Cesare Bissoli

(NPG 1985-6-6)


«Beati coloro che ascoltano le parole di queste profezie» (Apoc 1,3). Questa beatitudine che apre e chiude l'ultimo libro della Bibbia si fa esplicito segnale che legittima l'avvio dalla S. Scrittura. Beato anzitutto è chi per parlare di beatitudine accoglie quelle del libro Sacro. Non è un richiamo esortatorio, se pensiamo bene a ciò che stiamo trattando. Niente come la parola di Dio chiede all'uomo di essere tale, uno cioè che prende sul serio la parola perché prende sul serio se stesso, dialoga con Dio carico della propria parola di uomo sul tema in questione. E quanto ciò sia gravido di conseguenze e quindi esiga una verità solida che solo Dio ultimamente può dare, basta riflettere un momento.

UN INTERESSE MAI SPENTO

Noi parliamo di felicità: beatitudine vuol dire questo. Ma parlarne oggi in un mondo tanto avido ed ansioso di conseguirla e così scettico di poterlo fare, e perciò ripiegato su beatitudini di piccolo calibro; parlare di felicità a giovani come struttura di vita... ebbene tutto ciò è insieme delicato e pericoloso, come quelle promesse che o sono vere e mostrano di esserlo, o altrimenti compromettono non una verità, ma la stessa sostanza del cristianesimo che è annuncio di felicità radicale, conferimento di salvezza come vita «eterna», senza confini di spazio, di tempo, di limiti nelle aspirazioni.
Parlare di beatitudine è dunque proporre una sfida, impegnarsi in una seria scommessa: se e come Dio è capace di rendere felice la vita dell'uomo.
Di qui la necessità di un discorso che non può venir bruciato, ma essere un discorso articolato, meditato, dibattuto nel cuore, più come un cammino da compiere che non un solo passo da fare, come un progetto da costruire e non una ricetta da eseguire.
Il discorso delle beatitudini si inserisce nel solco radicalmente legittimo e necessario, cioè alla sorgente, nella Bibbia, quando la parola di Dio si donò come nostro alfabeto perché componessimo senza errori fatali i nostri discorsi di felicità. La serietà di capire bene le beatitudini di partenza, quelle del vangelo, si impone per due ragioni:
- per la posta in gioco, la felicità, la realizzazione positiva della vita di un uomo. Qui la Bibbia come parola di Dio non ci sottopone ad un archeologismo ripetitivo, ma ci dona la direzione di marcia giusta in cui costruire le nostre attualizzazioni;
- si aggiunga in particolare che, come avviene per altre parole forti della Bibbia (liberazione ad es.), il senso biblico di partenza poté caricarsi di sensi ulteriori, assumere una carica simbolica dotata più della suggestività fragile del mantello (ideologia) che dello spessore solido del corpo che lo sostiene. E termini come beatitudine, salvezza, vita, poveri... si prestano bene a tali operazioni.
Eccoci perciò giustificati ad ascoltare quando Dio in Gesù Cristo accese sul mondo la sua beatitudine.
Ecco le modulazioni principali del messaggio biblico:
- il mondo della Bibbia come mondo di beatitudine, ossia dove risuona la promessa solenne di Dio di rendere felice l'uomo;
- le beatitudini di Gesù, ossia cosa capita quando il Regno di Dio giunge fra di noi;
- le beatitudini trovano nella prassi storica di Gesù, l'epifania normativa dell'Uomo beatificato e beatificante;
- le beatitudini sono un dono di Dio che, incontrando l'uomo, si fanno suo compito di vita.
Due testimoni di ciò, Luca e Matteo:
- nella rilettura di Lc: è il cristiano tribolato che viene beatificato, porta in se stesso il germe di una festa che deve «far trasalire di gioia pur in ogni tribolazione» (1 Pt 1,6-8), purché non si lasci sedurre dalla disgrazia della ricchezza e del «buon nome»;
- nella rilettura di Mt (la più nota): si evidenziano le tre dinamiche delle beatitudini del Regno, o che cosa avviene in chi accoglie l'annuncio incondizionato delle beatitudini: l'atteggiamento di povertà/umiltà, di tensione alla divina volontà, di innocenza trasparente; l'impegno attivo di misericordia e di pace; il coraggio della persecuzione per Cristo e con Lui;
- le beatitudini sono «rivelazione» della nuova struttura di realtà portata dal Regno di Dio.

