Di fronte alle beatitudini: la radicalità della fede tra cultura e vangelo

Inserito in NPG annata 1985.


Luis A. Gallo

(NPG 1985-6-16)


Questo articolo è come un ponte tra quello di taglio strettamente biblico e quello in vista di una proposta di spiritualità ai giovani d'oggi. Perciò offre il tentativo di una mediazione tra il messaggio evangelico e il suo destinatario attuale.

UNA SENSIBILITÀ PROFONDAMENTE CAMBIATA

Qualche settimana fa ricevevo una lettera di un giovane (argentino) che mi esprimeva il suo profondo disagio nei confronti della sua appartenenza alla Chiesa perché, diceva, «io voglio una Chiesa che ci inviti a creare un mondo nuovo già qui, sulla terra e a godere pienamente di esso... Io credo che, se dobbiamo transitare per questa vita umana, dobbiamo svilupparci pienamente come persone umane e non autoannullarci col sacrificio e, tanto meno, permettere che ci annullino».

Una fede contro la felicità dell'uomo?

Mi sembra che queste parole riflettano bene ciò che molti uomini e donne (e soprattutto molti giovani d'oggi) sentono, che esprimano bene le loro attese e le loro difficoltà e addirittura le loro delusioni davanti alla proposta globale di vita fatta da chi si dice annunciatore del Vangelo di Gesù Cristo. Specialmente credo che le parole di questo giovane mettano nitidamente a fuoco un problema centrale: quello del rapporto tra la proposta radicale della fede cristiana, che si vuole annuncio di beatitudine, e la loro attesa di felicità veramente e pienamente umana. Molti di questi giovani trovano infatti una certa incompatibilità tra ciò che sono le loro aspirazioni più profonde ad un'autorealizzazione personale che li renda felici, e le esigenze di radicalità della fede cristiana. Sembra loro, come all'autore della lettura, che la proposta della Chiesa non sia altro che una richiesta di autoannullamento; ancora peggio, un'imposizione di annientamento della propria umanità. La parola «sacrificio», con cui esprimono tale esigenza, compendia in qualche modo questo senso di disagio. L'unico modo di essere cristiani, essi pensano, è quello di abbracciare la croce. E «croce» significa rinnegamento di sé, perdita di sé anziché potenziamento e pieno sviluppo delle proprie capacità. Il Vangelo si apre sì con un proclama di felicità, ma poi tale proclama resta totalmente sconfessato da quanto segue e, soprattutto, dalla presenza troneggiante della croce che getta un'ombra su tutto quanto il resto.

Una svolta culturale sconvolgente

È indubitabile che questa difficoltà di non pochi giovani d'oggi riflette nell'ambito della fede la tensione creatasi dall'avverarsi di una profonda svolta culturale ancora in corso nell'intera umanità, quella che è stata chiamata «la svolta antropologica» o, addirittura, «antropocentrica».
Questa nuova sensibilità, frutto di svariati fattori che conosciamo, si caratterizza appunto per il fatto di aver messo al centro della coscienza dell'uomo l'uomo stesso, al posto del cosmo che tale centro occupava da millenni in un'umanità nata e cresciuta nel grembo di una natura forte e potente che la teneva soggiogata. Si tratta di una autentica «rivoluzione culturale».
Questo spostamento infatti ha sconvolto tante cose.
Ha sconvolto, tra l'altro, il modo in cui i giovani si rapportano alla felicità. Lo ha scosso profondamente, producendo delle situazioni nuove, in certo senso inedite.
Credo sia conveniente, in ordine a dare concretezza alla riflessione sul nostro tema, chiederci quali esse siano o, in altre parole, interrogarci su come si pone la presente generazione giovanile nei confronti di quell'appetito radicale di felicità che abita ogni uomo. La risposta a una domanda del genere non è certamente facile.
Ciò non impedisce però che si possano individuare, a partire dalle nostre esperienze, delle linee comuni di tendenza che permettano di tratteggiare una condizione in qualche misura condivisa. Se questo è vero, credo che si possa dire che la domanda di felicità, aperta o velata, dei giovani d'oggi si esprima in modi profondamente diversi nel mondo così detto sviluppato e ricco e in quello povero.

