Uscire di chiesa in punta di piedi /2

Inserito in NPG annata 1985.


Mario Delpiano

(NPG 1985-8-22)

 


DALLA CHIESA AL GRUPPO, DALL'AULA AL CAMPO SPORTIVO: L'APPARTENENZA ECCLESIALE

Il senso di appartenenza religiosa è un aspetto importante per cogliere l'evoluzione della religiosità del preadolescente nel suo processo naturale di distanziamento dalla religione dell'istituzione (che è il corrispettivo della controdipendenza nei confronti del mondo familiare).
In questa fase evolutiva è stato rilevato, anche con l'intensificarsi della socializzazione religiosa in occasione della scadenza-cresima, che il senso di appartenenza si «oggettivizza», cioè si ancora all'elemento istituzionale, alla struttura religiosa, così come essa si presenta e viene recepita dai preadolescenti. L'appartenenza infatti si esprime prevalentemente, e perciò può essere in parte misurata, attraverso l'adesione a determinate attività ben definite nella loro dimensione spazio-temporale e nel loro contenuto. E proprio attraverso il «fare» determinate cose, che l'istituzione religiosa trasmette il proprio «mondo» e risignifica al preadolescente la vita in un orizzonte di senso religioso.

La parrocchia ambito di molteplici attività

La domanda perciò molto concreta rivolta ai preadolescenti era: «Quali attività svolgi in parrocchia?».
Al di là delle attività strettamente religiose come le pratiche liturgico-sacramentali, e quelle catechistiche, che in ogni caso si rivelano le attività privilegiate nei primi anni, una fetta almeno dell'universo di preadolescenti sembra trovare nell'ambiente ecclesiale l'offerta di una serie di altre attività collegate ad interessi più immediati e vicini alla loro sensibilità.
Alle attività aggregative o associative, realizzate attraverso il gruppo, aderisce circa il 30% dell'universo preadolescenziale. Può trattarsi del gruppo Acr, Scout, Ads, o Ragazzi nuovi, oppure del gruppo liturgico, missionario o dei cantori, ma anche della squadra sportiva o del gruppo di interesse.
L'attività di gruppo appare veramente come l'unica attività in crescendo all'interno delle molteplici proposte dell'istituzione; essa, al termine dell'età, raccoglie l'adesione di oltre il 37% dei soggetti con una prevalenza delle femmine rispetto ai maschi.
Ma il preadolescente cerca l'ambiente parrocchiale anche per trovare risposta ai suoi bisogni di movimento e di gioco, di agonismo e di espressione attraverso le attività ludico-sportive. Si tratta di attività che di fatto vengono svolte con prevalenza dai maschi (37,1%) piuttosto che dalle femmine (19,7%), questo soprattutto per motivi socioculturali; in queste attività il maschio sembra ancor oggi privilegiato.
Due soggetti su dieci poi esprimono una appartenenza debole, cioè al massimo ridotta al momento esclusivamente celebrativo, e quasi un soggetto su dieci, nella globalità dei dati, asserisce di non frequentare mai l'ambiente parrocchiale. Dunque all'inizio dell'età l'istituzione ecclesiale, attraverso i suoi momenti specifici di socializzazione, sembrerebbe raggiungere quasi il 90% dell'universo preadolescenziale, anche se con modalità e ritmi diversi. Ancor oggi sembra che il mondo dei preadolescenti costituisca un interlocutore privilegiato della istituzione ecclesiale.

Un distanziamento dall'istituzione

I dati però dicono che i preadolescenti si stanno anche velocemente «distanziando» dall'istituzione religiosa, con l'abbandono delle attività che essa offre, o anche con l'uso strumentale ed occasionale di essa.
È ancora una volta attraverso la presa di distanza dalle attività offerte dall'istituzione, e vissute sotto il suo ombrello protettivo ma anche condizionante, che prende avvio il fenomeno della contro dipendenza verso l'istituzione religiosa. Tutto ciò appare connesso al reale cambio di interessi (e quindi di attività e di territorio) in atto in questo momento evolutivo; interessi spesso ritenuti meno degni di considerazione; attività che l'istituzione finora ha spesso solo considerato strumentali, come l'esca per attirare il preadolescente verso finalità autoriproduttive.
Il decrescere quasi generale delle attività svolte in ambito parrocchiale esprime quindi chiaramente una caduta ormai generalizzata dell'appartenenza nei nostri soggetti. Questi gli indicatori:
- il tracollo dei dati riguardanti l'attività catechistica nell'arco dell'età: dal 60% a dieci anni al 22,2% a quattordici. L'attività catechistica risulta dunque prevalentemente connessa con le scadenze sacramentali, e presumibilmente anche là dove esse vengono proposte per prolungare la socializzazione religiosa;
- l'ulteriore conferma della caduta della pratica religiosa istituzionale;
- l'aumento dei soggetti che interrompono completamente i legami con questa realtà istituzionale. A quattordici anni il 30% circa dei preadolescenti inchiestati vive ormai ai margini di essa ed è già in buona parte escluso dalla sua vita interna, o per lo meno non ritrova al momento proposte che stimolino nuove modalità di appartenenza.

