Crisi culturale e crisi di identità: un'esigenza di fondamento

Inserito in NPG annata 1985.


Carmine Di Sante

(NPG 1985-5-15)


La nostra epoca è caratterizzata da una crisi profonda d'identità, che non investe solo i giovani, ma anche soprattutto gli adulti che della società producono gli orientamenti e le immagini. Identità (dalla radice latina idem, ciò che è sempre lo stesso) rimanda a quel «qualcosa» che in un individuo o in una collettività permane sempre uguale costituendone il fondamento e, quindi, l'espansione e il movimento. Volutamente a «fondamento» si sono associati «espansione» e «movimento» per sottolinearne il significato dinamico e creativo contro un'interpretazione statica o impersonale. L'identità infatti rivendica un «fondamento» non per coartare la personalità, ma per permetterne e potenziarne il dispiegamento felice. Per questo la diminuzione dell'identità produce, sia nell'individuo che nel gruppo sociale, dispersione e sofferenza; e la sua perdita corrisponde ad una morte reale .

L'IDENTITÀ E LA SUA CRISI

In cosa consiste questo «substrato» sul quale si costruisce il proprio edificio e si traccia la propria mappa?

I tre livelli di identità

Ad un primo livello, di carattere psicologico, l'identità è la risultante delle esperienze del soggetto, e soprattutto della qualità delle sue interrelazioni con l'ambiente umano primario e secondario. Grazie a queste si costituisce in lui come un «modello» o uno «stampo», che ne orienta la percezione e i comportamenti.
A parte i complessi processi affettivi e cognitivi attraverso i quali si arriva alla elaborazione di tale identità - che è compito delle scienze psicologiche indagare ed esplicitare - , la sua funzione è di assicurare una organizzazione «economica» e intelligente del soggetto mantenendone il contatto con il passato (memoria) e con il futuro (progetto), ed impedendone la frantumazione e il caos. Essa offre la prima risposta al «chi sono io» e al «che cosa debbo fare», per rispondere ai bisogni ed essere felice mediando tra le esigenze personali, guidate dal principio del piacere, e quelle oggettive, imposte dal principio di realtà. Al centro tra questi due principi, essa cerca di conciliarli ora adattando il primo al secondo ridimensionandolo, ora adeguando il secondo al primo trasformandolo.
Ad un secondo livello, di carattere sociologico, l'identità è la risultante delle forze culturali dominanti che, attraverso la scolarizzazione e i mass-media, impongono e legittimano determinati «modelli» o «mappe» che permettono all'individuo di muoversi e di agire con libertà. Comportandosi come gli altri, in base al proprio ruolo interiorizzato e riconosciuto, egli e in grado di rispondere al «chi sono io» e al «che cosa fare», per rispondere ai propri bisogni e cercare di realizzarsi. Una simile identità, che nasce dalla conformità ad un modello culturale, non si oppone a quella psicologica precedente, ma la integra in un contesto più ampio: se per quest'ultima l'identità è data dalla propria immagine affettivamente e mentalmente stabile e strutturata, per la prima essa non è una creazione dal vuoto, ma il riflesso dell'educazione socio-culturale.
Ad un terzo livello, di carattere filosofico, l'identità si configura non come il semplice «prodotto» dell'attività psichica o sociale, ma come la figura di un'istanza oggettiva che, mentre trascende la sfera psicologica e culturale, ne funge da strumento esigitivo e critico. Anche qui si noti che una simile identità non si oppone alle precedenti, ma le inserisce in un orizzonte più ampio, in cui lo psichico e il culturale non hanno più valore di parola ultima e fondante. In questo orizzonte il problema dell'identità, il problema del «chi sono io», si pone anteriormente a qualsiasi definizione psichica o sociale. Chiedersi «chi sono io» non vuol dire: «chi sono io secondo me», ma «chi sono io» secondo quell'istanza trascendente che è oltre me e che mi ha posto in essere.
Ma c'è questa istanza trascendente che ci definisce anteriormente ad ogni nostra definizione, o essa non c'è e l'uomo resta il soggetto primo e assoluto della sua autodefinizione? Quale dei due poli di questa alternativa - che è l'alternativa suprema di ogni discorso sull'uomo e sulle cose - sia quello giusto, non può essere detto a priori né può essere dimostrato con argomentazioni convincenti. Giusto tra i due è quello che, dal di dentro, rivela la sua luminosità e salva veramente l'uomo riappacificandolo con se stesso, con il mondo e con gli altri; «giusto» è quello che ha il potere di rivelare all'uomo la sua reale identità.