La domanda di felicità nel mondo «ricco»

Nel primo, infatti, ciò che molti giovani cercano avidamente è «il senso della vita».
E «senso» non ha qui prioritariamente una valenza concettuale, ma piuttosto esistenziale. Preferirei sostituire la parola «senso» con un'altra, che considero più pregnante, la parola «gusto». Anche perché così ci manteniamo più nell'ambito della metafora dell'appetito utilizzata sopra.
Che c'è dietro a questa ricerca di senso o di gusto della vita?
L'esperienza ci dice che la vita può effettivamente perdere il suo gusto, che la si può vivere senza nessun entusiasmo, che la si può solo subire passivamente. È allora che sorge l'insoddisfazione radicale, la nausea profonda, il disgusto per la stessa vita. Essa non merita di essere vissuta. Non si trovano più dei motivi (più a livello esistenziale che razionale) per continuare a viverla, e così diventa grigia, insipida, irrilevante.
Sarebbe lungo e difficile analizzare compiutamente le cause di questo fenomeno così diffuso nel mondo (non solo giovanile) dell'Occidente, e del quale si sono fatti eco la filosofia, la letteratura, il cinema... Certo, risulta paradossale che lo straordinario progresso in corso grazie alla scienza e alla tecnica sia da annoverare tra le cause di un tale fenomeno; ma sembra che non si possa escluderlo. Non tanto per via del progresso stesso (magnifica opportunità di crescita in umanità), quanto piuttosto per ciò che esso comporta di visione delle cose, di atteggiamenti e di condotte davanti all'uomo e al mondo. Il fatto sta ed è che, in questo mondo dell'abbondanza e del benessere, una profonda insoddisfazione dilaga e si afferma sempre più palpabilmente.

Quali gli sbocchi tra i giovani?

Faccio solo una piccola esplorazione a partire dall'esperienza. Uno degli sbocchi più radicali è quello del suicidio. È impressionante affacciarsi alle statistiche sui giovani che si tolgono la vita oggi. E per i più futili motivi. È che quando non si ha il gusto per la vita, il dirle di no diventa una tentazione costante davanti alla quale il cedimento è molto facile. Apparentemente questo no alla propria vita sembrerebbe contraddire l'affermazione di un insopprimibile appetito di felicità. Eppure non è così. Si tratta solo di una delle tante espressioni sbagliate di tale appetito. Appunto perché si desidera radicalmente la felicità, si tenta di sopprimere una vita che non ha gusto, nella speranza di un'altra che ce l'abbia. Probabilmente non c'è uno più affamato di vita e di felicità di chi si toglie la vita.
Altri giovani reagiscono al non-gusto della vita buttandosi nell'aggressività di diverso tipo, anche distruttiva, come forma ammalata di soddisfare il desiderio di «sentirsi vivere». La volontà di potenza, così centrale nel pensiero di un filosofo di tanta attualità quale Nietzsche, non è solo una teoria filosofica del passato.
Una reazione di segno opposto, benché radicalmente identica, è quella dei giovani che si rifugiano nelle svariate forme di soddisfazione che li allontanano dalla realtà.
Il problema della droga, per non nominarne che uno, non è, da questo punto di vista, molto diverso da quello del suicidio.
Sono milioni i giovani che, per motivi e in circostanze diversissime, intraprendono questa strada illusoria di felicità. In fondo ad essa si intoppano con la morte.
Ci sono poi dei giovani d'oggi, nel mondo occidentale, che riscoprono il senso e il gusto della vita nell'intersoggettività. Il loro sì fondamentale alla vita si realizza soprattutto nella ricerca di rapporti interpersonali in cui la brama di felicità trova radicalmente la sua soddisfazione. È questa fame di dialogo, di incontro e di comunione che li spinge a creare dei gruppi primari in cui la conoscenza e l'amore vicendevoli trovano spazio e possibilità di realizzazione. Il fatto che frequentemente questi giovani non si preoccupino di altre forme di convivenza (familiare, sociale, politica, ecc.) non elimina il valore da loro dato a questo sbocco della loro ricerca. Per loro questo gusto riacquistato per la vita è una molla che possibilità il resto dell'esistenza, pure in mezzo agli inevitabili conflitti che essa comporta.
Non mancano infine, ancora in questo mondo ricco e benestante, dei giovani che ripongono il gusto per la vita e la loro felicità prioritariamente in un impegno serio al servizio degli altri, e specialmente dei più bisognosi, in mille forme diverse. Essi sono convinti che è da questo impegno che può venire loro la soddisfazione radicale del loro desiderio di felicità. Bisogna notare però che non sempre questi giovani approdano a tale convinzione guidati dal Vangelo dei Gesù Cristo. Diversi di loro si abbeverano infatti ad altre fonti.

