Una riflessione da credenti sul volontariato: un impegno per realizzare il regno di Dio

Inserito in NPG annata 1985.


Carlo Molari

(NPG 1985-2-19)


Sono sempre più numerose le forme di solidarietà e di condivisione sperimentale da gruppi e sorte come impegno di partecipazione alla vita sociale, come palestra di approfondimento dei rapporti, come tentativo di qualificazione dell'esistenza.
Il volontariato nella nostra società non è più legato ad impulsi momentanei, o ad entusiasmi adolescenziali. Ha acquisito forme consolidate, espressioni mature ed estensioni notevoli.
Il maggiore tempo a disposizione, i mezzi offerti dalla tecnica, le conoscenze acquisite dalle scienze umane spiegano in parte il fenomeno, ma è soprattutto la sensibilità nuova di condivisione a farsi lentamente strada nella nostra comunità civile.
Appare sempre più chiaro che il cambiamento sociale non può avvenire a colpi di mitra, ma neppure per mezzo di proclami o di decreti. D'altra parte buone leggi non possono essere redatte che dopo innovazioni e verifiche da parte di comunità creatrici.
Per questo la revisione degli ideali matura solamente attraverso un impegno operativo che permetta la diffusione delle virtù richieste per lo sviluppo della società.
Il volontariato è precisamente il luogo di questo esercizio quotidiano delle virtù necessarie alla attuazione degli ideali abbracciati.
Il valore del volontariato sta nel superamento dell'ambiguità che spesso accompagna il lavoro compiuto per interessi economici, per contratto giuridico e per necessità di vita.
Solo un diffuso impegno operativo di rinnovamento ideale e culturale consente ai popoli di rispondere alle sfide ricorrenti della loro storia.
Ma alla base di questi processi sta anche la maturazione della coscienza cristiana sul significato dell'impegno storico.
In questi ultimi decenni la teologia ha approfondito questo capitolo della riflessione cristiana, e spesso partendo appunto dalle esperienze compiute all'interno delle comunità.
Intendo raccogliere qualche spezzone di questa riflessione per favorirne l'approfondimento.

STORIA DELL'UOMO E AZIONE DIVINA

Ci sono diversi modelli per interpretare l'azione di Dio nella creazione e nella storia. Essi hanno subìto sollecitazioni di vario tipo. In questo ultimo secolo lo stimolo più efficace è venuto dal confronto con le scienze della natura e in particolare con le ipotesi evoluzioniste.

Come presentare oggi l'agire di Dio nel mondo

È stato soprattutto Teilhard de Chardin (1881-1955), dagli anni successivi alla prima guerra mondiale fino alla sua morte, a riflettere spesso sul modo di pensare l'azione di Dio nel mondo, per esprimere in modo adeguato le conquiste della scienza o le diverse teorie scientifiche. A proposito della creazione scriveva: «La creazione così compresa non è una intrusione periodica della causa prima: è un atto coestensivo a tutta la durata dell'Universo».[1]
«Là dove Dio opera, a noi è sempre possibile (restando a un certo livello) di non cogliere se non l'opera della natura... La causa prima non si mescola agli effetti: egli opera sulle nature individuali e sul movimento d'insieme. Dio propriamente parlando non fa: egli fa che le cose si facciano».[2]
La stessa affermazione viene fatta più tardi da K. Rahner (1904-1984) in un medesimo contesto culturale: «Sembra che dovunque si riscontra nel mondo un effetto, se ne debba postulare la causa nel mondo stesso e la si possa e debba cercare, appunto perché Dio, rettamente concepito, opera tutto mediante le cause seconde... (altrimenti)... l'agire divino viene a collocarsi nel mondo accanto a quello delle creature, invece di essere il fondamento trascendente di tutto l'agire delle creature».[3]
Dio, perciò, «non opera qualcosa non operata dalla creatura, né si affianca all'agire della creatura rende solo possibile alla creatura superare e trascendere il proprio agire».[4]

L'agire dell'uomo luogo d'incarnazione dell'agire di Dio nella storia

Utilizzando questo concetto di azione di Dio, oggi sempre più comune, il problema dell'azione umana viene impostato diversamente.
L'agire umano appare l'unico spazio attraverso essere resa visibile ed efficace nella storia umana.
La parola di Dio non può essere ascoltata dagli uomini se non diventa parola di uomo. L'amore di Dio non può trasformare il mondo se non diventa gesto oblativo di uomini. In una parola: la vita divina non diventa storia umana se non per mezzo di un'incarnazione
Questa legge, che in Cristo ha avuto la sua applicazione più coerente e completa, vale per tutte le fasi della storia salvifica: il dono di Dio può essere accolto dall'uomo solo quando si fa storia.
E ciò non per un difetto dell'azione di Dio, ma per l'incapacità della creatura di fare propria una perfezione che non sia a suo livello.
Il volontariato per il credente è quindi il luogo per rendere visibile l'azione di Dio nella storia, per rendere efficace il suo amore e la sua misericordia.

