Stella Morra

(NPG 1984-7-4)


Sembrerebbe almeno fuori moda chiedersi cosa è stato il «problema donna» in questi anni e cosa ci hanno lasciato i dibattiti, i discorsi, i fatti, che cosa hanno lasciato a chi li ha vissuti e a chi, più giovane, oggi prende coscienza dei problemi.
Fuori moda perché sembra essere uno dei tanti temi che, periodicamente, risorgono dalla dimenticanza, ma più per l'ostinazione di qualche persona interessata o la scadenza di qualche data diventata ormai tradizionale, come l'8 marzo, che perché si senta la rilevanza della cosa, almeno apparentemente.

ANCHE LA MEMORIA È IMPORTANTE

Può essere importante dedicare un po' di spazio a capire perché e come occuparsi di questo fatto, di questa che non si sa se definire realtà, problema, questione o come altro. Alcune volte, proprio come donne, si riesce solo con fatica a liberarsi da un certo disagio nell'affrontare le questioni del femminile: si ha l'impressione di avere a che fare con un universo multiforme, dalle dimensioni troppo ricche di valenze per poter essere correttamente valutate e, soprattutto, di aver estrema difficoltà a stabilire delle comunicazioni che non siano viziate in partenza dalle più diverse precomprensioni.

Dal passato una scommessa

E allora vale la pena di porsi la domanda?
Davvero ha importanza pensare ad un progetto educativo che tenga conto anche di questo? E, soprattutto, ha importanza la memoria di quello che gli anni passati sono stati, di fronte alle nuove adolescenti e alle giovani ragazze che non sembrano ricordare nulla di ciò che è accaduto alle loro sorelle maggiori?
Un motivo fondamentale sta nel fatto che l'essere uomini e donne, e, come tali, diversi e complementari e di pari dignità, è una realtà che dice da sé la propria evidenza.
Ma ben più profondi devono essere i motivi che ci possano condurre a ripercorrere e a fare i conti con la nostra memoria collettiva.
C'è un motivo generale, che riguarda tutta la memoria, e non solo quella femminile: è la convinzione che il nostro sapere ed essere passano anche attraverso il recupero di ciò che siamo stati. Ben poco di quello che è accaduto nel passato non ci riguarda, anche se non sempre è semplice vedere come. In questi tempi, poi, in cui sembra sempre più difficile trovare sostenibili scommesse sul futuro, fondamentale è riscoprire, le nostre radici. Ed è un modo di aver il coraggio di proiettarsi sul domani. Ma esiste anche un motivo ben più specifico: il «movimento delle donne» di questi anni è stata una esperienza di cultura privilegiatamente orale, e, come tutte le culture orali ha, come unica possibilità per non andare perduta, la necessità di esercizi di memoria e di razionalità.
Questo significa che non bastano i libri, i documenti, i pronunciamenti per capire quello che è stato: c'è una specie di storia da scrivere e interpretare e questo non si potrà fare se non attraverso la capacità di ricordare e tramandare.

Una identità fondata

In particolare, per i gruppi ecclesiali, che si propongono come luoghi educativi (perché annunciatori di una liberazione, quella cristiana) non si può ignorare che il passato, la memoria sul passato e l'interpretazione del passato sono elementi fondamentali per la costruzione dell'identità personale.
E storicamente l'educazione al «passato», non al suo «culto», ma alla sua feconda e fertile vivificazione, pare possa essere davvero un compito quasi «profetico» in questi tempi.
Le ragazze giovani, poi, segnano il punto di confluenza di una duplice difficoltà di identità: quella femminile e quella giovanile, entrambi faticose e entrambi rischiano di diventare senza passato e senza futuro.
Dunque importante è sapere e ricordare, e altrettanto importante interpretare. Se non ci sentiamo preparati, poi, per affrontare una progettualità positiva e propositiva, questo non è sufficiente per non tentare: con troppa urgenza è ormai chiaro che è necessario «attrezzarsi» solidamente per affrontare la fatica del quotidiano. E attrezzarsi, per delle giovani donne, passa attraverso anche al loro appartenere a condizioni (quella giovanile e quella femminile) che stanno con fatica cercando di definire una loro immagine.
Si può cominciare con uno sguardo storico-sociologico alle grandi fasi di ciò che è accaduto.
Il metodo non sarà tanto quello di una analisi puntuale e documentatissima, che rischierebbe di disperdere l'attenzione. Già ripercorrendo la storia si offrono alcune grandi chiavi interpretative, che sono discutibili, ma che vorrebbero aiutare a capire e a passare ad una fase propositiva.

IL FEMMINISMO STORICO

Si può, per approssimazione, dividere la storia di ciò che è accaduto in Italia negli ultimi anni in tre grandi fasi: quella del femminismo storico, quella seguita alla crisi del 1978 e la fase attuale.
La prima fase esplode intorno alla seconda metà degli anni sessanta, in Italia con un leggero ritardo sulla esplosione dell'ormai mitico '68. È chiaro che l'onda della contestazione è stata indissolubilmente legata alla nascita di attenzione al «fatto donna», ma almeno in Italia e per ciò che riguarda una sensibilità diffusa, questa nasce trainata dalle altre esplosioni e in stretto legame con il problema giovanile.