IL MONDO DELLA BIBBIA COME MONDO DI BEATITUDINE

Nella Bibbia vi è un largo linguaggio di beatitudine: del resto come potrebbe mancare? Il discorso sulla infelicità-felicità rimane sempre in tutte le grandi religioni come la porta di accesso e il banco di prova della religione stessa.
Nell'Antico Testamento il pensiero può essere riassunto così: sulla condizione dell'uomo, nella sua realtà concreta, fatta di bisogni e di attese di felicità (se ne fanno portavoce insistente i sapienzali), interviene Dio che solo può beatificare completamente l'uomo, nel tempo ed oltre. Un tale intervento viene prospettato in modo decisivo per i tempi messianici (e qui sono i profeti, che saldandosi con i sapienzali, fanno da banditori); proprio dell'uomo è di riconoscere la propria infelicità o povertà (umiliazione, oppressione) con un atteggiamento di fiducia in Dio (anawim Jahvè, i poveri di Jahvè).
In questo contesto di promessa ed attesa si situano ultimamente Gesù e le beatitudini che egli proclama e che i discepoli poi spargono in tutto il Nuovo Testamento.
Un problema dell'uomo dunque e la necessità di un intervento di Dio. Il quale promette tale intervento in termini risolutori per i tempi messianici.
Prima di addentrarci su questo argomento, cogliamo la panoramica delle beatitudini nei due Testamenti. Affiorano cinque serie: beatitudini dell'ascolto e fedeltà alla parola di Dio; della povertà ed indigenza; della prova e persecuzione; della carità e solidarietà; della attesa e vigilanza attiva.
Ma tutte queste categorie di beatitudini nel Nuovo Testamento si realizzano in forza dell'avvenimento del Regno di Dio. Ebbene vi è un quid unicum che esprime tale rapporto fra le beatitudini e il Regno, originale per la sua sequenza litanica. Si trova nel Discorso della Montagna, riportato in due edizioni: quelle secondo Matteo 5,3-12 e quelle secondo Luca 6,20b-26.
È legittimo allora che ce ne interessiamo direttamente sempre nel quadro del più grande discorso di benedizione, di gioia e di speranza che solca tutta la Bibbia.
È necessario ricordare alcuni dati della critica esegetica, fondamentali per non stravolgere il senso storico o di partenza delle beatitudini.
Abbiamo presente che i vangeli nascono sì da Gesù storico ma all'interno di una lunga predicazione e catechesi che ha lasciato il segno nella stesura scritta. Le beatitudini di Matteo e Luca sono una prova classica della validità di questa verità.
In breve, ciò si svela mediante lo studio delle convergenze fra Mt e Lc: in entrambi se ne parla nel quadro di un discorso specifico; sia in Mt che in Lc emerge una struttura comune che fa la beatitudine, e dona unità alle forme plurime, esemplificative non esaustive: un annuncio-assicurazione di felicità in forza di un cambio; una situazione oppressiva, difficile, insopportabile; per un intervento di Dio (modulato secondo vocaboli di gioia presi dall'AT, ma in fondo sinonimi dell'unico dono: il Regno di Dio).
- Lo studio delle differenze: Mt pone 8 beatitudini, in terza persona singolare, con aggiunte peculiari: poveri «in spirito», fame e sete di «giustizia»; Lc pone 4 beatitudini e 4 guai; in seconda plurale, con amplificazione di quella sui perseguitati (6,22-23).
- Lo studio dei diversi contesti: Mt si rivolge ad una comunità bisognosa di stimoli etici e di impegno pratico; Lc si rivolge ad una comunità tribolata da confortare.
In sintesi, nel quadro delle promesse dell'AT in cui le beatitudini si radicano (retroscena biblico), va studiata la formulazione sulla bocca di Gesù e il pensiero che Egli vi ha dato; e l'attualizzazione da parte di Mt e di Lc (le parole di Gesù vengono applicate come parola di vita nelle loro comunità e così fissate nello scritto).
Sono i due nuclei centrali delle nostre riflessioni.

LE BEATITUDINI NELL'ANNUNCIO DI GESÙ: IL REGNO Dl DIO È INIZIATO

Partiamo da un'affermazione-chiave, che può valere per molti come una novità, una scoperta.