ANTROPOLOGIA E STORIA

Contemporaneamente a questa acquisizione, altri modelli sono entrati nell'uso del pensiero teologico, che hanno modificato prospettive prima comuni. In particolare quelli relativi all'uomo (antropologia) e alla sua storia (segni dei tempi).

Natura e soprannatura

Quando la teologia aveva introdotto l'uso della categoria aristotelica di natura si era trovata nella necessità di ricorrere ad una struttura suppletiva per spiegare il più della grazia e della storia. Sorse così la dottrina della grazia come soprannatura e dei principi operativi corrispondenti: virtù infuse e doni dello Spirito santo.
Si pensava, cioè, che l'agire umano per svolgere la sua funzione salvifica dovesse essere arricchito di altre potenzialità.
La necessità di utilizzare queste categorie oggi è praticamente scomparsa. Non vi è alcun bisogno di ricorrere ad un ordine «superiore» per spiegare le azioni «divine» che consentono all'uomo di pervenire alla pienezza di vita. È sufficiente che esse siano autenticamente umane.
Ciò non significa che l'umanità in virtù propria possa pervenire alla sua pienezza. La ragione infatti di ogni perfezione nuova resta sempre l'azione trascendente di Dio. Essa fin dall'inizio ha un'intenzionalità eterna ed una carica vitale più ricca delle sue forme presenti.
La creatura, tuttavia, non è in grado di cogliere tale offerta se non progressivamente, a frammenti, attraverso eventi storici successivi.
Il passato in quanto tale non contiene i principi sufficienti per il futuro. L'offerta creatrice di Dio diventa ogni giorno più ricca e può essere accolta in modo sempre più perfetto in virtù dei doni precedenti. La stessa capacità di accoglienza, infatti, è dono, frutto cioè dell'accumulo di perfezioni che vengono da Dio e sollecitano la libertà offrendo capacità di risposte nuove. Se ciò è esatto, le azioni dei credenti non si distinguono da quelle degli atei. Le une e le altre possono essere autenticamente umane e quindi trasmettere la potenza dell'azione trascendente di Dio.
Non è neppure necessaria una particolare intenzione religiosa. L'unica condizione richiesta è la fedeltà alle leggi della vita e della storia.
In questo senso non si può distinguere un volontariato cristiano da altre sue forme. Se è percorso da dinamiche autentiche ogni volontariato è efficace.

Segni dei tempi

Utilizzando questo modello si comprende anche la teologia dei segni dei tempi e viene chiarita l'ambiguità che spesso vi è implicata.
Non si tratta di attendere eventi speciali che esprimano un'azione straordinaria di Dio o una sua nuova rivelazione. Ogni evento storico, compiuto in fedeltà alle leggi della vita, contiene elementi di rivelazione perché è il tentativo che la Vita fa per manifestarsi e quindi per tradurre in espressioni concrete le sue virtualità profonde.
Leggere i segni dei tempi, dovere fondamentale del popolo di Dio secondo il Concilio (GS 49), significa appunto cogliere «i segni della presenza o del disegno di Dio» (GS 11) negli eventi della storia.
Ma siccome l'azione di Dio è trascendente (= non con le stesse caratteristiche dell'azione di creature), e segue perciò la legge dell'incarnazione, gli eventi debbono essere letti secondo le loro leggi intrinseche, secondo quindi i criteri offerti dalla scienza. Solo a questa condizione è possibile scorgere, alla luce dell'esperienza di fede, le tensioni salvifiche che la storia contiene. Ma se si scavalca la realtà per imporre un'interpretazione che si presume essere di fede, di fatto non si farà altro che utilizzare la lettura che le comunità cristiane ne hanno dato nel passato.
Per questo la Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II ha richiamato l'obbligo della chiesa di servirsi degli «esperti del mondo siano essi credenti che non credenti» (GS 44).
Leggere perciò i segni dei tempi significa cogliere i messaggi che gli eventi, interpretati secondo le loro dinamiche interne, manifestano a coloro che hanno gli occhi aperti dalla fede.

