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Riscrivere le beatitudini dentro la «passione per la vita»


Riccardo Tonelli

(NPG 1985-6-23)


Le beatitudini evangeliche rappresentano il punto di riferimento normativo di ogni spiritualità cristiana. Esse segnano il referente obbligato; non possiamo cercare altri referenti e piegare le beatitudini alla loro logica.

IL QUADRO DI RIFERIMENTO

Perché dunque «riscrivere» le beatitudini, quando è soprattutto necessario proclamarle anche oggi con coraggio e fierezza, come hanno fatto da sempre i cristiani?
Per giustificare il titolo scelto, ricordo alcuni punti di riferimento che rimandano, in buona parte, agli articoli precedenti.

Le beatitudini come «narrazione» che deve continuare

Sottolineo prima di tutto la necessità di riscrivere anche oggi le beatitudini di Gesù, continuando quello che ha fatto la comunità apostolica nella redazione dei Vangeli.
Le beatitudini evangeliche risuonano infatti in una narrazione in cui si intrecciano la storia di Gesù, quella dell'evangelista e le storie dei destinatari.
Tutto l'evangelo è costruito così, perché questo è il modello comunicativo che Dio ha scelto per farsi parola di salvezza (Dei Verbum 13).
La grande beatitudine di Gesù si fa parola di salvezza per l'uomo di oggi, quando questa parola si riformula dentro le sue attese, speranze, problemi e delusioni.
La testimonianza evangelica delle beatitudini e la loro riformulazione progressiva nell'esperienza credente ed ecclesiale suggerisce però i punti di riferimento normativi di questa operazione, per non svuotare la narrazione della sua forza di salvezza.
Non basta quindi ripeterle alla lettera. Ma non è neppure corretto inventarle da capo. Dobbiamo riscriverle, in una narrazione sempre fedele e sempre nuova, nel grembo di quella comunità che è il luogo garantito dove far risuonare l'evangelo.

L'oggetto della riformulazione: una promessa messianica di vita

Devo poi determinare bene qual è l'oggetto di questa riformulazione.
Quale beatitudine riscrivere?
La domanda non è oziosa. Sappiamo che nella tradizione ecclesiale l'annuncio delle beatitudini è risuonato in modalità molto diverse. La mia proposta di riformulazione dipenderà dal modello che intendo assumere. Nello stesso tempo la sua valutazione sarà molto precompresa dal modello in cui i miei interlocutori si riconoscono.
Per ritagliare un punto di riferimento comune evoco a veloci battute tre orientamenti.

Le beatitudini come promessa efficace

Le beatitudini di Gesù non sono un semplice augurio né sono un codice di condizioni etiche da assicurare per poter fruire di una promessa.
Esse sono l'annuncio efficace di una promessa messianica: è possibile essere «beati» in quello che si è, anche se questa situazione sembra disperata, perché è Dio che rende beati coloro che si affidano a lui.

Le beatitudini sono una promessa «condizionata»

Le beatitudini sono una grande ed efficace promessa di vita e di felicità che sollecita a ripensare il modo con cui quotidianamente definiamo vita e felicità.
Le diverse cadenze in cui nei testi evangelici si concretizzano le beatitudini (i poveri, i puri di cuore, quelli che hanno fame di giustizia e di pace, quelli che soffrono e piangono.. .) indicano, in una verità offerta e accolta, cosa è vita e felicità, proprio mentre ci assicurano della sua pienezza e attingibilità.
Le beatitudini misurano e giudicano così la nostra autonomia. In questo senso sono veramente un codice di vita, tutto speciale e originale. Non fa concorrenza a quelli che elaboriamo mettendo a frutto la nostra sapiente ricerca. Ma li sconvolge, come una folata improvvisa di vento scompone i fogli ordinati con cura sul tavolo di lavoro.

Le beatitudini sono una esperienza che si fa messaggio

Se consideriamo le beatitudini come una grande promessa di vita e di felicità, garantita dalla fedeltà di Dio, ci accorgiamo subito che Gesù le ha proclamate soprattutto con i fatti. Le differenti formulazioni evangeliche sono la tematizzazione di una esperienza.
Questa esperienza è prima di tutto la sua esistenza di crocifisso risorto: affidato a Dio anche nella solitudine della morte di croce, egli riconquista la vita e diventa offerta di vita per tutti.
Il messaggio delle beatitudini nasce anche dall'esperienza suscitata da Gesù in coloro che si sono affidati a lui. Essi hanno colto che l'annuncio di Gesù era un discorso serio e sensato sulla forza dei segni concreti che rendevano già presente (nel piccolo o nel provvisorio) quello che era promesso per la definitività del Regno.