La decisione di Dio per l'uomo

Una lunga tradizione ha fatto delle beatitudini (specie di Mt) un programma esclusivamente ascetico-morale, un cammino di spiritualità, come una nostra prestazione verso Dio, vivendo da poveri distaccati, da mansueti, sopportando la prova ecc., per poi essere beatificati, trovare la felicità, il Paradiso. Non è che manchi questo risvolto, ma in primo piano va affermato decisamente che quello che conta è quanto Dio intende fare per l'uomo: la sua decisione di rendere felici i poveri, secondo diverse situazioni disumane, non dopo la nostra risposta, ma avanti ad essa, per sua libera, padrona volontà di cambiare. I «beati» in bocca a Gesù non è semplice augurio, ma certezza di una promessa. Siate beati ora che siete poveri, perché Dio non vuole che sia così. Sono un programma teologico di ciò che Dio vuole per l'uomo, le sue «congratulazioni»!
Per comprendere questo occorre rifarsi al cuore dell'annuncio di Gesù: «Il tempo si è compiuto, il Regno di Dio è arrivato; convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,14-15). Ebbene, riandando ai profeti (Isaia, Salmi 72,146, il cantico di Anna, l Sam 2,48) emerge la promessa di un Regno, di una signoria di Dio sul mondo che sarà portatrice di giustizia e pace.
Destinatari sono gli ultimi, i poveri, gli oppressi, coloro che di tali qualità gioiose non possono mai godere: «Tiene nella sua mano la verità, rende giustizia agli oppressi, dona il pane agli affamati, il Signore libera i prigionieri, rende la luce ai ciechi, raddrizza gli afflitti, protegge lo straniero, sostiene l'orfano e la vedova» (Sal 146); «Solleva dalla polvere il misero, innalza il povero dalle immondizie» (cantico di Anna e di Maria). Ricordiamo quale mondo esce fuori: le lance si cambiano in falci (Is 2,1-5), il lupo cammina con l'agnello (Is 11,6)... Tutto questo segnerà una svolta qualitativa della storia sarà il suo ultimo capitolo (eschaton), sarà la fine del dominio ineluttabile ed invincibile del male e di chiunque sia oppresso.
È detta anche età messianica perché Dio inizierà il progetto di cambio, il suo Regno mediante l'azione di un suo unto o Messia.

Un lieto annuncio ai poveri

Questo potente progetto messianico di liberazione e di salvezza si trova espresso in un passo specifico cui si collega direttamente Gesù. È Isaia 61, quando l'anonimo profeta del dopo esilio dice in sintesi il contenuto delle beatitudini messianiche e le collega a sé: «Lo Spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio (= vangelo) ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà dei prigionieri, a promulgare l'anno di misericordia del Signore» (61,1-2).
Ebbene Gesù a Nazaret (Lc 4,16s) riprende e propone come suo manifesto il progetto messianico dell'AT, del Regno di Dio nei termini ora detti, ma diversamente da altri profeti che lo ridicevano trasferendolo sul Messia, Gesù lo blocca su di sé, come il traguardo della promessa e facendone la causa profonda della sua vita, la sua missione. Infatti a Nazaret, all'inizio del suo ministero, fra l'uditorio stupito, dice che proprio il passo di Is 61, ora letto, che lui ha proclamato, si compie in lui. Si noti quel compito di portare il lieto annuncio (= vangelo) ai poveri. Ci viene subito in mente: «Beati i poveri». Le beatitudini in bocca a Gesù non sono altro che un modo suggestivo e confortante di dire l'avvento del Regno di Dio, la decisione incondizionata di Dio di essere salvatore degli uomini a partire dagli ultimi, dagli oppressi, comunque abbia ad essere l'estensione di tale povertà (lo vedremo nell'agire della sua vita), ma dove sono certamente inclusi i poveri ed oppressi in senso materiale.

Prassi di liberazione

Tutto questo sposta necessariamente l'attenzione sulla prassi di Gesù. Vedendo chi egli è e cosa fa, ci è dato di capire le beatitudini. Ma intanto cogliamo la prospettiva di Gesù, il primo accento che sottostà ad ogni lettura di beatitudine: ai disgraziati suoi contemporanei e di ogni tempo, Gesù dichiara con l'autorità di Dio che sono felici. Non perché sono poveri, afflitti, perseguitati ecc., ma perché Dio ha deciso di stabilire il suo Regno, di manifestare, quale re giusto e buono, la sua sollecitudine verso coloro che soffrono. Dio vuole procurare loro la felicità di cui sono privi. Felici grazie ad una volontà di liberazione grande ed invincibile quanto è grande ed insuperabile Dio. Come un Padre, Dio ha pietà infinita dei suoi figli, e tale pietà vuol tenere come atteggiamento definitivo, per sempre. Si potrebbe dire: «Felici voi poveri di ogni specie, perché Dio non ne può più di vedervi soffrire, perché Dio ha deciso di mostrarvi che vi ama». I tempi di realizzazione non sono calcolati, ma nemmeno viene disgiunto l'aldiquà dall'aldilà, né discriminate le forme di infelicità e povertà. Quello che conta sarà piuttosto essere attenti a seguire Dio nel momento in cui ha deciso. E questa decisione ha un punto storico: Gesù di Nazaret. Da allora le beatitudini sono entrate nel mondo, o sono impedite di entrarvi. La storia da allora è un cozzo fra la volontà di Dio che vuole far felice l'uomo e la volontà contraria di incepparne l'azione, rendendo infelice l'uomo, o dandogli una felicità a corto respiro.
Ci si lasci toccare almeno dalla profondità teologica carica di umanità, ossia quale Dio dal volto umano compaia in scena. Le beatitudini sono un modo originale, non l'unico, per esprimere la corrente messianica della storia secondo la Bibbia.