La domanda di felicità nel mondo «povero»

Diversa è, almeno in gran parte, la situazione attuale dei giovani dei paesi poveri dell'umanità. Certamente ci sono in qualche misura tutte le situazioni sopra elencate, a volte anche come «contagio culturale» della condizione del mondo occidentale. Ma ciò che caratterizza i giovani di questi paesi è diverso, precisamente perché diversa è la condizione umano-storica in cui si trovano immersi.
Credo che fondamentalmente si debbano focalizzare due diverse benché non escludenti espressioni di ricerca di felicità tra di loro.
La prima è quella più elementare, propria di chi giace in una situazione di povertà estrema, che si esprime in mancanza de necessario per soddisfare i bisogni primari della vita. Sono divenuti ormai classici i volti della povertà descritti dalla Conferenza di Puebla (nn. 32-39). Ovviamente, qui non è nella ricerca di senso della vita che si incarna il desiderio di beatitudine, ma direttamente nella ricerca della sopravvivenza. Per sé e per gli altri. È vero che la precarietà della condizione può anche portare a volte alla perdita del gusto della vita; ma, ordinariamente, il bisogno di lottare per tale sopravvivenza elimina automaticamente l'assillo del ricercare un senso alla propria esistenza. M'immagino, anche se non l'ho controllato statisticamente, che il numero dei suicidi tra i giovani poveri del cosiddetto Terzo Mondo sia molto inferiore a quello che si dà tra i giovani del Primo. Altrettanto si dica dell'uscita verso forme illusorie di sbocco quali la droga. Se esiste questo problema credo non sia tanto per tale motivo quanto per interessi economici su scala mondiale.
La seconda espressione è molto vicina all'ultima elencata tra i giovani del mondo occidentale. È quella dei giovani che, consci della situazione di estrema povertà generalizzata del loro popolo e delle sue cause, si impegnano nella ricerca di una trasformazione di tale situazione in vista di una maggior possibilità di vita e di dignità per tutti. Essi sono o dei poveri che soffrono in carne propria la condizione di povertà ingiusta, o dei giovani che pur non essendo poveri hanno fatto propria la causa di questi poveri decidendo di collaborare con essa. Per loro la felicità non può essere anzitutto un fatto individuale, ma qualcosa di condiviso, di ricercato insieme e per tutti.
Ma, oltre a sconvolgere la maniera in cui i giovani d'oggi cercano la felicità, il profondo cambiamento culturale in corso ha sconvolto - e non poteva essere altrimenti in forza del regime di incarnazione che la regge - anche il modo di cogliere e vivere l'intera fede cristiana, che ne è rimasto profondamente scosso. Un cristianesimo intento principalmente alla ricerca delle «cose di lassù», teso in definitiva verso il cielo, è entrato in crisi, perché gli uomini di oggi vogliono «un mondo nuovo già quaggiù, sulla terra»; un cristianesimo che aveva fatto prevalente leva sulla croce e sul sacrificio di sé è entrato in crisi, perché gli uomini di oggi vogliono «svilupparsi pienamente come persone umane e non autoannullarsi». L'assestamento e il superamento della crisi sono ancora in corso, come lo attesta l'esperienza.
In fondo, ciò che è in gioco dietro alle difficoltà dei giovani sopra accennate è, per dirlo in termini evangelici, il rapporto tra beatitudine e croce. Ed è quello che vorrei fare oggetto di riflessione in vista appunto di una spiritualità illuminata dalle beatitudini evangeliche.

