Vivere nel gruppo giovanile un itinerario educativo al volontariato

Inserito in NPG annata 1985.


Mario Comoglio - Franco Floris

(NPG 1985-4-16)


Al volontariato si può arrivare per le strade più diverse, sia personalmente che in un piccolo gruppo: l'incontro con una situazione di sofferenza, il contatto con una esperienza significativa o un testimone, la decisione personale di uscire dall'apatia o dal consumismo, la riscoperta della propria fede...
Pur essendoci molti modi, uno ci sembra sia privilegiato a livello adolescenziale e giovanile.
Intendiamo soffermarci proprio su questo ambito educativo al volontariato, riferendoci ad un gruppo di adolescenti (15-18 anni) che vive nell'area dei gruppi ecclesiali.

ALCUNE PREMESSE

Assistiamo oggi ad un forte distacco tra mondi vitali e sistema sociale.
I mondi vitali sono luoghi caldi e vivibili in cui la persona è accolta, valorizzata, rassicurata.
È il mondo dei rapporti personali, familiari, amicali in cui, fra l'altro, avviene la produzione di gran parte dei nuovi valori.
Il sistema sociale è invece il mondo del lavoro, dei rapporti produttivi, economici e culturali, dei ruoli sociali che il soggetto occupa nei diversi ambiti.
Dire distacco significa affermare che mondi vitali e sistema sociale si muovono oggi con una logica diversa, con una diversa filosofia della vita.
Di fatto, per molti, il sistema sociale è un luogo in cui passare un intervallo di alcune ore per guadagnarsi da vivere, ma non è un luogo in cui riconoscersi, sentirsi vivi, partecipare coinvolgendosi. La vera vita è negli ambiti vitali, caldi, di cui si parlava. Tutto questo è vero in particolare per gli adolescenti, che si sentono ancora più distanti dai problemi della società e delle sue organizzazioni. Essi si muovono nel sistema sociale, ma con una forte selettività, diffidenza, indifferenza, senso di separazione. Non che gli adolescenti ignorino i problemi della vita sociale. Ma le molte informazioni che giungono loro rischiano di renderli angosciati per la impossibilità di risolverli, o apatici perché solo una buona dose di apatia permette di vivere, come se niente fosse, di fronte alle ingiustizie sociali, il sottosviluppo, le diverse forme di dittatura, l'alienazione della massificazione e del consumismo.
Proprio per questo si deve riconoscere che, se una qualsiasi forma di partecipazione al sociale può svilupparsi, in genere - almeno per gli adolescenti - non sarà perché si prende consapevolezza della complessità e urgenza dei problemi sociali. Alla partecipazione non sembra neppure si possa arrivare attraverso visioni ideologiche della realtà, come potrebbero essere l'ideologia dell'impegno collettivo per «cambiare il mondo» o il credere che attraverso il progresso, il lavoro, la tecnologia o la rivoluzione politica si arrivi ad una «nuova società».
Sembra anche preclusa la possibilità di arrivare alla partecipazione attraverso una sorta di rivolta morale contro la società odierna, nel nome di una società più giusta. Agli adolescenti, ma non solo a loro, sono parole che suonano vuote e retoriche. Posta pure l'urgenza di questa rivolta morale, gli adolescenti devono ancora percorrere un lungo cammino educativo per viverla in modo continuo, competente, responsabile.
È su questo cammino educativo che intendiamo soffermarci, considerandolo come luogo in cui l'adolescente lavora per riconoscersi e darsi una identità che faccia spazio al volontariato e alla partecipazione sociale c politica.