Uso strumentale dell'istituzione

Il permanere o l'accrescersi dell'interesse verso due aree di attività, quelle di tipo ludico-sportivo e soprattutto quelle di tipo aggregativo, rivela l'attenzione preferenziale rivolta dai nostri preadolescenti a quell'immagine dell'istituzione ecclesiale che si rivela meno preoccupata di trasmettere contenuti e riprodurre comportamenti, e più attenta ai loro nuovi bisogni. Acquista significatività la parrocchia come luogo di incontro, dove si può «fare insieme», in gruppo: un luogo dove è possibile giocare, fare le «cose non-dovute», dando libera espressione ai desideri nuovi, canalizzare la propria pulsionalità. In sintesi questi preadolescenti rivelano uno spostamento di accento nell'esprimere l'appartenenza, da una visione «oggettivata» (istituzionale, ancorata alla pratica tradizionale) verso una concezione più attenta alla intersoggettività. L'esperienza di gruppo sembra inoltre rivelarsi un buon transfert per l'accrescersi dell'appartenenza alla istituzione religiosa nei termini considerati dalla ricerca.

NEL NOME DI UN DIO AMICO: LA CONCEZIONE DI DIO

La concezione di Dio nella preadolescenza rimane una delle aree più studiate nelle ricerche di psicologia in Italia. La concezione di Dio si caratterizzerebbe per notevole ortodossia formale e, nella ormai classica suddivisione in fasi, (suggerita da Deconchy), verrebbe a collocarsi nella «fase di personalizzazione» dell'idea di Dio.
I preadolescenti cioè si rappresenterebbero Dio come «persona», come quel «Qualcuno» non tanto «vissuto in una relazione particolare», quanto invece «conosciuto» ed espresso in un insieme di nozioni catechistiche. Una concezione di Dio dunque collocata sulle direttrici del «conosciuto» più che del «vissuto», del «compito» piuttosto che della «relazione» (Aletti-Tiengo 1982).
Una recente ricerca italiana (Mocciaro 1982), a cui già s'è fatto riferimento, evidenzia qualcosa di nuovo soprattutto quando vengono assunti modelli culturali nuovi nella catechesi. In essa i preadolescenti si immaginano un Dio come «persona» in relazione con gli uomini, sempre più «tra noi», padre, fratello, amico, accessibile ed incontrato, soggetto ed oggetto di amore, di fiducia familiarità (con cui si gioca) e parziale (dalie parte degli ultimi).

«Credere ci credo, ma...»

Età felice la preadolescenza per la credenza religiosa.
Globalmente i preadolescenti anche oggi non hanno difficoltà ad asserire l'esistenza di Dio.
Il 90,1% dei soggetti inchiestati ammette l'esistenza di Dio. Solo una minima parte, che corrisponde all'8,7% del campione, dice di nutrire dubbi al riguardo.
Quelli che affermano perentoriamente che secondo loro Dio non esiste corrispondono allo 0,7%. I risultati concordano con i recenti dati di Mocciaro, anche se non si evidenzia la polarizzazione assoluta dei dati. Dei cambiamenti sono tuttavia in atto anche se in forma appena percettibile: nell'arco degli anni cresce il «dubbio»; si triplica infatti il numero dei soggetti che dicono di avere dei dubbi circa l'esistenza di Dio (13,5% a quattordici anni); sono i maschi e soprattutto al Nord e al Centro.
All'età di quattordici anni comunque ancora solo 1'1% dei soggetti nega l'esistenza di Dio. I preadolescenti sembrano dunque caratterizzarsi per una elevata disponibilità al problema religioso, almeno nei termini di una docilità nell'assimilazione della proposta religiosa ambientale non ancora problematizzata nei suoi confronti cognitivi.

Un disagio latente: il dubbio nella crisi della «religione acquisita»

Anche se il dubbio su Dio è riconducibile al 9% circa del campione, esso tuttavia risulta in crescita e diventa solo il sintomo di un incipiente disagio che si estende al di là del credere o no.
Esso rappresenta un'ottica privilegiata per la comprensione di ciò che sta avvenendo: una religiosità che è sì in apparenza acquiescente, ma già in ebollizione, perché è ormai avviata, anche se non ancora in modo riflesso, una fase di incipiente ristrutturazione, soprattutto di sgretolamento, anche se accompagnata da tentativi di riformulazione misurati dai nuovi bisogni. Proprio nelle interviste, senza esserne indotti, sono i preadolescenti stessi che introducono il disagio e i dubbi. Si riferiscono anzitutto alla pratica ed alla crisi della motivazione ad essa connessa, ma anche all'esigenza di rivedere immagini di Dio che ora appaiono loro inadeguate, messe soprattutto in discussione attraverso la pratica della preghiera spontanea.
Viene cioè messa in crisi quella struttura di religiosità assimilata lungo l'infanzia, consolidatasi e anche ipernutrita nella fanciullezza.
La crisi nella preadolescenza investe prima di tutto il comportamento, ma riguarda anche la caduta dell'interesse e delle motivazioni.
Disagio, insoddisfazione e dubbio allora divengono l'espressione indiretta di esigenze nuove, anche se il condizionamento dell'ambiente risulta ancora determinante per il prolungarsi della espressione della religiosità concreta.
Lì dove appare, il dubbio nei confronti dell'esistenza di Dio segnala anzitutto l'esigenza di esprimere in forma più personale la scelta di fede, superando la semplice fiducia immediata ed infantile nell'adulto significativo (quale transfert alla credenza in Dio), soprattutto quando altri contesti creano occasione di confronto con chi non crede. In altri casi il dubbio è solo espressione di una esigenza di ristrutturare l'immagine di Dio finora pacificamente coltivata, magari attraverso l'esperienza dell'inadeguatezza di certo magismo, nella scoperta della causalità intramondana e dell'autonomia della realtà del mondo.

