Indagine PA/84: la religiosità dei preadolescenti. Uscire di chiesa in punta di piedi /1

Inserito in NPG annata 1985.


Mario Delpiano

(NPG 1985-7-27)


La rubrica riservata al settore dell'educazione e dell'educazione alla fede dei Preadolescenti, prosegue con la pubblicazione dei rapporti finali della Ricerca Cospes sui preadolescenti italiani. Una tematica, quella del presente rapporto, che interessa forse più profondamente tutti gli animatori coinvolti nel difficile cammino di educare alla fede i preadolescenti di oggi, con la consapevolezza però della grandezza di quello strumento debole e povero che è l'educazione nello stile dell'animazione.
Ricerche e studi sulla religiosità dei soggetti di questo stadio evolutivo ce ne sono state, soprattutto in passato; e questo più oltralpe che in Italia, fino intorno agli anni settanta.
Come non esistono ricerche sociologiche o psicosociali sulla realtà preadolescenziale attuale italiana, così non sono disponibili, fatta una singolare eccezione, ricerche più di tipo « globale » sulla religiosità dei preadolescenti, sulla domanda religiosa o per dir meglio sulle risposte in termini di religiosità, così come vengono da essi vissute in termini di atteggiamento, motivazioni, risonanza consapevole dei vissuti.
Erano soprattutto, quelle passate, ricerche riferite a tematiche puntuali, alquanto ristrette nel loro campo di indagine, limitate per di più ad evidenziare la concezione e l'atteggiamento dei soggetti verso Dio o Gesù Cristo, l'assimilazione più o meno esemplare e adeguata dei contenuti dell'insegnamento religioso e/o della catechesi.
La Ricerca Cospes invece, pur non essendo una ricerca specifica sulla religiosità dei preadolescenti, ha però voluto sondare questa area di vissuti, ma ha anche inteso andare oltre gli obiettivi troppo puntuali di altre ricerche preoccupate più di caratterizzare la religiosità di questa fase evolutiva, che non di far luce sulla qualità del vissuto della religiosità dei preadolescenti entro il contesto socioculturale italiano.
Un contesto quello attuale, ci sembra opportuno richiamarlo, che dal punto di vista della fede religiosa sembra avere in buona parte assimilato il fenomeno della secolarizzazione, quando non anche tracce di secolarismo; un contesto inoltre caratterizzato da un pluralismo culturale e di proposte inculturanti e socializzanti. In questo contesto i preadolescenti già appaiono portare sulla loro pelle i segni di un cambio di gerarchia e di influenza delle varie agenzie educative.
Per questo è urgente il richiamo dell'attenzione di chi opera all'interno di queste diverse agenzie formative; di chi è preoccupato cioè di non ridurre il proprio intervento a semplice servizio finalizzato alla integrazione da un lato o alla evasione ed allo sradicamento selvaggio dalla cultura dall'altro. Queste pagine sono nate soprattutto dopo aver lasciato parlare i preadolescenti stessi sulla loro esperienza di socializzazione religiosa e sul vissuto della loro personale religiosità. In esse si intrecciano gli elementi offerti dall'analisi qualitativa della ricerca, che è senz'altro risultata la più illuminante, con gli elementi raccolti dall'analisi di tipo quantitativo, dal momento che anche questo tipo di contributo risulta, salvo eccezione, davvero assente in Italia per questa fascia di soggetti. Ne emerge un arcipelago di vissuti, il fluire dinamico di una realtà personale (la struttura personale della religiosità) che è tutta in ebollizione, in processo di de/ristrutturazione. Non devono essere i dati quantificati della pratica, che per qualcuno potrebbero risultare consolanti, a soffermare tanto la nostra attenzione; sono le tendenze, la consapevolezza del vissuto soggettivo, le modificazioni motivazionali in atto, soprattutto l'intuizione degli sbocchi verso cui la religiosità dei preadolescenti si orienta, che ci devono far pensare. Per la comprensione adeguata della religiosità in divenire di questi soggetti, sembra allora urgente l'abbandono di un modello univoco di religiosità della preadolescenza, o per lo meno l'ipotizzare una pluralità di tipologie. n contributo sulla religiosità verrà dalla Rivista pubblicato in due parti successive. In questa prima parte la religiosità dei preadolescenti viene collegata alle ipotesi della Ricerca Cospes e successivamente esplicitata nelle sue sub-ipotesi. Di essa se ne esplora l'aspetto più appariscente e immediato, quello della pratica religiosa e delle sue motivazioni. Se la religiosità nel preadolescente è vissuta prevalentemente come pratica, essa diviene però rivelatrice, nel suo evolversi, di quello che in realtà sta cambiando nei soggetti. Essa è in un certo senso lo specchio di ciò che in gran parte sta accadendo e che solo una parte di soggetti riesce a percepire a livello di coscienza e, non senza difficoltà, a verbalizzare. Non è una situazione allarmante, ma nemmeno una situazione che tollera l'adagiarsi sulla prassi esistente. Non è infatti la possibilità di una futura apertura al trascendente che viene meno nel preadolescente odierno, è soltanto il decadere di una struttura che spesso è vissuta come essenzialmente infantile, e perciò frenante, che sospinge verso la regressione. Al pari di questo processo destabilizzante è però rilevabile, in una parte almeno di essi, un processo di incipiente rielaborazione soggettiva, che può essere assunto ed alimentato, ma anche rallentato quando non impedito, dall'azione educativa.