UN PUNTO Dl PARTENZA, UN LUOGO EDUCATIVO, UN OBIETTIVO, UN ITINERARIO

Indichiamo un punto di partenza ed un luogo educativo.
Il punto di partenza è un «segnale debole», ma continuo, manifestato dagli adolescenti nella direzione della solidarietà, intesa come capacità di immedesimazione nell'altro e nella sua sofferenza, pagando gratuitamente il prezzo necessario per darvi una risposta.
Il luogo educativo è il gruppo dei coetanei, dove appunto può in modo intenso sperimentare ed offrire solidarietà.
A partire da questo segnale debole (debole significa da raggiungere senza enfasi, attraverso continue riformulazioni), la strada per abilitare gli adolescenti ad una nuova responsabilità sociale sembra allora dilatare la capacità di solidarietà e fedeltà alle persone nella loro concretezza.
Man mano infatti che si consolidano i legami, ci si rende conto che nell'altro ci sono bisogni più o meno intensi che chiedono di venire alla luce e che, in particolare, dentro l'altro è presente una sofferenza che non può lasciare indifferenti.
Ora è proprio negli ambiti caldi della famiglia e soprattutto del gruppo (è soltanto del gruppo che ci occuperemo nell'articolo) che l'adolescente sperimenta legami di solidarietà tali che diventa capace di farsi carico della sofferenza dell'altro. Dell'altro non in generale quindi; dell'altro qui ora. Questo è decisivo.
In questa risposta solidale l'adolescente apprende che la gratuità del proprio gesto salva l'altro e insieme fa crescere la propria dignità. In una società dove si rischia di mercanteggiare tutto, questo è un salto qualitativo: a certi problemi della vita e a certe esigenze personali si può rispondere solo attraverso un gesto gratuito (si veda l'articolo di Mario Pollo in questo dossier). Nella solidarietà gratuita l'adolescente apprende poi lentamente la dura ascesi della fedeltà all'altro, del calore da offrire con continuità perché l'altro possa vivere, del servizio non occasionale ma fedele per dire che si vuol bene concretamente, della competenza come modo di realizzare il bene dell'altro.
Una volta individuato il punto di partenza ed un luogo educativo, è possibile individuare anche un obiettivo generale nella direzione del volontariato e della solidarietà sociale. Lo enunciamo per poi indicare alcune tappe educative: abilitare gli adolescenti a riconoscere e lasciarsi compenetrare dalla solidarietà nei «mondi vitali», in particolare nel gruppo dei pari, in modo da consolidare legami personali che tengono nel momento in cui da qualsiasi parte s'avanza la sofferenza, e così apprendere a coinvolgersi nel darvi risposta gratuita, dentro la quale prendere atto della più grande lotta tra vita e morte che si svolge attorno a loro e parteciparvi usando le proprie forze a servizio dell'uomo.
Raggiungere questo obiettivo non è facile. È necessario un lungo itinerario di gruppo. Proviamo ad individuare alcune tappe dell'itinerario, indicando le caratteristiche della tappa, l'atteggiamento principale a cui abilitare, alcuni rischi.

DALLA RICERCA Dl CALORE AL LASCIARSI COINVOLGERE NEL GRUPPO

La prima tappa può essere descritta come passaggio dell'adolescente dalla ricerca di calore, accoglienza, «mondi vitali» in cui esprimersi e dare un volto alla propria identità, al lasciarsi coinvolgere in quegli ambienti in cui può sperimentare accoglienza gratuita, in particolare nel gruppo dei pari e nella relazione del gruppo con l'animatore .
Finché l'adolescente non sperimenta intensamente un clima di accoglienza disinteressata e calda, non si apre agli altri, bisognoso come è di proteggere anzitutto la sua persona e darsi un volto.
Solo nelle situazioni di «caldo» egli riesce a sciogliersi, per essere capace di fusione con altri soggetti e modi di vivere e pensare.
Questa ci sembra la strada perché possa arrivare al volontariato gratuito. Tutt'altro quindi che richiamare, più o meno astrattamente, gli adolescenti all'impegno e al servizio o convincerli attraverso grandi analisi e teorizzazioni sui problemi della società e del mondo, l'animazione si propone di educare al volontariato facendo sperimentare, senza alcuna paura, la immersione coinvolgente, carica di fascino, ricca di interessi nella vita di gruppo.
Quello che gli adolescenti devono concretamente sperimentare è il gusto dello stare insieme, del legarsi agli altri, dell'accoglienza dell'altro nella diversità, della consapevolezza che lo «stare-con» è il modo più originale di definire lo stesso senso della vita.
Questo comporta un faticoso cammino che se da una parte abilita a non creare difese dagli altri e dalla loro «invasione», dall'altra chiede di preservare spazi di intimità, silenzio e dialogo interiore dove far risuonare i tanti messaggi che sono gli altri con la loro presenza.