UN'ULTERIORE ESPLICITAZIONE DEL DATO BIBLICO

Innanzitutto ritengo indispensabile ai fini di tale riflessione riprendere sinteticamente quanto ci è stato detto dal biblista. Raccolgo solo alcuni dati essenziali e aggiungo qualche esplicitazione.

Un messaggio che parla di Dio

Le beatitudini sono una espressione - non l'unica, certo! - dell'intero Vangelo del regno di Dio che, secondo le più genuine testimonianze neotestamentarie, fu vissuto e proclamato da Gesù di Nazaret.
Perciò, esse sono in primo luogo un solenne proclama su Dio stesso, un proclama cioè teologico nel senso più stretto del termine, prima ancora di essere la proposta di un programma etico o di comportamento.
O, se si vuole, esse sono la proposta di una linea di condotta o di prassi appunto perché sono antecedentemente una parola che svela definitivamente agli uomini il vero volto di Dio.
Infatti, mediante esse Gesù dice, equivalentemente: «Beati voi, o poveri, o piccoli, o emarginati e gente che non conta, o ultimi di questo mondo, perché Dio è così come è, ossia perché Dio è tutto preoccupato principalmente di voi e vuole cambiare radicalmente la vostra sorte. E che sia così lo potete capire dal fatto che io sia in questo modo con voi, cioè che vi abbia fatto oggetto privilegiato delle mie cure e che proponga a tutti, con le parole e con il mio agire, una prassi di trasformazione del mondo a partire da voi e in vista di voi». Solo allora Gesù aggiunge, sempre equivalentemente: «E beati voi, uomini e donne che fate vostra questa mia proposta, perché in questo modo diventate miei discepoli e figli di Dio; beati voi, perché in questo modo trovate la vostra stessa felicità».
L'aspetto etico delle beatitudini è, come si vede, intimamente collegato con quelli teologico e cristologico, viene dopo di essi e acquista il suo senso genuino da essi. La prima beatitudine è, quindi, rivolta direttamente a chi è piccolo, povero, tralasciato, ultimo in questo mondo, e non perché sia dotato di qualità morali o spirituali che gli diano diritto all'ingresso nel regno di Dio, ma semplicemente perché a lui è ordinato prioritariamente quel beatificante intervento di Dio che in termini biblici viene chiamato «regno di Dio» e che noi, con una terminologia forse più comprensibile oggi, possiamo chiamare «pienezza di vita».
C'è però una seconda beatitudine, e questa è rivolta a chi, pur non essendo né povero né piccolo né emarginato né ultimo in questo mondo, si decide a far sua la causa degli ultimi. «Oggi è entrata la salvezza (= la felicità) in questa casa», dichiara Gesù davanti a Zaccheo che ha deciso di abbracciare la causa dei poveri, lui che prima li sfruttava e storceva (cf Lc 19, 1-10).

Gesù, un uomo «tutto occupato» per la causa del Regno

Oltre a questo primo dato di decisiva importanza fornitoci dalla Bibbia e dalla sua esegesi, è indispensabile raccogliere un altro che ci avvicina alla problematica sopra enunciata. Si tratta del modo concreto in cui Gesù di Nazaret visse la sua dedizione alla causa del regno di Dio, matrice della quale e nella quale nascono le beatitudini da lui proclamate.
Risulta senz'altro impressionante la figura che ne emerge da una lettura attenta dei testi evangelici e tra le loro righe. È quella propria di un uomo preso da una passione che lo unifica profondamente. Non ci sono in lui spazi per altri scopi. È letteralmente «tutto occupato». Tutte le sue energie, a cominciare da quelle fisiche, sono polarizzate attorno a ciò che tenacemente persegue. La straordinaria ricchezza delle sue energie psichiche, della quale ci sono abbondanti testimonianze nei vangeli, non viene in lui né soffocata né repressa, ma convogliata nella stessa direzione. La sua chiara intelligenza e la sua decisa e ferma volontà lo sono ugualmente. Non che non ci siano in lui dei momenti di incertezza e di perplessità (le narrazioni delle tentazioni, della preghiera nell'orto e, soprattutto, della spaventosa oscurità della croce ce lo stanno a ricordare); ma, al di là di tutto questo, nel profondo, c'è qualcosa in lui di incommovibile. È la sua dedizione totale e incondizionata alla causa del regno di Dio quale causa della felicità degli uomini e specialmente degli ultimi in questo mondo. Si tratta di qualcosa che tocca realmente la radice stessa del suo essere di uomo e lo coinvolge tutto.