La crisi di quali livelli?

Anche se la nostra epoca risente di una profonda crisi psicologica e culturale, è comunque il terzo livello quello che ne caratterizza lo spessore e la gravità, e che della crisi attuale fa non una crisi ma la crisi, la crisi epocale. Che essa si rifletta sui modelli psicosociali e ne metta in discussione la stabilità e la sufficienza è più che naturale, ma non sono questi che possono spiegarla, articolandone la struttura e i significati. La crisi della nostra epoca è fondamentalmente una crisi dell'identità oggettiva, sia nella sua versione medievale-religiosa, giunta fino a noi e caratterizzata dalla identità organica, sia nella sua versione moderno-secolarizzata, iniziata con la rivoluzione tecnologica e caratterizzata dalla identità progettuale. L'identità organica è quella nella quale l'individuo si concepisce come una parte di un tutto omogeneo e compaginato, sia esso il cosmo (in una visione panteistica), o la polis/stato (in una visione secolare), o la chiesa/società (in una visione teistica). Nell'identità organica il soggetto vero è l'organismo unitario dal quale - come un membro del corpo - l'individuo dipende, verso il quale è finalizzato e dal quale è trasceso. Qui non è importante il singolo, ma l'insieme entro cui è inserito e al quale può essere «sacrificato». Non che il soggetto non abbia una sua identità personale, ma questa non si identifica con quello che lui fa, bensì con il «benessere» dell'organismo di cui è funzione e parte. Stranamente, nella visione organica, l'identità soggettiva è una «identità forte» perché il soggetto, pur essendo «parte», vive della pienezza e della perennità del tutto. L'identità progettuale è quella tecnologico-scientifica nella quale l'uomo non si coglie come una parte di un tutto da assecondare, ma come soggetto autonomo libero di dominare e di auto-crearsi. Non più l'uomo docile e obbediente al tutto, ma l'uomo faber che si trova di fronte ad un deserto da trasformare. Secondo questa concezione l'identità soggettiva non è legata a un «qualcosa» che trascende l'individuo e l'avvolge, ma esclusivamente al suo sforzo di progettazione e di esecuzione. Si tratta di una «identità» ad altissima tensione, e perciò tragica, perché completamente legata al proprio sforzo di auto-progettazione. Dove questa venisse a mancare, all'individuo non resterebbe che la disperazione del vuoto e della morte.
Oggi noi siamo testimoni della crisi di ambedue queste forme di identità. Alla base della crisi della prima c'è non solo la presa di conoscenza della dignità e della irriducibilità del soggetto rispetto al tutto, ma soprattutto un'intelligenza più scaltrita, che vieta di identificare con il tutto organico (sia esso il cosmo, la società o la stessa chiesa) il volere divino e la riuscita del singolo. Il «tutto» è segnato da troppe ombre e da troppe ambiguità perché ci. si possa abbandonare al suo dinamismo e alle sue istanze. Si tratta di una consapevolezza così lucida che forse va ritenuta irreversibile, nonostante le nuove tentazioni integraliste riemergenti.
Alla base della crisi della seconda c'è il fallimento amaro delle grandi auto-progettazioni di questo secolo che, invece di liberare l'uomo, ne hanno messo in forse la stessa esistenza. A titolo di esempio si pensi sia alle rivoluzioni marxiste che a quelle tecnologico-scientifiche, i cui limiti strutturali sono entrati a far parte della stessa coscienza popolare.