Beatitudini, spiritualità e vita quotidiana

Dedico l'ultima riflessione introduttiva alla definizione dei problemi con cui fare i conti nella riformulazione delle beatitudini per i giovani d'oggi.
Se proclamare le beatitudini significa riscriverle in una narrazione fedele e sempre nuova, in cui si intrecciano l'evento fondante delle beatitudini evangeliche, la nostra rinnovata passione evangelizzatrice e le sfide che i giovani ci lanciano, in questi tempi di crisi complesse e di profondi cambiamenti, è indispensabile individuare queste sfide con precisione e disponibilità. La loro percezione condiziona infatti ogni proposta che abbia la pretesa di confrontarsi con la realtà.

Una domanda di spiritualità con connotazioni inedite

Per suggerire indicazioni motivate mi rifaccio alla esperienza vissuta nella ricerca di spiritualità giovanile che la rivista sta conducendo da anni. In essa abbiamo constatato la verità di una affermazione spesso ripetuta: sta emergendo una intensa domanda di spiritualità. L'abbiamo percepito stando con i giovani; e ci siamo trovati coinvolti subito in prima persona anche noi adulti.
La riflessione sulle beatitudini si inserisce necessariamente qui. Esse infatti funzionano come «cassa di risonanza» di ogni progetto di spiritualità. Lo esprimono in un tema centrale e lo orientano verso una sua elaborazione più intensamente evangelica.
Ci siamo accorti però che questa domanda di spiritualità possiede connotazioni quasi inedite. Essa non rappresenta la riedizione dei temi tradizionali dell'esistenza cristiana, ma li richiama sull'onda di problemi relativamente nuovi.
Certamente non me la sento di generalizzare questa affermazione, fino a concludere che tutte le attuali domande di spiritualità si portano dentro questo carattere innovativo e problematico. Anche in questo campo il pluralismo attraversa la vita della Chiesa e non mancano neppure qui rigurgiti involutivi. La novità inoltre non era di quelle che saltano subito agli occhi, né assumeva i toni violenti dei primi entusiasmi. Spesso si trattava di intuizioni sepolte nelle vecchie formule linguistiche. Avevamo però l'impressione che quando qualcuno riusciva a dar voce a queste esigenze sommesse, la ricerca si accendeva insperata, come se fossero state suggerite le parole adeguate per esprimere una personale sofferta ricerca.
Interpretando segnali presenti in molte esperienze, ci è parso di poter collocare la novità nello stretto rapporto esistente tra spiritualità e vita quotidiana.

Spiritualità e vita quotidiana

Qui sta il nodo del problema e, con tutta probabilità, le ragioni di quel diffuso scollamento tra vita e fede, documentato in tante ricerche attuali sulla condizione giovanile.
Mi spiego.
Non riusciamo più a definire la spiritualità come una trama di gesti da compiere e di atteggiamenti da assumere. L'abbiamo invece scoperta come ricomprensione e riorganizzazione dei personali sistemi di significato, operata a partire da una decisione esistenziale per Gesù Cristo e per il suo progetto di vita. Spiritualità è stile di vita e autoconsapevolezza riflessa di questo stile. La ricerca sulla spiritualità investe perciò la definizione dell'identità personale.
Questo modo di comprendere la spiritualità, la inserisce violentemente nel fuoco dei problemi della vita quotidiana.
Il cristiano si rende conto di condividere di fatto l'esistenza di tutti. Non possiede nulla che lo autorizzi a considerarsi un estraneo o un arrivato nella mischia della vita quotidiana. Sa che le difficoltà possono essere superate solo nell'impegno e nella solidarietà. Conosce il nome concreto degli eventi, lieti o tristi, che gli attraversano l'esistenza.
È davvero, fino in fondo, uomo con tutti gli altri uomini.
Eppure sa di vivere nella fede in Gesù Cristo come in un altro mondo. Coerente con questa coscienza credente, compie gesti che lo sottraggono alle logiche del mondo comune.
Conosce per esempio i meccanismi dello sfruttamento che allargano l'area della fame e della violenza, eppure invoca il suo Signore come il principe della pace, lo confessa come il Padre buono che manda la pioggia sui buoni e sui cattivi e si preoccupa persino dei gigli del campo.
C'è in lui la percezione sofferta come di una doppia appartenenza.
Si sente cittadino di una città che deve rendere sempre più abitabile, per dimorarci con gioia e con trepidazione. E sa di essere a casa solo nella città futura.
Le due città sono così diverse, così reciprocamente lontane, così intensamente affascinanti. Non ne può abbandonare una a favore dell'altra, perché operando in questo stile tradirebbe prima di tutto se stesso.
Certo, il problema non è nuovo: ha attraversato sempre l'esperienza dei credenti.
La novità è dettata dal modo con cui è vissuta questa tensione.
Il cristiano tradizionale esprimeva così il suo problema: perché interessarsi della vita quotidiana dal momento che è la vita eterna quella che conta? E cercava motivazioni che lo ancorassero di più alla sua terra.
Il cristiano che ha appreso nella maturazione antropologica e teologica le esigenze della autonomia e della responsabilità, è spesso spinto a capovolgere i termini della sua domanda: perché la vita eterna, se è quella quotidiana che più conta?