Dio sì, ma quale?

All'inizio dell'età, prevale una concezione nozionistica di Dio e astratta, anche se visto come «Persona», di tipo filosofico (un Essere che esiste da sempre) o teologico (Creatore e Signore), ed evidenzia l'elevato grado di omogeneizzazione delle conoscenze religiose dei nostri preadolescenti. Sembrerebbe rientrare in questa concezione la simbologia paterna di Dio (Dio come «Padre») che risente prevalentemente dell'insegnamento catechistico. Questa concezione, anche se rimane al termine dell'età ancora prevalente nei preadolescenti, tende però a decrescere progressivamente.
Accanto a questo polo merita attenzione particolare una concezione diversa che sembra emergere nel corso dell'età considerata: si tratta di un insieme di risposte che riflettono una concezione di Dio di tipo intimistico. Sono risposte che contengono elementi di relazionalità vissuta affettivamente, come: «Qualcuno che sento dentro di me» e «Colui che può risolvere i miei problemi». È facile riconoscere in queste espressioni non solo elementi nuovi di soggettivizzazione, ma anche l'ambivalenza di un atteggiamento dei preadolescenti ancora magico e strumentale, che esprime la difficoltà di costruire con «l'altro» relazioni che non siano «autocentrate» (siano questi i coetanei, il gruppo, o l'«altro» trascendente).
L'ambivalenza è data anche dal persistere in percentuali minime della paura nei confronti di Dio, in connessione con le venature moralistiche di certa catechesi, ma anche della religiosità preadolescenziale. A quattordici anni ancora il 6,3% dei preadolescenti dice di aver paura di Dio.
Mentre i maschi accentuano la concezione di Dio nella direzione del «noto» e quindi presentano una concezione più astratta e trascendente, le femmine hanno una concezione di Dio meno oggetto di conoscenza e più soggetto di relazione, col quale ci si incontra e si comunica.
Un ulteriore elemento significativo emerge dall'analisi della concezione di Dio nei soggetti che dicono di nutrire dei dubbi o di non credere assolutamente.
Questi ultimi evidenziano un'immagine di Dio distante dalla loro vita, o dal quale sentono l'esigenza di «distanziarsi» (controdipendenza), un Dio che non ha riferimento ai loro problemi, che «non interessa»; o per lo meno un Dio che è nozione astratta, vuota di contenuto affettivo e relazionale (Dio come Padre che conforta e comprende: 5,3% rispetto al 50,1% di coloro che ne affermano positivamente l'esistenza!).
Quando insomma Dio non risulta vicino alla vita, ma distante dai bisogni, interessi, domande di vita, diviene una realtà che si allontana dall'orizzonte psicologico del preadolescente.
In conclusione, la concezione di Dio indiscussamente accettata e creduta a livello di conoscenza è in lento e continuo declino. I preadolescenti invece manifestano un timido tentativo di interiorizzare e di soggettivizzare questa immagine. Ciò esprime l'esigenza di riscoprire un Dio più vicino alla loro vita, dentro di essa: colui col quale comunicare, da sentire presente come compagno sicuro a sostegno del loro «diventar grandi».
Non è soltanto l'esigenza di ristrutturare un concetto, ma un atteggiamento di fronte a tale realtà.

Un personaggio, amico e simpatico: l'immagine di Cristo

Nel delineare l'immagine di Gesù Cristo i preadolescenti si orientano anzitutto sulle risposte di contenuto più nozionale, dotate di elevata ortodossia formale, perché molto legate all'inculturazione catechistica. Sono quelle espresse nelle categorie divino-salvifiche, ma aventi scarso riferimento al vissuto personale del preadolescente.
Sono le immagini, prevalenti nei maschi, di Cristo come «figlio di Dio» e «salvatore e redentore». Si tratta di risposte che diminuiscono nel corso dell'età, perdendo di significatività per i preadolescenti.
Accanto a questo nucleo di risposte, acquistano significato altre a contenuto più squisitamente relazionale ed affettivo come: «l'amico di cui mi fido nella vita», «l'amico per cui è bello impegnarsi», un «fratello che mi aiuta a diventare migliore», che sembrano più ricche di vissuto e rivelano inoltre un atteggiamento: la presa di posizione soggettiva nei riguardi del personaggio.
In esse la componente emotiva è prevalente su quella cognitiva, ed inoltre sono dotate di maggior contenuto dinamico. Sono risposte maggiormente date dalle femmine, rispetto ai maschi, e si consolidano con l'età.
È prevalente dunque anche nei confronti della figura di Cristo il polo della «oggettivazione», sul piano delle conoscenze religiose.
Tuttavia nel corso della preadolescenza anche l'immagine di Cristo sulla linea del «noto» è in forte crisi. I preadolescenti si avviano nella direzione di una rielaborazione dell'immagine di Gesù Cristo come «incontrato, vissuto», quale soggetto di una amicizia, meritevole di fiducia; un'immagine di un Cristo che piace, percepita con simpatia e favorevolmente da una percentuale nutrita (40%) di soggetti («non interessa» al 3,8% soltanto dei soggetti maschi di quattordici anni!). È dunque in atto anche qui un processo di soggettivizzazione di questa immagine, e di ristrutturazione dell'atteggiamento nei confronti di essa.

