcuni autori hanno recentemente ipotizzato il progressivo affermarsi di una cultura giovanile ormai autonoma, dotata di uno specifico universo simbolico, nella quale valori e comportamenti risultano spesso svincolati tra loro perché derivati da differenti modelli di riferimento: dal punto di vista dell'identità personale il bisogno di coerenza sarebbe garantito da una attribuzione di significato costruita ex-post. In tal senso i contenuti ideali e i modi operativi con i quali l'autorealizzazione viene ricercata e vissuta dai giovani sono quanto mai vari ed eterogenei.
Nondimeno la contraddizione tra i due livelli considerati, la sfera valoriale e la nozione di tempo, è evidente: non sempre una coerente spinta autorealizzativa può essere disgiunta da una pur minima progettualità del proprio futuro personale: è il caso, ad esempio, degli atteggiamenti nei confronti del lavoro dove troppo palese ci appare la stridente contrapposizione tra la carica ideale con la quale la professione futura viene investita motivazionalmente dai giovani e l'indeterminatezza degli orientamenti operativi, cioè in concreto le scelte e i processi decisionali legati alla individuazione e alla ricerca di un ruolo professionale.
La contraddizione così come emerge tra le nuove generazioni non può d'altro canto trovare una spiegazione se non viene ricondotta all'interno delle tendenze più generali presenti nel processo di trasformazione in atto nel nostro paese. Il coesistere, ad esempio, di fenomeni come la scolarità sempre più generalizzata e l'imporsi di una omogenea cultura di massa (che hanno diminuito le distanze tra i giovani di estrazione sociale diversa) con la difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro, influiscono nel processo di selezione e scelta degli obiettivi giovanili. Al crescere delle aspettative fa riscontro infatti l'impossibilità di una progettualità futura entro sicuri margini di prevedibilità. In altre parole siamo in una situazione di «eccedenza culturale», come l'ha definita Rositi, dove le possibilità teoriche che si offrono alla realizzazione delle potenzialità umane si sono enormemente accresciute, mentre le possibilità obiettive di realizzarle concretamente si sono nel contempo ridotte.

Valori e comportamenti

È nella consapevolezza di questa condizione, paradossale quanto insolubile, che si sviluppa la cultura giovanile degli anni '80.
Da un lato il sistema dei valori dominanti viene a verificarsi nel momento in cui le aspettative di successo individuale e di miglioramento collettivo si scontrano con la rigidità della logica del mercato. Quando il giovane si rende conto che i propri bisogni spirituali e materiali non possono essere soddisfatti, il principio della procrastinazione delle gratificazioni del presente in nome delle gratificazioni del futuro, perno insostituibile nelle società industriali, perde inesorabilmente tutto il suo significato.
Dall'altro viene messo in discussione quel principio di «cooperazione competitiva», di cui si accennava poc'anzi, che costituisce il nuovo modello ideologico e comportamentale della attuale società italiana. La sincreticità equilibratrice di questo modello si spezza dando luogo a comportamenti opposti da quelli che il mondo adulto si aspetta dalle nuove generazioni. Così i fenomeni ricorrenti di anomia giovanile (aumento della devianza individuale ed organizzata) mostrano l'affermarsi di una cultura della violenza che trova la sua spiegazione in una patologica esasperazione dei valori competitivi e la negazione dei valori solidaristici; per contro il venir meno della coscienza collettiva sostituita dalla coscienza dei piccoli gruppi o, ancor più radicalmente, dalla completa privatizzazione dei sentimenti, mostra l'affermarsi di quei valori, non competitivi, ma interpretabili in una chiave di esasperato individualismo.
L'emergere di queste tendenze è qui stato posto in termini volutamente enfatizzati; sta di fatto che il fenomeno può essere letto anche nelle sue implicazioni più generali: il diffondersi della consapevolezza di non poter realizzare le proprie aspirazioni costituisce il nucleo centrale della problematica giovanile.
In tal senso la «non scelta» dei giovani nasconde piuttosto una scelta di provvisorietà che ben interpreta quella sorta di pragmatismo esistenziale che, come si è visto, è uno degli elementi caratterizzanti la cultura giovanile odierna, ma che è anche una risposta indotta dalla oggettiva precarietà degli sbocchi del mercato e dalla contemporanea moltiplicazione dei codici e dei modelli culturali.
In altre parole i giovani d'oggi, nel bene o nel male, cercano di adattarsi ad un mondo caratterizzato dalla fine di ogni certezza. Ma è un vero adattamento? È in questo contesto, infatti, che alcuni autori individuano, con il declino dei valori «prometeici», ovvero di tipo produttivo, i primi segnali della nascita di una nuova cultura ipermoderna fondata su concezioni valoriali e temporali del tutto diverse da quelle fin qui dominanti.