Giovani e cristiani di questo tempo

Se consideriamo bene le cose, è facile accorgersi che non c'è solo un cambio di prospettiva. La vita quotidiana, posta al centro, trascina con sé tematiche che sono molto lontane da quelle sulle quali è stata scritta per tanto tempo la spiritualità cristiana.
Ne ricordo alcune, selezionandole tra le sensibilità più accese a livello giovanile: la riscoperta della vita e della soggettività, l'attenzione ai valori della amicizia, della corporeità, della ferialità, della felicità, del «mondo vitale»; il bisogno di significatività, la vivibilità delle proposte, la partecipazione, la radicale centralità della propria persona anche sulle norme, sui valori, sulle leggi; la provvisorietà, la relatività, la problematicità, la coscienza (rassegnata o esaltante) della propria finitudine come verità di se stessi.
Molti segnali ci hanno spinto a costatare che se non riuscivamo a dialogare con queste esigenze, la spiritualità restava cosa d'altro tempi, adatta solo per uomini nostalgici o rassegnati. La sfida assumeva così il tono drammatico di un interrogativo di fondo: le beatitudini evangeliche possono dire ancora qualcosa a chi non è più disposto a fuggire da casa sua per cercare lontano una dimora strana e oscura?
Si può essere uomini spirituali restando uomini di questo tempo? Si può amare questa vita e sognare felicità in compagnia di tutti gli uomini, confessando contemporaneamente che Gesù è il Signore, nella comunità dei credenti?

LA GRANDE BEATITUDINE

Ho dedicato le lunghe riflessioni precedenti a segnalare e motivare i punti di riferimento.
Su queste indicazioni posso finalmente tentare una timida proposta: una formulazione delle beatitudini con la pretesa di restituire ad esse la forza di «buona notizia» salvifica anche per i giovani d'oggi.
Procedo a due livelli.
In un primo momento esprimo le beatitudini in una «grande beatitudine», che le raccolga in unità e si proponga come complessivo evangelo per chi cerca vita e felicità. La suggerisco con una espressione che riecheggia 1 Gv 3, 20: «Beato te che cerchi vita e felicità. La puoi possedere, se ti affidi al tuo Dio, perché se anche il tuo cuore ti inquieta, Dio è più grande del tuo cuore».
Rielaboro poi questa grande beatitudine in «beatitudini quotidiane», per dare ad essa i concretezza, spessore etico e dimensione interpellante, nelle pieghe della nostra esistenza.

Una parabola di beatitudine

Propongo la «grande beatitudine» raccontando una parabola. La preciso poi con una meditazione sui temi in essa evocati.
Ecco la parabola.
In un braccio di mare insidioso un uomo sta affogando. Grida disperato in cerca di aiuto.
Qualcuno lo scorge. Un buontempone gli sussurra: «Beato te che affoghi! Finalmente te ne vai da questo brutto mondo».
Immagino che quel poveretto, sentendosi deriso nella disgrazia, si lasci morire più disperato che mai. Passa però da quelle parti un esperto nuotatore. Gli dice con tono rassicurante: «Beato te! Stai affogando, ma ti è andata bene, perché hai incontrato me: io ti salvo».
L'accento non è più sul «beato te!», ma, sulla certezza: «Io ti salvo».
Chi sta affogando ritrova subito la speranza: scommette su questa nuova proposta. Riacquista la voglia di vivere e si lascia. salvare.
Il complimento «beato te!» ha prodotto qualcosa di potente: la vita può vincere la morte. Il complimento non ha costatato solo la situazione, accontentandosi di commentarla con un po' di gusto sadico. La situazione è stata radicalmente trasformata egli è beato, fortunato, perché, accettando di scommettere sulla potenza del suo salvatore, è passato da morte a vita.
Nella parabola ho utilizzato nei due casi una espressione un po' forzata, strana: beato te. L'ho fatto apposta, per creare immediata assonanza con le beatitudini evangeliche.
Ho raccontato di uno che sta affogando, di uno che sta assaporando ormai il triste segno della morte. Essere poveri nella società dei consumi, piangere quando ci si deve solo divertire a tutti i costi, essere puri e puliti dove regna l'intrigo, la corruzione, il mercato del sesso, aver fame di giustizia oggi... non è come stare affogando?
Gesù è l'unico che può dire al povero naufrago «beato te!», senza prenderlo in giro. In lui la vita vince sempre sulla morte.
In lui i poveri diventano i più importanti, quelli che ricevono per primi le belle notizie; lui ha sfamato gli affamati; in lui i puri e i semplici sono i vincitori. In Gesù i disperati sono salvati. E sono salvati per un dono insperato e imprevisto.
Gesù è la grande beatitudine che riempie il cuore di gioia: l'annuncio insperato e imprevedibile di vita e di felicità.
Le beatitudini sono la vita di Gesù per la felicità e la libertà di ogni uomo che soffre, l'eco della sua potenza che fa nascere vita dove c'è morte per annunciare chi è Dio. Noi osiamo ripeterle solo nel suo nome e assieme a tutti coloro che hanno salvato gli affogati della storia, annunciando perdono e vita, riconciliazione e speranza in Dio Padre accogliente e liberatore.
Per questo non le possono dire coloro che gridano «beato te», senza impegnarsi a vincere la morte; non le possono dire coloro che addormentano le speranze dei disperati, invitandoli alla rassegnazione; non le possono dire coloro che snervano la forza di vita e di libertà che è Gesù.
Approfondisco questi temi.

