Amore alla vita

Inserito in NPG annata 1985.

 

Dizionario dell'animazione /1

Mario Pollo

(NPG 1985-08-45)


L'animazione, come ho avuto modo di argomentare nei quaderni dell'animatore, è per prima cosa una particolare qualità di amore alla vita che si esprime tanto in uno stile esistenziale che in un particolare modello educativo/formativo (Q5, p. 10).
Credo che ora sia necessario andare oltre questa affermazione e affrontare, quindi, il significato di questo amore della vita oggi. Non vorrei infatti che qualcuno pensasse all'amore della vita dell'animazione come al frutto di una filosofia un po' bonacciona e molto zuccherosa, stolida financo nel suo ottimismo indifferente alla realtà. L'amore alla vita da cui nasce l'animazione si fonda al contrario su una impietosa analisi della realtà, colta anche nei suoi aspetti più chiusi alla speranza perché intrisi dallo scacco del fallimento e segnati dalla morte. L'animazione cerca l'amore per la vita ai confini della sofferenza, laddove sembra insopportabile ogni affermazione sulla felicità, la bellezza e la nobiltà della vita umana. Per questo motivo la descrizione del modello di amore alla vita che sottostà ai discorsi sull'animazione, in questo articolo nascerà dalla ricerca di quale senso è possibile dare all'amore alla vita oggi.

UN TEMPO DI ATTESA DELL'APOCALISSE

È possibile in un tempo in cui tutte le speranze terrene di redenzione del mondo sono pressoché cadute, ricercare la felicità della vita?
Sembra quello di oggi più il tempo dell'attesa dell'apocalisse che quello della esaltazione della condizione umana nel mondo. Le stesse canzoni che percuotono le orecchie ed i cuori dei giovani, all'interno dell'inarrestabile ciclo produzione/consumo musicale, sembrano, nella stragrande maggioranza, oramai fissate sul tema della fine del mondo. Tale è stato secondo gli esperti, ad esempio, nel 1982 il tema della maggior parte delle canzoni.
La fine del secondo millennio sembra riproporre alla gente, ed ai giovani in particolare, l'attesa della fine del mondo. Una fine del mondo però assai diversa da quella che era attesa alla fine del primo millennio, segnata dalla speranza, fondata su una forte fede, che l'apocalisse avrebbe finalmente portato con sé la definitiva redenzione del mondo ed aperto alla felicità ed alla vita eterna la condizione umana (almeno per gli eletti).
L'attesa dell'apocalisse, quindi, era vissuta intensamente come tempo di purificazione per acquisire titolo ad essere ammessi alla nuova Gerusalemme celeste. L'apocalisse come porta attraverso cui sarebbe avvenuto il ritorno di Gesù sulla terra. L'apocalisse come prodotto di un evento divino era alla radice dell'attesa della fine del primo millennio.
Ora, alle porte del secondo millennio, c'è nuovamente l'apocalisse. Una apocalisse però non più attesa ma temuta.
Alla fine del secondo millennio c'è la paura vestita del mantello dell'apocalisse. Paura di un evento non sentito più come divino e come porta, paurosa ma inevitabile, per accedere alla vera felicità eterna ma bensì come portatore di una distruttività la cui produzione è già nelle mani dell'uomo. Una apocalisse come scatenamento delle forze distruttive che l'uomo, per mezzo del suo sviluppo tecnico-scientifico, ha raccolto nelle sue mani nel corso di questi ultimi decenni.
Una apocalisse chiusa alla speranza che non parla al cuore dei contemporanei, se non con le immagini della morte senza ritorno dell'uomo.
Se alla fine del primo millennio molti storici hanno visto un clima cupo solo perché la gente tentava di espiare i propri peccati in vista della fine del mondo, cosa gli stessi non dovranno vedere in questo nostro tempo privo di speranza? Nulla! Ai loro occhi, infatti, apparirà un'atmosfera gaia, perché l'assenza di speranza rinchiude la gente, ancora di più, nella spirale senza senso del consumare come ricerca della felicità.
La minaccia nucleare come propellente a consumare di più, a ricercare con ancora maggior determinazione la felicità sotto forma di piacere.
Non è un caso che proprio in questi anni il discorso sul piacere da argomento per gaudenti, libertini e perdigiorno abbia assunto una vera e propria dignità culturale. Libri e riviste sul tema sono oramai entrate nel circuito del consumo culturale sofisticato.