Preciso anzitutto la collocazione del tema «religiosità dei preadolescenti» nell'ambito e nelle finalità della Ricerca Cospes.
Essa non è in primo luogo pensata come una indagine sul comportamento religioso dei preadolescenti di oggi. Quest'ultimo infatti viene toccato quasi tangenzialmente, per coglierne la risonanza come vissuto dei soggetti, e soprattutto per valutare l'incidenza, sulla personalità dei preadolescenti, della socializzazione religiosa condotta dalle diverse agenzie educative, dalla famiglia alla chiesa, dall'insegnamento della religione al gruppo dei coetanei di tipo formativo.
Le domande da porsi allora sono le seguenti: in un contesto culturale ampiamente secolarizzato, qual è il risultato dell'azione di tali agenzie sulla formazione degli atteggiamenti dei PA verso «la realtà religiosa»? Come viene progressivamente ad organizzarsi e a modificarsi il quadro di valori del preadolescente, la sua progettualità, e, all'interno di essa, trova ancora una sua collocazione il riferimento religioso?
Ancora. Di fronte alla prevalente azione del sistema-ambiente, come si configura la reazione del «microsistema preadolescente»? Quali rimandi rilancia sui processi formativi e sul mondo religioso stesso?
Nell'avvicinarsi al mondo di questi soggetti, è opportuno che gli adulti si liberino da schemi stereotipati, da proiezione della loro mentalità.
L'area della religiosità infatti è spesso al centro dell'attenzione e della preoccupazione degli educatori alla fede, da essi ritenuta come la «religione centrale» della personalità, dinamica creativa ed integratrice di tutta la vita.
Nel sistema di personalità del preadolescente invece essa si manifesta come «regione periferica» scarsamente collegata con le zone centrali dell'Io. In questa direzione sono state definite le sub-ipotesi della Ricerca. In sostanza la religiosità dei preadolescenti va collocata nelle più ampie aree dei processi di condizionamento ambientale da un lato, e della progettualità e valori dall'altro.

I RISULTATI Dl RICERCHE PRECEDENTI

Nelle ricerche condotte in passato, anche di recente, la preadolescenza viene considerata, da un punto di vista della religiosità, come una stagione sostanzialmente felice e positiva per la maggior parte dei soggetti socializzati religiosamente. Essa si caratterizza generalmente per l'elevata pratica rituale e sacramentale, il notevole contenuto cognitivo, l'accentuata connotazione morale, l'attivismo entusiasta (Milanesi - Aletti, 1973).
Tenendo conto delle modalità caratteristiche con cui vengono a configurarsi la concezione di Dio (Qualcuno con cui si ha a che «fare» = fase di personalizzazione), l'appartenenza (ad una ben definita istituzione) e la pratica religiosa (il ritualismo), gli Autori propongono di identificare nella « oggettivazione » la categoria capace di sintetizzare la religiosità tipica di questa età.
La religiosità del preadolescente risulterebbe quindi fortemente «oggettivata» in contenuti mentali di tipo nozionistico, in schemi comportamentali ben definiti (cose da fare, da recitare, ritualità da ripetere) solo in parte interiorizzati, in un senso di appartenenza all'istituzione ben precisato nel tempo e nello spazio. Solo in una recente ricerca (Mocciaro, 1982) si giunge a rilevare un cambio nella religiosità dei preadolescenti odierni: una religiosità che si snoda piuttosto nella direzione di un «Dio vicino» soggetto ed oggetto di amore, col quale ci si pone in una relazione di familiarità, di comunicazione, persino di scherzo e di gioco. Questa religiosità sembra davvero evidenziarsi come autentico fattore di liberazione nella personalità del preadolescente, ed è conseguente ad un cambio di modelli culturali educativi e catechistici (del dopoconcilio). In continuità con questi dati recenti e nell'alveo degli assunti teorici della Ricerca Cospes, la religiosità dei preadolescenti odierni viene considerata come una struttura di personalità «in» transizione. Infatti, anche se sbilanciata attorno al polo della «oggettivazione», essa viene tuttavia a trovarsi in una reale fase di smobilitazione, inserita come è nel globale processo di cambio nel quale i preadolescenti si trovano coinvolti, anche se non pienamente coscienti.