GESÙ PROTAGONISTA DELLE BEATITUDINI

In altri termini le beatitudini si fanno capire da Gesù e fanno capire Gesù. Ma vediamo come: come egli vede i poveri e cosa fa per essi.

Il povero alla luce della Bibbia

L'eredità dell'AT, dei profeti, la loro visione messianica di felicità è condivisa da Gesù. Le connessioni esplicite con Isaia, lo dicono. Ebbene nell'AT, Dio è tale, salvatore, se è re, ed è re se e in quanto aiuta i diseredati del suo popolo. I profeti leggono il povero entro un orizzonte teologale, in rapporto a quello che Dio vuol fare per loro, e non in prospettiva psicologica o filantropica (perché i poveri abbiano titoli specifici, spirituali o materiali). È il loro non essere che provoca la misericordia potenza di Dio. Essi sono sacramento della potenza misericordiosa di Dio.
Gesù sviluppa questa concezione.
La riassumiamo schematicamente in quattro punti.

Gesù vede i poveri in Dio

È emblematico il passo di Gesù e i bambini (Mc 10,17-22). Il bambino è per lui la figura del piccolo e del povero. I bambini non sono esaltati in forza di qualità native (innocenza, disponibilità ecc.), ma semplicemente perché - soprattutto nella società di allora - sono deboli, poveri, ultimi, e quindi permettono a Dio esprimere al massimo la sua volontà di salvezza, mai così grande come proprio fra i nullatenenti. Secondo Gesù (in Mt 11,25 ss), Dio va glorificato perché rivela il suo Regno proprio ai piccoli e ai semplici, ai quali nessuno bada.
La volontà di Dio sorregge le sue relazioni con i poveri, i bambini, i piccoli, e sottostà alle beatitudini del discorso della montagna. Si potrebbe pensare una fuga dalla storia, dall'impegno sociale. In realtà il ritenere che queste categorie di persone sono come ostensori della potenza e universalità di salvezza amorosa del Padre significa rendersi conto che esiste un dinamismo di interessamento per i poveri su misura stessa di Dio, instancabile, insuperabile e soprattutto efficace. Saremo sempre inadempienti in rapporto alla liberazione che Dio vuole per i poveri. Ma perché la vuole, siamo sempre ingaggiati a camminare sulle sue misure.

Gesù vede Dio nei poveri

Nel vangelo il termine povero appare per 25 volte, di cui 20 significa indigente. In certi casi sono detti essere destinatari espressi della buona novella, dell'evangelo ai poveri di Is 61 (Lc 4,16s; Mt 11,5; Lc 7,21). Non sono mai nominati soli, ma fanno gruppo con altri infelici: poveri, prigionieri, ciechi, infermi, oppressi, afflitti, piangenti, perseguitati. Il povero è in sintesi ciò che si dice di una persona infelice, disgraziata.
Gesù pensa ad essi quando li fa invitati della cena messianica (Lc 14,13.21), destinatari della elemosina (Lc 12,33). Non è possibile essere a fianco di Gesù Cristo senza trovarsi nello stesso tempo accanto ai diseredati di questo mondo. Il grande discorso del giudizio finale che ratifica la felicità o beatitudine personale passa attraverso l'aver reso felici i poveri visti come immagine di Cristo (Mt 25,31 ss).

Agli occhi di Dio la storia è fatta di tutti poveri

È indubbio che Gesù incontra, per salvarli, per dare il Regno di Dio, più categorie di persone: poveri, piccoli, peccatori (che sono anche ricchi), autorità religiose, saggi. Di fronte a Dio ogni uomo è povero, ha bisogno del suo perdono. Ma mentre per noi questa universalizzazione sarebbe frammentazione di aiuto, per Dio è affermazione di giustizia: «tutti hanno peccato» (Rom 3,23) ed hanno bisogno della misericordia di Dio. Non sarà mai ammorbidita la relazione Dio-poveri espliciti, patenti, né il povero cesserà di essere una via sacramentale dell'incontro con Dio («va', vendi quello che hai, dallo ai poveri e seguimi»: Mc 10,21). Ma questo non blocca la sua verticale di grazia anche su quei poveri ignoti che lui solo conosce. Si può dire che Gesù dichiara le beatitudini per tutti gli uomini a partire dagli ultimi, da coloro che ne hanno umanamente più bisogno, nel quadro del cambio del mondo portato dal Regno di Dio.