Famiglia, scuola, gruppo dei pari

Una terza e ultima tendenza che qui si vuole sottolineare è, sotto certi aspetti, conseguente alle prime due e riguarda gli ambiti privilegiati di trasmissione culturale.
All'inizio di queste pagine si era sostenuto come all'interno delle società industrialmente avanzate l'effetto socializzativo delle agenzie formative istituzionali famiglia e scuola venisse fortemente indebolito sia dalla crisi stessa degli apparati tradizionali, sia dalla «concorrenza» sempre più massiccia di altri canali di trasmissione, meno formali ma non meno importanti.
Sulle difficoltà entro le quali si dibatte l'istituzione scolastica non è il caso di dilungarci; basti ricordare che da anni essa sembra aver perso gran parte della sua rilevanza nonostante i vari tentativi di riforma organizzativa e contenutistica. Molte ricerche hanno del resto dimostrato come la scuola italiana non solo non riesca ad offrire ai giovani che scarsi messaggi informativi in senso modernistico e attuale, ma che non appaia neppure in grado di sostenere quei modelli di riferimento che si pongono alla base dell'integrazione societaria dell'individuo.
I rapporti tra figli e genitori sono ancora più problematici. È vero che una decina di anni fa la dimensione dell'aperta contrapposizione generazionale era maggiormente evidente, ma il clima familiare oggi prevalente è dominato da una mera neutralizzazione della conflittualità. Tra i giovani emerge infatti sempre più frequentemente la tendenza a mantenere con la famiglia un rapporto strumentale ed affettivo e ad escluderla dal processo di individuazione e di selezione, ed anche dalla semplice comunicazione, delle proprie scelte di fondo. La lontananza tra figli e genitori non sembra dunque essere diminuita pur in assenza di veri e propri attriti, anzi probabilmente si è acuita poiché mentre nella generazione precedente la frattura avveniva soprattutto nel campo delle idee, all'esterno del mondo della quotidianità, oggi la si riscontra soprattutto a livello di atteggiamenti e di comportamenti.
Con la messa in crisi dell'egemonia dei tradizionali modelli di riferimento, aumenta l'importanza degli altri canali socializzativi tra i quali spicca il ruolo sempre più emergente del gruppo dei pari, che si propone come un'agenzia mediatrice tra il singolo giovane e quella miriade di diverse prospettive culturali coesistenti all'interno della società odierna. Il gruppo dei pari non solo fornisce il luogo e i modi nei quali prendono forma e si consolidano quei tratti valoriali che abbiamo visto essere profondamente diversi da quelli adulti, ma anche, legittimando il rifiuto dei modelli comportamentali tradizionali, fornisce al giovane quegli input di fiducia e di sicurezza che si pongono come elementi essenziali per poter ricercare percorsi autonomi di soddisfazione e di realizzazione.
Con ciò non si vuole sostenere che le aggregazioni amicali esercitino una funzione di «creazione» di valori e di stili di vita (questi sono il derivato delle trasformazioni delle società complesse), bensì che siano l'anello fondamentale che lega il giovane alle sempre nuove istanze emergenti dal sociale.
Sotto questo aspetto, pur con effetti molto più contraddittori, anche i mezzi di comunicazione di massa esercitano una funzione abbastanza simile a quella del gruppo dei pari fungendo da «cassa di risonanza» nel processo di proliferazione dei codici culturali.

LA RICERCA DI SIGNIFICATO NELLE NUOVE GENERAZIONI

Si è visto come nei giovani d'oggi valori ed atteggiamenti non siano tra loro del tutto logicamente connessi. È venuto il momento di approfondire l'analisi tentando di evidenziare le componenti principali che caratterizzano, nel concreto, i modelli comportamentali delle collettività sociali del mondo giovanile. Nelle pagine seguenti si cercherà dunque di dare una risposta a questa domanda: quali sono gli itinerari esistenziali praticati dai giovani all'interno di una società complessa connotata dalla perdita di un centro totalizzante? Nella consapevolezza che le risposte giovanili all'attuale situazione socioculturale della società non potranno essere univoche, ma che rifletteranno la frammentazione dei mondi vitali, tenteremo con finalità del tutto operative di procedere a qualche semplificazione, individuando una tipologia «ideale» di azione basata sui comportamenti.