LE SUB-IPOTESI DELLA RICERCA SULLA RELIGIOSITÀ DEI PREADOLESCENTI

In questo contesto è possibile allora definire le sub-ipotesi sulla religiosità, come esplicitazioni delle ipotesi stesse della ricerca riferite all'area dei valori e della progettualità, e all'area del condizionamento del sistema-ambiente.
Eccole in sintesi.

1. La prevalente dipendenza ambientale. Nei preadolescenti è prevalente una «modalità di dipendenza ambientale» che interessa lo strutturarsi della religiosità entro il quadro dei valori, la formazione dei modelli di comportamento, lo sviluppo di atteggiamenti verso la realtà religiosa e l'organizzarsi delle conoscenze intorno ad essa. Ciò significa che la religiosità dei preadolescenti resta prevalentemente condizionata dai modelli culturali di educazione religiosa assunti dalle diverse agenzie educative.
Questo processo di adattamento di schemi mentali e comportamentali è fortemente recettivo e scarsamente consapevole. È la religiosità d'ambiente più o meno radicata a seconda degli stimoli che l'ambiente stesso offre, sia qualitativamente che quantitativamente.

2. La religiosità del fare. Questa religiosità così condizionata si esprime in una forma «oggettivata». In essa si evidenzia il prevalere della pratica, dei riti e delle «cose da compiere»; tale che essa potrebbe essere definita la religiosità dell'altare.
Infatti la componente operativo-comportamentale è prevalente su quella motivazionale ed interiore, ed è connotata in maniera fortemente ritualistica ed istituzionalizzata.
È inoltre la forma dominante all'inizio dell'età e risente dell'intensificarsi della socializzazione religiosa in questo periodo.

3. Una presa di distanza. Nella preadolescenza però è possibile registrare l'avvio di un processo psicologico di cambio della religiosità, nella direzione di una « presa di distanza », con modalità sue proprie, da quanto acquisito in precedenza e di una incipiente autonomia.
Si potrebbe definire la religiosità del « credo, ma non pratico » o della religiosità che si esprime dietro le colonne, lontano dall'altare.[1] Alcuni fenomeni, a livello di ipotesi, possono essere assunti come indicatori:
- l'andamento e l'evoluzione della pratica;
- l'evolversi della motivazione alla pratica religiosa;
- l'iniziale percezione del condizionamento dell'ambiente e delle figure educative.

4. Spunti di incipiente soggettivizzazione. In questo processo di cambio emerge in certi soggetti una polarità nuova della religiosità, più personale e intimistica, più spontanea e agganciata ai vissuti soggettivi; è in atto il «processo di soggettivizzazione», come riappropriazione della religiosità. In essa cresce la componente affettiva insieme a quella dialogica e relazionale, e tale religiosità diviene anche più legata all'Io e funzionale ai nuovi bisogni.
È la religione del «credo, ma a modo mio» e che ha come referente «il mio Dio, l'Amico con cui mi confido, dialogo, e nel quale trovo sostegno».

5. Verso una posizione marginale. Il processo di cambio tuttavia non ha un unico esito; in diversi casi si assiste ad uno sgretolamento e ad una perdita di consistenza, soprattutto a livello di comportamento ma anche a livello motivazionale, della struttura di religiosità acquisita e di un suo permanere in posizione «marginale» entro il sistema di personalità, senza tuttavia i caratteri della definitività.
Si potrebbero, a livello di ipotesi, assumere come indicatori:
- la crescita del «dubbio» religioso, pur con una sua tipica configurazione, e del disinteresse;
- la caduta della pratica non sorretta dal cambio motivazionale ed il suo progressivo decadimento come espressione di religiosità soggettiva;
- la perdita dell'appartenenza istituzionale e la scelta, in alternativa, di nuove appartenenze.