Il desiderio di vita come segno del progetto di Dio

Ci portiamo dentro un intenso desiderio di vita e di felicità. È così grande che lo costatiamo ormai come la verità di noi stessi. Non è una delle tante dimensioni in cui spartiamo la nostra avventura umana. È tutto di noi. «Siamo» per la vita e per la felicità.
Quando noi adulti abbiamo scoperto questo alla scuola dei giovani, ci siamo un po' preoccupati. Una lunga abitudine ci aveva portato a controllare questi desideri, per reprimerli o per sublimarli. Ma i giovani ci hanno spiazzato. Hanno rieducato la nostra speranza. E così ci siamo ritrovati assieme a sognare vita.
Assieme abbiamo riletto l'evangelo dalla parte della vita. E abbiamo trovato il Signore della vita, liberato dai veli opachi che gli nascondevano il volto.
In lui abbiamo costatato con gioia che la nostra sofferta fame di vita e di felicità non è un tradimento alle scelte costitutive della nostra esistenza credente. E neppure è una illusione, per fuggire dal presente, rilanciando sogni e desideri verso un domani sempre lontano e irraggiungibile.
Abbiamo fame di vita, perché siamo stati costituiti così dal Dio della vita, che fa della felicità dell'uomo la sua gloria.
Possiamo sognare vita e felicità perché viviamo questo sogno dentro il grande progetto di vita del Dio di Gesù Cristo. Il nostro sogno di vita è il piccolo segno di un progetto più grande che tutti ci avvolge.

La nostra speranza dipende da Dio

Nelle beatitudini Gesù ci rivela però che il futuro della nostra speranza dipende da Dio.
Possiamo assicurarci vita e felicità se accettiamo di consegnare a Dio questo nostro desiderio. Di lui possiamo fidarci incondizionatamente: il nostro è un Dio fedele.
Ma è un Dio imprevedibile e misterioso. Non possiamo presumere di rinchiuderlo dentro i nostri modelli, né di catturarlo negli schemi delle nostre logiche.
Non possiamo spiegargli di quale vita abbiamo desiderio; né gli possiamo raccomandare i tempi della nostra felicità.
Confrontato con la sua fame di vita e di felicità, l'uomo si ritrova, povero e fiducioso, nelle mani di Dio.
È un discorso strano; ma è l'unico che le beatitudini sopportano. L'uomo resta solo e nudo, quando si agita nella sua presuntuosa intraprendenza o quando si protegge nel compromesso astuto.
Quelli che non contano, invece, quelli che piangono, che perdono la vita, i poveri, gli uomini che avanzano nella storia senza sandali di ricambio, quelli che hanno tanta fantasia da desiderare l'inedito, solo questi, se si affidano a Dio, si ritrovano felicemente vivi.
Non riusciremmo a credere a queste affermazioni, non potremmo considerarle discorsi sensati, rispettosi della nostra dignità, se non ce ne avesse parlato Gesù con i fatti.
La comunità apostolica ha trovato il coraggio di annunciare queste beatitudini, perché ha potuto citare l'esperienza di tanti testimoni, pronti a dichiarare la verità di un annuncio così sconvolgente.