L'invito a una decisione coinvolgente

Un terzo dato ci porta al cuore della nostra problematica. Questa stessa decisione per la causa del regno Gesù la propone a coloro che vogliono seguirlo. Ci sono delle frasi sconvolgenti dei vangeli che lo attestano con singolare forza e chiarezza. Per esempio, tra tante altre, quelle riportate da Luca. A uno che, invitato a seguirlo, gli chiede di poter prima andare a seppellire suo padre, Gesù dice seccamente: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va' e annunzia il regno di Dio» (Lc 10, 60). A tutti poi grida: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà» (Lc 9, 23); «Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo» (Lc 14, 27).
La tagliente incisività delle espressioni sta certamente a sottolineare l'invito non a una decisione qualunque, ma a una decisione che coinvolga la totalità della persona, che tocchi la sua stessa radice.

LA RADICALITÀ EVANGELICA CONTRO LA FELICITÀ?

I dati biblici ricordati ci rendono la difficoltà dei giovani d'oggi ancora più scottante. Sembrerebbero dare loro ragione. Cosa significa questo «prendere la croce» posto come condizione indispensabile per seguire Gesù? cosa vuol dire questo «rinnegare se stesso», questo «perdere la propria vita?» E, ancora più problematicamente, come si può coniugare tutto ciò con la promessa di felicità ripetutamente fatta da lui? è proponibile una cosa del genere ad una sensibilità come l'attuale, che sembra andare in tutt'altra direzione? non è un contraddire quella ricerca di pienezza di realizzazione umana che segna così fortemente la cultura contemporanea?
Viste le cose in profondità, dobbiamo dire che la proposta di Gesù non solo non contraddice tale ricerca, ma le viene incontro con una risposta addirittura debordante. È questa una specie di tesi che cercherò di giustificare ora brevemente.

Una proposta radicale, non contro la propria realizzazione

La prima cosa da fare in ordine a tale giustificazione è quella di andare oltre alla lettera dei testi citati per coglierne il senso profondo. Una volta ancora si avvera ciò che dice Paolo: «La lettera uccide, lo spirito vivifica» (2 Cor 3, 6). Sappiamo infatti che all'interno di un discorso fatto di parole si annida un senso che è sempre più grande delle parole stesse, anche se si avvale al momento di esse per venire alla luce. Le parole possono invecchiare il senso può invece rimanere vivo e vivificante.
È precisamente ciò che accadde con gli scritti evangelici. In quanto parole umane vincolate ad una determinata cultura e ad un determinato tempo vanno soggette ad un processo di inevitabile invecchiamento. Ciò che invece non invecchia è la Parola che le abita, e che dobbiamo continuare a scoprire.
Presi quindi alla lettera e fuori dal loro contesto i testi sopra citati sembrano condurre fatalmente a quella concezione secondo cui le cose si mettono in termini alternativi di «o pienamente uomo o discepolo di Gesù», oppure, più laconicamente, «o io e la mia realizzazione o lui». Lette così, certo che queste parole evangeliche suonano ad annullamento della propria umanità e anti-autorealizzazione. Ma è così che vanno lette? Non ci dicono i sani principi esegetici che un testo va preso nel suo contesto e tenendo conto del gioco linguistico di cui fanno parte? Se si tiene conto di ciò, si vede che tali testi non sono altro che un modo paradossale di mettere in evidenza il carattere di radicalità con cui si presenta la proposta di Gesù. Essa tende a coinvolgere di per sé tutto ciò che si è e che si ha, come avvenne in lui stesso.