LA RELIGIOSITÀ DEL «FARE»: LE PRATICHE RELIGIOSE

Gli studi sulla pratica religiosa dei preadolescenti (Milanesi-Aletti, 1973) tendono a sottolineare come essi vivano generalmente una religiosità caratterizzata da alto grado di pratica religiosa rituale e sacramentale.
Non è difficile richiamare alla mente l'immagine dello/della undicenne che frequenta volentieri la chiesa e le funzioni religiose, si presta con piacere ad assolvere i ruoli attivi che gli/le sono riconosciuti, si accosta ai sacramenti, prega spesso anche spontaneamente e con partecipazione emotiva, risponde come un 'bravo fanciullo' o una 'brava fanciulla' alle aspettative di cui è fatto/a oggetto.
È questo infatti, quello della disponibilità a tradurre la religiosità in determinate serie di riti, di pratiche, di comportamenti, a manifestarla esteriormente, uno degli aspetti più immediati ed evidenti, e per l'istituzione, spesso anche il più gratificante.
Diversi fattori vi contribuiscono: l'intensificarsi della socializzazione religiosa finalizzata al conferimento del sacramento della cresima; la convergenza delle agenzie educative, e spesso invece divergenti nella loro proposta, nello spingere questi ragazzi/e ai momenti di inculturazione e di socializzazione religiosa. Sul versante dei soggetti, inoltre, insieme al ritualismo religioso dell'età, è rilevante anche il prevalere della dimensione del fare attivo, concreto, sulla dimensione motivazionale e su quella cognitiva.
La componente ritualistica, che viene poi ad accentuarsi agl'inizi della preadolescenza trova facile via di canalizzazione nelle modalità della religione dell'istituzione.[2]
Ci si domanda: quest'immagine così irenica del preadolescente dedito alla pratica religiosa, corrisponde a ciò che vivono i preadolescenti italiani di oggi?

Dall'altare alle colonne: la messa festiva

Dalla ricerca compiuta dai Cospes sembra che globalmente il livello di frequenza alla messa festiva sia molto elevato: assumendo il campione nella sua globalità si osserva che il 44,2% dei preadolescenti afferma di parteciparvi «sempre» e il 36,2% «quasi sempre».
A completare il quadro vanno aggiunti i soggetti che asseriscono di prendervi parte solo nelle occasioni più importanti (15,3%), e il 4% che asserisce di non parteciparvi mai.
Le femmine rivelano in maniera significativa una assiduità più elevata, mentre i maschi si dichiarano più incostanti e più occasionali. È soprattutto analizzando la variabile età che risulta possibile cogliere l'evolversi di questa pratica nel corso della preadolescenza. Da esso si rileva una situazione di progressiva smobilitazione del comportamento come «risposta di religiosità» che ha come suo centro appunto il rito, l'espressione oggettivata ed istituzionalizzata di essa.
Col crescere dell'età si assiste infatti ad una caduta graduale di tale pratica (per quanto riguarda l'assiduità e la regolarità) in maniera abbastanza significativa (mentre a dieci anni l'87,1% frequenta sempre o quasi la messa festiva, a quattordici anni la percentuale cade al 70%); ed insieme a ciò si assiste alla crescita della pratica saltuaria ed occasionale (dal 10,1% al 21,8%) soprattutto nei maschi.
La percentuale molto elevata di frequenza a questa pratica e il suo andamento con l'età, vanno ricondotti, oltre che a variabili personali quali: la maggiore o minore dipendenza, l'insorgere dei dinamismi propri della preadolescenza (nuovi interessi, controdipendenza spazio-motoria intesa come distanziamento dallo 'spazio-tempo' della religiosità precedente), a variabili di tipo ambientale come la modalità ed il peso della socializzazione religiosa che si concretizza soprattutto nella catechesi di iniziazione sacramentale (la cresima viene collocata in gran parte a questa età su tutto il territorio nazionale). L'abbandono della pratica invece viene triplicato nel corso dell'età, anche se in percentuali ancora molto ridotte (dal 2,2% al 6,8% dai dieci ai quattordici anni). A quattordici anni tuttavia, mentre meno di un soggetto su dieci dice di non andare più a messa, già due su dieci asseriscono di parteciparvi solo più nelle grandi occasioni.
Dai dati emerge inoltre come l'esperienza di appartenenza ad un gruppo (con maggiore accentuazione se gruppo di tipo formativo) sia positivamente rilevante nel concreto prolungarsi della pratica della messa domenicale.
In riferimento alla variabile zona geografica si osserva una accentuazione di assiduità soprattutto al nord rispetto al Centro.