GLI ADULTI «LONTANI»

Si è inteso anche rilevare l'importanza ed il peso che i preadolescenti odierni attribuiscono ad alcune particolari figure di adulti educatori dell'ambiente ecclesiale (sacerdote, animatore, catechista, insegnante di religione).
In tutto l'arco dell'età considerata i preadolescenti inchiestati attribuiscono moltissima importanza ai genitori.
I livelli di significatività delle altre figure di adulti educatori propria dell'ambiente religioso sono quasi nulli, date le percentuali bassissime: antepongono ai genitori il sacerdote appena il 2,9% dei soggetti, il catechista 1'1,8%, l'insegnante di religione 1'1,4%, l'animatore del gruppo lo 0,8%. Inoltre con l'età decresce rapidamente l'importanza loro riconosciuta.
In realtà queste figure di educatori vengono assorbite nell'immagine delle figure genitoriali e vengono vissute come espansione di esse. La valutazione del loro peso formativo infatti subisce, anticipandolo, lo stesso andamento della valutazione delle figure parentali.
Quando però comincia a diminuire il peso riconosciuto alla famiglia e cominciano invece ad essere avviate relazioni con «altri significativi» vissute come importanti, e si offrono nuove possibilità di identificazione nel processo della nuova socializzazione orizzontale, le figure di adulti dell'ambiente religioso sembrano scomparire dall'orizzonte psicologico dei preadolescenti e vengono sempre più dichiarate ininfluenti per l'ulteriore processo di crescita.
È la non identificazione nell'adulto. Solo nell'età successiva tali figure saranno recuperare.

RELIGIOSITÀ TRA PRESENTE E FUTURO

Una religione per restare «bambini»

Nella graduatoria di «cose che sento mi aiutano ad essere un bravo ragazzo», i preadolescenti collocano, accanto alla «fede in Dio» (38,4%), alla pratica ed all'appartenenza religiosa (tutti elementi che sommati raggiungono la percentuale del 61% di scelte multiple), l'avere buoni amici, l'ubbidire ai genitori, l'esperienza incoraggiante del «sentirsi amati», accolti accettati, capiti, sostenuti da qualcuno.
Le «cose religiose» sono dunque collocate tra le cose importanti per restare il «bravo bambino» che non cresce e così è sicuro dell'amore dei genitori. Ma il preadolescente non si accontenta più dell'immagine del «bravo bambino» che è anche «religioso».
Nel decimo anno le «cose religiose» e l'ubbidienza ai genitori sono ritenute molto importanti; nel quattordicesimo anno invece scopriamo che le amicizie buone, il sostegno affettivo e comunicativo dell'ambiente, diventano più importanti, e il «credere in Dio» è ormai sostituito da altro. È un indice dunque dell'allontanamento della prospettiva religiosa dalla vita quotidiana dei preadolescenti.
Il preadolescente, a mano a mano che sente la novità della propria realtà soggettiva e si avvia a prendere coscienza di quanto l'ambiente offre in risposta alle proprie istanze di personalizzazione, comincia a percepire, come sempre meno rispondenti alle nuove esigenze di crescita, quegli elementi di religiosità appresi che, ancora scarsamente interiorizzati, vengono colti come scollati dalla sua quotidiana esperienza di vita.
Dunque il primato assegnato nella valutazione al peso delle «cose religiose» all'inizio dell'età è più che altro un riconoscimento di dovere, proclamato con solennità, rivelatore della difficoltà che egli prova di sganciarsi dai giudizi incontestabili degli adulti. A mano a mano invece che acquistano autonomia nei confronti dell'ambiente educativo della fanciullezza, attraverso la costruzione di relazioni nuove e paritetiche, attraverso l'esperienza di nuove appartenenze, i preadolescenti differenziano il mondo personale dal mondo familiare, e dilatano il proprio mondo vitale, marginalizzando la componente religiosa.
Essi si avviano a ridimensionare il peso fino ad allora attribuito alla religione con le sue pratiche ed i suoi significati (relegandola in buona parte nelle cose passate da abbandonare, come l'infanzia), e si volgono verso realtà ed esperienze sentite più consone alla loro soggettività, ma anche in buona parte vissute come «sganciate» e neutre rispetto al mondo dei significati religiosi, se non addirittura alternative al mondo della religione dell'infanzia.

Un futuro sempre meno da «credente»