La croce: espressione di dedizione totale

Una volta chiarito questo aspetto esegetico della questione, resta ancora da vedere quale sia il senso della croce e della rinuncia di sé nell'insieme della vicenda di Gesù, che è il contesto nel quale acquistano il loro vero senso. Solo così potrà cogliere il senso che esse dovranno avere nell'esistenza di coloro che si decidono a seguirlo.
Vista in sé stessa, quale espressione di sofferenza e per di più di una sofferenza ingiusta, la croce di Gesù fu e rimane una «maledizione». Lo fa notare ancora, dopo la glorificazione pasquale, Paolo nella lettera ai Galati (3,13). In quanto negazione e soppressione, addirittura violenta, della vita essa è infatti contraria alla volontà di Dio e alla causa del suo regno, che è regno di beatitudine e di vita. Ma, vista alla luce dell'intera vicenda di Gesù, la croce appare come la massima espressione della sua dedizione totale, incondizionata e fino alle ultime conseguenze, alla causa di tale regno.
Ne segue che essa non è la canonizzazione di qualunque tipo di sofferenza o di rinuncia, ma solo della sofferenza e della rinuncia feconde, di quelle che conducono alla crescita della vita. Non per nulla gli evangelisti riportano la metafora della donna che partorisce, generando la vita, caso il più palese di una sofferenza feconda (cf Giov 16, 21).
E questa fecondità della croce di Gesù si apre in due direzioni, non contrapposte né parallele ma complementari.
La prima è quella che riguarda coloro per i quali lui stesso muore. Una lettura attenta dei vangeli ci fa scoprire quali sono state le cause storiche della sua tragica fine. Hanno a che vedere direttamente con il suo giocarsi concretamente per la sorte degli ultimi della società del suo popolo. Con l'affrontare la croce e la morte Gesù ha dimostrato di tenere fermo, di non mollare nella causa per la quale era vissuto: cosa che ha reso possibile che altri, dietro di lui e come lui, facessero altrettanto, scatenando un movimento di trasformazione a vantaggio degli ultimi del mondo. La fecondità del chicco di grano nella storia sta a dimostrarlo.
La seconda direzione è quella che riguarda lui stesso. Gli scritti neotestamentari sono pieni di questa affermazione che, in modo altamente poetico, esprime l'inno della lettera ai Filippesi: «Svuotò se stesso prendendo la forma di servo... perciò Dio l'ha esaltato» (2,7.9). L'esaltazione di Gesù non significa altro che la sua entrata nella pienezza della vita, la sua realizzazione totale, il momento in cui arriva ad essere, come afferma la Gaudium et Spes, «l'uomo perfetto» (n. 22a). Ciò ci sta a dire che, per lui e secondo la sua concezione, il segreto della propria felicità e della propria realizzazione sta nella collaborazione alla felicità, alla realizzazione e alla pienezza di vita degli altri, e specialmente dei più piccoli e poveri, di quelli la cui felicità è trascurata e «non conta al mondo».