Le beatitudini attraverso la «croce»

Le beatitudini sono la rivelazione della croce, perché ce ne mostrano il suo rapporto stretto con la vita e la felicità.
La debolezza dell'uomo è il luogo dove il Dio di Gesù Cristo fa cose grandi. Siamo invitati a riconoscerlo, per incontrarlo nella verità e per essere pienamente restituiti a noi stessi.
Non solo vita e felicità sono dono di Dio. Ma sono tanto dono suo che ci raggiungono proprio nelle condizioni più disperate, quando sembra che ormai non ci sia più nulla da fare.
Questa impotenza è la nostra quotidiana croce.
La croce che ha portato Gesù, in una solidarietà totale con la debolezza dell'uomo.
La croce che tanti nostri fratelli sono costretti a trascinare, perché ad altri uomini torna più comodo che le cose procedano così, nell'oppressione, nello sfruttamento, nell'emarginazione, nella feroce privazione di ogni possibilità di vivere e di sperare.
Croce è anche il nostro quotidiano procedere a incertezze e delusioni, in un progetto sognato e mai pienamente realizzato. È croce la scoperta del nostro inesorabile giocare tra vita e morte, proprio perché appassionati di vita.
Queste croci denunciano il fallimento di ogni presuntuosa autosufficienza. Ma gridano anche la decisione di non rassegnarsi alla sconfitta.
Lì, in modo sovrano, Dio ci restituisce vita e felicità.
Nella rivelazione della forza storica della croce in ordine alla vita, manifesta l'uomo a se stesso. Gli rivela anche il senso profondo di quegli eventi di cui la croce è il caso estremo, pieni di tanto sapore di assurdità che qualcuno ha persino tentato di utilizzarli per far accedere all'umano ciò che tutti gli uomini vivono spontaneamente come disumano.

LE BEATITUDINI QUOTIDIANE

Una esigenza: il coraggio di ritrascrivere nel concreto

La «grande beatitudine» inonda di luce improvvisa e abbagliante l'esperienza umana.
Ci trascina in un mondo diverso da quello costruito nell'esercizio della nostra scienza e sapienza. Ci offre una strumentazione, per interpretare e descrivere la realtà, intessuta di fantasia, di rischio calcolato e accettato, di linguaggi mai pienamente verificabili, della imprevedibile profezia dello Spirito.
Questo è il mondo della fede.
È il nostro mondo. Ci abitiamo però con trepidazione, perché sappiamo di dover, condividere con tutti anche l'altro mondo, quello dei fatti e delle cose chiamate con il loro nome.
Come ogni esperienza di fede, le beatitudini ci riportano continuamente a questo mondo quotidiano. Ci sollecitano a leggerci dentro per cogliere il progetto di Dio sulla vita e sulla felicità. E ci chiedono impegno e responsabilità in quel livello comune, dove vita e felicità sono giocate nella ricerca, nella libertà e nella responsabilità sapiente dell'uomo.
Qui dobbiamo vivere e educare a vivere in beatitudine, riformulando continuamente la grande beatitudine in beatitudini quotidiane. Diremo così delle beatitudini piccole, relative, forse discutibili, come sono tutte le parole umane in cui prende corpo l'ineffabile Parola di Dio. Ma diremo finalmente delle cose concrete, su cui possiamo verificarci e per cui possiamo offrire q chiedere impegno.
Riscrivere l'esperienza di fede in una esperienza etica significa infatti dare parole concrete alla buona notizia, accettare il rischio di camminare con tutti, senza rinunciare alla radicalità evangelica, possedere un criterio preciso e vicino su cui misurare la nostra passione per la vita e la nostra fame di felicità, lavorare per rendere abitabile questa nostra dimora comune, per sognare meglio i cieli nuovi e la nuova terra.
Questo è il nostro compito, urgente e difficile, in un momento di trapasso culturale e per una condizione giovanile disturbata e frastagliata: un prezioso servizio pastorale ai giovani d'oggi per consolidare la sequela di Gesù nella loro vita quotidiana.

Una proposta: ritrascrivere dentro atteggiamenti

È facile sottolineare l'esigenza.
Molto più complesso è l'impegno di delineare una proposta.
Avanzo qualche suggerimento con l'unica pretesa di sostenere e incoraggiare una più vasta e competente ricerca.