Affinché chi è povero lo sia davanti a Dio

La destinazione delle beatitudini, come di ogni altro intervento di Cristo, è la realizzazione di una relazione con Dio, dare al povero di esserlo davanti a Dio, nella molteplice manifestazione di eucarestia per quanto riceve; di attesa della totale fiducia, giacché la beatitudine nel suo farsi segue la dinamica del Regno di Dio; ed infine di responsabilità, ossia di assumere il compito che nasce dal dono, prolungandone la dinamica di amore. Si profila quella valenza spirituale-etica, già operante nell'AT (gli anawim, i poveri di Jahvè che sono umili e confidenti verso Jahvè e misericordiosi come lui) posta decisamente in primo piano da Matteo (beati i poveri in spirito, beati i misericordiosi, ecc.) e che si ritrova poi nella tradizione interpretativa della chiesa.

Gesù non solo annuncia le beatitudini, ma le fa

Nella condizione di essere in se stesso la manifestazione del Regno di Dio, ecco la novità di Gesù che lo rende indimenticabile ed unico nella serie dei profeti messianici: egli non solo annuncia, ma veramente porta ai poveri e ai disperati la salvezza. «In quel momento Gesù guarì molta gente da malattie, da infermità e spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi» (Lc 7,21). Le beatitudini hanno un relativo, ma reale adempimento, un pregustamento della reale serietà di Dio: dà il pane a chi ha fame, conforta chi piange, come Marta e Maria, mostra la misericordia nell'incontrare i poveri, i peccatori, le prostitute, gli ultimi (Lc 7,34.39).
Certamente le beatitudini non sfuggono nel loro farsi alla logica del seme secondo cui si fa il Regno di Dio (cf le parabole del Regno in Mt 13). È una reale promessa che ha compimento nella vita eterna secondo la dinamica del già e non ancora (cf. il futuro dei verbi nelle beatitudini assieme al presente di quella di inizio: beati i poveri perché di essi è il regno di Dio). Quindi Gesù non vuol illudere che già da ora si stabilisca istantaneamente con un tocco magico, un mondo senza afflizioni di sorta. «I poveri li avrete sempre con voi» (Giov 12,8). Ma assicura con la verità di Dio che il futuro non è sotto il segno della fatalità e disperazione per la tragica continuità della miseria.
Esiste ed opera il cambio. Il futuro di vita in Dio tocca già il presente e vuole esprimersi con segni storici, anche miracolosi se occorre. Ed è quello che fa Gesù, garantendo la liberazione definitiva con parziali, ma reali liberazioni attuali. Vi è un passo che in qualche modo risponde al manifesto di Nazaret (Lc 4,16s) come suo adempimento. Quando il Battista dalla fortezza di Macheronte si mostra ansioso sul grande giudizio messianico che aveva annunciato e per il quale dava la vita, Gesù da lui interrogato risponde in un solo modo: mostrando che il programma delle beatitudini si adempie: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti vengono risuscitati e la buona novella è annunciata ai poveri» (Mt 11,12-16).
Così facendo Gesù innesta nella storia della chiesa una memoria pesante ed incalcolabile: non si potrà annunciare il Regno di Dio disgiunto dalle beatitudini, e l'annuncio di queste senza dare in qualche misura dei segni storici, concreti, per cui i poveri abbiano una qualche esperienza della gioia loro accordata, pur sapendo che solo Dio riempie le attese dell'uomo e secondo la sua unità di misura.
A questo punto è giusto dire che per essere una grande rivelazione di Dio (dimensione teologale), le beatitudini sono efficacissima rivelazione di Gesù Cristo (dimensione cristologica). Egli è l'uomo delle beatitudini, sia nella realizzazione attiva, sia nell'accoglierle e viverle in prima persona.

