Giannino Piana

(NPG 1984-6-15)


La difficoltà di elaborazione di una proposta etica per il mondo giovanile è, ai nostri giorni, soprattutto legata alla complessità e variabilità delle istanze che in esso si manifestano. I giovani non appaiono più come un pianeta omogeneo e dal volto univoco, ma piuttosto come uno spazio aperto, nel quale si incontrano e si scontrano tendenze diverse, talora contraddittorie; in definitiva, come una realtà polivalente e, almeno in apparenza, priva di volto specifico.
L'analisi interpretativa non consente facili deduzioni. La rapidità dei mutamenti intervenuti in questi anni, dovuta al processo di accelerazione del tempo, rende arduo il confronto anche con un passato abbastanza ravvicinato, mentre la estrema differenziazione dei vissuti e dei modelli comportamentali oggi prevalenti - differenziazione che tende ad acutizzarsi grazie allo sviluppo della società complessa - determina l'impossibilità di utilizzare categorie consolidate o di fare riferimento a schemi culturali come quelli del passato.
Ciò non toglie che esistano, anche nell'attuale contesto del mondo giovanile, globalmente assunto, tratti caratteristici e qualificanti il costume ai quali risalire per dare corso ad una proposta etica, la quale più che puntare su precise indicazioni di contenuto deve piuttosto tendere ad illuminare il campo della libertà umana, offrendo ai soggetti la possibilità di un'autonoma decisione e di una corretta autorealizzazione. Da questo punto di vista, la forte tensione alla ricerca della propria felicità, della soddisfazione dei propri bisogni, del miglioramento della qualità della vita costituisce, indubbiamente, un elemento di grande interesse con il quale è doveroso fare i conti senza frettolose ed acritiche indulgenze, ma anche senza eccessive prevenzioni e paure.
È vero che la tendenza a far prevalere nelle scelte il campo della soggettività individuale e dell'aderenza al quotidiano può condurre, se esasperata, ai pericoli del soggettivismo e del relativismo culturale, con la conseguente negazione di qualsiasi progetto etico. Ma non è meno vero che essa può costituire l'occasione per l'acquisizione di una più alta forma di moralità, centrata sulla maturazione della coscienza e sull'assunzione realistica delle proprie responsabilità storiche.

VERSO UNA MORALE DELLA RESPONSABILITÀ

La domanda che sembra, infatti, emergere con chiarezza dall'attuale vissuto giovanile è quella del passaggio da una morale della legge ad una morale della coscienza, da una morale dell'imposizione esteriore ad una morale della responsabilità.
È anzitutto doveroso evidenziare gli equivoci o le ambiguità che si nascondono dietro a tale domanda.
La scelta di gestire autonomamente e privatamente il proprio comportamento coincide spesso con l'adesione incondizionata alle logiche di fatto dominanti. L'asservimento alla mentalità consumistica determina l'assorbimento di standards indotti dalla cultura, che non favoriscono sempre una vera liberazione. L'estendersi, a macchia d'olio, dei bisogni non facilita il discernimento e la possibilità di gerarchizzarli secondo una precisa scala di valori.
Senza dire che molti dei bisogni, che vengono sollecitati dalla società, non sono in realtà tali, ma sono semplicemente funzionali alla conservazione di un assetto strutturale dietro il quale si mascherano profonde ingiustizie e gravi sperequazioni tra gli uomini.
D'altra parte, la cultura radicale, divenuta quasi egemone, tende a legittimare un ethos, che ha risvolti fortemente egocentrici, in quanto si appoggia esclusivamente sul diritto individuale e sul principio della massimizzazione del piacere, escludendo per ciò stesso fondamentali valori morali, quali il disinteresse e l'altruismo, la gratuità e il sacrificio personale.

