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Per una lettura pastorale della ricerca su «giovani e riconciliazione»


Riccardo Tonelli

(NPG 1984-2-26)


Dati, tabelle, incroci e confronti ci hanno provocato.
Sono come un colpo di vento improvviso, che butta all'aria i fogli raccolti in bell'ordine sul nostro tavolo di lavoro.
Tornata la calma, ci chiediamo: che fare? Raccogliamo in fretta il materiale disseminato nei quattro angoli della stanza o ci prendiamo il tempo di verificare i nostri fogli, l'uno dopo l'altro, prima di rimetterli nei loro classificatori?
Contemplando il triste spettacolo, imprechiamo contro il vento o contro noi stessi per aver ingenuamente socchiuso la finestra quando era meglio sbarrarla accuratamente?
Una scelta non vale l'altra, perché ogni scelta comporta prima di tutto una scommessa esistenziale. Dice, nella logica serrata dei fatti, l'indice personale di capacità innovativa e la disponibilità al confronto, alla verifica, alla riprogettazione.
Il bambino fa festa nel turbinio dei fogli sollevati dal vento. non conosce la fatica che ha costruito quanto viene distrutto. E non pensa alla fatica necessaria per ricostruire.
L'adulto ci pensa. Ed è preoccupato. Non può lasciare le cose in questo stato. Si chiede, mentre raccoglie i primi fogli, come sarà dopo?
In questa logica adulta reagisco alle provocazioni offerte dalla ricerca. Guardo al passato, con quel distacco che nasce dal trovarsi in mezzo ai suoi cocci. E tento di guardare al futuro con la passione di chi non si rassegna alla devastazione attuale.
Conduco l'operazione a tratti veloci e con una elaborazione prevalentemente evoca

GLI ATTEGGIAMENTI Dl FONDO

Tutti sappiamo che i fatti parlano in modo strano. La loro voce è fortemente condizionata da colui che li interpreta. Quando uno dice «questi sono i fatti», spesso sta parlando di sé.
Per dare voce pastorale alla ricerca, sollecitando ciascuno a districare i dati dal sottile intreccio delle mie interpretazioni, sento il bisogno di elencare alcune mie scelte di fondo.

Simpatia e realismo

I risultati della ricerca ci fanno innegabilmente problema: mandano deluse molte nostre attese.
Come educatori della fede, inseriti in una lunga tradizione pastorale, sappiamo già molte cose a proposito di peccato e di riconciliazione: le esprimiamo tutte le volte che raccomandiamo la pratica della penitenza, parliamo della salvezza, celebriamo il sacramento della riconciliazione.
La ricerca sottolinea invece la crisi di questi modelli teologici e antropologici. Qui sta il problema.
Ci troviamo allo scoperto.
Dobbiamo e vogliamo intervenire. Ma non sappiamo dove mettere le mani. Non possiamo riprendere il cammino, ignorando i temi tradizionali. Temiamo giustamente di imbarcarci in un'avventura disperata, con il rischio di approdare lontano dall'esperienza cristiana.
Ma non possiamo neppure riaffermare tutto come se la crisi non ci fosse, come se bastasse alzare di più il tono della voce per scatenare una inversione di tendenza.
Ci troviamo in una posizione di stallo, senza alternative praticabili?
Propongo una prima scelta di campo che apre una timida via di uscita.
Proviamo, per un momento, a sospendere quelle nostre attese che la ricerca manda deluse, per leggere la situazione con simpatia e con realismo.
Se l'analizziamo con simpatia, scopriremo quanti preziosi suggerimenti questi giovani ci offrono. Come credenti, riconosciamo così lo Spirito presente nella, storia, all'opera per far nuove le cose.
Dobbiamo solo coglierne i segni.
Sappiamo però che il tempo è segnato dall'ambivalenza. Tutti ne soffriamo. I giovani della ricerca sono condizionati da molti limiti personali, culturali, strutturali. Non possiamo perciò rinunciare ad un servizio critico, per sollecitare ad uscire dall'ambivalenza.
Per questo leggiamo con molto realismo i dati della ricerca.
Accogliamo tutto con simpatia, come segno dello Spirito. Tutto verifichiamo realisticamente alla luce di eventi che misurano il nostro limite.

