Giancarlo De Nicolò

(NPG 1983-10-4)


Perché la narrazione nella pastorale giovanile? I motivi, in fondo, possono essere ricondotti a due: o è l'uso di un termine alla moda, di effetto; o è la riscoperta di una dimensione importante e forse un po' dimenticata.
Per vedere in quale direzione ci si sta muovendo, un indizio può essere in questo caso la riscoperta della narrazione (e di ciò che ad essa è legato) nella cultura «di fuori», in ambiti che nulla hanno a che fare con la pastorale.
Questa riscoperta allora è probabilmente la «spia» non solo della novità suggestiva di un termine felice, ma di una ricomprensione che la cultura ha di se stessa, e di una ricomprensione che l'uomo ha della sua identità.
È necessario allora una descrizione e una interpretazione di quei fatti che, in ambiti diversi, hanno portato alla riscoperta della narrazione, come di un nuovo modo di comunicare, di collocarsi nella storia.

La narrazione come radicamento nella storia e schema interpretativo

L'elemento di fondo della riflessione è dato dalla convinzione che non esiste la narrazione in sé, ma essa è sempre narrazione «di qualche cosa». Essa possiede come una sorta di intenzionalità particolare che si porta dentro. Come il concetto che ha sempre un contenuto, anche se in forma particolare (come direbbero i filosofi); o come la coscienza, che è sempre coscienza di qualcosa, come insegnano i fenomenologi.
In particolare, la narrazione è la forma di comunicazione in cui vengono detti, affermati, non concetti, verità o norme astratte per quanto universali, ma il cui contenuto è una storia, delle storie. La narrazione in quanto tale è sempre racconto di storie di personaggi, di fatti, di eventi.
Questo primo dato richiama già sufficientemente almeno un fatto: la capacità e la forza di persuasione che hanno le vicende narrate, verso le quali scattano potenti meccanismi di identificazione. E ciò costituisce uno degli elementi essenziali di ogni comunicazione che abbia un certo grado di efficacia, e quindi dello sviluppo della cultura.
La storia personale si intreccia così efficacemente con la storia che è narrata, e in certa parte anche con la storia del narratore.
La storia della società e della cultura (in quanto appresa, interiorizzata e trasmessa) può essere detta rileggendola nei termini di una comunicazione narrativa, e di una identificazione profonda ai significati, norme e valori incorporati.
Ma vi è un motivo ancora più profondo dell'importanza della narrazione nella autocomprensione della cultura e dell'uomo, che non la sua efficacia emotiva sugli ascoltatori e di identificazione.
Le storie raccontate, quando la narrazione è significativa ed autentica, sono in genere eventi archetipi, cioè eventi-modello in base a cui le nostre esistenze tendono a interpretarsi e ad ordinarsi. Sono forme archetipe in cui è modellata una concezione del mondo, un insieme di definizioni della realtà, di norme e valori su cui è strutturata la nostra esistenza: e senza l'ordine significativo di esse il mondo e le persone cadrebbero nel caos di ciò che è senza significato, vuoto, informe. Ciò vale evidentemente soprattutto per i grandi miti della nostra storia e della nostra civilizzazione, ma anche per le storie della nostra storia personale e quotidiana.
La narrazione risponde a quel bisogno di radicamento nella storia senza del quale l'uomo è immerso nella totalità priva di significato di cui parla Weber. Il nostro radicamento nella storia (e quindi nell'ordine del cosmo) è garantito da quell'insieme di storie, di narrazioni che modellano la nostra immagine del passato (e quindi della vita) sugli schemi del racconto.
La mancanza del rapporto fondato con la storia (mediato da una stretta impalcatura narrativa) non porterebbe infatti l'uomo alla nevrosi, la civiltà all'angoscia?
Ma a loro volta i miti, le storie narrate, hanno la ricchezza di un simbolismo che non permette soltanto il radicamento nella storia, ma la stessa possibilità di trascenderla.
Anzi, è proprio la possibilità della trascendenza (adombrata e significata nei simboli) che permette, a diversi livelli, il superamento della natura biologica dell'uomo, il radicamento nella storia, la comunità e la società, la cultura, la possibilità stessa dell'esperienza di un «totalmente altro».
I simboli, nascosti nei miti e nelle storie narrate, collocano e interpretano il posto dell'uomo nell'universo.
Ma di essi non si può dire (dimostrare, spiegare), si può solo narrare.