L'emancipazione della coscienza

Sarebbe, tuttavia, ingiusto non sottolineare anche l'aspetto positivo di tale situazione.
Esso consiste essenzialmente in una sorta di emancipazione della coscienza da retaggi tabuistici ancestrali di natura «sacrale» o da una dipendenza conformistica dalla legge, imposta autoritativamente dall'esterno.
Il quadro degli atteggiamenti che affiorano nel mondo giovanile è, sotto questo profilo, promettente.
Il ritorno del soggetto a se stesso, e lo stesso accento posto, in maniera marcata, sulla propria identità, lungi dal poter essere interpretati come espressione di deresponsabilizzazione, sono, invece, il sintomo della ricerca di una nuova e più compiuta responsabilità. Il fatto morale diviene appannaggio della coscienza, che è in realtà la sede delle autentiche decisioni umane.
La riflessione morale non può non accogliere positivamente questa spinta, che va nella direzione di una maggiore interiorizzazione del comportamento, e perciò di una più seria maturazione della persona. È come dire che l'etica deve abbandonare lo schema, per tanto tempo imperante, della legge per fare sempre più spazio alla categoria della «responsabilità».
Si tratta però di sapere giustamente articolare tale categoria, cogliendone tutta la ricchezza di contenuti e di implicazioni.
La vera responsabilità non è, infatti, mai solipsistica ed individuale, ma è sempre responsabilità di fronte a qualcosa e a qualcuno; comporta cioè una concreta presa a carico degli altri e del mondo, implica un riferimento costante alle altrui esigenze e a quelle, non meno importanti, del contesto storico in cui si vive. La persona, in quanto soggetto di relazioni, non può ricercare ed attuare la propria realizzazione, se non aprendosi costruttivamente agli altri e al mondo. E dando a tale apertura, e alle stesse limitazioni che essa comporta, non un significato puramente negativo o di restrizione, ma un significato positivo di effettiva espansione della propria identità.
In questo senso, deve essere, senz'altro, combattuta la tendenza - peraltro persistente nel mondo dei giovani - a soggettivizzare radicalmente il proprio comportamento o a considerare colpevole solo ciò che lede positivamente il diritto altrui, dimenticando che l'impegno deve indirizzarsi verso una sua positiva promozione.
Ma la correzione di rotta non va attuata mediante un ridimensionamento della responsabilità, bensì attraverso un suo potenziamento ed approfondimento, nella prospettiva cioè della ricerca del suo vero senso, che esige un'effettiva considerazione del valore dell'altro e della importanza dello sviluppo sociale e culturale.

Uno stile di vita in continua trasformazione

In questo quadro si deve pure collocare il discorso relativo alle norme morali.
L'orientamento in atto verso una relativizzazione dei valori, verso una loro piena storicizzazione nasce spesso dalla confusione tra valori e norme di comportamento. I valori, quando vengono correttamente definiti, costituiscono un punto di riferimento essenziale ed ineludibile della condotta umana, una necessaria piattaforma in base alla quale assumere le proprie decisioni. Essi si riferiscono, infatti, direttamente ai diritti fondamentali della persona e rappresentano nello stesso tempo il naturale supporto del tessuto della convivenza umana.
Le norme hanno, invece, di loro natura, un carattere di relatività. Sono il precipitato storico parziale e provvisorio dei valori; come tali, sono destinate a mutare, quando mutano le condizioni sociali e culturali che hanno determinato la loro produzione.
Una morale della responsabilità, che fa appello in primo luogo alla coscienza soggettiva, deve pertanto essere prevalentemente impostata come morale dei valori, attenta cioè ad indicare le grandi mete di fondo, e non eccessivamente preoccupata di fornire «ricette» particolareggiate per tutte le situazioni. La complessità del vissuto umano e la rapidità dei mutamenti sociali e culturali rendono spesso difficile prevedere, in modo esatto, quale deve essere il comportamento corretto, soprattutto laddove si presentano situazioni conflittuali e non agevolmente definibili.
L'eccessiva sottolineatura dell'importanza delle norme, oltre a determinare atteggiamenti di passività e stati di pura acquiescenza, finisce per rendere evanescente nelle coscienze il rapporto con i valori, alimentando il processo di soggettivizzazione già delineato come rischio.
Questo non significa, ovviamente, che si debba rinunciare all'elaborazione delle norme, ma piuttosto che esse devono essere presentate in termini più problematici, non assolutizzandone la portata, ma segnalandone il significato di «modello» o di «tipo» cui ispirarsi, senza venir meno alle esigenze della propria coscienza, la quale deve ad esse sempre riferirsi in modo critico, non delegando la propria responsabilità, ma vagliandone in concreto la reale applicabilità in rapporto alla propria specifica vocazione personale e alle istanze della situazione.
Di qui l'esigenza di assumere un atteggiamento propositivo nel campo dell'educazione morale che faccia leva sulla proposta di uno stile di vita complessivo, capace di articolare al proprio interno il quadro gerarchizzato dei valori, perché esso venga assimilato in profondità dalla coscienza, e di graduare il cammino in modo proporzionato alle istanze della crescita personale.
Il fatto che i giovani colgano oggi con maggiore realismo la compresenza dialettica del bene e del male nella realtà della loro vita quotidiana, l'inscindibilità dei due momenti nel profondo della loro coscienza personale e siano, nello stesso tempo, più direttamente proiettati nello spazio della ferialità, senza pericolose fughe in avanti, facilita la messa in atto di un procedimento educativo più seriamente fondato sulle capacità progressive di comprensione dei valori, dei quali ci si appropria soltanto passando attraverso esperienze situate e sempre limitate.
La vita morale non va pertanto presentata come un astratto teorema di principi sganciati dall'esistenza, ma come un itinerario di crescita verso una meta ideale i cui lineamenti vanno, di volta in volta, identificati nella loro concreta possibilità di attuazione dentro il vissuto della quotidianità.