Esigenze di rinnovamento coraggioso

Se confrontiamo i risultati di questa ricerca con quelli di altre vicine nel tempo e nell'ambito, è facile arrivare ad alcune interessanti costatazioni.
È chiaramente confermata la tendenza verso la definizione di una nuova qualità di vita, a livello personale e intersoggettivo, giocata attorno alla soddisfazione immediata delle proprie esigenze, alla ricerca di rapporti affettivamente qualificanti, al recupero di interesse per tutto ciò che riguarda la significatività e l'identità personale.
La soggettivizzazione fa da denominatore e da catalizzatore del processo. Misura anche l'esperienza cristiana. Le restituisce un terreno caro e tradizionale, ma la spinge a stemperarsi su parametri che ha sempre contestato. Nello stesso tempo, però, non ci sono dubbi circa la vastità della crisi che investe le dimensioni religiose del peccato e della riconciliazione. La cosa è certamente molto preoccupante, soprattutto se si tiene conto del fatto che il campione è chiaramente sbilanciato verso giovani socializzati in scuole ad ispirazione cristiana e in istituzioni ecclesiali.
La crisi della riconciliazione è molto più ampia e diffusa di quella che attraversa altre esperienze religiose. Le ricerche più recenti infatti danno uno spaccato abbastanza confortante circa il senso di appartenenza alla Chiesa, la partecipazione alla Eucaristia, la preghiera personale e comunitaria. Qui invece siamo a livelli molto più bassi. Perché?
Ecco una mia ipotesi, un'altra scelta di fondo.
Il rinnovamento teologico, pastorale e catechetico ha segnato il passo proprio su questi temi. Mentre attorno alla Chiesa, alla Eucaristia e alla preghiera il processo di rinnovamento è stato intenso e coraggioso, con riformulazioni capaci di recuperare le sensibilità culturali diffuse, sul tema del peccato e della riconciliazione si è proceduto con ritmi lenti, dettati spesso da vecchie paure e da burocratici adempimenti.
Quando l'offerta è lontana dalle attese e non profuma di vita, la domanda la rimuove, cercando nelle cisterne screpolate quello che serve per saturare un desiderio mai spento.

Rievangelizzare la riconciliazione

La terza scelta di fondo parte dalle conclusioni appena suggerite.
L'evangelo della riconciliazione va proclamato con coraggio e fermezza, per riportare l'uomo distratto o presuntuoso alla radice dei suoi mali e per ricostruire una speranza che supera la disperazione e la rassegnazione.
I giovani della ricerca ne hanno molto bisogno, proprio perché non ne sono più consapevoli.
La comunità ecclesiale, provocata da questi fatti, sente impellente la gioia di evangelizzare la riconciliazione.
Essa non può però ripetere le parole di sempre, come se nulla fosse cambiato. I risultati della ricerca mettono sotto giudizio proprio la qualità dell'offerta. Se i giovani socializzati nelle istituzioni religiose sono come quelli che vivono ai margini delle comunità ecclesiali, viene il dubbio che la parola pronunciata non abbia nulla da dire, sia una comunicazione senza messaggio, scateni un dialogo tra sordi.
Il silenzio non può pagare. Come non può pagare il parlare con parole inespressive, lontane, astratte e inverificabili.
La «parresía evangelica» è profezia e concretezza nella stessa parola. È fedeltà a Dio e all'uomo di oggi in un'unica radicale fedeltà.
Così diventa «buona notizia» che provoca e consola, inquieta e rassicura, espande la vita e restringe il campo della morte.
L'impresa non è facile.
Tutti, anche se a titoli diversi, siamo impegnati a tentarla, mettendo in gioco esperienza e riflessione, fedeltà e creatività.

IMPRESSIONI SUL PIANO PASTORALE

Ho ritagliato una piattaforma di lavoro con tre impegnative scelte di campo.
Ora mi rimbocco le maniche e incomincio a raccogliere i fogli che la folata di vento mi ha scombussolato. Mi sono organizzato per non lavorare inutilmente.
Suggerisco alcune valutazioni a caldo, sul piano educativo e pastorale. Esse, se condivise, possono aprire prospettive di lavoro.

La presunzione porta alla soggettivizzazione

I giovani della ricerca sono stranamente presuntuosi. Questo è il loro limite e, secondo me, la ragione della sbandata nella soggettività. Mi spiego.
A differenza dei loro coetanei del primo fervore politico, questi giovani sembrano portati ad affidare il bene e il male alla solidità delle proprie mani: al proprio impegno, ai progetti, alla responsabilità. Sono dei grandi volontaristi... anche perché essi sono per se stessi l'ultima spiaggia di sicurezza, dopo il crollo di tanti miti.
Quando non ce la fanno più (e capita spesso, a loro come a noi), abbassano il livello dei progetti. Li ridimensionano, aggiustandoli di più su misure sopportabili.
Soggettivizzano bene e male perché vogliono sentirsi responsabili operatori del bene e del male.
La coscienza del limite non apre la invocazione, ma riporta con più intensità verso la propria identità.

