Volontariato nello stile dell'animazione: ripartire dalla solidarietà con la sofferenza

Inserito in NPG annata 1985.


Mario Pollo

(NPG 1985-4-11)


Il dolore è ancora lo scandalo del mondo. La sofferenza e la morte continuano a intessere del loro mistero angosciante la storia dell'uomo nonostante la tecnologia, la scienza ed il progresso sociale.
Il dolore e la morte sono ancora il centro di ogni discorso di senso che riguarda il destino ed il futuro dell'uomo nel mondo.

DALLA CRISI DEL «WELFARE STATE» ALLA SOLIDARIETÀ NEL SOCIALE

Di fronte al dolore che interpella l'esistenza umana, l'uomo mette a punto la sua sfida con gli strumenti poveri che la sua cultura gli mette a disposizione.
Sino a non molto tempo fa lo strumento che le civiltà industriali dell'occidente avevano elaborato era costituito dal cosiddetto Welfare State: lo stato del benessere diffuso e generalizzato alla maggioranza dei cittadini. Un benessere che doveva anche nascere da una serie di riforme, la cui origine era nelle esperienze delle socialdemocrazie dei paesi nord europei.
Lo stato del benessere avrebbe accompagnato con la sua sicurezza sociale ogni cittadino dalla nascita alla morte, dalla culla alla tomba.

Il lavoro per il progresso

In questa ideologia del benessere individuale e sociale l'imperativo della solidarietà e dell'amore trovava la sua espressione a livello del lavoro per il progresso dell'economia, della scienza e dell'organizzazione sociale. L'impegno professionale, il pagamento delle tasse, la creazione di nuove fonti di ricchezza e l'attività politico-istituzionale, potevano essere considerati gli emblemi di questo modo particolare di dire la solidarietà umana e l'amore per il prossimo.
Lo stato, come sintesi dell'organizzazione della convivenza sociale diveniva, attraverso i meccanismi della propagazione del benessere, il luogo dell'amore dell'uomo per il fratello. Essere buoni cittadini garantiva ad ognuno, senza l'onere di un personale coinvolgimento, l'esercizio della solidarietà .
La ricchezza, gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica dovevano garantire agli uomini una sorta di riparo, non importa se preventivo o curativo, dal dolore, dalla sofferenza e forse anche l'allontanamento il più possibile dell'accadimento della morte.
Passata la breve onda della floridità economica facile, constatato che lo scandalo del dolore, magari sotto forme nuove, continuava a dirsi e che per milioni di uomini lo spettro della morte per fame si accompagnava ancora con quello dell'ingiustizia, la fiducia che la felicità umana potesse dirsi attraverso l'ideologia del benessere è svanita, in quel luogo dove all'alba si rifugiano i sogni che hanno dato vita all'esaudirsi degli effimeri desideri della notte.
Molti hanno scoperto che il loro modello di vita che credevano sufficientemente altruistico e solidale altro non era che una moderna forma di egoismo. Quasi tutti hanno vissuto, sulla propria pelle o su quella degli altri, l'alienazione profonda prodotta da certe forme di pubblica assistenza sull'uomo imprigionato dal dolore. Nuove solitudini sono nate all'ombra della pubblica assistenza, nuove disperazioni si sono svelate nel tessuto disegnato dalla solidarietà espressa in cambio di una mercede economica. Il denaro, e non c'era che da aspettarselo, ha prodotto nuovo dolore quando gli è stata affidata la lotta al dolore.