IL RAPPORTO TRA FEDE E MORALE

Ci si può, a questo punto, chiedere: come può concorrere la fede alla crescita della coscienza morale dei giovani? Quale contributo essa può fornire al cammino sopra delineato?
La risposta a questi interrogativi non è facile.
I risultati delle inchieste condotte in questi anni sul mondo giovanile fanno emergere, senza esitazioni, la situazione di scollamento tra fede e scelte di vita. Il comportamento morale appare sempre più determinato da fattori che prescindono dal riferimento alla dimensione trascendente della esistenza, anche laddove tale riferimento è accettato e persino concretamente espresso in termini di pratica religiosa.

Il valore positivo dell'autonomia

Tale processo di autonomizzazione riflette un percorso, che è venuto sviluppandosi nella cultura moderna e che va ampiamente rispettato, perché costituisce un dato positivo in ordine alla crescita della coscienza.
Il campo dell'etica è concepito come il campo di esercizio della libertà umana, l'ambito all'interno del quale l'uomo esercita il suo potere di costruzione della storia. L'acquisizione del valore della responsabilità deve essere messo in relazione anche con questo processo interessante di emancipazione dell'etica da un orizzonte «sacrale» predeterminato, che fungeva da supporto alla conservazione dello «statu quo».
La copertura che una certa legge morale ha finito in passato per dare ad un assetto sociale consolidato, e non sempre conforme alle reali esigenze della giustizia e della piena emancipazione umana, ha prodotto, per reazione, la tendenza ad una totale desacralizzazione del fatto etico. Lo smascheramento del principio di autorità, trasformatosi talora in pericoloso alibi per l'inerzia soggettiva, e il rifiuto del determinismo della natura, spesso indebitamente applicato anche al campo dell'attività umana, rappresentano un elemento positivo ed irrinunciabile.
L'etica appare come il prodotto delle scelte umane e soprattutto come un fatto «culturale», perciò strettamente dipendente dalle condizioni sociali e storiche, nelle quali si sviluppa la vita personale e collettiva dell'uomo. I valori vengono sempre più collegati con lo sforzo della ragione umana di strutturare il campo della libertà secondo parametri di realizzazione del soggetto nel quadro delle relazioni interpersonali e sociali.
Le normative concrete, gli stili di vita, il costume risultano profondamente segnati dall'incidenza determinante della cultura. L'antropologia culturale, mettendo a confronto le diverse aree storico-geografiche, ha reso evidente l'enorme difformità e contraddittorietà dei modelli comportamentali; mentre, d'altra parte, il rapido evolversi delle strutture e le profonde modificazioni verificatesi, in questi anni, a livello di autocoscienza umana, anche all'interno della nostra civiltà occidentale, ci hanno fatto toccare con mano quanto la prassi etica sia in realtà soggetta all'influenza di fattori sociali e culturali.
Il rischio, insito in questa situazione, è che si passi dall'accettazione di una sana relatività del costume morale ad un assoluto relativismo della morale. Se poi si guarda al mondo giovanile tale rischio si accentua, in virtù dell'orientamento in atto a dare spazio privilegiato nella produzione degli stili di vita alle dinamiche dell'istinto e a trasformare il principio del piacere in criterio paradigmatico per la valutazione del proprio modo di comportarsi.
Affermare l'autonomia della morale non può significare perciò abdicazione nei confronti della necessità che sia la ragione umana, come ragione dialettica e storica, a costituire il presupposto essenziale per la determinazione del comportamento e che essa debba, inoltre, fare appello ad istanze connaturali ed immutabili, che la costituiscono e che rimangono tali, pur nel variare dei modelli interpretativi, e perciò del costume concreto.