Limiti e pregi di un modo concreto di definire il «peccato»

La seconda impressione rimette in questione la qualità della nostra offerta.
Peccato, riconciliazione, salvezza sono espressioni del vocabolario ecclesiale tra le più usate. Spesso però sono parole che non producono messaggio perché è lontano l'universo semantico dei due interlocutori e risulta sfasato il riferente.
Molti giovani le sentono come parole vuote, disincarnate, lontane dal frastuono della loro vita quotidiana.
I giovani della ricerca tentano di dare carne e messaggio a queste formule. Peccato e riconciliazione diventano cose concrete, legate alle esperienze. Ritornano parole su cui è possibile operare un confronto. Si può essere d'accordo o in disaccordo; ma non si può restare indifferenti, come invece capita quando le sentono risuonare nelle nostre assemblee.
Questo è un dato certamente positivo. Davvero ci educano ad un parlare sensato. Su questo messaggio possiamo valutare meglio il rapporto tra simbolo e referente. Possiamo cioè meglio verificare cosa viene considerato peccato e cosa non lo è, per questi giovani.
Ci accorgiamo così dei limiti presenti nei modelli antropologici da loro utilizzati.
Faccio degli esempi:
- prevale una ricerca di autorealizzazione in termini fortemente soggettivizzati a scapito di confronti oggettivi e normativi;
- è carente la dimensione strutturale come se i rapporti interpersonali potessero essere risolti fuori dai condizionamenti politici, economici, culturali;
- è carente il riferimento alla «natura delle cose», come «grembo vitale» di ogni esistenza personale e intersoggettiva;
- è carente il riferimento alle dimensioni trascendenti della vita, per risignificare i dinamismi storici. Dove, è presente un richiamo al trascendente in termini cristiani, è espresso spesso in modelli molto dualistici, che ci riportano ad una pericolosa disintegrazione tra fede e vita.
Denunciando queste carenze non sono pessimista. Per due ragioni.
Non mancano le eccezioni in questa generale linea di tendenza. E, inoltre, valuto molto interessante il bisogno di dare carne alla riconciliazione. La presenza educativa della comunità ecclesiale può far evolvere in progressiva maturazione tutto il processo, controllando i limiti denunciati.

Gesù Cristo è il grande assente

Quello che più di tutto mi preoccupa lo esprimo nella terza costatazione, senza troppe sfumature.
Gesù Cristo sembra il grande assente, quasi non avesse niente da dire attorno ai temi della riconciliazione.
I giovani parlano di peccato, di perdono, di salvezza senza chiamarlo in causa. La cosa è aggravata dal fatto che si tratta di un campione largamente socializzato nelle istituzioni ecclesiali.
Questo è molto triste. Per il credente Gesù Cristo è là ragione della nostra salvezza: è in causa nel mio peccato ed è l'annuncio della vita nuova.
Qualcuno invece riesce a parlare di questi eventi, senza minimamente coinvolgerlo.
Non credo che si possa concludere dicendo: nelle istituzioni formative da cui provengono questi giovani si parla troppo poco di Gesù Cristo.
Questa conclusione mi consolerebbe.
Purtroppo ho paura di dover affermare al contrario che nelle comunità ecclesiali si parla qualche volta così male di Gesù Cristo che i giovani non costatano riflessamente la sua presenza, quando raccontano la loro vita.

La crisi delle mediazioni ecclesiali

Come conseguenza del processo di soggettivizzazione è in crisi il riconoscimento della funzione della comunità ecclesiale.
Nella definizione del processo di riconciliazione i giovani della ricerca danno poca rilevanza alla mediazione ecclesiale: alle sue proposte per determinare il peccato e ai suoi gesti rituali per celebrare la riconciliazione. Basta pensare all'indice davvero basso di pratica sacramentale e alle ragioni, molto soggettive, che adducono coloro che si confessano di tanto in tanto.