I limiti di un tale rilevamento

È importante a questo punto il riferimento al campione inchiestato nel primo livello della ricerca, i cui dati sembrerebbero spingere a ridimensionare in parte le percentuali così elevate di frequenza alla pratica religiosa istituzionale. In condizione infatti più libera e facilmente proiettiva del proprio vissuto, i preadolescenti che praticano con una frequenza abbastanza regolare si raccolgono attorno al 66% del campione; una cifra significativamente inferiore ai dati di secondo livello.
Si può dunque avanzare l'ipotesi che il preadolescente, interrogato in prima persona sul proprio operato, attivi un processo difensivo e tenda a dare delle risposte più conformi al «dover essere» ed alle aspettative dell'adulto, in parte forse mistificanti la realtà della pratica effettiva. In un certo senso questi preadolescenti sentono di non essere poi così fedeli a questo «dovere» religioso e questo li colpevolizza: la soluzione rimane quella di negare parte della realtà. In questo senso la situazione rilevata al primo livello spingerebbe al ridimensionamento dei dati percentuali.
In conclusione, dati in apparenza così elevati di frequenza offrirebbero un primo elemento utile all'affermazione del prevalere nei preadolescenti di modalità assimilative e conformative del comportamento religioso.
Ci troveremmo di fronte ad un dato rivelatore della tendenza della religiosità del preadolescente alla «oggettivazione», ma anche di uno sbilanciamento della religiosità sul versante non dei soggetti, che tendono ad adeguarsi alla richiesta del sistema educativo, bensì delle agenzie di socializzazione religiosa che con la loro azione appaiono prevalenti e sembrano mirare anzitutto alla riproduzione del comportamento religioso. Nonostante ciò tuttavia appare anche avviato un lento inarrestabile processo di «distanziamento» dagli standards di pratica indotti.

«Un dovere... che è anche importante per me»

Al di là dei dati sulla frequenza alla messa festiva, risulta significativa l'analisi delle motivazioni che i preadolescenti adducono e soprattutto l'evolversi o l'involversi di esse nel corso dell'età.
La motivazione che globalmente raccoglie più preferenze è quella espressa nella forma «vado a messa perché è mio dovere» (43,3%). La messa festiva è vista innanzitutto come un «dovere» ormai consolidatosi in abitudine, (anche se sentito tale da una minima parte di essi (8,6%). Tale dovere, pur non espresso verbalmente come un'imposizione della famiglia o dell'adulto (sono quasi nulle le percentuali riferite a obbligo e costrizione nelle risposte del questionario, ma risultano già significative quelle ottenute dalle interviste semistrutturate), è già parzialmente interiorizzato, dal momento che viene colto come imperativo scaturente dal soggetto (almeno dal Super Io), anche se non ancora probabilmente dalle regioni dell'Io. Si tratta di una motivazione che privilegia gli aspetti normativi e moralistici della religiosità. Questo dato ci fornisce però anche una indicazione sul tipo di religiosità del preadolescente, caratterizzata appunto da una notevole dipendenza dalle figure parentali e dal particolare momento nel quale si intensifica la socializzazione religiosa. Questa motivazione infatti con l'età decresce in maniera piuttosto rilevante: il 51,8% dei soggetti a dieci anni, il 33,8% a quattordici.
Diviene invece significativo il dato riferito ad altre motivazioni connotate da più ricca soggettività e in qualche modo indicanti minore dipendenza, fatte proprie da quasi quattro soggetti su dieci.
Infatti il 29,4% dei soggetti sceglie come risposta «vado a messa perché è importante per me», sottolineandone la rilevanza soggettiva, e 1'8,4% quella: «vado a messa per sentirmi protetto» , una risposta connotata sì da ambivalenza magico-ritualistica, ma anche contenente ricerca di sostegno all'autonomia e di sicurezza. Queste due motivazioni aumentano entrambe in percentuale, anche se in maniera lieve, con il corso dell'età, e sono maggiormente accentuate nelle ragazze che si rivelano più mature nella elaborazione delle motivazioni.
Il tredicesimo anno sembra segnare uno stacco significativo rispetto alla fascia d'età precedente e quella successiva, in riferimento alla caduta della motivazione etico-normative ed all'accrescersi di quelle a maggior contenuto soggettivo. Ci troveremo allora davanti ad un momento particolarmente critico e dinamico di transizione, soprattutto perché di rielaborazione personale delle motivazioni.
In riferimento inoltre alle variabili socioeconomiche, si notano significative differenziazioni: nei preadolescenti di ceto basso (ed in forma minore in quelli di ceto medio) prevalgono motivazioni centrate sul dovere e a minor contenuto soggettivo, con una religiosità che si manifesta più marcatamente oggettivata, moralistica ed istituzionale, con minor grado di interiorizzazione.
Il medesimo rilievo si può fare per i soggetti del Sud rispetto a quelli del Nord.
Sembra infine che acquisti importanza per lo sviluppo delle motivazioni alla pratica religiosa l'appartenenza ad un gruppo di coetanei, soprattutto se di tipo formativo. I preadolescenti che fanno parte di gruppi ecclesiali (oratoriani, parrocchiali, associazionistici) denotano un grado più elevato di interiorizzazione delle motivazioni.