Ciò che ci interessa più da vicino è rilevare quanto spazio all'interno delle proprie aspirazioni per il futuro sia riservato alle componenti esplicitamente religiose.
Ci si domanda: nel futuro il preadolescente di oggi si pensa e si desidera ancora come «religioso», cioè credente, praticante? I desideri per il futuro infatti, secondo i dati della ricerca, si polarizzano attorno ai modelli di realizzazione tradizionali mutuati dall'ambiente, all'interno dei quali trovano una collocazione modelli religiosi.
In ciò evidenziano però la fondamentale passività e docilità dei soggetti nell'assimilazione dei contenuti culturali veicolati dall'ambiente di vita.
Al primo posto infatti figura il modello di realizzazione della «persona onesta e responsabile», seguito da quello pure tradizionale del «formarsi una bella famiglia», poi quello della autorealizzazione nella modalità operativa del «lavoro sicuro» insieme a quello religioso dell'«essere un vero cristiano» (29%).
Anzitutto solo un preadolescente su dieci tende a considerare la religiosità come un elemento assolutamente importante e quindi irrinunciabile nella definizione del progetto sul proprio avvenire.
Inoltre tre soggetti su dieci soltanto sembrerebbero disposti a prendere in considerazione un modello di realizzazione contenente elementi di progetto della vita in termini religiosi.
Dunque non appare poi così importante per la propria vita futura, nei preadolescenti di oggi, continuare ad essere credente e a vivere la propria religiosità.
Una conferma ulteriore sembra emergere dal posto riservato all'«essere credente» nell'arco degli anni considerati. La percentuale decresce con l'età in maniera molto forte.
Mentre occupa il secondo posto in assoluto a dieci-undici anni, nell'età successiva altri più affascinanti modelli di realizzazione vengono a sostituirlo come: formarsi una bella famiglia, lavoro sicuro, viaggiare, autonomia morale.
Questi dati inoltre vengono ulteriormente ridimensionati ricorrendo al campione del primo livello, dove si osserva una quasi totale assenza di riferimento a contenuti e modelli di realizzazione aventi riferimento alla loro religiosità.
Un presente, quello della pratica religiosa, che, diversamente da altri aspetti del presente del ragazzo, investe molto scarsamente la progettualità, come un qualcosa che non senza difficoltà può essere preservato dall'estinzione dell'abitudine e dei comportamenti acquisiti.
Si scorge allora nei preadolescenti di oggi, peraltro dentro un inconsistente abbozzo di progettualità, una religiosità che sembra offrire scarsi appigli per una definizione futura di sé in termini esplicitamente religiosi. La trascrizione del proprio progetto futuro i preadolescenti la compiono non più in termini religiosi, ma in modalità sempre più profane e secolarizzate, sganciate dai modelli sacrali infantili ma anche da nuove risignificazioni religiose.
Anche gli elementi raccolti nell'area dell'Io ideale inducono a definire la religiosità di questi preadolescenti come una «struttura di personalità» di tipo prevalentemente comportamentale, ancora scarsamente dinamica e proattiva, poco capace quindi di stimolare al nuovo, all'inedito nell'autodefinizione, come del resto si caratterizza la religiosità infantile (Vianello 1976).[1]

QUANDO SI COMINCIA A NOMINARE I VALORI...

Il quadro dei valori nell'io ideale dei preadolescenti appare alquanto diversificato e caratterizzato dall'emergere di grappoli significativi di valori.
Dopo i valori affettivo-relazionali, più o meno narcisisticamente autocentrati, e dopo i valori materiali (salute, soldi, lavoro), la terza polarità è rappresentata dal «credere in Dio» come un valore importante nella vita (44%).
Le femmine rispetto ai maschi, oltre ad attribuire una netta preminenza ai valori dell'espressività, accentuano anche significativamente la fede come valore, rispetto ai maschi più assorbiti dai valori «concreti» dell'autoaffermazione trascritta operativamente (lavoro, soldi).
Il corso dell'età, mentre registra l'accentuarsi dei valori legati alla soggettività ed all'autoaffermazione, segnala anche la caduta del valore religioso, sia come valore assoluto o preminente sugli altri, sia come valore condiviso in un quadro più ampio di valori (dal 53,2% al 38,9% al termine dell'età considerata).
Attorno ai quattordici anni già sei soggetti su dieci però presentano un quadro di valori personali nel quale la fede come valore è assente o scomparso.
Un item del questionario sollecitava poi il preadolescente alla scelta del valore assoluto, ponendolo così in una situazione di conflitto tra valori soggettivamente e oggettivamente importanti.
In tale situazione si constata che la fede in quanto valore viene affermata come assoluta da circa un quarto soltanto dei soggetti del campione (27%).
Ma se all'inizio dell'età esso risulta davvero in percentuale il valore più importante (37,4%), seguito dalla salute, dal volersi bene..., già a dodici-tredici anni lo schema appare capovolto e i valori della corporeità e dell'espressività ormai precedono la fede religiosa. Al termine dell'età solo due preadolescenti su dieci la definiscono ancora come valore preminente. Una certa accentuazione del valore religioso è operata dai preadolescenti del Sud e Isole e dai soggetti di ceto sociale alto.
In sintesi, la collocazione della fede come valore.appare in realtà, tra i soggetti che la affermano come tale, più una proclamazione nominale che una realtà vissuta.
Essa è un indice della assimilazione in buona parte irriflessa di un «valore costituito d'ambiente», intoccabile dalla critica per altro assente in questi soggetti; un valore che per un certo numero di soggetti abbastanza ridotto merita di essere «nominato», ma che in realtà non viene ancora vissuto soggettivamente come «interessante» nella vita concreta. Mentre decresce infatti questo valore, sale contemporaneamente l'attenzione e l'apprezzamento per le esperienze di valore «vicine» al loro mondo. Un indice che la religiosità stessa dei preadolescenti, nel processo di rielaborazione soggettiva dei valori, viene vissuta nella conflittualità, con la pretesa di collocarsi sul piano dei significati e dei valori umani in termini di competitività, più che su quello della risignificazione, del senso ultimo.
I valori umani il preadolescente ora comincia ad apprezzarli e a nominarli in maniera nuova nel proprio mondo di significati. La ricerca del «senso ultimo» invece non sembra ancora emergere esplicitamente alla coscienza dei preadolescenti.