L'atteggiamento di base e alcuni rischi

L'atteggiamento prevalente a cui abilitare lungo questa tappa sembra essere il lasciarsi accogliere attraverso un coinvolgimento in cui si gioca se stessi per intero. Il punto di arrivo è un certo gusto di vivere, un amore alla vita visto come disponibilità ad accogliere e a lasciarsi accogliere, come moltiplicazione dei legami alla ricerca di una «comunione perduta» di cui l'uomo ha profonda nostalgia.
Il rischio principale è al contrario il non uscire dall'isolamento e dal narcisismo individualista. È un rischio per ogni uomo, ma in particolare per gli adolescenti se abbandonati a se stessi e al proprio bisogno di affetto e riconoscimento.

DAL LASCIARSI COINVOLGERE NEL GRUPPO ALLA FEDELTÀ AL CALDO DEL GRUPPO

Non si deve aver paura del caldo che gli adolescenti possono e devono sperimentare nel gruppo. Il clima caldo di gruppo è infatti sorgente di nuove esigenze e scelte.
In primo luogo l'esigenza di non tradire il gruppo e la scelta di pagare un prezzo personale perché tale clima duri nel tempo, sia di aiuto alle persone nella loro singolarità, assuma modalità diverse man mano che queste crescono e si evolvono.
Nel gruppo si manifesta così uno dei temi generatori caratteristici degli adolescenti oggi, la solidarietà: una solidarietà caratterizzata dai rapporti di amicizia e dal tentativo di dare una risposta personale ai problemi che si manifestano nel gruppo.
Questa solidarietà è tuttavia una piccola pianta, quasi sempre selvatica, che richiede un'opera di pulizia del terreno, di concimazione e innaffiamento, ma anche, perché negarlo, di innesto vero e proprio di alcuni valori culturali che canalizzino le energie.

Per una solidarietà di gruppo

Il luogo di questo innesto rimane essenzialmente il gruppo dove l'adolescente tocca con mano che lo stare-con non è solo affascinante ma anche faticoso, perché gli altri non sono sempre teneri e perché si sente l'esigenza di non usarli a proprio piacimento.
Ognuno lentamente apprende a «trattare» gli altri secondo la famosa favola dei due ricci nella serata autunnale, i quali solo con fatica e dopo molti tentativi trovano quella distanza tra loro che permette di scambiare calore senza tuttavia pungersi avvicinandosi troppo.
Il progressivo consolidarsi di legami nel gruppo scatena delle forze educative altrimenti inutilizzabili nei soggetti che li conducono pian piano a stare nel gruppo attivamente, ad assumersi piccole responsabilità per il suo buon funzionamento, a cedere parte del proprio tempo agli altri senza ricavarne - almeno a prima vista - nulla, a pensare come un gruppo e non come somma di individui, a rendersi conto dei canali di comunicazione e della esclusione dalle informazioni e dal potere di alcuni, ad accettare norme e modi di fare in cui magari non ci si riconosce per intero, a sviluppare alcune competenze a servizio del gruppo (suonare, organizzare le serate, preparare una settimana di vacanza...), a partecipare ad attività programmate attraverso momenti di analisi-decisione-realizzazione-verifica.

L'atteggiamento di base e alcuni rischi

L'atteggiamento prevalente da educare in questa fase potrebbe essere la fedeltà, cioè la capacità di creare legami di gruppo che consolidano la identità e approvazione. Ovvero l'esperienza di gruppo vista in termini utilitaristici, ma più realisticamente che richiede di entrare nella logica del dare e ricevere, senza alcuna vergogna nel dare ma anche nel ricevere. Così come accade nella famiglia.
In tutto questo si intravvedono dei rischi. Anzitutto la chiusura del gruppo in se stesso, visto come luogo del caldo, e opposto a tutto ciò che è fuori, visto come luogo del freddo. In questo caso è facile arrivare ad un narcisismo di gruppo, ed anche ad una sorta di egoismo di gruppo che si fa captativo di tutto ciò che è esterno. Un secondo rischio è che il gruppo diventi totalizzante dell'esperienza del singolo a tal punto che non esistono altri problemi e interessi che quelli del gruppo, altri criteri di giudizio che non quelli che si impongono nel gruppo.