«Ma cosa devo dire...?»: la confessione

Dalla globalità dei dati la pratica di questo sacramento appare assai elevata e diffusa tra i soggetti: oltre 1'80% di essi infatti dice di confessarsi ancora.
La confessione frequente (celebrata una o più volte al mese) riguarda quasi il 60% del campione, ed è più accentuata tra le femmine e nei preadolescenti del Sud e delle Isole.
Tuttavia la confessione ripetuta più volte al mese è in rapida caduta nell'arco dell'età considerata: a dieci anni quattro su dieci si confessano più volte al mese, a quattordici nemmeno due su dieci!
Con l'età si rivela la tendenza a 'distanziare' nel tempo la frequenza a questo sacramento: tende a crescere infatti la confessione mensile, che riguarda tre preadolescenti su dieci a quattordici anni di età. Si viene inoltre accentuando la pratica saltuaria e occasionale di questo sacramento. I dati ci dicono che due soggetti su dieci vanno a confessarsi, ma « in occasioni particolari » soltanto. Una piccola percentuale, ma significativa (7,2%), nega l'abbandono della pratica, ma rivela una trasformazione di essa attraverso un tentativo di privatizzazione e di interiorizzazione («confesso i miei peccati solo a Dio»).
L'abbandono totale di questa pratica è rappresentato da percentuali globali molto basse (3,1%), tuttavia esso è in progressione netta al termine dell'età, soprattutto tra i maschi (7,5%), e riguarda in gran parte coloro che non frequentano più la messa festiva.

L'insorgere di difficoltà

La pratica di questo sacramento sembrerebbe risultare discretamente facile per il preadolescente. Più della metà di essi dicono di non trovare alcuna difficoltà, e questo anche a quattordici anni. È comunque evidente l'accrescersi delle difficoltà con l'età: due preadolescenti su dieci dicono di «vergognarsi di dire le loro cose ad un'altra persona».
L'anno critico che evidenzia i maggiori cambiamenti nella pratica sembra essere quello dei tredici.
Tale momento critico potrebbe connettersi da una parte al senso di colpa che si accentua nell'acme puberale e che diviene ostacolo alla comunicazione del vissuto personale, soprattutto nei confronti di figure di adulti, e dall'altra al progressivo bisogno di intimità.
Un'altra difficoltà significativa del momento critico che il preadolescente sta vivendo è quella raccolta attorno al secondo nucleo di risposte (14,7%): «non so cosa dire»; esso raddoppia letteralmente nell'arco dell'età e viene accentuato dai maschi; questa difficoltà sembra un elemento interessante che riflette qualcosa di specifico dei preadolescenti. Va riferito alla difficoltà, a volte anche conflittuale, di autodefinirsi e di autovalutarsi, insieme all'emergere della insoddisfazione di sé e al decrescere dell'autostima in un momento invece di estremo bisogno di considerazione e di riconoscimento. Inoltre è proprio dell'età il bisogno di demandare il compito di una valutazione all'adulto o, meglio, all'amico coetaneo, ai compagni del gruppo, nell'attesa però di una conferma dall'altro della propria immagine positiva. La critica per il preadolescente diviene sempre più difficile da accettare, perché viene a ledere la sua ancor presente onnipotenza narcisistica; l'autocritica poi gli riesce impossibile ed insopportabile.
Questa difficoltà inoltre, convalidata da altri elementi che potranno emergere nella presentazione dei dati, potrebbe essere anche l'indice rivelatore di un certo progressivo sganciamento della pratica sacramentale, dall'ambito della vita quotidiana e dal vissuto dei preadolescenti. Di qui la resistenza a «celebrare» nel simbolico il bisogno di cambio interiore e di autoliberazione presente nel ragazzo.
Globalmente l'elevato grado di pratica a questo sacramento sembrerebbe mettere in rilievo il carattere di adeguamento comportamentale ad uno standard previsto dall'ambiente religioso per questa età, e non solo in riferimento a questa pratica.
I preadolescenti, anche quelli di oggi, ancora «fanno», agiscono, praticano anche con facilità e gioia in certi casi, si adeguano alle richieste dell'ambiente e alle attese dell'adulto, il quale invece è chiamato a prestare attenzione ai molteplici sintomi del disagio che in qualche modo essi lasciano emergere.

Dalle «preghiere» al colloquio: la preghiera personale

La preadolescenza è un'età felice anche per la pratica della preghiera personale, che canalizza il ritualismo tipico dell'età e diviene in qualche modo la modalità più connaturale al preadolescente di «oggettivare» la propria religiosità. Ma essa può divenire, in condizioni diverse, una modalità più personalizzata di espressione religiosa.
La ricerca infatti, oltre ai dati quantitativi, ci offre un'abbondante informazione di elementi qualitativi sulla modalità e sui contenuti della preghiera stessa dei preadolescenti.