Il volontariato come gesto sottratto allo scambio economico e politico

In questa nuova coscienza sociale, nello scacco del Welfare State e nell'urlo disperato dell'ingiustizia vestita di sofferenza, hanno ripreso vigore quelle attività dettate dalla solidarietà e sottratte alla logica dello scambio economico che sono etichettate, in modo assai generico, come volontariato. Nel volontariato vi è il tentativo di alcuni uomini di lasciarsi interpellare dalla sofferenza umana, al di là del calcolo dell'utilità, e di dare ad essa una risposta di amore, di vicinanza e di speranza.
Qualcuno, e forse ingiustamente, scopre in questa forma di convivenza sociale intrisa di umana e spontanea solidarietà, nuove frontiere della politica. Un nuovo modo di costruire l'ordine sociale e i rapporti umani all'ombra del potere.
Di fronte alla crisi del modo tradizionale, istituzionale di fare politica, il volontariato offre una dimensione di impegno etico aperto alla speranza.
Ma tutto il volontariato offre questa qualità ed intensità di solidarietà umana o la offrono alcune forme privilegiate di esso? La risposta non è facile ma abbastanza certa, perché molte forme di volontariato non sono la risposta contrastata e difficile allo scandalo della sofferenza nel mondo, ma solo l'espressione della parzialità di chi, estromesso dal potere, cerca attraverso queste forme di ricavarsene un frammento. Oppure sono null'altro che una articolazione dello stesso stato che crea spazi ad una attività complementare, e quindi utile, a quella primaria del sistema della sicurezza sociale o della vita sociale.
Queste forme di volontariato, pur non essendo disprezzabili, sono comunque assai meno significative sul piano dei risultati sia per chi le promuove, sia per chi le usufruisce. Sono il segno della capacità del sistema sociale di compensare, almeno parzialmente, le proprie disfunzioni.
Pur se interessanti, queste forme di volontariato non possono essere prese in considerazione in un discorso sul volontariato come spazio-tempo in cui sviluppare, con più facilità e verità, i processi formativi atti alla costruzione dell'uomo nuovo.
Solo il volontariato che nasce dalla follia di una risposta, non votata al successo, allo scandalo della sofferenza possiede una qualità utile alla formazione di una identità umana sottratta alla opinione del potere che logora il mondo.

IL VOLONTARIATO, LUOGO DELLA «SOLIDARIETÀ» CON L'UMANITÀ Dl OGNI UOMO

Una dimensione dell'obiettivo generale dell'animazione è costituita dalla necessità di scoprire il sociale come luogo della solidarietà in cui l'uomo possa riproporre se stesso senza mistificazione. Dove però la scoperta non significa assolutamente un fatto puramente cognitivo, di comprensione intellettuale, bensì il vivere una esperienza sin nelle più profonde e oscure dimensioni del proprio essere.

Radicare la solidarietà sociale nel «profondo»

Scoprire il sociale come luogo della solidarietà non significa, quindi, la comprensione razionale di questo fatto, e ciò sarebbe una banale e ben misera cosa, ma l'esperimentare riflettendo questo fatto.
Se questo discorso sullo scoprire è valido in generale, lo è molto di più per il sociale. Infatti, a differenza di quanto l'opinione comune suggerirebbe, non è la ragione o la razionalità che fondano la socialità dell'uomo, il suo aprirsi all'avventura rischiosa e affascinante dell'incontro con gli altri essere umani, bensì il mondo della emotività, delle oscure pulsioni, del desiderio, che sovente, per evitare di affrontarlo, viene con facilità denominato irrazionale.
La razionalità infatti è all'origine di quel miracolo che è la soggettività che «separa» con estrema efficacia, anche troppa, l'uomo dagli altri e dalla natura in generale.
L'irrazionale o regno del pensiero simbolico, dell'emozione nella relazione io-altri-natura, del desiderio come molla ed energia della vita, della paura e dell'angoscia come molla del contratto sociale dell'istituzione, è invece all'origine di quel processo che è la relazione, sociale e naturale. Scoprire è il frutto di un discorso educativo che mira a far sì che l'uomo pensi anche con le proprie paure, le proprie euforie, le proprie emozioni integrandole con i dati e con il flusso del pensiero razionale.

Una «politica nobile» se fondata sull'esperienza del dolore

La politica non nasce solo da una ideologia o da un pensiero critico sociale, ma anche, se non fondamentalmente, a questo livello di profondità, dall'esperienza esistenziale umana. Per questo una educazione politica vera si basa, prima di tutto, sulla crescita della capacità di accogliere se stessi e gli altri senza mistificazioni riduttive o maggiorative, accettando di ogni uomo, e quindi di se stessi, la reale effettiva umanità .
Solo se si verifica questa profonda accoglienza, prima emotiva e poi razionale, può darsi l'amore vero per la giustizia, la libertà e la democrazia, al di là di ogni orizzonte di pensiero e di ogni ideologia.
La scoperta del sociale che si nutre di questa consapevolezza non può che generare una politica nobile, un darsi realmente partecipe alla vita sociale, il sogno di una utopia che si realizza ogni giorno nell'amore vissuto.
Questo obiettivo può essere raggiunto all'interno di una esperienza di volontariato che nasca dalla accettazione dell'invocazione che il dolore lancia alla coscienza ed alla paura di ogni uomo.
L'esperienza del dolore, vissuta al di là dei filtri rassicuranti del rapporto professionale o dell'ideologia, non può che mettere a nudo le ragioni che rendono difficile, poco praticabile e rischiosa, la vera apertura di un uomo verso gli altri e, nello stesso tempo, scardinare però i vincoli, le catene dell'egoismo che legano l'uomo, per prima cosa, alla difesa del proprio spazio-tempo, del proprio mondo soggettivo.