Solitudine per rientrare in sé

Un primo atteggiamento urgente al cui interno formulare le beatitudini di ogni giorno, è determinato dalla capacità di «solitudine interiore».
L'uomo della civiltà industriale ed urbana vive in maniera drammatica l'esperienza dell'isolamento che è esperienza di estraniazione da sé stesso: una situazione esistenziale di totale eterodirezione con conseguente incapacità di controllo delle proprie scelte.
La solitudine disegna il cammino opposto: è capacità di rientrare dentro se stessi, capacità di riscoprire la propria identità irrepetibile e la specificità del proprio essere-nel-mondo.
La solitudine richiede una solida vita interiore, un processo di assunzione globale delle proprie potenzialità effettive.
Tutto questo favorisce la piena disponibilità all'accoglienza di se stessi, a quella accettazione del proprio sé, nella finitudine in cui siamo costituiti, che è premessa indispensabile per aprirsi correttamente al rapporto con l'altro.
Un secondo atteggiamento è costituito dalla capacità di superare tanto il rifiuto della sessualità quanto la sua banalizzazione.
La caduta dei tabù sessuali ha coinciso con un permissivismo morale che riduce la sessualità a merce di scambio. Si può controllare questo processo di alienazione solo facendo spazio ad un coinvolgimento globale della persona nella strutturale apertura all'altro e alla vita.

Riconciliazione e perdono

Sottolineo poi l'esigenza di una costante prassi di riconciliazione.
Riconciliazione non è rifiuto del conflitto, attraverso la sua esorcizzazione o il tentativo di mascherarlo nella ricerca di una convergenza che finge di ignorare le differenze e le contrapposizioni.
È invece capacità di stare nei conflitti e nelle tensioni, nelle complessità e nelle ambiguità, accettandone il significato positivo anche se doloroso, per la maturazione personale e collettiva. È soprattutto capacità di assumere ed elaborare le conflittualità esistenti, in vista di espressioni nuove e autenticamente liberanti.
Questo comporta l'esaltazione della diversità, la capacità di accettarsi pur nella varietà delle scelte opinabili, il dialogo continuo anche con chi dissente, la consapevolezza che l'unità non è mai uniformità, ma è progetto e tensione, dono da costruire da invocare e accogliere nella differenziazione e nella pluralità di espressioni.
Si danno però situazioni nelle quali la riconciliazione non basta. In questi casi drammatici, dove la contrapposizione diventa violenza radicale e tragica, solo un gesto di assoluta gratuità è capace di spezzare la spirale della tensione, introducendo un principio di rigenerazione.
Questo gesto è la testimonianza del perdono, che cancella la situazione di lacerazione attraverso un atto di amore incondizionato.

Povertà e convivialità

Un altro atteggiamento importante, al cui interno riscrivere le beatitudini della vita quotidiana, è quello della povertà.
Povertà è stile di vita e ragione di solidarietà. Per questo è condivisione della sorte di tutti gli uomini, sollecitazione a costruire assieme una nuova qualità di vita. Povertà non è il rifiuto delle cose che Dio ha messo nelle mani dell'uomo per il servizio alla vita; ma non è neppure possesso e appropriazione di queste cose, perché possesso e appropriazione rendono l'uomo schiavo e oppressore, impedendogli di gustare la gioia di vivere. Povertà è condivisione: è gustare delle risorse della terra e dei beni economici per far crescere la libertà e la responsabilità, la fraternità e la convivialità.
La convivialità è un altro atteggiamento urgente.
Convivialità è gioia di stare con tutti, al di sopra delle differenze, riconoscendo la soggettività di ogni uomo come il segno della presenza di Dio nella nostra storia e rischiando in questo riconoscimento il necessario invito alla conversione.
La convivialità eucaristica è resa significativa da quella della vita e della prassi quotidiana e, nello stesso tempo, essa la alimenta, rendendola operante attraverso una trasformazione delle relazioni umane.

Un'esperienza di speranza

Ricordo ancora l'atteggiamento della speranza, come qualità di una presenza operosa e trasformatrice nella storia.
La speranza spinge ad abbandonare ogni pretesa di autosufficienza e di autoconservazione, ogni atteggiamento pessimistico e di rifiuto dell'esistente. Positivamente, prassi di speranza è attenzione ai bisogni e alle attese umane, assunzione della nostalgia dell'uomo per una «patria dell'identità», testimoniando la sua vicinanza e la sua attingibilità.
Questa speranza rende capaci di annunciare il nuovo, il diverso, il gratuito e l'inedito, suscitando il senso dell'attesa, della sorpresa e della meraviglia.
Attraverso la prassi di speranza viene rifiutata categoricamente l'esaltazione della potenza, dell'efficienza, del successo, della prevaricazione dell'uomo sull'uomo. Al contrario viene riconosciuto, nei fatti, che qualsiasi potere ha senso solo nella misura in cui è usato in favore di chi non ha potere, di chi non conta, di chi è fatto oggetto di emarginazione e di rifiuto: in una parola, nella misura in cui diventa servizio ai poveri.
La speranza mette così la persona al centro di tutte le preoccupazioni. Non lo fa in modo vago e astratto. La persona che fa da centro è soprattutto il povero, chi non conta, chi vive abitualmente emarginato chi soffre, chi si sente quotidianamente morire. Lo mette al centro per impegnare tutti a riscattarlo.