Storia e regno di Dio

Un altro problema implicato nella valutazione teologica del volontariato è il rapporto tra impegno storico e realizzazione del regno di Dio.
Anche per questo aspetto esistono diversi modelli teologici.
Secondo alcuni il regno di Dio irromperà nella storia degli uomini secondo modalità inedite per libera iniziativa di Dio (= escatologismo).
Secondo altri è la storia stessa ad esprimere, fin d'ora, l'azione con cui Dio costruisce progressivamente il suo regno.
L'esistenza umana, in questa ultima prospettiva, non è una semplice attesa che giunga il regno, ma è l'azione per accoglierlo nelle sue anticipazioni e componenti storiche.
Costruire il regno non significa sostituirsi a Dio o avere capacità autonome di vita eterna. Ma neppure attendere solamente l'iniziativa finale di Dio. Significa invece aprirsi completamente all'azione dello Spirito, così da consentirgli di tradurre in forme umane l'amore misericordioso del Padre secondo le indicazioni che Cristo ci ha lasciato.
Le dimensioni eterne dell'esistenza umana non possono essere costruite dall'uomo. Ma neppure possono essere accolte improvvisamente alla fine della vita. L'uomo può solo farle proprie progressivamente attraverso i numerosi eventi storici che la misericordia di Dio gli consente di vivere.
L'uomo perciò non può presumere di costruire il regno, ma neppure può abbandonarsi a forme di passiva attesa, dato che la vita eterna gli è offerta ogni giorno attraverso la molteplicità degli avvenimenti piccoli o grandi della sua esistenza. Se egli trascura queste offerte quotidiane, non potrà mai accogliere il dono definitivo del Padre, o il compimento della sua perfezione.
Volontariato è perciò la disponibilità a rendere presente il regno nelle sue molteplici espressioni secondo le esigenze che la storia esprime, anche quando non sono ancora riconosciute dalle leggi umane.

IL MALE E LA SALVEZZA

In questa prospettiva appare con più chiarezza quale è il significato del male che invade la nostra esistenza. E corrispondentemente quale valore abbia l'annuncio salvifico