FARE DEL VOLONTARIATO UN LUOGO Dl ANIMAZIONE DEI GIOVANI

Tuttavia non è sufficiente partecipare ad una esperienza forte di volontariato, perché immediatamente si inneschi un processo formativo e l'esperienza si faccia scoperta.
C'è il rischio, anzi, che l'esperienza sia fonte di angoscia o di distruzione della solarità della coscienza perché libera le acque delle emozioni inconsce, che se non arginate tendono a riportare la persona ad una appartenenza indistinta al tutto.
In questo caso si avrebbe l'esperienza più coinvolgente di solidarietà dell'individuo al tutto del mondo, ma a costo della sua distruzione come individuo e del suo imprigionarsi senza scampo in un permanente ciclo del dolore.
Per evitare questo evento distruttivo è necessario che l'esperienza del volontariato per giovani in formazione sia condotta utilizzando tutte le potenzialità del metodo educativo dell'animazione culturale.
Questo significa che essa deve svolgersi in un contesto di gruppo di formazione. Di un gruppo cioè che, oltre all'agire, sa affrontare i propri vissuti e quelli dei membri che lo formano.
Un gruppo che sa oscillare dalla centratura sul compito (l'obiettivo del volontariato), alla centratura su se stesso (le dinamiche culturali, sociali e psicologiche che si svolgono nel gruppo).
Un gruppo che si pone come spazio protetto o meglio come controllo dell'esperienza, oltre che come luogo di facilitazione dell'esperienza di comunicazione e quindi di relazione interpersonale.
Tutto il piano poi della formazione deve prevedere alcuni obiettivi, senza i quali il fare volontariato non diviene esperienza aperta alla scoperta.

Sviluppare un'identità che sottragga al nulla

L'esperienza deve poter consentire lo sviluppo dell'identità del giovane, pur tenendo conto che sovente l'incontro con la sofferenza umana avviene sul terreno di una cultura debole che sembra rinviare più al nulla che alla vita.
È necessario, allora, che questa esperienza consenta sempre al giovane di avere nel gruppo il proprio baricentro, e che da questi tragga anche gli stimoli ed i dati utili alla formazione di un linguaggio che gli consenta di mantenere viva e forte la coscienza di sé, anche quando attraversa quelle regioni dell'esperienza che sembrano bordeggiare il nulla.
Un linguaggio che non lo separi dall'altro che soffre o patisce l'ingiustizia, ma che, nello stesso tempo, non consenta di farsene travolgere.
Fondamentale, perché questo linguaggio possa formarsi, è il rapporto con la memoria, con la storia di cui l'azione del giovane in qualche modo costituisce un esito. La tradizione cristiana, come memoria della storia di un popolo che non si arrende di fronte allo scacco del dolore e della morte nel mondo, è il tramite fondamentale per la costruzione di questo linguaggio.

Svelare fino a che punto gli «strumenti» sono a servizio dell'uomo

La coscienza si espande e si mantiene viva attraverso il linguaggio. Ma il linguaggio non sono solo le parole od i segni, ma anche gli strumenti concettuali e materiali che punteggiano l'agire quotidiano dell'uomo.
Sviluppare la coscienza significa che gli strumenti, che sono l'agire della propria esperienza di volontariato, sono sottoposti ad una profonda comprensione, per svelare la loro dimensione etica, il loro rapporto con l'uomo e il mondo, la loro distruttività o la loro creatività.
Fare il volontariato alla frontiera del dolore consente al giovane, se correttamente animato, di comprendere la non neutralità degli strumenti che sorreggono la presenza ed il lavoro umano nella storia. Di comprendere che alcuni strumenti sono contro l'uomo e che la loro efficacia riposa sulla sofferenza che generano. Di comprendere che con alcuni strumenti invece di lenire il dolore e ridurre l'ingiustizia si rischia di aumentare sia il dolore che l'ingiustizia.
Se questo processo di comprensione avviene, il rischio che l'esperienza distrugga la soggettività cosciente scompare e si fa strada invece un processo che aumenta la capacità cosciente di agire del giovane, nel terreno di un amore che non è solo sentimento ma comprensione del destino della storia dell'uomo.