DALLA FEDELTÀ AL GRUPPO ALLA SOLIDARIETÀ GRATUITA CON LA SOFFERENZA

La fedeltà al gruppo è una tappa necessaria ma non sufficiente nel cammino verso il volontariato. Ne è prova che non è facile che i gruppi di adolescenti diventino gruppo di volontariato.
In effetti tra la fedeltà al gruppo e il dedicarsi al volontariato c'è un salto: l'incontro con la sofferenza e la risposta gratuità alle sue provocazioni.
Certamente il vivere in gruppo abilita a vivere dei rapporti gratuiti, tuttavia essi sono troppo condizionati dal bisogno personale del gruppo per esprimere per intero la gratuità.
Tutto cambia nel momento in cui, nel gruppo o fuori di esso non importa, gli adolescenti, da soli o insieme, toccano con mano la sofferenza concreta e immediata degli altri. Tale sofferenza sfugge alla logica positiva di dare e ricevere della vita di gruppo (e della stessa famiglia). Di fronte ad essa cessa ogni legge di scambio. La risposta che esige è, in qualche modo, senza ricompensa, e richiede una uscita da se stessi per vedere le cose dal punto di vista della sofferenza dell'altro.
È richiesto appunto un nuovo atteggiamento rispetto alla fedeltà: la gratuità. Si impone in certi casi esemplari in cui esplode la sofferenza dell'altro e ci investe con tutta la sua forza: la malattia di un amico, l'angoscia di una persona a cui si vuole bene, una situazione di povertà economica e culturale a cui prima non si era fatto caso, una persona cara che ormai si droga...

Condizioni per una scelta di gratuità

Perché la sofferenza sia davvero una provocazione per l'adolescente e perché questi possa rispondervi in modo gratuito, è necessario che si verifichino alcune condizioni educative.
La prima è che la sofferenza sia immediata, vicina e non lontana, sufficientemente provocante ma non al punto da distruggere l'adolescente che vi si avvicina. In qualche modo un incontro con la sofferenza «sotto controllo» educativo.
La seconda è che la sofferenza richieda non di praticare la legge del dare e ricevere e neppure di rimandare ad altri (gli adulti, la società...) la soluzione, ma di rispondere personalmente ed in modo gratuito, senza cioè una retribuzione se non l'approvazione della propria coscienza.
La terza è la riflessione di gruppo. Fare esperienza di sofferenza non è passare da una situazione ad un'altra, ma invece incontrarsi, magari casualmente, con una «esperienza esemplare», e su quella riflettere alla ricerca della risposta da dare. In quali direzioni riflettere? Ne indichiamo alcune:
- il perché dei diversi tipi di sofferenza; sofferenza dovuta alla cattiveria dell'uomo e sofferenza più grande che non sembra dipendere dall'uomo; sofferenza a cui l'uomo può dare una risposta e sofferenza invincibile (si veda articolo di Carlo Molari in NPG 2/85, pp. 19-24);
- la risposta alla sofferenza: quali sono i diversi atteggiamenti dell'uomo davanti alla sofferenza? si può «redimere» la sofferenza? si può parlare di «amore alla vita» davanti alla sofferenza? perché lottare contro una sofferenza invincibile?
- la decisione di gruppo e personale: quale atteggiamento il gruppo fa suo di fronte alla sofferenza? su quali valori costruire tale atteggiamento? è una decisione emotiva oppure fondata sulla decisione che solo un gesto rischioso e gratuito, anche se a volte impotente, può restituire in qualche modo alla vita certe situazioni tragiche? quali contenuti dare al termine «risposta gratuita»?