QUASI UN BILANCIO

Ulteriori approfondimenti sul tema della religiosità sono certamente possibili.
A questo punto comunque può riuscire utile una sintesi panoramica della religiosità vissuta dai preadolescenti di oggi.
I preadolescenti, - ce lo fa indurre la ricerca Cospes, - sono ancora (anche se meno rispetto al passato, facendo anche solo riferimento ai dati della ricerca di Mocciaro) una fascia di soggetti caratterizzata da elevatissimo grado di pratica religiosa istituzionale, e per questo forse «più praticanti» dei soggetti sacramentalizzati («credenti»).
I dati rilevanti riferiti alla pratica religiosa istituzionale e alla religiosità immediata, la generale disponibilità alla credenza, all'assunzione acritica dei contenuti conoscitivi del messaggio religioso, rivelano l'alto grado di influenza delle agenzie di socializzazione religiosa soprattutto sul comportamento religioso dei soggetti, nell'offrire «risposte religiose». È una vera e propria opera di colonizzazione.
Ma l'andamento dei dati e soprattutto l'analisi più di tipo qualitativo ci segnalano l'insofferenza al prolungamento di una religiosità acquisita, il disagio che viene sempre più esprimendosi negli anni con la modalità dell'allontanamento, del distanziamento, non ancora di tipo critico ma prevalentemente di tipo operativo-comportamentale. È la loro critica silenziosa.

Verso una separazione tra esperienza del mondo e esperienza del sacro

Altro elemento decisivo sembra inoltre essere quello della crescente separazione tra mondo degli interessi, dei bisogni, della espressione di nuova vitalità pulsionale, e il mondo della pratica e dei significati religiosi. Si tratta di un divaricamento che denuncia una reale disintegrazione tra religiosità e vita quotidiana.
Per il bambino il mondo religioso possiede un grado di realtà fiabesca tutto suo, ed è vissuto come realtà del tutto particolare, autonoma, in sé compiuta, priva di veri e propri legami col mondo; esperienza del sacro e esperienza del mondo appartengono a due diversi livelli di «realtà» (Vianello, 1976).
L'educazione religiosa della fanciullezza e soprattutto della preadolescenza invece hanno portato ad oggettivare sempre più il «mondo religioso» dentro un'area concreta, dentro il mondo reale delle istituzioni, delle cose, delle persone religiose. Ma come «un'aiuola» accanto ad altre. Così il preadolescente, conformatosi all'immagine del «bravo ragazzo religioso» ed acquiescente, ha appreso a collocare accanto ai tanti doveri, alle numerosissime «cose da fare» (come i compiti, lasciare in ordine la cameretta, aiutare il papà, non dar fastidio alla nonna, non dire le parolacce), anche le «cose religiose» come le preghiere, l'andare a messa, a scuola di catechismo.
Accanto ad «altri lontani» che ora per lui diventano vicini, ha imparato anche a conoscere un «Altro», nei cui confronti «deve» comportarsi in un certo modo, e col quale è possibile mettersi in contatto. Così, come accanto allo spazio-tempo della scuola, della strada, la casa, la piscina o il cortiletto, c'è uno «spazio-tempo sacro» (la chiesa, l'aula di catechismo, il campetto della parrocchia, magari l'oratorio). Un mondo religioso che va collocato accanto alle altre cose, attività, luoghi, soggetti, proprio sul piano concreto delle altre realtà.
Ma i dinamismi che spingono all'inedito, la vitalità esuberante, ora richiamano tutta la sua attenzione su quelle aree di vita, su quegli spazi espressivi, che rappresentano l'aspetto della realtà mondana più immediato e più rispondente a sé.
Si tratta di spazi/tempi, persone ed esperienze che diventano più importanti e più urgenti, e vengono vissuti magari come concorrenti allo spazio-tempo del sacro, che viene perciò progressivamente abbandonato; e questo lentamente, senza rotture né conflitti, «senza sbattere la porta», ma «in punta di piedi», concedendo ancora.
Così i nostri preadolescenti, instancabili e quasi divertiti praticanti, si ritrovano alla fine a vivere, ma non ancora a vivere da credenti.