Per costruire una tipologia di comportamenti

Un primo elemento di considerazione è la modalità generale entro cui i giovani indirizzano i comportamenti. A nostro avviso la dicotomia «adattività» - «alternatività» bene rappresenta gli estremi di un continuo dove i vari criteri che guidano l'azione possono essere collocati. Se prevale il primo criterio, quello dell'adattamento, le scelte comportamentali del giovane saranno caratterizzate da una sostanziale passività nei confronti degli assetti socioculturali dominanti. Il che non implica necessariamente una integrazione coatta, ma piuttosto la tendenza ad evitare in ogni modo lo scontro con il sistema normativo della società. Con il secondo criterio invece, quello dell'alternativa, prevale una prassi diretta all'individuazione di percorsi esistenziali autonomi rispetto a quelli socialmente proposti. In questo contesto non può essere data per scontata una automatica conflittualità con gli schemi propri del mondo adulto, ma piuttosto emerge la propensione a ricercare «altre» soluzioni. Un altro livello di analisi si riferisce alla strategia generale di riferimento entro la quale i comportamenti giovanili nascono e si sviluppano. In questo caso la dicotomia che meglio interpreta il campo del possibile è riferibile ai concetti di «totalizzazione» - «segmentazione». Il primo orientamento si applica a quelle scelte giovanili tese alla ricomposizione, in senso per l'appunto totalizzante, del proprio agire sociale e individuale; il secondo orientamento esprime invece la rinuncia ad ogni tentativo di ricercare un significato che non sia parziale o contingente alle proprie decisioni esistenziali.
Ribadito che le modalità e gli orientamenti generali del comportamento giovanile siano riassumibili in uno schema tanto semplice solo dal punto di vista teorico e che empiricamente sarebbe possibile enucleare innumerevoli sfumature e varianti, proponiamo quel un modello, risultante dalle combinazioni tra le due dicotomie considerate, che individua le quattro dimensioni fondamentali (o «tipi» ideali) entro le quali si dispiegano i comportamenti giovanili. A queste dimensioni è possibile collegare altrettante subculture presenti attualmente nel mondo giovanile, così come si evidenziano dalle più recenti indagini sull'argomento.

La subcultura del conformismo: il giovane «senza qualità»

La mancanza di certezze e la messa in crisi della propria identità personale spinge il tipo «conformista» a ricercare ambiti di sicurezza all'interno di una delle due anime del modello culturale ufficiale: tradizione sociale e competizione sociale. In tal senso il conformismo può declinarsi in termini conservativi oppure modernistici.
Nel primo caso i referenti privilegiati sono i residui di un mondo in dissoluzione ma che affonda le proprie radici culturali nella tradizione. In questa ottica il giovane soddisfa il suo bisogno di stabilità emotiva dando un significato alle proprie azioni in virtù di codici morali consolidati che ritrova condivisi nel modo adulto. La subcultura conformistica conservativa esprime dunque un adattamento passivo al sistema normativo della società. I valori strumentali (vita confortevole, sicurezza e redditività professionale) caratterizzano gli ideali di fondo e danno l'illusione di una ricomposta totalità all'interno della società del benessere. Il qualunquismo che permea questa soluzione esistenziale è ben interpretato dalla conformità con la logica assistenziale del Welfare State. L'attenzione è comunque rivolta quasi essenzialmente alla sfera privata, e il senso di appartenenza è acriticamente soddisfatto nella adesione formale alla vita sociale: ad esempio il consumismo o la ritualità simbolica come strumenti per «sentirsi come gli altri».
Il conformismo nella sua accezione modernistica si orienta invece verso quelle istanze «competitive» presenti nella società industriale avanzata che si costituiscono come modello ideale di vita; l'etica della prestazione e del successo viene fino in fondo introiettata allo scopo di raggiungere le mete socialmente più ambite. I valori espressi hanno una forte caratterizzazione achiever (successo professionale, prestigio sociale) se riferiti alla sfera privata, e spiccatamente efficientisti (ordine e stabilità sociale) se riferiti alla sfera collettiva. I rapporti sociali, pur avendo una valenza strumentale si costituiscono come parametro costante di riferimento perché è nell'interazione con gli «altri» che il giovane misura la dimensione del proprio successo. In tal senso il mondo esterno finisce col definire e dirigere ogni sua scelta esistenziale.
Al di là delle differenziazioni interne i due tipi conformistici, categorie ormai residuali della cultura giovanile odierna, esprimono dunque il bisogno di adattarsi alle richieste del sociale, e laddove queste sono molteplici e contraddittorie essi scelgono quelle più sicure o quelle che garantiscono nel miglior modo possibile l'apprezzamento degli altri, quelle che, dal punto di vista formale, possono essere ricondotte ad una «interpretazione unitaria» del proprio agire individuale e sociale.