I momenti privilegiati

Otto soggetti su dieci dicono di avere almeno un momento della loro giornata nel quale pregano. In mezzo a tutte le attività in cui sono assorbiti, sembra che i preadolescenti di oggi riescano a ritagliarsi un momento per l'espressione più o meno spontanea o abitudinaria, meccanica o personale, della loro religiosità «feriale». Oltre il 40% dei soggetti prega più di una volta al giorno, collocando la preghiera nei momenti privilegiati del mattino e della sera, ma si tratta soprattutto dei preadolescenti dei primi anni. Tutto ciò conferma quindi la persistenza nel tempo di una pratica abitudinaria e acquisita.
Un altro 36,5% di preadolescenti trova nella sera «l'unico» momento possibile per questa pratica religiosa personale; la sera inoltre risulta momento favorevole alla preghiera per oltre i tre quarti dei soggetti del campione.
A tredici anni già quattro soggetti su dieci (39,2%) pregano solo più alla sera. Il calo della preghiera è perciò progressivo e preceduto dalla sua diminuzione nella frequenza. Circa un soggetto su sei, nella globalità dei dati, asserisce di non pregare mai; la percentuale viene triplicata nel corso dell'età: a quattordici anni un preadolescente su quattro dice di non pregare più.
Considerando poi la variabile sesso notiamo che è doppia nei maschi la percentuale di coloro che hanno abbandonato la preghiera personale al termine dell'età, rispetto alle ragazze, le quali invece segnalano una pratica più assidua ed elevata dei maschi. Nei preadolescenti che frequentano scuole non statali la pratica della preghiera sembra maggiormente rinforzata, soprattutto la preghiera moltiplicata in più momenti della giornata.
Che la religiosità strutturata nelle sue espressioni istituzionalizzate sia spesso vissuta in maniera meccanica e per nulla personale, può essere indicato anche dal fatto che ci sono preadolescenti che frequentano la messa festiva, ma che asseriscono di non pregare mai. Si va a messa perché si «deve» andare, ma quanto a pregare non se ne avverte l'esigenza, né l'imperativo in maniera così stringente.
In conclusione: la preghiera frequente, quella più facilmente abitudinaria, ripetitiva, ritualistica, propria della fascia di soggetti più vicini alla religiosità della fanciullezza è in notevole diminuzione; con l'età si osserva che per una parte di soggetti acquista rilevanza il momento della preghiera serale, che diviene per molti l'unica occasione di espressione quotidiana della propria religiosità; per altri soggetti invece la preghiera tende a scomparire come momento religioso della vita quotidiana, soprattutto perché assorbiti dal ritmo della vita, dai nuovi interessi, dalle esperienze immediate e totalizzanti, realtà tutte che i soggetti appaiono incapaci di ricollocare in un orizzonte religioso di senso.

«Prego... a modo mio»

La modalità prevalente (interessa circa metà dei soggetti) è quella di una forma «mista» di preghiera, comprendente la forma mnemonico-recitativa e quella della preghiera spontanea meno formalizzata, che assume i tratti del colloquio confidenziale. È questa la modalità più accentuata nelle femmine.
Esiste poi la modalità della preghiera spontanea, confidenziale e colloquiale del «parlare con Dio». Essa riguarda due soggetti su dieci, è in crescendo con l'età soprattutto tra i maschi.
Una parte poi di preadolescenti (28,5%) ricorre alla forma tradizionale del «recitare le preghiere»; si tratta della modalità preferita negli anni di confine con la fanciullezza, ed è nettamente prevalente nei maschi. Questa preghiera mnemonico-ritualistica sembra rivelarsi progressivamente inadeguata per l'espressione personale del preadolescente e viene perciò a decadere velocemente nel corso dell'età.
Se la pratica della preghiera collocata nei momenti tradizionali è già illuminante per quanto riguarda il persistere del ritualismo e di una religiosità d'ambiente, più significativa diviene, per la comprensione della religiosità, la preghiera spontanea collocata al di fuori dei «momenti stabiliti»; una preghiera che nasce invece in tante occasioni quotidiane, quasi di emergenza nel momento del bisogno. Allora la preghiera del preadolescente diviene trasparente, rivelatrice del suo significato funzionale e securizzante, consolatorio ed insieme interlocutorio, ed anche emancipante entro il sistema di personalità.
Le occasioni sono spesso anche contenuto della preghiera stessa.
Fiorisce infatti una forma di preghiera spontanea, «fuori programma» e al di fuori delle formule, quando i soggetti vengono a trovarsi in situazioni problematiche, quando insorgono preoccupazioni riferite alla propria o altrui incolumità; quando accadono disgrazie, si avvertono pericoli, insorgono paure. I preadolescenti dicono di sentire il bisogno di pregare in situazioni di minaccia alla propria sicurezza, all'autoaffermazione, alla riuscita, quando essi si trovano improvvisamente di fronte a tensioni ingovernabili nelle quali risultano impercorribili soluzioni alternative a quelle magico-rituali della preghiera.
Allora la preghiera esprime, per questi soggetti, insieme al tentativo di esorcizzare ritualisticamente la minaccia, la ricerca di una rassicurazione personale di poter superare l'ostacolo (il compito in classe, l'interrogazione, l'imprevisto, l'evento intollerabile); essa esprime la ricerca e la conferma di non essere lasciato solo davanti al pericolo, la rassicurazione che si ha un «alleato» (una Madre, un Padre), che si è in compagnia, e ciò rappresenta la garanzia di «tenere» di fronte ad una situazione che appare destrutturante.