L'azione educativa come processo di comunicazione

La produzione di analisi della condizione giovanile è ormai abbondante nel tentativo di descrivere e interpretare, soprattutto sociologicamente, le componenti della condizione culturale e strutturale dei giovani stessi.
E abbondano anche termini di definizione globali attraverso categorie come nichilismo, assenza di prospettive, richiusura nel privato, individualismo.
Ma è anche possibile una interpretazione della condizione giovanile non utilizzando propriamente categorie di tipo sociologico: forse così è maggiormente visibile il collegamento dell'esperienza e dell'identità del giovane con il più complesso ambito di socializzazione in cui avviene effettivamente la maturazione dell'individuo e la nascita dell'identità in un rapporto con l'altro importante, con le istituzioni e la cultura che la mediano. Utilizzando in una parola categorie interpretative legate alla concezione della società e della cultura come ambito di comunicazione.
Così, la chiusura, tipica del giovane nella sua bramosia di esperienze individualistiche, nella sua ricerca di identità e appartenenza individualistica o di piccolo gruppo, nella sua chiusura in una soggettività i cui confini sono disegnati dai bisogni primari e indotti, dove unico limite è l'allargamento e potenziamento del desiderio, può essere interpretata più globalmente come una crisi di rapporto.
La chiusura infatti all'interno del mondo vitale quotidiano può essere intesa come un problema irrisolto di transizione col sistema sociale, e quindi come mancanza di radicamento nella cultura, tradizione e storia che in fondo esso media.
Mancanza di collegamento che si può definire anche come crisi di comunicazione e di linguaggio tra giovani e adulti (i giovani come rappresentanti del mutamento, della novità, gli adulti delle tradizioni e della continuità: entrambi necessari per la sopravvivenza della cultura e in definitiva della storia): dal momento che entrambi sono espressioni di soggettività diverse.
Evidentemente è una mancanza di comunicazione che non avviene a senso unico, dai giovani verso gli adulti (lo schema interpretativo delle loro esperienze di vita, di ricerca di identità, li colloca su un piano diverso da quello sperimentato dagli adulti), ma anche da parte degli adulti verso i giovani. Si parla così da entrambe le parti di «impossibilità di comunicare», di barriere di comunicazione, di crisi generazionale.
Così, se l'impressione che ne risulta fosse quella di una «colpa» da parte del giovane verso l'adulto, bisognerebbe subito correggerla con la sottolineatura di «colpe» anche da parte dell'adulto verso il giovane, della incapacità di comunicazione anche di tipo verticale.
Basta pensare alla creazione di una cultura (che si suppone da parte degli «adulti») che ha privilegiato il dominio rispetto al senso, il valore di scambio rispetto a quello d'uso; oppure al tipo di comunicazione che avviene in modo impositivo rispetto a quello dialogico/rispettoso delle differenze; all'incapacità di gestire i processi inculturanti e socializzanti, magari ponendo in atto, nella relazione educativa, processi di disconferma del giovane nella sua domanda di riconoscimento, o nella presunzione di una simmetria educativa che non tiene conto della diversità.
Davanti a queste «barriere comunicative», l'esigenza è allora di ricuperare una dimensione di «ponte» tra realtà e piani diversi, di una comunicazione in cui gli aspetti relazionali e di contenuto siano rispettati e accolti. In una parola, la narrazione come desiderio di superamento della barriera comunicativa nel rapporto educativo e generazionale in genere.

La crisi dell'azione pastorale come crisi di comunicazione e di linguaggio

L'analisi della crisi dell'azione pastorale ha assunto in questi ultimi tempi più precise indicazioni, si è mostrata in tutta la sua ampiezza e profondità.
È una crisi infatti che non tocca soltanto, come si tentava di risolvere nel passato, la risposta dell'uomo al dono interpellante di Dio, ma la proposta stessa dell'evento di Dio.
Si possono individuare alcune ragioni che rendono difficile la «comunicazione», il «dialogo» tra il messaggio di salvezza proposto e chi ne dovrebbe essere destinatario.
A tutte queste ragioni di crisi o di disturbo si pensa che il modello della narrazione (con tutto ciò che è implicato in esso) possa essere di aiuto per una soluzione.
Una prima ragione riguarda la struttura del «messaggio» stesso, se si vuole anche solo considerato a livello linguistico.
Ciò che evoca il messaggio (ad esempio il Vangelo), espresso in simboli (per lo più di tipo linguistico, ma non solo), risulta oggi quasi del tutto indecifrabile, appunto perché espresso in una struttura linguistica (quindi di interpretazione, di senso, di vita) lontana da quella di oggi. Non solo, ma chi accoglie il messaggio e lo riformula nella propria esperienza etica, utilizza codici simbolici abituali alla condizione giovanile, cioè in termini di frammentazione e soggettivizzazione, dimenticando per ciò stesso la pretesa di unitarietà, globalità e oggettività che si presume tipica della fede.
La comunicazione pertanto non avviene appunto per la mancanza di una «sovrapposizione semantica» dei significati intesi dall'emittente e dal ricevente.
Un ulteriore problema è posto dal fatto che la produzione di senso (oltre che di significati immediati) è fatto tipico e inalienabile dell'uomo, che non può rinunciare ad essa senza venir meno alla propria umanità.
D'altra parte la fede si presenta come un progetto organico, un'offerta di senso definitivo e concluso, che sembra superare e inglobare i progetti non ultimi, i significati non definitivi. È questa la ritraduzione odierna della critica alla religione elaborata per esempio da Sartre e in genere dall'esistenzialismo.
La fede da una parte non può perdere la sua forza interpellante di fondo ed essere ricondotta ad un ulteriore senso «accanto» agli altri sensi prodotti ed elaborati dall'uomo e dalla storia, né può d'altra parte essere rivissuta in termini frammentati e troppo disorganici.
Un'ultima ragione di crisi dell'azione pastorale può essere ricondotta alla mancanza di strutture di mediazione: cioè di luoghi, esperienze, istituzioni che diventino strutture di attendibilità capaci di suscitare e permettere l'elaborazione di ulteriori segni ed esperienza in cui si possa dire, esprimere e comunicare la fede, la salvezza.
Strutture di attendibilità in fondo che non soltanto permettano o producano il necessario processo di identificazione, ma lo sostengano e lo conservino al di là dei momenti iniziali e altamente coinvolgenti e significativi. In fondo, lo stesso gruppo, come struttura più efficace, può risultare inadeguato o talora produrre ulteriori disturbi, quando non sia vissuto come «veramente ecclesiale» e come capace di avviare quella transazione tra soggettività e collettività più ampia.
Si pensa oggi che ciò che è implicato nella «narrazione» come modello di comunicazione possa aiutare se non altro ad individuare il problema, se non a porre le premesse per la sua soluzione.