La subcultura dell'evasione: il giovane «cinico»

Tra le soluzioni esistenziali che maggiormente caratterizzano la condizione giovanile degli anni '80, la subcultura dell'«evasione» è forse quella quantitativamente più rappresentativa. Essa muove da una duplice posizione: da un lato la rinuncia ad ogni velleità totalizzante, dall'altro l'adattamento pragmatico all'interno degli innumerevoli spazi interstiziali prodotti dalla complessità sociale.
La subcultura dell'evasione si sviluppa e si diffonde soprattutto nelle aggregazioni giovanili (gruppi dei pari) e si pone nei confronti dell'assetto normativo e valoriale della società in termini di stretta neutralità e di non coinvolgimento: le regole sociali non sono rifiutate ma semplicemente eluse. I grandi ideali di ieri, così come gli obiettivi strumentali di oggi, vengono destituiti di significato, e lo stile di vita che emerge è la proiezione esistenziale nella prassi quotidiana. Ogni scelta ha il valore della provvisorietà e l'attenzione è piuttosto diretta alle relazioni interpersonali della socialità ristretta, alla fruizione diversificata, eclettica e «creativa» del tempo libero (viaggi, sport, associazionismo, consumi culturali e non, ecc.), in poche parole alla centralità della qualità della vita nelle sue accezioni espressive ed affettive.
La segmentazione funzionale del vissuto quotidiano e la rinuncia ad ogni pretesa di giustificazione globale rendono oltremodo flessibili i processi decisionali che sottostanno alle scelte di questo giovane: esentato dal dovere della coerenza assoluta può permettersi una pluralità di appartenenze e di esperienze anche contraddittorie senza che la sua identità ne sia minimamente scalfita. Non a sproposito, riferendoci a questa impostazione esistenziale, si potrebbe parlare di «cinismo». D'altra parte la subcultura dell'evasione appare un tipico fenomeno indotto dalla perdita di un referente universale a cui ricondurre le proprie azioni, dalle rigidità del mercato del lavoro che precludono la possibilità di formulare progetti a lungo termine, da quella eccedenza culturale che offre all'individuo numerosi spazi di, seppur parziale e provvisoria, realizzazione.

La subcultura della devianza: il giovane «disorientato»

La difficoltà di adattamento alle richieste sociali è invece la caratteristica della terza subcultura considerata, quella della «devianza».
A differenza di qualche anno fa, il disagio giovanile non trova canali ideologici preesistenti entro i quali indirizzare il proprio impegno (o il proprio malcontento). La fine delle grandi utopie, alle quali si legava la speranza di un radicale cambiamento degli assetti sociali, ha facilitato da un lato l'abbandono di ogni obiettivo collettivo, dall'altro il rifugio entro soluzioni individualistiche connotate da accentuati gradi di anomia.
La crisi economica e l'incapacità di ancorare la propria identità personale e sociale a qualche certezza ha portato alcuni giovani a vivere in una dimensione di estrema ambiguità, in ciò aiutati dalle frustrazioni del fallimento integrativo. Al senso di deprivazione ed estraneamento essi rispondono con comportamenti reattivi di tipo aggressivo (spesso violenti). I comportamenti ribellistici non sorretti da alcuna giustificazione ideale fanno di questi giovani i nuovi epigoni di una filosofia fortemente irrazionale dove il sentirsi «diversi» e l'essere «contro» a tutti i costi ne sono le caratteristiche più eclatanti.
Le precondizioni psicologiche che danno luogo a tale gruppo tipologico hanno una matrice comune: insofferenza alle regole normative non più legittimabili, accettazione del principio della segmentazione dei mondi ognuno dei quali ha i suoi codici simbolici, i suoi significati, le sue giustificazioni morali. Eterogenee sono invece le scelte concrete operate all'interno di questa subcultura, accomunate solo da coordinate molto generali quali la ribellione ai valori dominanti e la ricerca di un qualcosa di «diverso» dell'esistenza. La casistica appare assai vasta: dalle bande suburbane dei grandi centri industriali, fenomeno fino a poco fa atipico nella realtà italiana ma oggi in grande espansione, agli aggregati esoterici di derivazione anglosassone (punk, skin heads, heavy metal, mods, ecc.), fino ad arrivare alla cultura della droga come ultima e disperata soluzione ai propri problemi.