Le agenzie di socializzazione religiosa

Come sembrano collocarsi in questo divenire le agenzie di socializzazione religiosa? Esse appaiono in realtà più orientate sul passato e sul presente che sul futuro; più su quello che è ancora che non su quello che sta diventando e presto sarà.
L'accento infatti è prevalentemente posto, sembrerebbe potersi indurre, sulla pratica, sul rito, sul bagaglio di contenuti da trasmettere; appare un'azione complessivamente orientata a moltiplicare l'espressione della religiosità acquisita, a riprodurne e a prolungarne la pratica, più che a rimotivare e a promuovere l'interiorizzazione, attraverso l'offerta di nuovi contesti entro cui rielaborare la religiosità. Un'altra considerazione sembra potersi fare in riferimento al cambio nella socializzazione.
A mano a mano che emerge e s'impone il peso della socializzazione secondaria e orizzontale (i coetanei) con modelli valoriali e comportamentali diversi, l'ambito della religiosità sembra restringersi. La possibilità, per il futuro almeno, di un aiuto alla risignificazione dell'esperienza di vita quotidiana in termini credenti (che non appare ancora esplicita a questa età) si fa più lontana, dal momento che si tratta di un ambito di socializzazione altamente secolarizzato, nel quale è spesso assente la figura dell'adulto come portatore della memoria e del senso religioso.
I preadolescenti infatti sono sì ancor oggi molto praticanti, anche se lo divengono sempre meno, sono sì disponibili al condizionamento dell'ambiente e dell'educazione religiosa, anche se esso viene messo in discussione prima rispetto al passato, evidenziano anche, alcuni almeno, un processo anticipato di soggettivizzazione della religiosità, ma appaiono soprattutto totalizzati e sempre più assorbiti, nel corso dell'età, dall'immediatezza delle nuove scoperte ed esperienze, dal gusto di scoprire la vita senza troppe domande.
È l'azione delle agenzie di socializzazione religiosa sembra piuttosto favorire l'allontanamento e l'uscita dalla religione di chiesa che non la riscoperta di una religiosità ancorata nella vita con modalità di espressione e di appartenenza nuove.
Solo una parte ridotta dell'universo preadolescenziale appare inoltre sostenuta, attraverso l'esperienza gruppale, nel processo di riappropriazione del vissuto religioso in termini soggettivi e anche comunitari.

UN CAMBIO NELLA RELIGIOSITÀ DEI PREADOLESCENTI?

Con l'indagine attraverso questa sub-area del continente preadolescenza si è inteso complessivamente descrivere l'effettiva situazione di cambio, di tradizionalità, entro cui è coinvolta la stessa religiosità dei preadolescenti.
Ma è legittimo porsi un interrogativo: nel delineare e descrivere questa «religiosità in fase di cambio», è possibile anche registrare un «cambio nella religiosità» dei preadolescenti odierni rispetto a quella di ieri? Ciò appare legittimo soprattutto perché è mutato il contesto socioculturale nel quale la preadolescenza oggi si distende, un contesto anch'esso segnato da trasformazioni più o meno attivamente vissute, quando non subite, ma caratterizzato dal pluralismo culturale tipico di una società complessa.

Alcune premesse

Prima del tentativo di raccogliere anche se in forma provvisoria alcuni degli elementi più immediati rivelatori di un qualcosa di nuovo rispetto al passato, sembrano doverose due premesse.
La prima è la registrazione della quasi totale assenza di dati oggettivi provenienti dal passato coi quali rapportarsi; dati che siano frutto di studi e di ricerche analitiche, sia di tipo qualitativo che quantitativo, condotte sui soggetti di questa età nella realtà socioculturale italiana; dati inoltre frutto di ricerche miranti ad una descrizione piuttosto globale della religiosità, e non settorializzate attorno alla verifica di particolari concezioni e atteggiamenti o all'assimilazione di nozioni di tipo catechistico.
La ricerca di Mocciaro sembra far eccezione, pur nella esiguità dei dati offerti allo stato attuale.
La seconda premessa riguarda il tentativo nuovo di collocazione da parte del gruppo dei ricercatori Cospes: il tentativo di interpretazione della preadolescenza di tipo globale, entro un'ottica sistemica, per non ricadere in una lettera strutturale, a settori, a compartimenti stagno, della preadolescenza stessa. Per questo il nuovo è prima di tutto da trovarsi nell'ottica entro cui il gruppo si è collocato. Sono cambiati prima di tutto gli occhiali, le lenti, attraverso le quali cogliere la realtà: cambiata la rete per pescare in essa. A questo punto allora risulta piuttosto difficile distinguere tra il nuovo della condizione ed il nuovo dell'approccio dei ricercatori.

Una novità che risente del contesto socioculturale

Poste queste premesse, ci si rende conto che i margini riservati a questa operazione risultano piuttosto ridotti.
Cercherò tuttavia di offrire un tentativo, che vuol essere provocante ed interlocutorio, non definitivo, di raccogliere almeno alcuni nodi della religiosità dei preadolescenti che mi sembrano quelli più problematici ed attuali, rivelatori di un qualcosa di nuovo, tipico del clima culturale attuale. Anzitutto sembra indubitabile (e in parte almeno documentata) la notevole accelerazione dei processi di ristrutturazione della religiosità dei preadolescenti; essa va intesa come anticipo (quantitativamente rilevante) della fase di destrutturazione della religiosità acquisita e come spinta sollecitante anche un processo di rielaborazione soggettiva, almeno un avvio, in una parte di soggetti che appare significativa, anche se è minoranza. Tutto ciò corrisponde all'accento posto sulla fase di soggettivizzazione della religiosità, vissuta con modalità preadolescenziali (soprattutto la debolezza della consapevolezza soggettiva e della coscienza critica ne sono un indice), una fase che precedentemente appariva piuttosto esclusiva della successiva adolescenza.
Un secondo elemento sembra rapportarsi al contesto di secolarizzazione della cultura attuale trasmessa ed elaborata dalle diverse agenzie di socializzazione. Questo clima culturale, che ha svestito i caratteri di una cultura sacrale, sembra sollecitare i preadolescenti di oggi ad un atteggiamento abbastanza nuovo: la scoperta della consistenza e dell'autonomia delle esperienze e valori che vengono riscoperti come significativi per i soggetti, ma vissuti anche come sganciati dal mondo della religiosità, scollati dall'ambito del «sacro» e facenti parte invece della sfera della vita quotidiana. Questa spinta culturale sembra allora accentuare nei preadolescenti quel processo di separazione della religiosità dall'ambito della vita, anche se sono presenti nei soggetti tentativi più o meno efficaci di ricucitura.