Croce e festa

Una riformulazione quotidiana delle beatitudini, infine, è chiamata a misurarsi con la croce e la festa.
La croce è l'evento della piena solidarietà di Dio con l'uomo e con la sua vita; soprattutto con la vita di coloro che non contano. Ed è per questo la contestazione radicale delle logiche violente, della disumanità, della tentazione di soffocare in suo nome la gioia di vivere.
La croce non rattrista quindi la festa inesauribile del credente, ma la colloca nella sua giusta dimensione: una festa che non, va consumata nel disimpegno e nella alienazione, ma che va vissuta come radicale vocazione alla liberazione, perché la festa sia piena in tutti.
Nel silenzio di una convivialità senza parole o nella parola di accoglienza e di liberazione, ciascuno può ritrovare così la libertà di credere alla vita e di viverla anche nel dolore.

PERCHÉ ANCHE OGGI LE BEATITUDINI SIANO ESPERIENZE CHE DIVENTANO MESSAGGIO

Per rispettare la natura messianica delle beatitudini ho spesso ricordato che il loro annuncio deve consistere soprattutto i esperienze salvifiche che diventano messaggio. Non può essere quindi ridotto sole parole. Le parole operano come l'interpretazione dei gesti beatificanti: il modo attraverso cui diamo le ragioni dei segni di speranza diffusi nei fatti.
Così ha agito Gesù.
Viene spontaneo chiederci: quali gesti possono oggi verificare e rendere sensata la proclamazione delle beatitudini?
So che è difficile rispondere a questa domanda. Si rischia l'astratto e il generico.
Tento però una proposta, ricordando alcuni interventi. Rappresentano globalmente l'esperienza che si fa messaggio: le condizioni da assicurare nel quotidiano e nel piccolo per poter proclamare le beatitudini ai giovani d'oggi, nel cuore delle sfide che essi lanciano a quanti pretendono di essere per loro «segni e portatori dell'amore di Dio».
Li ricordo a tratti veloci, per evocare quello che tutti ci portiamo già dentro.

Nella solidarietà

Possiamo annunciare le beatitudini soltanto se ci sentiamo solidali con i tanti amici che prima di noi e più di noi hanno prodotto quelle esperienze che si fanno ora messaggio.
Siamo stati troppo frettolosi, quando abbiamo tagliato i ponti con il nostro passato, per quella presuntuosa frenesia illuminista che ha dominato gli ultimi quindici anni. Senza una solidarietà diacronica e sincronica, le parole di speranza restano vuota effusione di voce.
Posso dire con fierezza a chi soffre, a chi è solo, a chi geme sotto la sua croce «Beato te in quello che sei, perché il nostro Dio farà cose grandi, per te e per tutti», solamente in una appassionata solidarietà con Gesù di Nazareth, con Maria, con i tanti nostri fratelli e sorelle che hanno dato la loro vita per asciugare le lacrime, per trasformare le situazioni ingiuste, per promuovere la pace, per rincuorare i giovani intristiti nell'abbandono.
Se questa promessa di vita e di felicità tentassi di lanciarla nell'arroganza dell'eroe solitario, risuonerebbe beffa crudele. E così sarei costretto a tacere, per non dire parole vuote e impietose: al dolore si aggiungerebbe l'offuscamento di ogni speranza. Per proclamare speranza e per pronunciarla in termini credibili, dobbiamo riscoprire la solidarietà.