Un «vicino» con cui comunicare

I motivi per cui pregano sono quanto mai eterogenei, da quelli più spiccatamente infantili della preghiera magico-artificialistica a quelli più evoluti a maggior contenuto soggettivo.
I preadolescenti dicono di pregare anzitutto «per ringraziare Dio» (metà di essi lo sottolinea). Tuttavia ciò non appare segno di motivazione, autonoma, matura, indicante la gratuità della preghiera di ringraziamento.
È infatti più rivelativo di una risposta propriamente appresa, tipica della formulazione catechistica, dal momento che rappresenta la motivazione prevalente nei primi anni della preadolescenza, e tendente progressivamente a decrescere nell'arco dell'età.
Un secondo motivo molto ricorrente è quello di tipo liberatorio espiatorio, della preghiera come richiesta di perdono; se da una parte esso esprime la ricerca di sollievo e il bisogno di liberazione dai propri sensi di colpa e dall'ansia, dall'altra però denota ancora i caratteri della motivazione catechistica. È di fatto una motivazione che viene meno con l'età, indicatore cioè di una religiosità modellata sull'immagine «paterna» di Dio come fattore più di asservimento che di liberazione.
Rilevatore del «nuovo» che sta evolvendo nel campo della religiosità del preadolescente è invece un altro polo di motivazioni di tipo propiziatorio-autocentrato, in notevole crescita nell'arco dell'età (a dieci anni 26,5% a quattordici anni 43,6%!). Sono motivazioni che si riferiscono alla preghiera che nasce come richiesta di aiuto, di sostegno, di protezione, certo non scevra da connotazioni ed elementi magico-artificialistici. Essa è finalizzata a ritrovare la presenza, la certezza della «vicinanza dell'Altro» nei momenti di solitudine, di incapacità di relazione con «gli altri più vicini». Questa motivazione è prevalente nelle femmine. È in altri termini espressione della religiosità autocentrata che non si esprime ancora attraverso i caratteri della preghiera matura. Si potrebbe esprimere nella forma: «sia fatta la mia volontà con il tuo aiuto», e, si potrebbe aggiungere proprio come connotazione preadolescenziale, «se possibile», dato l'affievolirsi della sicurezza della «fede infantile» costruita tutta sulla fiducia nell'adulto.
Un preadolescente su dieci infine indica una motivazione di tipo comunicativo-confidenziale che prende consistenza con l'età. Essa si esprime nella risposta: «prego perché desidero parlare con Lui», che esprime la ricerca di un rapporto dialogico già meno autocentrato e strumentale delle altre motivazioni.
Sembra potersi concludere che la preghiera dei preadolescenti odierni, mentre conserva ancora come prevalente il carattere ritualistico della religiosità della fanciullezza, diviene via via più funzionale ai bisogni personali di sicurezza e di autonomia, e sembra quindi confermare la presenza di un processo (già in atto in questa età) di lenta soggettivizzazione dell'esperienza religiosa, nel tentativo di renderla più compatibile con il nuovo vissuto soggettivo.


NOTE

[1] Lontano dall'altare: cioè distanziamento dal rito, dalla espressione codificata rigidamente, dalla pratica corrente dalla facile identificazione con la religione istituzionale e d'ambiente, dalla spontanea disponibilità ad assumere ruoli attivi e di protagonismo, come negli anni precedenti.
[2] Il ritualismo infatti sembra anche potersi connettere, oltre che al prevalere della componente operativa, ad una fase di emergenza psicologica nella quale il preadolescente tende a ripiegare verso modalità infantili di difesa dall'ansia, generata dall'erompere incontrollato della pulsionalità puberale. A questo scopo tic, rituali, gesti ripetitivi e gli stessi riti religiosi possono rivelarsi efficaci, soprattutto là dove le ordinarie strategie di controllo si rivelano inadeguate.