Una nota generazionale

Un terzo elemento invece sembra raccordarsi con caratteristiche più generazionali, comuni anche alla condizione adolescenziale e giovanile: l'accentuarsi della attenzione al personale, alla relazionalità calda, accogliente, securizzante, con il prevalere della dimensione emotiva e fusionale; la cura ed il valore della espressività personale trascritta attraverso la corporeità e la fisicità; l'ampliamento dei margini di autonomia soprattutto nell'ambito e nei tempi/ spazi extraistituzionali, denotano che quel processo di accentuazione e di ampliamento della soggettività fa sentire anche il suo influsso nella religiosità dei preadolescenti di oggi.

Prigionieri del presente

Un ulteriore carattere sembra essere costituito dallo scadere del peso progettuale e proattivo della religiosità sulla vita stessa del preadolescente, in un contesto anche culturale di allentamento e di caduta della tensione verso il progetto ed il futuro.
Una religiosità, quella della preadolescenza, vissuta più come ripetizione del presente che come spinta alla progettualità personale. Tale spinta al progetto da parte della componente religiosa risulta piuttosto debole o nulla o per lo meno non sembra emergere a livello di consapevolezza, essendo la progettualità del preadolescente più un tendere implicito ed inconsapevole, prevalentemente trascritto nella operatività.
In ogni caso il preadolescente, proiettandosi nel futuro, si pensa probabilmente in modelli o schemi «religiosi» meno che nel passato.
Una progettualità perciò che si evolverebbe in direzione di una completa autonomia rispetto al religioso e che probabilmente stenta però anche a risignificarsi o a trovare con l'ambito della religione possibilità di collegamento.

Il fattore «gruppo» e la fragilità dei modelli religiosi

La ricerca illustra, inoltre, e documenta l'importanza crescente che viene ad acquistare il peso del gruppo nella rielaborazione e nella ristrutturazione della religiosità durante la preadolescenza; il gruppo come luogo di riscoperta e riappropriazione (ma anche di messa in crisi e di destrutturazione) collettiva («è una cosa che si fa 'insieme' ed è bello farlo così») della religiosità, rispetto ad un passato, ma anche ad un prevalente presente, di religiosità di massa, finalizzata soprattutto alla prescrizione dell'esistente.
Infine un dato assolutamente sorprendente: la distanza dei preadolescenti dai modelli comportamentali e valoriali assunti dalla socializzazione religiosa (insignificante e scarso rilievo dato ai modelli o «eroi» religiosi) e dai modelli adulti offerti nella persona stessa degli educatori in situazione di inculturazione religiosa, nella catechesi, nell'ambito parrocchiale: sono adulti che, almeno a livello di consapevolezza, non sono ritenuti «importanti» e sembrano contare poco per i preadolescenti di oggi. Ciò testimonia però anche la ridondanza dei modelli consumistici e la prevalenza davvero schiacciante di certe agenzie informativo-deformative e di certi modelli culturali anche dominanti all'interno di agenzie educative, come per esempio la famiglia.
Anche questo appare un dato che stimola a ripensare il processo educativo non in termini di semplice «trasmissione» di modelli, ma sul piano di costruzione di una relazionalità autentica, nel rischio di costruire un rapporto fondato sulla mutualità e sulla reciprocità, nel quale ciascuno accetta di essere se stesso e insieme di modificarsi.
Di fronte a questa realtà descritta ed interpretata occorre ora lasciar emergere gli interrogativi, le domande provocanti che ci nascono dentro come educatori.
Quali problemi pone questa situazione all'essere educatori alla fede?
Quali sfide, quali domande nasconde questa realtà?
Come autenticare le domande esplicite che i preadolescenti ci pongono? Quanto accoglierle?
In che senso questa situazione problematica può essere colta dall'educatore come sfida a saper cogliere il nuovo, ad inventare, con la libertà profonda di chi, nonostante tutto, ha voglia di poter sognare sulla realtà, ma per progettare, non per evadere o fuggire?
Ma prima ancora di pensare al progetto, al cambiamento da indurre, al cammino ancora da percorrere, perché la maturità è sempre lontana ed altrove dall'esistente, occorre scoprire nelle pieghe dell'esistente ciò che «già» costituisce la novità (rispetto al passato del preadolescente soprattutto), ciò che è già realmente valore.
Saremo capaci di cogliere dentro questa realtà la possibilità di liberare domande di invocazione, cioè domande autenticamente religiose, perché non sostituibili né con domande di altro, né saturabili se non con risposte che siano offerta di «un di più di senso», e ciò solo dopo esserci assunti il carico e la fatica di percorrere con il preadolescente la lunga strada della ricerca / invenzione dei tanti significati e sensi che la vita dentro la cultura offre?


NOTE

[1] Occorre però tener presente che ciò si registra in un momento nel quale le agenzie di socializzazione e di inculturazione religiosa hanno giocato buona parte delle loro opportunità attraverso la pedagogia dei modelli e del «progetto di vita», ma come indurrebbero a pensare i dati nel loro insieme, con scarsità di risultati, almeno in tempi e logiche a breve ed immediata scadenza.