DI FRONTE ALLO SCANDALO DELLA SOFFERENZA

L'assenza di speranza che l'apocalisse mette crudelmente a nudo non tocca solo coloro che vivono nella profondità del loro essere il terrore, quasi primigenio, della fine del mondo. Tocca, infatti, anche coloro che non sentono essere dietro l'angolo la fine del mondo, ma che, tuttavia, non hanno più nei loro cuori e nelle loro mani alcuno strumento umano che dica loro che il futuro può, in qualche modo, essere redento.

La domanda sulla redimibilità del mondo

La fine delle grandi ideologie, dei grandi sistemi di pensiero sociale e politico, della fede nella capacità della scienza di redimere il mondo e di assicurare se non la felicità perlomeno la fine della sofferenza, ha lasciato profonde cicatrici nell'anima di molti uomini che rendono difficoltoso al loro volto l'illuminarsi al sorriso della speranza. Cosa serve lavorare? Ha senso impegnarsi nel tormento e nell'inquinamento che segnano la politica odierna, se non c'è speranza di salvare il mondo dalla sofferenza e dalla maledizione del peccato?
Lo scandalo della sofferenza che nonostante tutte le conquiste, culturali, economiche e tecnico-scientifiche, interpella con un ghigno beffardo l'impegno dell'uomo nel mondo, sembra voler irridere la fede che l'uomo, dopo la venuta del Cristo, possa dare il suo piccolo contributo alla redenzione del mondo.
La domanda sulla redimibilità del mondo angoscia la coscienza di molti uomini e di molti giovani in particolare. L'uomo oggi, cadute le illusioni, legate peraltro alla sua delirante volontà di potenza, si scopre povero e debole, nonostante tutto il progresso, in un mondo che sembra impermeabile al suo impegno, al suo darsi e persino al suo sacrificarsi.
Scopre che le sue spalle sono strette e poco allenate, disabituate dalla ricerca del piacere e dalla fuga dal dolore a portare quel tremendo peso che è la sofferenza che sembra affiorare da tutti i pori del mondo.

Due tentazioni: la fuga o l'immersione

La tentazione si fa forte. Essa si veste di due abiti che sembrano opposti, anche se alla fine sono identici.
Il primo abito è quello della fuga dal mondo, della tentazione, cioè, di rinchiudersi in una spiritualità che separi l'uomo contemporaneo dagli affanni e dalle tensioni del mondo, vissuto come fondamentalmente irredimibile.
Il secondo abito che la tentazione dello scoramento può vestire è quello della illusione che l'immersione senza condizioni nel mondo, che la ricerca della felicità attraverso tutte le occasioni che la società dei consumi mette a disposizione, possa rendere la vita degna di essere vissuta.
Due abiti opposti ma che a ben guardare sono intessuti con lo stesso filo: quello della sfiducia nel futuro e nella redimibilità della condizione umana nella storia e quindi nel mondo.

PER UN PROGETTO DI UOMO: AMORE ALLA VITA COME LOTTA ALLA SOFFERENZA

La salvezza è fuori dal mondo, se mai essa esiste. È possibile offrire al giovane oggi un progetto di uomo che sfugga a questi due poli e che sia perciò fondato su un autentico amore per la vita?
L'animazione crede di sì, a condizione però che si riconosca lo scacco ed il fallimento dell'agire dell'uomo nel mondo e non ci si rifugi in un trionfalismo che contrabbanda ciò che è debole per ciò che è forte e ciò che è povero per ciò che è ricco. L'animazione cerca di fare spazio ad una proposta di uomo e di amore per la vita che si lasci provocare, sia dallo scandalo della sofferenza nel mondo che dalla povertà delle risorse umane per combatterla. Tuttavia questa proposta non può e non deve essere prigioniera della debolezza.
Questo significa che quando l'animazione propone di accogliere la debolezza, non dice di lasciarsene irretire e vincere, ma semplicemente riconoscere che essa è il tessuto di cui è intessuta la realtà odierna. Una realtà che si assume per trasformarla, da cui ci si lascia interpellare ma che nello stesso tempo si cerca di solidificare.
L'animazione è una proposta che non ha l'illusione di eliminare la sofferenza dall'orizzonte del mondo, miracolisticamente, ma persegue solo il modesto obiettivo di aiutare l'uomo a tollerarla ed ad affrontarla nel tentativo, serio, di ridurne la presenza nella vita quotidiana.