Immunizzare dalla logica del potere

L'animazione tra l'altro si pone anche l'obiettivo di immunizzare, per quanto possibile, l'uomo dal potere.
Questo non significa che l'esperienza del volontariato, per essere nello stile dell'animazione, debba essere rivoluzionaria, ma solo che essa deve essere critica e centrata sull'ultimo, sul più povero, che è indifferente alla logica del potere.
Il volontariato deve essere anche la scoperta del percorso attraverso cui il potere dice la propria ingiustizia nel mondo. Di come il potere non salvi dallo scacco della sofferenza, di come il potere non produca mai la giustizia ma solo delle approssimazioni alla giustizia, che quando si realizzano rivelano già la loro inadeguatezza.
Il volontariato, per essere veramente nello stile dell'animazione, non può trasformarsi in una specie di prolungamento del potere politico, sociale ed economico, ed essere quindi il veicolo attraverso cui questi estende il proprio controllo e la propria efficacia anche nelle aree della marginalità o della residualità sociale. Non può essere una operazione di pura supplenza, magari anche sostenuta economicamente dal potere.
Deve invece avere in sé i caratteri di un discorso di solidarietà che si forma nelle pieghe non disegnate dall'organizzazione sociale, dalle istituzioni. Essa deve dirsi completamente all'interno dei mondi vitali del microcosmo sociale in cui la soggettività parla ancora in prima persona. I quattrini dal potere possono anche essere accettati, purché siano un dono e non il prezzo di una delega di funzioni.

Comprendere lo scarto tra morale individuale e morale dei sistemi sociali

In questo scontro con la logica del potere, contestabile ma ineliminabile, nella scoperta della dimensione etica degli strumenti e attraverso il linguaggio radicato nella storia della salvezza, l'esperienza del volontariato può offrire occasioni alla comprensione, nella vita di ogni uomo, dello scarto tra la propria morale individuale e quella dei sistemi sociali di cui fa parte, e di cui contribuisce in modo più o meno significativo alla vita.
Il volontariato, perché sganciato dagli obblighi del potere, perché sottratto al comportamento utilitaristico a cui le necessità del sopravvivere legano ogni uomo, perché situato in un terreno dove risuona senza veli il mistero dello scacco che accompagna senza tregua la vita umana, può consentire di distanziarsi dal proprio ruolo sociale e di comprenderlo sotto una luce nuova: la luce del suo significato rispetto a ciò che il sistema sociale in cui è inserito produce. Di comprendere che la salvezza non passa solo attraverso la redenzione dei propri atti individuali, ma anche attraverso la redenzione degli atti del sistema sociale a cui si appartiene.

Comprendere il limite che attraversa la vita e ricercare la trascendenza

Il volontariato può essere quindi una potente provocazione per avviare non una compensazione gratificante alle proprie carenze, alle proprie incoerenze, ai propri fallimenti e cioè al proprio peccato; ma, viceversa, l'occasione, il luogo in cui viene messa a nudo la propria vita e si matura una rinnovata coscienza di sé ed una efficace volontà di trasformazione di sé. Il volontariato non quindi come tempo dell'evasione dalle insufficienze e dalle insoddisfazioni della propria vita, ma come sviluppo di una più elevata capacità di vivere in modo coscientemente critico la propria vita.
La coscienza, che lega l'uomo più profondamente allo spazio ed al tempo della sua storia, fa comprendere che il finito e il limitato non sono l'imperfezione della vita umana ma bensì la sua stessa essenza.
La vita dell'uomo non può dirsi che in dimensioni in cui le forme racchiudono la potenza infinita della creazione. In dimensioni cioè finite, circoscritte da un limite. Il limite non è la gabbia che uccide, che riduce la vita, ma la stessa forma della vita. La morte accade quando la forma perde il proprio limite, la sofferenza quando le forme non contengono più la felicità del desiderio.
La vita dell'uomo si dice in questo gioco continuo tra la volontà, il desiderio di oltrepassamento di ogni limite e la necessità di rinchiudere la propria energia, la propria potenza creativa in un limite.
Limite che è anche il confine, il ponte attraverso cui è possibile trascendere le contingenze del presente, per porsi in relazione con la potenza infinita di Dio. Se non esistesse il limite, non esisterebbe la possibilità per l'uomo di comunicare con Dio, di avere relazione con il suo silenzio.
La comprensione del limite e della sua potenza trascendente viene direttamente dalla capacità di accogliere gratuitamente l'interpellanza che la sofferenza lancia alla solidarietà. Il dolore è la lotta mortale attraverso cui la vita difende il proprio limite e quindi la sua possibilità di dirsi.