Gesù annuncia, fa ed accoglie le beatitudini

A questo proposito accenniamo soltanto come egli nel Regno di Dio che inizia sia il primo povero beatificato, il Servo esaltato. Da questo punto di vista episodi di umiliazione-conforto come quelli del suo Battesimo (Mc 1,911), della sua Trasfigurazione (Mc 9,18), della sua Passione-Risurrezione; l'inno di giubilo pur nella contestazione del suo operare (Mt 11,25s; Giov 12,27-28) testificano per quale via, in lui e in noi, le beatitudini si compiono. È facile anche vedere come Gesù corrisponde al dono di esse con uno stile di povertà-mansuetudine («mite ed umile di cuore» di Mt 11,29; 12,18s è la traduzione dei «beati i poveri», «beati i miti» di Mt 5,3.5), di attiva misericordia e di riconciliazione.
Ma oltre a questo, da Gesù sgorga una beatitudine inaudita nell'AT, che entra però in pieno nella logica del Regno che cresce in conflitto (terreni contrari, zizzania, pesci cattivi: Mt 13) e la cui importanza è segnata da una formulazione che per contenuto ed ampiezza rompe lo schema letterario delle altre. È quella della persecuzione. Lo aveva provato Lui personalmente come la fedeltà al Regno comportasse pesanti tribolazioni: «tennero consiglio contro di Lui per farlo morire» (Mt 13,6). Non si può attingere al Regno e alle sue beatitudini senza una prova rischiosa, fino alla persecuzione, come Gesù e a causa sua (Mt 10,10-24). Di conseguenza se le diverse condizioni disumane vengono beatificate a maggior ragione Dio beatifica questa che è prezzo da pagare perché ogni beatitudine arrivi alla pienezza della gloria messianica. Di qui quel «beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiranno per causa mia. Rallegratevi ed esultate...» (Mt 5,11-12) a chiusura della serie delle beatitudini.
Si ricorderà di tutto questo la prima predicazione apostolica, assumendo, nel dire le beatitudini di Gesù, il suo impegno attivo di annuncio-dono, ma anche passivo, di accoglienza e sviluppo di tale dono, specialmente del prezzo da pagare per essere cristianamente felici: la tribolazione, la prova per fedeltà al Maestro. Non era questo del resto il pane quotidiano della missione? È su questa direzione aperta da Gesù uomo beatificante e beatificato che si pongono le reazioni di Mt e di Lc e i testi da loro elaborati. Essi più che esegesi di parole e temi sono esegesi di Gesù Cristo pasquale. Il Regno di Dio è Lui.

LE BEATITUDINI COME DONO COMPITO IN MATTEO E LUCA

Apparentemente ci siamo scostati dal testo materiale delle beatitudini. In realtà abbiamo agito come quelli che vogliono compiere una buona indagine di un edificio di cui hanno scoperto la complessità. Siamo andati alle fondamenta, al progetto originale. Abbiamo così scoperto il senso di fondo che unifica la molteplicità delle beatitudini (a questo punto essere in tante ha valore secondario, giacché non cambia la qualità del significato comune di base) ed unifica pure le due versioni di Mt e di Lc. Esse sono un possente, originale annuncio del Regno di Dio, paradossale come esso, predicato da Gesù: come Dio abbia incondizionatamente deciso di dare al mondo dei poveri la gioia del cambio, così come Gesù lo intende, nella concretezza di gesti liberatori e nello stile di accoglienza che tale dono merita.
D'altra parte rimane vero che non abbiamo una beatitudine sola, è vero che abbiamo due edizioni di Mt e di Lc. Perché? Che cosa apportano di nuovo? In che misura sono normative? Vi rispondiamo anzitutto cogliendo la logica che giustifica la loro presenza ed insieme le ragioni delle due diverse edizioni; poi accenniamo brevemente al significato che il loro annuncio assume in Luca e in Matteo.

La logica di fondo: il dono si fa compito, il kerigma diventa etica, l'annuncio chiede prassi

Fin qui avevamo sottolineato che, dire: beati i poveri, i piangenti, gli affamati, i perseguitati per il suo nome (le beatitudini sulla bocca di Gesù), significa indicare i cieli aperti di Dio per la salvezza degli ultimi. Ma non è detto che questa verticale di grazia incondizionata si consumi come un raptus che cadendo sull'uomo ne annienti la natura. Sono sempre creature libere coloro che ricevono il dono di Dio, lo ricevono come promessa convincente che se si compie domani, vuol irraggiare i suoi effetti di speranza dentro la vita difficile di oggi. Per questo chi sente «beati i poveri» si espone al sentirlo ogni giorno come una decisione che rimane aperta una volta per sempre. Si determina quindi nell'esistenza lo spazio per una risposta, una presa di posizione dell'uomo di fronte alla generosità di Dio. Tanto più che vi è il rischio di chi ricevendo le beatitudini e i suoi segni le consideri come possesso e le viva come tesoro geloso.
In altri termini il regime di beatitudine esige una vita corrispondente. La dialettica fra presente storico e futuro escatologico insita nell'annuncio di Gesù si raddoppia ulteriormente in dialettica fra dono e esigenza, promessa ed impegno. È quella che traspare negli evangelisti, specie in Matteo. Il dono perciò si fa compito, il kerigma si fa istanza etica, l'annuncio chiede prassi. È il servizio di mediazione assunto autorevolmente dagli apostoli per i primi cristiani riprendendo appunto le beatitudini e ridicendole come dono-compito per loro. E dopo di loro, sul loro solco, lungo venti secoli, tanti altri con una ricreazione di formule che sono legittime quando rispettano i significati di fondo di Gesù e della chiesa apostolica. Mai compito senza la consapevolezza di un dono e nella fedele esplicazione di esso. Mai dono che non diventi vita ed impegno conseguente e coerente.
Le ragioni poi specifiche che portarono alle edizioni di Mt e Lc sono come per altri casi legate al contesto concreto di apostolato (bisogni della comunità) chiaramente diverso in Mt rispetto a Lc.