Un «movimento» che prende coscienza

Nasce come movimento: nel lessico di quegli anni significa che nasce, per definizione, come realtà multiforme, che cerca anche i collegamenti, ma che privilegia la vitalità, la spontaneità, che non si pone ancora il problema della continuità, che sente in sé tutta la carica necessaria, per l'oggi e per il domani.
Nasce come una delle esperienze di presa di coscienza di una emarginazione, di una sub-cultura: ci si riscopre non più semplici caratterizzazioni anagrafiche (età, sesso professione), ma condizione, cioè realtà socialmente rilevante, che ha qualcosa da dire e che può, come tale, entrare nei problemi della gestione della società.
E si scopre la sfiducia o non condivisione dei canali tradizionali di partecipazione a questa gestione: i metodi dei partiti, della strutturazione sociale in generale sono colti come violenti ed emarginanti, costruiti per qualcuno e non per altri; così ci si riprende il diritto ad essere sé, e ad esserlo in modo che sia rilevante per tutti.
Si rifiuta di discutere nei luoghi tradizionalmente deputati a questa funzione e lo «scontro» si porta in piazza, con le manifestazioni e le dimostrazioni.
Il vivere lo scontro in piazza ha scelto altre strade, più spesso: quelle della creatività, della rappresentazione, del gioco e della maschera, della creazione di spazi propri e di propria gestione che fossero anche pubblici...

I temi e il metodo

I temi su cui si muove questa fase possono essere identificati a tre livelli: da un primo punto di vista la dialettica tra emancipazione e liberazione.
Il primo termine ha più tradizionalmente espresso un patrimonio storico mutuato dalla sinistra e che sottolineava con più forza la percezione di sé come sub-cultura, condizione oppressa, quasi classe. Il termine si radicava pertanto sia nei tradizionali movimenti femminili sia nell'eredità più tipicamente politica.
Questo ha segnato insieme la sua fortuna e il suo declino, in un momento storico in cui l'esigenza di distinzioni era forte.
Il secondo termine ha espresso una coscienza di matrice laico-individualista, più facilmente collegabile alla nozione e al metodo del movimento, creativa e libertaria, molto legata alla riflessione sulla riappropriazione di sé e sui diritti e libertà personali.
Questa oscillazione, non solo di termini, ma di contenuti e sottolineature, ha segnato da una parte tutto il rapporto tra il movimento delle donne e la sinistra, rapporto in un primo tempo apparentemente di simbiosi, ma diventato abbastanza presto lacerante e lacerato, e a volte drammatico.
D'altro canto ha segnato anche una presa di coscienza interna al movimento circa la possibilità di usare apparati di analisi e di metodo già storicamente definiti.
Nuovo è anche il metodo: è quello del separatismo e dell'autocoscienza. È cioè il tempo della convinzione che solo una forte riappropriazione di sé può avere una valenza politica in termini di non emarginazione. Non si può fare insieme, con gli uomini: questa è la convinzione.
Pare necessario ricuperare il tempo perduto: riprendersi, con rabbia spesso, spazi, tempo, decisione, affettività, relazionalità, gestire in proprio; e gestire attraverso una presa di coscienza di sé che sia movimento contrario alla espropriazione subita: occorre parlare tra noi, parlare di noi, parlare su noi, riscoprire, anche dolorosamente a volte, le più profonde dimensioni di ciò che siamo.
Come si vede, e questo è il terzo livello, il ritornello è quello della ri-appropriazione di sé: ci si è scoperte derubate, in qualche modo.
Visto con gli occhi del poi può sembrare, e forse lo è stato, una sorta di ripiegamento su di sé di chi si è scoperto ferito, una specie di ripicca collettiva e sociale.
Questa impressione va corretta da due considerazioni: da un lato la profonda convinzione del valore politico e pubblico di queste scelte. La percezione non era di una privatezza di azione, ma del valore storico e sociale, quasi epocale, di ciò che si stava compiendo. La seconda è che tutto questo non era caratterizzato dal narcisistico compiangimento, ma, spesso, da un senso giocoso, festoso e gioioso di ciò che si stava compiendo.

IL MOMENTO DELLA CRISI

Questi stessi temi e dinamiche portano con sé le radici di quella che sarà chiamata la crisi del 1978 e che è segnata sia da fattori interni che da fattori esterni al movimento delle donne.