Alcuni rischi

Anche in questa fase non mancano i rischi, come si è già intravisto.
Un primo rischio è che il gruppo non si lasci sfiorare dalla sofferenza, preso dalle cose che già ha da fare. Può essere un gruppo sportivo o teatrale, un gruppo di preghiera o anche un gruppo che raccoglie carta per aiutare i missionari. In tutti i casi è possibile che il gruppo non si lasci provocare dalla sofferenza concreta. In questo caso esso potrà anche arrivare a fare del volontariato, ma in modo ambiguo, confuso e senza profonde motivazioni. Più facilmente tuttavia non farà del volontariato.
Un secondo rischio è un incontro non protetto con la sofferenza, oppure un incontro a cui si cerca di dare una immediata risposta emotiva immettendosi in attività che richiedono competenza, pazienza, continuità, e che quindi entro breve termine stancano gli adolescenti.
Dal punto di vista educativo, tra l'incontro con la sofferenza e la risposta deve stare un tempo di distacco, riflessione, decisione. Solo da questo processo può nascere una vera solidarietà. Al punto che un gruppo dopo aver sperimentato la sofferenza magari con gli anziani, decide che l'ambito più adeguato alla sua possibilità è, ad esempio, il lavoro con i più piccoli. Un terzo rischio è lo sfascio del gruppo.
Tutti sentono che è importante darsi da fare. Si moltiplicano le iniziative e le attività, fino a non prestare più attenzione a quel delicato organismo vivente che e il gruppo. In fondo l'eccessivo attivismo e pericoloso.
Per non sfasciare il gruppo si richiedono alcune attenzioni: comporre tra loro gli impegni (come fare sport con tutti gli allenamenti che comporta e stare vicino agli anziani?), curare i rapporti interpersonali interni, muoversi con decisioni il più possibile di gruppo, scoraggiare le punte avanzate di impegno e l'eventuale decisione di prendersi impegni del tutto individuali lasciando perdere il gruppo.

DALL'INCONTRO CON LA SOFFERENZA ALLA SCELTA Dl UN CAMPO Dl INTERVENTO

Normalmente l'incontro, magari occasionale, con un'esperienza di sofferenza suscita immediatamente la decisione di darvi risposta come gruppo. In questo caso il gruppo ha già scelto il suo luogo di intervento e la sua «specializzazione» nell'ambito del volontariato.

L'incontro con esperienze provocanti

Spesso tuttavia ciò che provoca il gruppo, più che la sofferenza per se stessa, è la risposta che qualche altro, come individuo o come gruppo, già sta dando. Più che la identificazione con la sofferenza vale, allora, la identificazione in modelli di risposta alla sofferenza.
Anche in questo caso però il gruppo, prima di darsi all'attività, deve - con un minimo di distacco dalla situazione immediata - prendere una decisione sul coinvolgersi o meno in tale risposta.
Dopo un primo impatto con un'esperienza provocante, il gruppo decide di confrontarsi con qualche altro gruppo o esperienza di volontariato, invita alle sue riunioni persone che presentano cosa stanno facendo, raccoglie le loro indicazioni a livello di motivazioni (chi ve lo fa fare?). comportamenti (cosa richiede?), atteggiamenti e stile di vita.
Non necessariamente l'incontro con queste esperienze e persone deve finire con la scelta di fare parte di tale gruppo o associazione.
Quel che conta è che il gruppo, alla luce della sua esperienza personale della sofferenza e delle possibili risposte, individui una sua «area» di volontariato.