Il male

Per chiarire il problema possiamo distinguere tre tipi di male:
- quello legato alla condizione di creature in crescita e quindi invincibile, almeno per il momento;
- quello che l'umanità è ora in grado di sconfiggere:
- quello che dipende esclusivamente dalla cattiva volontà degli uomini
Non ogni male e frutto del peccato Alcuni mali sono legati alla nostra condizione di creature che devono crescere e giungere al compimento Anche la morte in quanto tale non è conseguenza del peccato.
L'uomo è in questa fase di esistenza per uscirne e quindi la morte è il termine naturale del nostro cammino indipendentemente dal peccato.
A confondere questa dottrina è stato, per lungo tempo, l'opinione di uno stato perfetto dell'uomo alle sue origini.
L'opinione relativa ai «doni preternaturali» non è più accolta dai teologi.
Con la formula «doni preternaturali» la teologia scolastica intendeva quel complesso di perfezioni che hanno caratterizzato l'esistenza primitiva dell'uomo o almeno le sue possibilità di sviluppo secondo il progetto di Dio. I principali doni sono l'immortalità, l'integrità o assenza della concupiscenza e la scienza infusa.
Due posizioni teologiche diverse hanno accompagnato nei secoli il pensiero cristiano. Alcuni pensavano ai doni preternaturali come già posseduti dall'uomo fin dall'inizio.
Altri invece pensavano ad una promessa divina che si sarebbe realizzata progressivamente nel tempo. Negli ultimi secoli nella catechesi e nella teologia era prevalsa la prima opinione.
Le argomentazioni addotte per simili convinzioni erano molto labili, sia quelle tratte dalla scrittura che dalla tradizione ecclesiale.
Oggi è comune la convinzione che non abbiamo elementi rivelati sullo stato primitivo dell'uomo. Le affermazioni bibliche non hanno lo scopo di descriverci come era l'uomo nelle sue prime fasi di esistenza, ma di indicare quale progetto ha Dio per la forma definitiva di vita umana. L'opinione comune di uno stato perfetto aveva altre matrici culturali anche se spesso ricorreva ad argomentazioni bibliche.
«In queste speculazioni noi riconosciamo l'attività fabulatrice proiettante nel passato il mito dell'età dell'oro, piuttosto che la fedeltà ai dati della rivelazione».[5]
«Non si può negare che l'immagine dello stato paradisiaco è pensata in un contesto fissista, ed in conformità alla persuasione universale ed istintiva, secondo cui tutto ciò che è più vicino al principio è più perfetto e successivamente si degrada».[6]
In ogni caso anche interpretata letteralmente la bibbia non presenta Adamo (= l'uomo) in uno stato di perfezione già acquisita. I frutti dell'albero della conoscenza del bene e del male e dell'albero della vita non erano ancora alla sua portata.
Quanto alla immortalità, poi, è chiaro che anche secondo la bibbia l'uomo non ne godeva, se proprio per impedire che egli prendesse anche il frutto dell'albero della vita fu cacciato dal Paradiso: «Ora egli non stenda più la mano e non prenda anche dell'albero della vita, ne mangi e ne viva per sempre» (Gen 3, 22b). Commenta la Bibbia di Gerusalemme: «L'uomo è mortale per natura, ma aspira all'immortalità che gli sarà finalmente accordata».[7]
D'altra parte la morte minacciata per la trasgressione (Gen 3,3) non prova affatto che l'uomo fosse immortale. Come gli avvisi posti in un traliccio di una linea elettrica ad alta tensione: «chi tocca i fili muore», non vogliamo asserire che «chi non tocca i fili non muore», ma solo che la morte sarà caratterizzata dal fatto di aver toccato i fili.
Ancor meno giustificata era la supposizione della integrità è della scienza infusa.
Ma, in ogni caso, resta il fatto che la Scrittura non intende affatto descrivere lo stato primitivo dell'uomo, bensì il suo eterno destino. La domanda perciò che ci dobbiamo porre non è: «come era l'uomo prima di peccare?». Ma: «come sarebbe diventato se non avesse peccato e se fosse rimasto in armonia completa con la creazione e con Dio?».
La risposta evidentemente non ci è possibile se non attraverso illazioni.
L'uomo non sarebbe certo rimasto sulla terra e non avrebbe continuato indefinitivamente la sua forma attuale di esistenza. Ma la morte sarebbe stata diversa. Non avrebbe avuto cioè il carattere di drammaticità che ora ha acquisito. Esso dipende dal fatto che, a causa del peccato, la morte può essere il momento del fallimento completo dell'uomo, l'esaurimento di tutte le possibilità offertegli di diventare persona umana. Ed è appunto a questa diversità che si riferiscono le formule bibliche relative al rapporto peccato-morte.

Salvezza: capacità di portare il male senza esserne schiacciati

Salvezza è pienezza di vita colta come dono di Dio in ogni situazione. È maturità umana.
Un criterio molto semplice per valutare la maturità di una persona è la sua capacità di portare il male senza esserne schiacciata. Di fronte a qualsiasi situazione di sofferenza, di contraddizione o di limite, siamo costretti a prendere decisioni, ad assumere atteggiamenti coerenti.
C'è chi fugge come può, c'è chi si adagia supinamente alla situazione, c'è chi impreca e maledice, c'è chi continua il proprio cammino reagendo al male compostamente per impedirgli di devastare la propria esistenza e la comunità in cui vive.
In una situazione sociale imperfetta, ad esempio, molti non sanno reagire e preferiscono rinunciare ai loro diritti.
Altri, invece, approfittano della situazione per curare solo i propri interessi e moltiplicare quindi il male che pure riconoscono e denunciano.
Altri cominciano ad inveire e ad accusare senza discriminazione forti della loro onestà. Distruggono così quelle possibilità che ancora esistono di convertire chi sbaglia e di modificare con pazienza le loro abitudini.
Altri, infine, rinnovano il loro impegno perché sanno che ai mali storici si può ovviare solo in scelte pazienti e continue moltiplicate con perseveranza.
In questo modo si crea uno stile di vita che pian piano si diffonde e diventa caratteristica comune di un gruppo, di una città, di un popolo.
Solo costoro affrontano il male portandolo senza esserne schiacciati.
Gli esempi si possono moltiplicare per tutti gli aspetti della vita: lo stile dei mezzi di trasporto pubblico, la pulizia delle strade che è affidata alle abitudini di tutti i cittadini, il rumore delle case, lo stile dei rapporti, la ricerca del proprio interesse a tutti i costi e in tutte le circostanze, fino ai mali più gravi della nostra società: il disinteresse per le cose pubbliche, i soprusi e le violenze di gruppi organizzati.
Quando i cristiani parlano di salvezza non vogliono affatto affermare che Cristo ci ha liberati dal male, ma solo che ci ha indicato e offerto la possibilità di emergerne come persone nuove, di crescere cioè come figli di Dio in qualsiasi situazione ci veniamo a trovare.