ALLA RICERCA DEL SENSO OGGETTIVO

La crisi radicale che stiamo attraversando - e che nei giovani trova il riflesso più immediato e drammatico - ha qui forse la sua spiegazione: poiché l'uomo non riesce a definirsi organicamente, come parte di un tutto, né progettualmente, come homo faber assoluto, egli non sa più chi sia e cosa debba fare. Ma è una crisi negativa o può essere letta come «provvidenzialmente» positiva?

Senso soggettivo e senso oggettivo

Il tramonto delle due «mappe» tradizionali e l'improponibilità - nonostante alcuni sforzi contrari - di tornare ad utilizzarle, ripropone all'uomo esigente e disilluso della crisi il problema di sempre: qual è il senso dell'esistenza? Poche epoche come l'attuale riformulano con acutezza e con angoscia questa domanda così radicale.
Parlando del senso della vita, l'espressione va intesa in un modo soggettivo e in uno oggettivo che è necessario chiarire e distinguere.
Quando si parla di senso (senso di un'azione, di un'invocazione o di un gesto), si intende l'idea che li muove, il progetto che li anima, la volontà che li sottende. Il movimento di un piede differisce sostanzialmente da quello di una foglia perché il primo è la traduzione di una intenzionalità di cui il secondo è privo.
Parlare del senso della vita a livello soggettivo vuol dire ravvisare in essa - nei suoi archi brevi e nel suo arco completo che va dalla nascita alla morte - quella idea portante che ne costituisce la forza e l'anima.
Da questo punto di vista ogni esistenza nasconde in sé un senso, cioè un progetto che la motiva e che la fa essere. Soggettivamente sia nel gesto di un drogato che di un suicida c'è un senso: che è di dimenticare o di farla finita con una vita insopportabile.
Se il loro gesto è definito «insensato», lo è dal punto di vista dell'osservatore, non degli interessati.
Se soggettivamente il senso della vita è dato dal progetto personale che la innerva e la sostanzia, diversamente si pone il problema del senso oggettivo. Questo si chiede non se la vita abbia un senso per il soggetto che la vive - che questo non può non averlo - , ma se la vita abbia un senso in sé, anteriormente a qualsiasi progetto personale che l'assuma e la riempia di contenuto. Chiariamo questa differenza per mezzo di una analogia. Immaginiamo di trovarci di fronte ad una pagina di segni grafici non facilmente decifrabili, di fronte alla quale sono possibili due letture/atteggiamenti: o essa non ha nessun senso in sé, e l'unico è quello che gli viene da me, utilizzandolo per scriverci o per abbellimento (senso soggettivo), o ha un senso in sé, in quanto contiene un messaggio non posto da me e che a me è dato solo decodificare (senso oggettivo). Nel primo caso io sono libero di fronte alla «pagina», quale esclusivo creatore del senso; nel secondo sono tenuto ad obbedire al suo codice, interprete di un senso che non sono stato io a creare, ma che scopro donato. Quale delle due letture sia quella «giusta» non può essere provato dall'esterno, ma solo dal suo interno, dalla luminosità che in essa si sprigiona o viene soffocata.

Per un'immagine oltre

Quando si parla della crisi dell'uomo moderno si intende soprattutto la crisi di quest'ultimo senso, del senso oggettivo. Egli è in crisi, cioè disorientato e spaesato, perché la linea dell'autoprogettazione e dell'autocreazione (umanesimo marxista e sartriano) si è rivelato perdente non meno di quella dell'organicismo medioevale, per cui la sua immagine non è più quella di essere parte di un tutto, né quella di essere creatore di tutto. Ma queste due immagini non sono le uniche, essendocene una terza delineata dalla tradizione biblica ebraico-cristiana: l'immagine dell'uomo dell'alleanza, che nell'obbedienza ricettiva (contro le figure dell'autocreazione) diventa presenza creatrice e critica del senso (contro le figure dell'organicismo). Questa immagine porta in sé la possibilità di superamento della crisi e la capacità di elaborare una nuova identità che non sia né «forte» (a vantaggio delle ideologie) né «debole» (a svantaggio dell'individuo), ma «autentica», frutto e a servizio della verità liberatrice.