Le beatitudini in Luca: conforto per una comunità povera e tentata

Non possiamo farne più di un cenno esplicitando alcune sue peculiarità illuminanti, tanto più interessanti in quanto la versione lucana è meno tradizionale e quindi meno conosciuta.
- Per Luca l'uditorio di Gesù nel discorso della montagna non sono le folle (Mt), ma i Dodici e i discepoli (6,13; cf 19,37). Il «voi» delle beatitudini cade direttamente sui cristiani. E l'assenza di specificazioni spirituali come in Mt, bensì la concretezza dell'essere «ora» poveri, affamati, piangenti, perseguitati (con notevole amplificazione di tale condizione) adombra bene la situazione storica della comunità (del resto emergente da sottolineature di povertà e tribolazione nel terzo vangelo) su cui il «beati voi» di Gesù vuol essere di conforto, di invito alla resistenza. In questo senso Lc riecheggia più da vicino il senso kerigmatico in bocca a Gesù. Senso per altro ripreso più avanti nelle lettere di Pietro (1 Pt 3,14; 4,14). Una beatitudine che non si esaurisce in un cambio, ma in cui il cambio rende forti nella fedeltà tribolata.
- Però è una comunità tribolata che è tentata. Ecco il senso dei «guai a voi», rivolto non ai cristiani (cf Lc 6,27) ma a ricchi che stanno bene, si sono fatti l'idolo con la ricchezza e la nuova fama, duri, insensibili, e brillanti, di cui si parla bene. Sono una insidiosa tentazione per la comunità. Ebbene guai a questa gente da non imitare perché la loro ricompensa è lunga quanto la loro esistenza (cioè brevissima), come indicano le parabole del ricco insensato che fa granai solo per sé e quella del ricco che non accoglie Lazzaro, da Lc soltanto riportate (Lc 12,13-21; 16,19-31).

Le beatitudini in Matteo: programma per il rinnovamento di una comunità stanca

È l'edizione di Mt che ha solcato i secoli. Con lui l'annuncio sorprendente di Gesù si è trasformato in un piccolo catechismo di vita cristiana. Ma vediamo i tratti più caratteristici.
- Dal punto di vista formale egli ci dona la «cattedrale» delle beatitudine con un'ampiezza e ritmo cadenzati che sempre impressionano nell'annuncio, e con una destinazione universale (ogni uomo). Ne pone nove, cinque in più di quelle primitive, ma soltanto tre sue specifiche: quelle dei misericordiosi, degli artefici di pace, dei puri di cuore. Infatti la beatitudine dei miti è vicinissima nel senso a quella dei poveri (in entrambi i casi sono anawim); quella dei perseguitati, formulata in terza persona è chiaramente influenzata da quella conclusiva in seconda plurale, che è più antica. Altro particolare: Mt conia poveri «in spirito» e soprattutto aggiunge il termine «giustizia» (fame e sete di giustizia, perseguitato per la giustizia).
- La chiave di lettura è data dal contesto del discorso della montagna in cui le beatitudini fanno da porta di entrata. Vi sta al centro un comandamento: praticare la giustizia, fare opere di giustizia (5,17-20), che vuol dire fare - e non solo dire - la volontà di Dio (7, 21), esemplificata appositamente lungo tre capitoli per quanto riguarda il rapporto fra le persone (5, 21-48), nelle pratiche religiose (c. 6), con le cose e nelle diverse situazioni della vita (c. 7). È un fare che riguarda il «cuore» (l'intenzione) e le «mani» (l'azione), con Dio e con il prossimo. Si delinea così una spiritualità-prassi dal doppio volto di accoglienza e di attività, sulla base del dono di gioia, di conforto (beati) che il Padre ha stabilito per i poveri. In questo modo Matteo - entro una comunità ebraica - raggiunge e prolunga il movimento degli anawim o poveri di Jahvè, che il conforto di Dio misericordioso sviluppano in una vita di misericordia e di fiducia.
Ed in effetti le beatitudini ricevono da Mt un caratteristico «montaggio» in modo da esprimere un programma di vita nella linea dell'accoglienza o disponibilità (povertà di spirito che è umiltà, dolcezza, purezza di cuore, fame e sete della giustizia o volontà di Dio, forza nelle prove) e nella linea della azione (misericordia e costruzione di pace), dove le diverse categorie non vogliono essere esaustive, ma esemplificative. Infatti, andando ancor più alla radice, se confrontiamo l'attualizzazione matteana con il senso di inizio in bocca a Gesù che annuncia il Regno ne scopriamo l'intima logica. Mosso da insondabile ed irresistibile amore Dio vuole incondizionatamente un cambio del mondo. Egli vuole che ciò che rende malefica la vita sia tolto e quindi regni «giustizia e pace», con la teoria di beni che l'accompagnano per allietare la vita dell'uomo. Ne viene di conseguenza una esistenza corrispondente, tutta orientata all'accoglienza di tal dono (le beatitudini passive) e nella moltiplicazione di esso (quelle attive), includendo quella inevitabile beatitudine-cuscinetto che è la tribolazione per il nome di Gesù. Infatti in questo dinamismo etico Gesù è posto da Dio come il paradigma dell'uomo beatificato e beatificante.
Se vuoi essere beato, godere della consolazione di Dio, cammina dunque nella via per la quale il Regno di Dio e la sua gioia è venuta fino a te seguendo la logica instancabile del suo amore liberatore e le scadenze che egli vi ha posto per realizzarsi. Sia la tua vita una ratifica necessaria delle «congratulazioni» di felicità che Dio ha deposto in te.
In questo modo abbiamo abbozzato il significato unificante che attraversa le beatitudini di Mt, senza sbriciolarle in significati fra di loro staccati, entro cui andranno studiati gli specifici apporti di ognuna.