Gli atteggiamenti del credente di fronte ai vari tipi di male

L'annuncio della salvezza e quindi l'impegno dell'uomo ha carattere diverso secondo i vari aspetti del male.
Per il male invincibile, come la morte o la precarietà della nostra condizione o certi limiti connessi necessariamente alle conquiste sociali, superamento del male o salvezza significa poter vivere tutte queste situazioni in modo umano, rendendole luoghi di crescita personale ed esercizio di solidarietà.
Quando Madre Teresa di Calcutta lasciò l'insegnamento in un grande collegio della sua città di adozione per mettersi a raccogliere i moribondi lungo i marciapiedi, non lo fece certo per sconfiggere la morte, ma per renderla umana ad una moltitudine di persone abbandonate.
Per i mali invece, la cui sconfitta appare possibile, salvezza significa individuazione delle cause e la messa in opera di tutte le energie necessarie per raggiungere il traguardo che si delinea all'orizzonte.
Per il male, infine, che dipende dalla cattiva volontà degli uomini, salvezza è denuncia e lotta per eliminare le strutture di oppressione e di ingiustizia, è forte carica di amore per la conversione degli uomini ancora soggetti ai meccanismi del male, è solidarietà con chi ne soffre le conseguenze.
C'è sempre un periodo, però, in cui il male deve essere portato con dignità e rigore, accogliendo la possibilità di crescita umana che la situazione offre.
È il periodo della facile impazienza e dei pasticci improvvisati, è il periodo della presunzione.
Ma può essere anche il periodo delle speranze vive e delle attese stimolanti, il periodo della creatività del volontariato.
La storia umana registra numerose fasi di questo tipo. Ma forse mai a generazione umana è stata offerta possibilità più grande di essere autentici come al nostro tempo.
A noi sta decidere se essere degni di questa chiamata o cadere in un baratro senza ritorno.
E la decisione non vale solo per noi, ma per i secoli che verranno.
Il volontariato si muove in questo orizzonte. Intende offrire strumenti per iniziative salvifiche.

SCELTA DEGLI UOMINI

Il volontariato, come espressione dell'azione salvifica, si rivolge prevalentemente agli ultimi: agli emarginati, ai poveri.
C'è una ragione teologica cogente in questa scelta.
La salvezza deve essere offerta a tutti coloro che subiscono le conseguenze del male e del peccato.
Ora nel mondo il peccato ha acquistato strutture potenti che producono effetti negativi molto estesi.
Per accogliere la forza del regno di Dio occorre individuare i luoghi dove il peccato esplode in forme di distruzione, di miseria e di morte. Lì è necessario farsi presenti e annunciare il Vangelo di salvezza.
Se il peccato impedisce la crescita delle persone, inquina l'ambiente, distrugge i rapporti, annunciare la salvezza del peccato esige anche la denuncia di queste situazioni di ingiustizia e l'impegno di eliminarle.
Esse non gravano solamente sui popoli che vengono impoveriti dai soprusi degli altri, ma su gli stessi popoli sfruttatori.
La povertà e l'emarginazione sono un male non solo per chi ne soffre, ma diventano un male spesso peggiore per chi le procura.
gli ultimi della terra o di una società perciò sono i rivelatori del male di una comunità intera, e quindi l'impegno per attuare la loro salvezza riguarda la salvezza di tutti.

Conclusione

Il volontariato è l'espressione della missione salvifica della chiesa, che ha acquisito coscienza delle strutture di male che operano oggi nel mondo e quindi della necessità di coinvolgere masse sempre più numerose nell'azione di liberare gli uomini dalle conseguenze nefaste del male.


NOTE

[1] P. Teilhard De Chardin, La transformation créatrice, in Comment je crois, Seuil, Paris 1969, p. 31.
[2] Id., Note sur les modes de l'action divine dans l'univers, ib. p. 38.
[3] K. Rahner, Il problema dell'ominizzazione, Morcelliana, Brescia, p. 96.
[4] Id., ib. p. 99.
[5] H. Dalmais, Justice originelle, in AA.VV., Initiation théologique, 2, Cerf, Paris 4a ed., 1957 p. 403.
[6] M. Flick - Z. Alszeghy, Fondamenti di una antropologia teologica, Fiorentina, Firenze 1969 p. 182.
[7] Bibbia di Gerusalemme, Dehoniane, Bologna , 1974, p. 42.