ALCUNI PUNTI FORZA DEL PROGETTO DELL'ANIMAZIONE

Questa proposta ha a monte alcuni punti forza fondamentali che ne costituiscono il necessario retroterra.

Il finito è costitutivo dall'esperienza umana

Il primo di questi punti forza è costituito dal riconoscimento della soggettività e del finito non come impedimento, prigione o grave limitazione delle potenzialità umane, ma, al contrario, come fattori della possibilità stessa della condizione umana. La soggettività, quindi, non vissuta come scacco ma come elemento costitutivo ineliminabile della esperienza umana.
È il riconoscimento che nella soggettività ha sede la formazione ed il dispiegarsi del rapporto dell'uomo con il mondo. Anzi che essa è il frutto maturo della coscienza. Infatti questa affermazione si basa sul riconoscimento del diritto-dovere che l'uomo ha di interpretare e conoscere la realtà del mondo, attraverso quel disegno che l'esperienza ed il suo modo di essere particolare formano e a cui viene dato il nome di soggettività.
È anche il riconoscere che l'incontrarsi di ogni persona con le altre nelle strutture dell'organizzazione sociale non è, non può e non deve essere, il suo perdersi divenendo una semplice parte, un'appendice della macchina sociale, ma la costruzione di una trama, più o meno razionale, di solidarietà.
Solidarietà che viene riconosciuta essere l'elemento costitutivo non solo della formazione del «sociale», ma anche come la possibilità del formarsi della stessa individualità soggettiva. Senza sociale, senza solidarietà non si ha individualità e, quindi, soggettività. Così come senza soggettività non si ha «sociale» ma solo il suo orrido e osceno simulacro distruttivo.

Il finito rende possibile l'esistenza umana

La soggettività si incontra e si nutre dell'esperienza del finito. Esperienza che alcuni vivono come opprimente, quasi che essa fosse una sorta di gabbia che impedisce e coercisce il realizzarsi delle persone ed il rivelarsi maturo delle loro potenzialità. Addirittura c'è chi vede nel finito, nei limiti che disegnano la vita ed il mondo dell'uomo, una sorta di primordiale condanna.
Questo è un modo distorcente di affrontare il discorso sul finito. Infatti il finito, e con esso i limiti che lo rendono tale, non è una condanna ma, anzi, è ciò che rende possibile e reale l'esistenza umana.
Questa è una concezione che viene da lontano. Infatti gli stessi filosofi presocratici temevano l'infinito concepito come illimitato, come ciò che non ha né confini né determinazione. Pitagora usava raccontare un mito caldeo in cui l'illimitato/infinito era associato alla madre mentre il finito era associato al padre. Entrambi poi erano considerati la causa ed il principio dell'intero cosmo. Al limitato e al finito erano però associati i caratteri del bene, mentre all'illimitato/infinito quelli del male. L'uomo trova la sua potenza proprio dall'accettazione e dalla valorizzazione dei limiti che segnano la sua esistenza.

La fiducia nell'azione «limitata» dell'uomo

È il limite, come già detto, che offre all'uomo quel po' di potere che attraverso il linguaggio, la cultura e la tecnica egli esercita sulla realtà. Assumere la debolezza del limitato, l'angustia dei confini con cui si scontra il desiderio nella vita dell'uomo, significa perciò assumere non la disperazione, ma le stesse radici della possibilità di agire dell'uomo. L'uomo è infatti condannato dalla sua povertà, dalla debolezza dei suoi limiti ad agire per poter esistere. Il suo essere stesso è legato all'azione. L'uomo infatti è costituito in modo tale che può vivere solo se agisce. Un agire, però, non indeterminato ma finalizzato alla propria autocostruzione. E questo che affermava Nietzsche quando affermava che «l'uomo è l'animale non ancora determinato». L'uomo alla nascita, e in qualsiasi momento della sua vita, non è determinato una volta per tutte ma, bensì, nella sua vita egli trova il compito di costruire se stesso sulla base di come egli si interpreta e dà significato all'esistenza ed al mondo.