LE BEATITUDINI: RIVELAZIONE DELLA NUOVA REALTÀ PORTATA DAL REGNO DI DIO

Giunti al termine dell'esplorazione della «cattedrale» delle beatitudini, tentiamo in poche battute riassumere il messaggio, cioè le luci di «rivelazione» con cui Dio ci fa leggere la realtà secondo una struttura nuova, paradossale, inaudita, degna solo di Dio:
- un futuro positivo assoluto è per l'uomo;
- grazie ad un iniziativa incondizionata dell'amore misericordioso di Dio che determina l'escaton della storia, i tempi messianici;
- per i poveri, in quanto segno della condizione antibeata dell'uomo;
- con i segni storici, concreti di cambio, come anticipo reale, nella maniera secondo cui il sole del meriggio inizia a farsi sentire all'alba;
- nella figura storica di Gesù di Nazaret, morto e risorto, il Povero beatificato e il Signore beatificante;
- la gioia di Dio, forte ed immanente come una paradossale, ma reale 'congratulazione' di Dio all'uomo, provoca in costui la reazione di camminare nella direzione per cui Dio in Gesù gli viene incontro, secondo il mondo che Egli vuole per l'uomo, sull'esempio e in comunione con Gesù Cristo;
- secondo una pluralità di esigenze, come e nel solco delle linee programmatiche di Mt e di Lc, storicamente configurate dalle condizioni della comunità cristiana nel suo cammino storico.
In sintesi le beatitudini annunciano il futuro positivo di Dio sull'impotenza dell'uomo per un cammino di cambio, grazie all'iniziativa seria ed energica di Dio, cui risponde l'accoglienza intima ed operativa dell'uomo, nella varietà di accenti propri di una comunità ecclesiale, nella mediazione storica essenziale di Gesù Cristo, l'Uomo delle beatitudini, date e ricevute. E con Lui, della «beata» Vergine Maria, dei «beati» che sono i santi e i cristiani migliori.

PERCHÉ LA «BELLA NOTIZIA» CONTINUI

Oggi un tema biblico non si può dire studiato fino a quando non si sono colti gli effetti prodotti. Che dire delle beatitudini?
In uno sguardo generale possiamo ricordare certe aree di risonanza, entro cui l'attualizzazione di Mt e di Lc si è prolungata ormai per venti secoli, tanto che la storia della chiesa si può definire come la storia delle beatitudini annunciate e vissute (talvolta purtroppo anche qua e là dimenticate):
- il commento dei Padri della chiesa e dei teologi, con le due linee: ascetica (Ambrogio, Bernardo) e mistica (Agostino, Tommaso);
- la vita religiosa che con i consigli evangelici ha sempre inteso di praticare le beatitudini;
- la comunicazione nella predicazione e catechesi: per tanto tempo era contenuto di catechesi la lista delle beatitudini commentate necessariamente secondo la cultura religiosa dell'epoca, per lo più nella prospettiva di programma di vita cristiana.
Alla luce della ricerca esegetica si vorrà mettere in primo piano l'accento kerigmatico, la qualità di dono che loro compete, entro cui soltanto si comprende va assunto il compito di una risposta etica (le beatitudini come esigenze da vivere). Solo chi possiede la gioia della speranza certa del Regno può, e quindi deve praticare le beatitudini come impegni morali, la cui osservanza d'altra parte permette di provare ed approfondire la gioia che promettono; - documento provocante nel dibattito secolare sulla felicità, sulla pace. Sulle beatitudini del vangelo infatti, direttamente o indirettamente, si è sempre acceso l'interesse, con proposte sovente di beatitudini laiche, ma anche con attenzione stupita e ammirata. Rilevare la paradossalità della promessa evangelica e la sua comprensione nella fede.