Accoglienza incondizionata

Un secondo segno è dato dalla accoglienza incondizionata. Accoglienza è vicinanza e unità poste in anticipo, con colui che è ancora lontano, perché solo così può cambiare e avvicinarsi.
Sul piano dei processi culturali e strutturali, l'accoglienza comporta il superamento del pensiero e del linguaggio dialettico, che implica la scelta della divisione come via obbligata alla riconciliazione, per inventare invece un pensiero, un linguaggio e una prassi più adeguati ad accogliere l'altro dentro le proprie preoccupazioni.
L'accoglienza è il modo concreto di dire: «Beato te per quello che sei, perché Dio è più grande del tuo cuore».
L'accoglienza è infatti un grande gesto di fede e per questo è segno concreto delle beatitudini. Pone al centro di ogni intervento la croce di Gesù, esperimentata nella fede come il luogo costitutivo della effusione dell'amore di Dio, che solidarizza con chi è separato, per restituirgli la pienezza della sua soggettività. Dalla prospettiva della croce ritrova significato decisivo il gesto di Gesù che «siede a tavola» con il pubblicano e con il fariseo, con chi è fuori e con chi è dentro, al di là della dialettica e prima di essa.
Questo significa per Gesù essere «amico»: accogliendo i lebbrosi, li guarisce, accogliendo i peccatori li ricostruisce come uomini nuovi.
L'educatore non dà dignità alle esperienze dei giovani per assicurarsi la loro simpatia e accondiscendenza. Riconosce una dignità che preesiste, che spesso è minacciata proprio dalla logica moralistica e discriminante. Questa dignità è fondata sull'amore del Dio di Gesù Cristo, in cui siamo costituiti. L'educatore lo riconosce nella fede e nella speranza; e lo testimonia nello stile di presenza che privilegia. Per questo sta con i giovani, sempre, per riconoscere in anticipo la soggettività di tutti, per affermare una dignità che nessuna devastazione può distruggere, perché è radicata nell'amore accogliente di Dio.

La «scommessa» dell'educazione

Sappiamo di vivere in una situazione drammatica e complessa. E ci rendiamo conto che l'uomo è al centro di una trama di relazioni politiche, economiche, culturali e, talvolta, anche religiose, che lo condizionano e spesso lo soffocano.
Una lunga tradizione ecclesiale ci raccomanda il coraggio di privilegiare l'educazione come via di trasformazione globale, incidente e praticabile.
L'educazione è un modo «povero» per servire la trasformazione sociale; per questo è una realizzazione concreta delle beatitudini.
Educazione è infatti presenza e relazione per restituire ad ogni uomo la gioia di vivere e quel futuro che spesso gli è defraudato, attivando progressivamente in lui una coscienza riflessa e critica di se stesso, della propria storia, degli altri e del mondo. Restituire così la vita e la speranza è piccola cosa nella mischia delle sopraffazioni, degli sfruttamenti, delle discriminazioni e delle violenze; ma è cosa tanto grande che siamo disposti a scommettere sulla sua dimensione politica e sulla sua capacità rigenerativa.
Qui vedo il centro del nostro servizio pastorale ai giovani.
Non solo affermo lo stretto rapporto che deve esistere tra educazione e evangelizzazione. Sottolineo qualcosa di più: la scelta dell'educazione come il luogo privilegiato anche dell'evangelizzazione. Questa prospettiva vuole ricordare che Dio è indispensabile per la vita di ogni uomo, proprio quando l'uomo è signore di questa sua vita. Egli non è il concorrente spietato alla sua fame di vita e di libertà. È invece la «risorsa risolutiva» da invocare nella profondità e nella verità della propria dignità di uomini.

L'amore alla vita come orizzonte

Le tre indicazioni precedenti si esprimono e si concretizzano in un atteggiamento globale, indispensabile a chi vuole proclamare le beatitudini evangeliche: l'amore alla vita.
Nell'amore alla vita confessiamo la potenza di salvezza di Dio.
Nel nome di Gesù affermiamo infatti che l'uomo quotidiano è già l'uomo nuovo. Il presente è segnato germinalmente dal suo futuro.
Certamente l'uomo è povero, traditore e peccatore. Ma non è solo questo. Egli è già l'uomo nuovo. L'uomo nuovo è l'uomo povero, incerto e peccatore.
L'uomo diventa nuovo portando a progressivo compimento il dono della vita.
Essa è come un seme: si porta dentro tutta la pianta in quel minuscolo frammento di vita in cui si esprime. Per una forza intrinseca e in presenza di condizioni favorevoli, progressivamente esplode in qualcosa di continuamente nuovo.
Le foglie, il tronco, i rami non si aggiungono dall'esterno. Non sono materiali da assemblare. Sono già presenti, in germe: il seme è già la pianta, anche se lo diventa giorno dopo giorno.
Questa è la vita.
L'atto di fede nella potenza di Dio si fa immediatamente grande, sconfinata fiducia nell'uomo.
L'educatore sta vicino per testimoniare questa fiducia: non è lui che fa fiorire piccolo seme in albero grande. Egli sostiene il processo di crescita: lo scatena, l'incoraggia, lo sollecita, restituendo a ciascuno la capacità di riconquistare la propria vita e la speranza.
In questa presenza l'educatore gioca la su fede. Egli sa che la solidarietà di Dio con l'uomo è così intensa e sconvolgente che senza nessuna paura Gesù di Nazareth può dire a tutti, come ha fatto quella sera a Gerico: Zaccheo, scendi in fretta, perché ho deciso di venire a cena a casa tua.

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