Alcuni compiti educativi

Una volta individuata l'arte di intervento, si pongono alcuni compiti.
Il primo è rendersi competenti. È un problema urgente agli occhi dell'adolescente di oggi, non appena supera la fase narcisistica dell'impegno per gli altri. La richiesta è di una competenza operativa, non teorica o ideologica. Si vuol sapere che fare e come farlo.
Questa competenza comporta di iniziare piccole esperienze confrontandosi con chi già lavora in quel campo, stendere un piccolo «progetto», di intervento che preveda una analisi della situazione, alcuni obiettivi da raggiungere, delle piste di azione e dei criteri di verifica. Il progetto dovrà essere elaborato dal gruppo. Il suo valore è dato, oltre che da un minimo di aderenza alla realtà, proprio dal fatto che è stato elaborato insieme.
Il secondo compito da affrontare è il prezzo che richiede il darsi al volontariato. Tale prezzo non riguarda solo il tempo o la competenza, ma piuttosto la ristrutturazione completa della persona e del gruppo. Il volontariato non può essere un intervallo nella giornata per salvare la buona coscienza. Esso è anzitutto uno stile globale di vita, in cui vengono privilegiati alcuni valori, atteggiamenti, comportamenti.
Dedicarsi per il volontariato è dare un orientamento originale alla propria identità personale e di gruppo.
Indichiamo alcuni di questi atteggiamenti di vita.
Il primo è decidersi per l'amore alla vita nella sua quotidianità. Alla vita nel suo insieme si riconosce una dignità che viene non tanto dalle cose che si fanno. ma da una dignità intrinseca che trova la ragione ultima nel suo sconfinamento nel trascendente. Alla luce di questa dignità non c'è situazione umana che non sia redimibile, che non sia - nella concreta situazione che per altri versi rimane incomprensibile, quando non insensata - umanizzabile da qualche gesto.
L'amore alla vita del volontario non è esaltazione del progresso, della scienza, del lavoro dell'uomo, ma della redimibilità di ogni situazione umana. Mai l'uomo è del tutto votato alla scacco.
Il secondo atteggiamento è il dono. Le cose della vita acquistano senso solo nel momento in cui vengono liberate dalla solitudine e donate gratuitamente. Il gesto che redime è il dono. L'adolescente apprende che l'unica gratificazione che deve attendersi è quella che viene dalla consapevolezza di avere liberato le cose e le persone dalla prigionia permettendo loro di donarsi gratuitamente. Nella logica del dono e dunque del «frammento di vita» liberato dalla sua solitudine, l'adolescente afferra o può afferrare il senso della vita. L'aver aiutato il frammento a maturare è il luogo del senso ed il luogo di una possibile esperienza religiosa.
Il terzo atteggiamento è il sacrificio e l'impegno. Il volontariato richiede di intensificare alcune qualità preacquisite nella vita di gruppo: continuità, resistenza alla fatica e al logorio della monotonia, capacità di collaborare con gli altri e di decentrarsi rispetto ai propri modi di vedere i problemi e le loro soluzioni, sopportare la sofferenza degli altri senza esserne distrutti, non aver paura della conflittualità, saper dilazionare nel tempo i possibili risultati, riprendersi dopo momenti di comprensibile crisi, purificare continuamente le motivazioni.
Impegno e sacrificio devono naturalmente essere proporzionati al cammino del gruppo; non sono l'impegno e il sacrificio che devono sviluppare un adulto.

L'atteggiamento di base e alcuni rischi

Se si volesse riassumere quanto detto a livello di atteggiamento presente in questa fase, si potrebbe parlare di senso di responsabilità, frutto appunto dei tre atteggiamenti sopra descritti. L'orientamento al volontariato consolida così la consapevolezza che ognuno è chiamato a dare una mano agli altri, deve sentire in prima persona la costruzione del bene comune, farsi carico della trasformazione della società perché faccia attenzione agli «ultimi».
Velocemente indichiamo i possibili rischi di questa fase:
- l'emozionalismo attivista di chi si lascia prendere dal «fare» senza prendere una decisione calma e senza elaborare un minimo di progetto d'intervento;
- l'intellettualismo di chi vuol sentirsi competente attraverso i libri e le discussioni senza scendere nell'attività concreta, prima vera fonte di competenza;
- il voler incominciare il mondo da capo: è il rischio di chi non vuole contattare altre esperienze, o accettare il confronto con altri gruppi, e così disperde le proprie energie nell'inventare cose risapute;
- il rinchiudersi nelle forme di volontariato più tradizionalmente e a portata di mano senza un minimo di fantasia e senza il coraggio di staccarsi dall'ombra del campanile.