LE SFIDE PASTORALI: IMPERATIVI PER L'AZIONE

Stiamo conducendo una riflessione pastorale. La fedeltà al suo statuto mi chiede una doppia preoccupazione.
Da una parte, rileggo i dati dalla prospettiva del processo pastorale, per ricavare impressioni dalla parte di colui che sa di avere un progetto preciso e ordinato in cui vivere la riconciliazione.
Dall'altra, riconosco nei dati dei segni, da interpretare e autenticare. Questo interpella il mio progetto: lo sfida. Scopro l'esistenza di dimensioni particolarmente impegnative su cui operare, per ricollegare il progetto alla attuale situazione, per restituire al progetto la sua carica profetica.
Tracciando alcune impressioni, ho già assolto al primo compito.
Devo ora impegnarmi nel secondo, per far emergere le sfide più urgenti.
Non intendo suggerire cose da fare. Ma solo direzioni di intervento.
Lascio la grossa fatica della proposta contenutistica e metodologica a coloro che interverranno dopo di me.

Imparare a parlar bene di Dio

La prima sfida raccolta è questa: dobbiamo imparare a «parlar bene del Dio di Gesù Cristo».
Per aiutare i giovani a percepirlo presente nei loro peccati e nella loro speranza di riconciliazione, dobbiamo rivelarglielo coinvolto nelle trame della loro vita quotidiana.
Questo è importante. Ma non è tutto.
Spesso è stato cacciato violentemente dalla porta, perché era stato incontrato come colui che riempie le strade delle nostre città di divieti strani ed in modo ossessivo ne controlla l'osservanza.
Parlar bene del Dio di Gesù Cristo significa dare le ragioni di una presenza che resta dalla parte della vita anche quando costringe a crescere nella direzione di una responsabilità adulta.
Dobbiamo parlar bene di Dio anche quando denunciamo il peccato in nome della croce di Gesù. Questo comporta il coraggio di riscrivere il capitolo della «offesa di Dio» che è il peccato, dando ragione in modo più adeguato della passione che lo porta a «soffrire» quando l'uomo è tradito e travolto.

Educare alle mediazioni

Un secondo recupero urgente è quello relativo alle mediazioni ecclesiali. Anche questa è una grossa sfida, perché investe il progetto di salvezza in uno dei suoi dinamismi centrali.
Il tema è molto vasto e impegnativo. Come ho già detto, voglio solo aprire una riflessione sottolineandone possibili direzioni operative.
Mediazione è tutto ciò che serve a collegare due realtà distanti, che hanno bisogno di avvicinarsi e di comunicare.
Il riavvicinamento non è operato in modo strumentale, come il telefono mette in comunicazione due persone fisicamente lontane. Non è una azione solo funzionale.
Mediazione è l'esito del processo: la nuova realtà prodotta in cui i lontani sono diventati vicini. Le due realtà lontane, nell'incontro reciproco, cambiano e si superano. Questa novità le fa vicine.
Per comprendere il senso cristiano di queste affermazioni, basta pensare alla grande «mediazione» che è Gesù Cristo.
Dio e l'uomo sono realtà lontane. Dio è assolutamente inaccessibile. L'uomo non può conoscerlo personalmente né incontrarlo. È lontano da Dio come creatura e gli è lontano per la decisione suicida di rifiutare nel peccato ogni proposta di incontro.
Gesù congiunge Dio con l'uomo nella sua persona perché è Dio e uomo nello stesso tempo. Non solo porta Dio all'uomo e l'uomo a Dio. Ma egli è Dio che si rivela all'uomo e l'uomo che accoglie il dono di Dio e si apre incondizionatamente a lui.
Se le cose stanno così, il recupero della mediazione ecclesiale comporta un processo di cambio nei giovani e nella comunità ecclesiale, per costruire un luogo nuovo d'incontro.
Si dovrebbero dire tante cose a questo proposito.
Ne indico solo due: una esigenza educativa per i giovani e una esigenza di credibilità per il ministero ecclesiale della riconciliazione.
Prima di tutto è importante aiutare i giovani a ricomprendere come la soggettività umana si svolge dentro processi e condizionamenti che la superano e la misurano. Questo carattere «oggettivo» della nostra vita non è il suo limite, ma la sua verità. Non è una imposizione malvagia né il frutto bizzarro del caso, ma un dono d'amore, che mi porta a riconoscere nell'altro l'ospite gradito della mia esistenza e nelle cose il suo grembo vitale.
Dalla parte della comunità ecclesiale ricordo che l'educazione al recupero delle mediazioni passa necessariamente attraverso l'esperienza della loro credibilità.
Solo una comunità ecclesiale percepita dai giovani come il luogo dove essi esperimentano la riconciliazione evangelica, nelle parole che pronuncia, nei gesti che pone, nel clima che costruisce, solo questa comunità può proporsi come lo spazio in cui ciascuno è sollecitato a riconsegnare fiduciosamente la propria soggettività per un confronto più allargato, un incontro più rassicurante, uno stimolo più interpellante.
Sogno una comunità ecclesiale che mi si offra come il luogo di una accoglienza tanto incondizionata da provocarmi quotidianamente alla conversione.
Un amico, studioso di Bibbia, mi ha passato una informazione affascinante: nei Vangeli sinottici e negli Atti la parola «peccato» viene usata quasi esclusivamente in rapporto al «perdono dei peccati».
La storia del figlio che scappa di casa per ubriacarsi di libertà, esprime quello che Gesù pensava del peccato. Ma la storia non finisce nel tradimento, nella fuga, nel libertinaggio, nella solitudine: nel peccato. Deluso, ritorna a casa e si ritrova tra le braccia del padre. Lo aspettava. Non gli permette neppure di invocare il suo perdono, perché gli basta il gesto del ritorno. Lo sprofonda in un abbraccio accogliente e ordina una gran festa.
Mediazione è questa festa dell'accoglienza, dove tutti sono tornati nuovi.