La subcultura dell'impegno: il giovane «nuovo»

La dimensione genuinamente «innovativa» della cultura giovanile è interpretata da quella sua parte che qui abbiamo chiamato subcultura dell'«impegno». È il gruppo tipologico di giovani ad essa sottesa che esprime in maniera più consistente quei valori autorealizzativi di cui abbiamo già fatto cenno. La realizzazione del sé si pone infatti come il parametro centrale a cui vengono ricondotti tutte le scelte e tutti i comportamenti.
La subcultura dell'impegno esce dai ristretti limiti dell'adattamento, sperimentando anche percorsi nuovi, non raramente in contrasto con l'establishment culturale e, almeno tendenzialmente, è portata a ricercare un sistema di significato complessivo e univoco che dia un senso al proprio agire. Se questi tentativi non sempre riescono completamente, ciò è da imputarsi al realismo che contraddistingue questo tipo «ideale» di giovane il quale, consapevole della difficoltà e dei limiti oggettivi offerti dal sociale, è in grado, senza eccessive frustrazioni, di accontentarsi di successi parziali pur non disconoscendo le sue mete di fondo. Il senso della misura insito in questo schema comportamentale consente al giovane una pluralità di interessi purché coerenti nel loro insieme: gli ideali autorealizzativi sono così nella sfera privata rivolti allo sviluppo delle proprie potenzialità e all'ottimizzazione dei rapporti interpersonali e affettivi, nella sfera sociale al miglioramento della qualità della vita (sensibilizzazione ecologica, pacifismo, diritti civili, ecc.).
Viene a delinearsi dunque un quadro esistenziale non privo di una sua razionalità, teso all'elaborazione di nuovi itinerari personali e collettivi, che pur non prefigurando trasformazioni massimalistiche della società ne perseguono comunque il suo miglioramento. Raramente l'impegno attivistico di questi giovani assume forme radicali ed estremistiche.
Questa componente innovativa della cultura giovanile è particolarmente diffusa all'interno delle aggregazioni associative, a carattere volontaristico, siano esse a sfondo laico o religioso.

Un miscuglio di subculture

Le quattro subculture brevemente analizzate, come si è più volte precisato, devono essere considerate come dei referenti generali dei comportamenti giovanili, e non pretendono né esaustività né esclusività. Anzi nel mondo giovanile i tratti peculiari a ciascuna di esse spesso sono, in varia misura, compresenti (basti pensare al fenomeno milanese dei cosiddetti «paninari» dove conformismo, evasione e devianza sembrano saldarsi in un sincretico legame); ma anche ipotizzando l'esistenza di una marcata differenziazione all'interno delle nuove generazioni non possiamo non evidenziare la labilità dei confini che separano le varie scelte esistenziali: la ricerca adattiva del «conformismo», ad esempio, può sfociare nella devianza esplicita in presenza di forti frustrazioni, oppure l'attivismo impegnato in cerca di vie nuove e totalizzanti può rifluire in cerca di vie nuove e totalizzanti può rifluire nell'evasione se la progettualità perseguita venisse sistematicamente disattesa, e così via.
È bene ricordare che, nonostante questo tentativo di sintesi operato sulle correnti culturali presenti nella gioventù italiana, permane nel complesso quella frattura tra ideali di fondo e atteggiamenti-comportamenti concreti di cui si diceva all'inizio di queste pagine. Non a caso è proprio nella scelta lavorativa che i giovani manifestano le maggiori incertezze: prefigurare i propri ruoli adulti spesso significa infatti «rientrare nei ranghi», adeguarsi alle richieste della famiglia e optare per una scelta strumentale. Certamente questa situazione di senso del proprio agire personale e sociale e la discrepanza tra aspirazioni valoriali e aspirazioni concrete ne è un aspetto esemplare, ma è anche vero che il tentativo di rendere coerenti i due livelli è oggi una operazione problematica non solo per le nuove generazioni.