LA PROPOSTA DI GESÙ OGGI

Alla domanda sulla felicità di una sensibilità tutta portata alla ricerca della pienezza umana, la proposta evangelica risponde quindi sostanzialmente in modo affermativo. Contrariamente a quanto tante volte si è fatto apparire, l'annuncio cristiano è costitutivamente «evangelico», e cioè portatore di una buona novella di gioia e felicità, di pienezza di vita e di autorealizzazione; ma non di una pienezza e di una autorealizzazione «a buon mercato», per dirla parafrasando un'espressione di D. Bonhoeffer; di quella autorealizzazione cioè che consiste nel ripiegarsi narcisisticamente su se stessi, individualmente o in gruppi, in un ripiegamento che si converte frequentemente in un passare indifferenti accanto all'altro che giace semimorto al margine della strada, o addirittura in uno sfruttare gli altri in ordine alla propria felicità.
Gesù viene a dire ai giovani d'oggi, ancora una volta, che la felicità e la pienezza di vita arriva a loro (come a lui) di rimbalzo, nella misura in cui si danno da fare (come lui) per la vita e la felicità degli altri, e specialmente dei più esclusi dalla vita e dalla felicità, degli ultimi.
E qui si fa necessario introdurre, almeno brevemente, un discorso che riguarda la parte finale di questa proposta evangelica. Lo esprimo nella seguente domanda: cosa significa oggi concretamente l'ultimità.
La cosa è importante perché, come l'intero Vangelo, anche questo suo aspetto settoriale va soggetto al processo di storicizzazione. Cosa significavano concretamente povertà e ultimità ai tempi di Gesù? Di questo ci possono informare gli studiosi della Bibbia con l'aiuto di ricerche sociologiche.
Oggi, cosa significano? Le circostanze sono cambiate profondamente da allora e c'è della novità in questo aspetto.
La novità del nostro tempo consiste, indubbiamente, nel fatto che, pur senza eliminare quelle forme di povertà ed emarginazione che riguardano singole persone o determinate classi sociali, come ai tempi di Gesù, se ne è generata e sviluppata un'altra che interessa l'intera umanità. Si tratta di quel fenomeno - nuovo, storicamente parlando - che sociologicamente è stato definito come «conflitto Nord-Sud». Interi popoli e continenti, come si sa, giacciono oggi in situazione di emarginazione e di estrema povertà che tocca tutte le dimensioni dell'esistenza umana, da quella economica a quella sociale, da quella politica a quella culturale e, addirittura, a quella religiosa. Ed è, per di più, una situazione che si è cristallizzata in strutture di portata mondiale che, quale «cerchio infernale» (M. D. Chenu), coinvolgono il mondo intero generando la morte e l'infelicità di milioni di uomini e donne. Solo a chi vuole chiudersi nella cecità del suo egoismo collettivo può passare inavvertito un fenomeno come questo, che sfida apertamente e radicalmente chi si dice discepolo di Colui che diede la vita per la causa dei poveri.
Alla luce di tale nuova situazione nascono delle domande veramente scottanti: cosa implicherà fare la felicità degli ultimi in simili condizioni? come si potrà realizzare la sequela di Gesù di Nazaret con il suo programma di beatitudine in un mondo come questo? come coniugare tutto ciò con la quotidianità? Ecco delle domande che attendono una risposta creativa, che non sia una semplice ripetizione di cose già fatte da Gesù o dai suoi discepoli in altri contesti storici, ma che inventi quella postulata dal contesto attuale. Non basta la memoria, ci vuole la fantasia!

UNA PAZZIA O UNA SPERANZA?

Proporre una rilettura del genere della proposta evangelica a dei giovani immersi in una sensibilità culturale antropocentrica può sembrare a prima vista una pazzia. Ci sono però dei fatti che ci incoraggiano a farlo.
Il primo, evidentemente, è l'esempio dello stesso Gesù, se lo si coglie adeguatamente e non lo si distorce. E sappiamo quanto fascino continua ad esercitare la sua figura in questo tempo.
Ma ci sono ancora altri due dati, che mi limito appena a tratteggiare. Anzitutto, le riletture della proposta evangelica fatte già in passato, lungo la storia della Chiesa. Esse sono delle reinterpretazioni del Vangelo che, accogliendo le nuove istanze sorte nella marcia culturale dell'umanità, hanno saputo aprirle alla provocazione radicale del Vangelo stesso. Penso, per esempio, a quella fatta al secolo XII da Francesco di Assisi, che tanta vitalità ed energia nuova diede alla Chiesa e alla società del suo tempo.
Ma poi, e soprattutto, ci può incoraggiare il fatto che la rilettura del Vangelo delineata sopra è già all'opera nel mondo. Ci sono infatti non pochi cristiani, e fra essi non pochi giovani, che stanno facendo propria la causa della vita e della felicità degli ultimi, non solo a livello personale ed assistenziale, ma anche a quello strutturale. E lo fanno con un coraggio e una radicalità che arriva fino al martirio. Sono i cristiani che, sia nella grigia monotonia del quotidiano sia in situazioni-limite in cui rischiano letteralmente la morte, non esitano a «prendere la croce» di Gesù e a seguirlo. Sono loro la verifica concreta della proposta evangelica e della sua fecondità. Essi stanno proclamando ad alta voce le beatitudini con la vita più che con i discorsi, e con ciò meritandosi il grande annuncio di beatitudine del Signore: «Venite, benedetti del Padre mio, entrate nella gioia del vostro Signore» (Mt 25, 34.21).