DALLA SCELTA Dl UN CAMPO Dl INTERVENTO Al PRIMI PASSI NEL VOLONTARIATO

È necessario ora un periodo di delicato apprendistato.
Incomincia concretamente il lavoro di volontariato. Un volontariato educativo, ma non per questo meno serio e impegnativo. Il gruppo ora sa cosa fare, ognuno ha il suo ruolo, ci sono tempi e modalità di intervento che richiedono di essere sperimentati. Siamo ad una azione di gruppo. È il gruppo come tale che fa del volontariato.

Alcuni compiti educativi

In questo periodo di apprendistato si impongono, proseguendo il cammino precedente, alcuni compiti, evitando di conseguenza alcuni rischi.
Un primo compito è l'elaborazione culturale della esperienza in atto. Lavorare non basta; occorre apprendere dalla esperienza che si fa. A due titoli.
Anzitutto apprendendo a collocare la propria attività nell'ambito della più vasta vita sociale e culturale. Si tratta di prendere coscienza del suo significato in questo particolare momento storico e politico, caratterizzato dal distacco tra mondi vitali e sistema sociale, dalla crisi dello stato assistenziale, dall'emergere di nuove sacche di povertà economica e culturale, dalla necessità di ripensare la vivibilità d'insieme del modo di vivere odierno...
In secondo luogo apprendere dall'esperienza vuole dire precisare dove si vuole andare, per quale futuro d'uomo e quale futuro della società si intende lavorare.
Tutto questo va appreso riflettendo sull'esperienza-laboratorio che è la propria attività di volontariato.
L'elaborazione culturale della propria esperienza non è facile. Non basta parlare delle cose che si fanno. Occorre farsi una competenza culturale e politica sempre più qualificata. Questo è possibile se ci si incontra con esperienze simili, se si partecipa a corsi di formazione, se si legge e si studia insieme, se si crede che le idee sono necessarie come una rete è necessaria per trarre i pesci dal mare.
Un secondo compito è la maturazione di una coscienza politica.
Un certo volontariato rischia di essere la tomba di una critica coscienza politica. Ci si rifugia nell'azione disinteressandosi del resto e implicitamente demonizzando ogni attività umana che non abbia le caratteristiche del volontariato, sia esso il lavoro o la politica. Eppure alla politica si deve arrivare. Per lo meno perché il volontariato è già un fare politica nel senso ampio del termine. E poi perché il volontariato stesso va considerato un momento educativo rispetto alla politica.
Ci si deve render conto che molti problemi, ai quali si vuole dare risposta gratuita, affondano le radici in una serie di fatti strutturali, frutto di una cattiva politica, e che la loro soluzione va affrontata a livello di istituzioni sociali, di cambi strutturali e di leggi economiche. Chi fa volontariato deve apprendere a collaborare con il mondo della politica e delle istituzioni pubbliche, riconoscendo il ruolo della politica e dei politici nella organizzazione sociale .
Infine il volontariato può aiutare la politica a ritrovare motivazioni e stile: a darsi un'anima. E ricordando la grandezza, oltre che la miseria, della politica.
Un terzo compito è la collaborazione. È la conseguenza di quanto ora si è detto. Per risolvere certi problemi ci si deve collegare, si deve entrare a far parte di associazioni con una tradizione o esperienza zonale e nazionale, ci si deve confrontare con iniziative simili nel territorio.
Facendo attenzione che la logica a volte prevalente è quella della contrapposizione, della esaltazione dei frutti del proprio giardino, nella ignoranza delle attività degli altri. È una malattia comune nei gruppi cattolici. Con la conseguenza che certi gruppi non escono dalla vecchia logica assistenziale e caritativa, si impoveriscono dal di dentro, si rendono incapaci di differenziare le proposte di volontariato a seconda delle capacità e della vocazione di ogni giovane.

L'atteggiamento di base

In sintesi, sembra che l'atteggiamento principale a cui abilitare in questa fase sia l'organizzazione critica, cioè la capacità di riflettere sull'esperienza che si sta facendo, collocandola nel momento culturale e politico che si sta vivendo, e soprattutto la capacità di percorrere il circolo azione-riflessione-nuova azione, passando dalla teoria alla pratica e da questa nuovamente alla teoria.
Un sano spirito di pragmatismo critico è, a questa fase del cammino, essenziale ai gruppi di volontariato.