Le ragioni della «stanchezza»

In primo luogo il lento stancarsi della spinta movimentista.
Scatta la «dinamica del successo»: le battaglie scatenate in piazza e, in un certo senso, vinte, spostano il luogo di gestione dentro alle istituzioni.
Si cominciano a vedere con forza i limiti del metodo del separatismo e dell'autocoscienza.
Spesso anche i maschi, almeno i più «progressisti» hanno ormai assunto questi metodi, e non resta più il gusto della trasgressione nello stare tra sole donne non per scelta, ma perché i maschi hanno a loro volta deciso di stare tra soli uomini. Si scopre, insomma, come ad una dinamica di emarginazione imposta si è sostituita una logica di autoemarginazione scelta: il risultato di irrilevanza rischia di non cambiare.
Questi anni segnano anche il raggiungimento di alcuni degli obiettivi che ci si proponeva: a titolo indicativo si può ricordare come il 1978 è l'anno della approvazione della legge sull'aborto, che è stato uno dei cavalli di battaglia dello scontro di piazza.
Sono nati, ed in alcuni casi ormai assodati. molti spazi a lungo richiesti: gli spazi e le strutture dell'«intermedio» tra politico e privato, la gestione del sociale, consultori, quartieri, centri, consulte, gruppi, riviste...
Va inoltre ricordato che il 1978 segna l'anno del sequestro Moro e della profondissima crisi delle istituzioni statuali e democratiche nei confronti di una assai preoccupante escalation del terrorismo.
Il terrorismo ha segnato gli anni (di piombo, verrebbe da dire) settanta in Italia: di fronte a questa violenza inspiegabile ed assurda per alcuni versi, di fronte al rischio corso dalla democrazia, è stato inevitabile un profondo ripensamento di tutte quelle aree che si ponevano come progressiste, che dagli stessi disagi e dalle stesse analisi spesso, avevano preso l'avvio, anche se non erano giunte alle stesse conclusioni teoriche e pratiche.
Anche il movimento delle donne matura una sua profonda crisi, sia interna di domanda di rilevanza, chiarezza di obiettivi e di organizzazione, sia esterna di ridefinizione dei suoi rapporti con la sinistra e con la politica e le istituzioni in generale.
Occorre fare una precisazione. Non si interpreti come riduttivo il fatto che si fa qui riferimento quasi solo ai rapporti con la sinistra: stiamo cercando di rilevare ciò che è accaduto, ed è innegabile che la parte più rilevante del movimento delle donne si è giocata in una sorta di filiazione dalla sinistra in Italia; non che non ci siano state anche riflessioni di donne di altre appartenenze ideologiche e politiche, ma sembra di poter dire che siano state più circoscritte e limitate.

Verso nuove soluzioni

La crisi segna una ulteriore diversificazione e frammentazione delle donne che vivono queste tensioni. Alcune scelgono la linea dell'ingresso negli spazi istituzionali, riaprono dialoghi diversi con i partiti tradizionali e giocano su se stesse la possibilità di una riflessione più pacata, ma non meno seria. Si teorizza, così, la necessità per le donne di saper parlare più «linguaggi», il proprio, ma anche quelli delle strutture, considerate tradizionalmente maschiliste.
Nella maggioranza nasce tuttavia una sorta di «riflusso», una specie di «tutti a casa», un po' deluso e un po' meditabondo, un po' di compiangimento e un po' di riflessione critica.
Il movimento si disperde in mille rivoli ad attività, più o meno durature da un lato, mentre dall'altro è meno penalizzata la necessità di chi chiede di organizzarsi, e, magari di organizzarsi insieme ai maschi.
A livello evidente una specie di sparizione; a livello più sottile una ricerca di organizzazione e un reggere alcune esperienze e realtà: questa era sembrata la sorte definitiva del movimento delle donne.

VERSO UNA NUOVA FASE

Ora pare però di cogliere i primi segni di una nuova fase, anche se è una realtà talmente in embrione che davvero non si può offrire più che qualche accenno.
Indicativo mi sembra il nome che un nuovo gruppo di donne, nato a Comiso in questi ultimi mesi intorno al problema della pace, si è scelto: la Ragnatela.

La fase della «ragnatela»

In questo gruppo due elementi tendono a caratterizzare la nuova fase.
Primo: l'interesse intorno a temi, come la pace, che sono bene comune, non certamente solo femminile, e che, ancora una volta, rischiano di essere disattesi dalla politica ufficiale.
È il nuovo interesse verso l'esterno, verso ciò che riguarda tutti, affrontato da donne e come donne.
È ancora un ritorno al separatismo, o esiste la volontà di fare insieme, senza preclusione ideologica di principio?
Secondo: il nome «la Ragnatela» dice un metodo e una nuova comprensione di questi anni di crisi. Bisogna ritessere rapporti, ricucire a partire dal piccolo, dalle singole realtà, a partire dalle relazioni personali, dai piccoli gruppi e dai rapporti che tra piccoli gruppi possono nascere, permettendo loro di conservare differenze ed originalità.
È anche la scelta di considerare questi anni sì di dispersione, ma anche di «investi menti»: anni cioè in cui le persone ed i gruppi hanno costruito piccole realtà ed esperienze, fatti e cose, che devono fruttare non tanto progetti globali, quanto ambiti un po' più ampi e temi anche politici. Questa è una ipotesi: ancora non si può dire se così sarà e come si sapranno affrontare i nodi che alla crisi hanno portato; ma potrebbe essere interessante osservare quello che accade proprio ai nostri giorni alla luce di questa chiave di interpretazione e provare, tra qualche tempo, a tirare delle somme.