La libertà è ricercare la redenzione

L'uomo, e qui stanno la sua debolezza, la sua soggettività, ma anche la sua identità, non è determinato avendo la possibilità di costruire se stesso secondo un progetto di libertà o di necessità. Questo significa che egli ha la libertà sia di ricercare la propria redenzione, sfuggendo alle leggi che vogliono il suo destino obbligato dalla necessità, dalle passioni e dai condizionamenti del mondo, che di perdere se stesso nelle varie forme in cui si dice la distruttività della condizione umana.
È partendo da queste considerazioni che l'animazione sa che, se anche oggi non si possono fare promesse forti, si possono però offrire al giovane delle possibilità di costruire se stesso all'interno di un progetto di libertà e di liberazione, reso possibile dalla morte in croce di nostro Signore Gesù Cristo.
Si può far toccare con mano per mezzo dell'animazione che c'è ancora, nel cuore di ogni uomo, uno spazio per la speranza e per l'amore, che non tutto è già stato assegnato per sempre alla sofferenza, che non tutto è destinato a perire nella distruzione.

La disponibilità a sopportare la sofferenza

Soffrire per essere fedeli al progetto che si ha di se stessi. Non perché il soffrire sia una vocazione masochista ma solo perché la redenzione del mondo avviene se si è in grado di incanalare la sofferenza all'interno di un disegno di liberazione.
La diversità dell'essere uomini non utilitaristici, non opportunisti ma fedeli ad un piano di valori si paga con l'ostracismo e la vendetta delle leggi del mondo. La sofferenza, ma anche la felicità sono il frutto della diversità. La sofferenza non è eliminabile dal mondo. È però eliminabile la sofferenza gratuita che non serve a nulla, se non a distruggere, sostituendola con una sofferenza che contribuisce alla costruzione di una umanità nuova.
Non si costruisce in un progetto di libertà stando nella bambagia, con il mondo che ti dice: «bravo!, accomodati... a te gli onori!», ma solo nella sofferenza che la propria diversità fa passare dall'inutile al progettuale.
L'amore per la vita nell'animazione non significa perciò l'ottuso ottimismo, un po' canzonettario, del «la vita è bella», ma bensì l'amore che sa che al fondo del dolore nasce la libertà e la felicità di una condizione umana redenta.
Un uomo realizzato secondo il modello di Cristo è uno spicchio di spazio-tempo sottratto al dominio della morte. L'animazione ama la vita perché è nutrita alle sue radici da questa fede. Una fede che non teme di confrontarsi con il sogno dell'apocalisse e con il baratro della distruttività che ancora accompagna la vita umana in troppe zone della vita sociale ed individuale. L'amore per la vita dell'animazione si dice nell'attività educativa che abilita ogni persona a scoprire la capacità di autogovernarsi e di autogestire il proprio progetto di sé. In quell'attività, cioè, che fa scoprire l'infinita potenza che c'è nella debolezza umana.

CONCLUSIONE

Concludendo si può affermare che l'amore alla vita proposto dall'animazione si declina intorno alla difesa della coscienza umana, intesa come luogo in cui l'uomo esercita il dominio sulla propria esistenza sino al punto di farla andare controcorrente. Dove l'andare controcorrente significa la capacità dell'uomo di opporsi agli istinti, alle passioni, alla pura ricerca di piacere, per costruirsi una esistenza il cui senso ha sede nel luogo della trascendenza. L'animazione come difesa della libertà che l'uomo ha di fare se stesso, sottraendosi sia al dominio del biologico che dell'ambiente sociale. L'animazione come progetto educativo che fa l'uomo capace di essere, accettando il dono gratuito di Dio, l'artefice del proprio destino, del proprio essere nel mondo. In sintesi l'amore alla vita dell'animazione è tutto qui. Scusate se è poco!