DAL VOLONTARIATO EDUCATIVO AL VOLONTARIATO ADULTO

Abbiamo considerato finora il volontariato di gruppo come un momento formativo per gli adolescenti e i giovani.
C'è una fase successiva che va delineata e che corrisponde grosso modo al momento dello «sbocco» nella vita di un gruppo educativo: quello in cui il gruppo formativo muore volutamente per dare vita a nuovi modi di aggregazione adulta.
È il momento in cui viene a definirsi il volto del cittadino e cristiano adulto. Indichiamo alcuni compiti.

Alcuni compiti educativi

Il primo è relativo al tipo di aggregazione da ricercare. Non necessariamente deve rinascere il vecchio gruppo rivestito a nuovo. È invece possibile (e in certi casi augurabile) una sorta di emigrazione: ci si aggrega, individualmente o a piccoli gruppi, in nuovi contesti determinati da nuove amicizie, dal tipo di lavoro che si svolge e dal ruolo sociale che si occupa, dal servizio che si intende svolgere.
Non è detto che il gruppo di volontariato debba essere il luogo principale di aggregazione come era invece il gruppo formativo. È possibile invece costituire un gruppo adulto di amici e di credenti con cui ritrovarsi come «laboratorio», culturale (e religioso) di nuovi significati per la vita, e contemporaneamente far parte di un gruppo di volontariato in cui ci si ritrova sulla base del servizio da prestare più che sulla base delle proprie esigenze affettivo o della propria fede. I luoghi di visibilizzazione della fede possono essere altri da quelli del volontariato, nel quale invece si lavora perché si crede da uomini c con altri uomini al servizio gratuito all'uomo.
Il secondo compito è relativo al rischio che, dopo il periodo più o meno felice della vita di gruppo in cui si è fatto del volontariato, si finisca per dedicarsi alla famiglia e al lavoro, considerando questi due ambiti come un modo completo di dare espressione alla propria maturità umana e cristiana.
È importante invece che vengano ridefiniti parametri di vita: esiste il lavoro ed esiste la famiglia; esiste la vita relazionale e esiste il tempo della assoluta distensione. Ma non basta. Oggi più che mai si deve maturare la scelta di fare il volontario adulto, il quale, finito il suo lavoro ed in mezzo ai comprensibili impegni di vita familiare, ruba il tempo da dedicare ad attività gratuite a servizio degli altri. Veniamo ad un terzo compito: la fantasia della scelta. Passare dal volontariato educativo ad una scelta «adulta» richiede di orientarsi personalmente o a piccoli nuclei verso una forma di volontariato non necessariamente in continuità con l'esperienza precedente.
Ciò che è richiesto è anzi di spaziare e di avere fantasia nel pensare nuovi ambiti di intervento. Ci si può impegnare nell'ambito della scuola e delle istituzioni scolastiche come in quello dell'assistenza sanitaria, nell'ambito della lotta alla tossicodipendenza come in quello della prevenzione educativa attraverso l'animazione dei centri giovanili, nell'ambito della vita parrocchiale facendo catechesi o preparando un buon giornale informativo o nell'ambito del quartiere per migliorare la situazione degli anziani, inventare nuove forme di aggregazione sociale, collaborare criticamente con le forze politiche e amministrative.
Un ultimo rilievo. Ci vuole una verifica personale sulla decisione di fermarsi al volontariato oppure passare ad un impegno più specificamente politico. Il volontariato è un luogo di apprendimento della politica, ma non il luogo della politica, la quale ha altre sedi e modalità di intervenire.

L'atteggiamento di base

Volendo indicare l'atteggiamento prevalente in questa fase, lo si può indicare come abilitazione ad apprendere dall'esperienza. Significa la capacità di passare al rallentatore le esperienze che si vivono con una sensibilità critica e contemplativa.
Dire sensibilità critica è affinare l'atteggiamento di organizzazione critica della fase precedente. Dire sensibilità contemplativa è riuscire a cogliere la propria attività come luogo in cui, pur nella povertà dei gesti, il volontariato fa suo un frammento di vita, un frammento di felicità.