Verso una nuova coniugazione

Ma questo non basta. La ragione umana è da sola incapace di dare fondamento ultimo all'agire dell'uomo, di rispondere cioè alla questione del senso globale della vita.
La sua assolutizzazione ha dato luogo a pericolose forme di totalitarismo non solo sul terreno politico, ma anche su quello più strettamente etico. La morale dell'obbligazione, di matrice kantiana, è sfociata nell'assolutismo idealista e postidealista, che ha prodotto dinamismi di repressione della diversità e delle libertà individuali. Il pensiero negativo ha giustamente criticato la ragione come organo della totalità, perché la totalità da essa elaborata si è dimostrata radicalmente asservita ad una volontà di potenza dagli esiti distruttivi.
D'altro canto, altre spinte al ridimensionamento della razionalità sono venute nel nostro tempo, oltre che dai maestri del sospetto, che ne hanno evidenziato le «precomprensioni» ideologiche soggiacenti, dall'emergere prepotente di una nuova soggettività impulsiva ed istintiva e soprattutto dal nichilismo, che tende a negare ogni possibile senso del reale, poiché questo non è coordinabile in concetti unificanti.
È evidente come tali critiche presentino aspetti innegabili di limite, che vanno accuratamente considerati.
Non si può, infatti, ridurre tutta la storia della ragione occidentale nell'ambito della storia della ragione asservita al dominio né sposare acriticamente atteggiamenti improntati al vitalismo ed alla spontaneità irrazionale, che originano frantumazione della vita e assenza di qualunque valore su cui si concordi. La necessità di riabilitazione della ragione è dunque quanto mai urgente. Ma si tratta di elaborare i presupposto per una concezione aperta della razionalità, che faccia spazio all'assimilazione dei bisogni soggettivi e riconosca la dimensione simbolica della esperienza umana, nonché il suo necessario rimando alla trascendenza e all'infinito.
Proprio in questo contesto è possibile inserire il discorso della fede.
Essa è l'ambito entro il quale prende un volto concreto la nostalgia o il desiderio più profondo dell'uomo, il bisogno del «totalmente altro», postulato tanto dalla teoria critica della società quanto dalla ragione utopica.
La crisi attuale della razionalità è crisi del «fondamento»: un fondamento che sembra non poter essere rintracciato nello spazio ristretto della ragione, ma che deve essere «invocato» come qualcosa di assolutamente inedito ed imprevedibile. La fede rende ragione di questa aspirazione, evitando che si possa cadere nell'angoscia di fronte al nulla o che venga vanificata la tensione umana, riducendosi ad un'inutile passione. Essa lascia intatta la struttura autonoma dell'eticità umana, costruita sul desiderio soggettivo e sull'impegno verso gli altri e verso il mondo, ma, nello stesso tempo, la rafforza e le conferisce piena legittimità, poiché ci fa cogliere nel volto dell'altro quel rimando alla trascendenza che ne fonda il rispetto.
Il ritorno della soggettività e del desiderio può pertanto costituire un momento felice per il ricupero di una nuova eticità.
A patto che si aiuti il soggetto a ritrovare pienamente se stesso nella sua strutturale apertura agli altri e al mondo e che il fondamento ultimo di tale relazionalità venga ricercato in una dimensione di trascendenza e di mistero, nella direzione cioè dell'apertura alla relazione assoluta.