Abilitarsi a vivere nella finitudine

Un impegno educativo urgente va poi giocato nella ridefinizione del modello d'uomo verso cui tendere.
Ho l'impressione che sia troppo facile parlare in termini duri, sicuri, deduttivi, come se l'uomo operasse nella logica dei calcolatori: programmato bene, dà i risultati sperati; altrimenti è fuori uso e va rimpiazzato.
La verità dell'uomo è la sua finitudine: l'esperienza della povertà, dell'inquietudine, della fragilità, del procedere incerto a tradimenti e ritorni. Tutti noi sogniamo il bene e ci misuriamo quotidianamente con il male...
Riconquistata la verità di se stessi in termini di finitudine, possiamo «invocare» una salvezza che ci supera, che ci investe per dono, che accogliamo a braccia aperte. L'evangelo di Gesù qui sta di casa perché è la grande affascinante notizia che Dio ci ha amato e ci ha riconciliati quando eravamo peccatori.
Non ci ha chiesto di cambiare per poterci amare. Ci ama. E questa esperienza ci riempie il cuore di una grande nostalgia di vita nuova.

Rinnovare la prassi celebrativa

L'ultima sfida investe le modalità con cui celebrare la prassi penitenziale. Una cosa è certa: per molti giovani sembra un capitolo chiuso.
Non credo che lo riapriranno solo perché saranno tempestati di nuove raccomandazioni.
Qualcosa deve cambiare in loro; e l'ho ricordato a battute veloci.
Qualcosa deve cambiare però anche nei modelli celebrativi.
Penso soprattutto ad una integrazione più intensa tra gli atteggiamenti di riconciliazione nella vita e il sacramento della riconciliazione. I temi della pace, del perdono, dell'incontro, della condivisione e del dialogo sono su questa linea.
Penso ancora al recupero della funzione educativa, di giudizio, di guida e di sostegno affidata da sempre a questo sacramento.
Penso alla figura del sacerdote «celebrante», ai tempi, ai modi, al ritmo, ai luoghi: a tutte quelle dimensioni che troppo spesso abbiamo sprofondato negli angoli bui di vecchi confessionali.
Molte indicazioni preziose emergeranno dagli interventi che seguono.

CONCLUSIONE: DALLA PARTE DI ZACCHEO

Ho lanciato delle battute, senza nessuna pretesa di organizzare un progetto.
Troppi elementi sono in causa, per poter presumere un'operazione diversa. L'ho fatto con una intenzione a cui tengo molto. Chi crede all'Incarnazione, sa che se vuole parlare dell'amore di Dio deve faticosamente imparare il dialetto del suo interlocutore. E sa che la solidarietà di Dio con l'uomo è così intensa e sconvolgente che senza nessuna paura Gesù di Nazareth può dire a tutti, come ha fatto quella sera a Gerico: Zaccheo, scendi in fretta, perché ho deciso di venire a cena a casa tua.
Zaccheo era un poco di buono: per il mestiere che faceva e per il modo con cui l'esercitava. Accolto prima di ogni giudizio, si è riconciliato con sé, con quelli che aveva derubato e quindi con Dio.
Non vi sembra che anche i pochi alberi delle nostre piazze siano pieni di giovani che stanno a curiosare, aspettando qualcuno che loro ricordi, almeno vagamente, Gesù di Nazareth?

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