Giancarlo De Nicolò

(NPG 1983-7-4)

 

Preciso anzitutto il senso e i limiti di questo intervento, per chiarire di quali fatti si vuole parlare, e per non caricare di troppo peso i dati e le riflessioni che vengono presentati.
Non si tratta di una lettura sociologica della condizione della giovane donna: ciò esigerebbe di analizzare i mutamenti delle formazioni sociali fino a quella contemporanea, e la posizione sociale della donna che deriva da queste modificazioni, sia da un punto di vista di collocazione oggettiva, che di analisi culturale e di coscienza soggettiva.
Né più in particolare si tratta di una precisa attenzione alla evoluzione dei gruppi ecclesiali, con riguardo alla situazione in essi della donna.
Ma piuttosto di una serie di annotazioni e testimonianze su una situazione di fatto presente oggi in certi gruppi ecclesiali: rendere conto cioè di un fenomeno che per alcuni versi si traduce in insoddisfazione globale, per altri in acquiescenza.

Un'identità oscillante

In altri termini sembra che la coscienza soggettiva della ragazza dei gruppi ecclesiali si collochi oggi lungo una linea che va dalla ripresa di temi tipicamente femministi, la cui mancata realizzazione genera un sentimento di disagio o rabbia, all'accettazione quasi incondizionata di un ruolo di subordinazione e dipendenza, alla fine securizzante, come se le battaglie degli ultimi anni in tema di femminismo fossero state combattute inutilmente.
Alla base probabilmente vi sono problemi non risolti di identità: anche la giovane che avverte maggiormente il peso di una strutturazione «maschilista»» del gruppo non è facilmente portata a polemizzare, a partire lancia in resta contro questo stato di cose: o perché si ritrova a combattere da sola, o perché ha paura di essere esclusa.
C'è chi ha parlato di identità monca, sempre oscillante tra il desiderio di una presenza effettiva e qualificata (e dell'accettazione di essa), e il ritorno a posizioni di resa, come se la domanda globale della donna si fosse rinsecchita.
In questo contesto sono forse da leggere sia il cosiddetto «riflusso femminista», sia la ricerca di spazi e momenti propri, di riflessione e ricerca di gruppo tra sole ragazze.
Evidentemente il giudizio di resa o di riflusso è da parte delle più adulte (che magari hanno vissuto fasi più esaltanti di ricerca e lotta femminista anche all'interno di gruppi ecclesiali, in un tentativo di ridefinizione dei ruoli e delle identità) verso le più giovani, che a loro avviso «si sono sedute», accettano tutto. Ma d'altra parte le più giovani stesse probabilmente si trovano in una situazione più favorevole, in cui non esistono più grosse contraddizioni o in cui pesa troppo la condizione di donna, si sentono accettate, non se la sentono di rischiare, non avvertono forse neanche il problema: l'ambiente dove vivono, si incontrano, lavorano insieme, si presenta insomma sufficientemente tranquillo. In una parola, l'«emancipazione» raggiunta non suscita per il momento desideri ulteriori di «liberazione».
Non è facile descrivere questa situazione che sembra di stasi.
Ci limiteremo ad alcune osservazioni ed analisi di comportamento, sulla scorta delle testimonianze di due gruppi di ragazze: le prime sui 25 anni e le seconde sui 16-18. Incominciamo dall'esperienza vissuta dalle prime.

I GRUPPI ECCLESIALI: ANNI '70

Il centro giovanile negli anni '70 è una realtà ben consolidata all'interno delle strutture ecclesiali, con una fisionomia e un'identità ben precisa, derivata soprattutto da una maggior consapevolezza delle proprie forze (dopo l'esplosione sessantottesca), dalla maturazione di sé come soggetto attivo nell'ambito politico ed ecclesiale, dall'apertura a nuove realtà sociali (i giovani operai, il quartiere, il Terzo Mondo), dal desiderio di partecipazione e protagonismi (volontariato, obiezione di coscienza, servizio civile).
Lo stesso discorso per molti versi si potrebbe ripetere per le varie associazioni e movimenti nell'ambito ecclesiale.

Il peso della tradizione e delle strutture maschiliste

Ma in ogni caso al centro giovanile predominano strutture «maschiliste»: la presenza delle ragazze, in quanto presenza «femminile», anche se numericamente comincia a diventare rilevante, non è decisiva per l'immagine e l'identità del gruppo.
Importante è il peso della tradizione: la ragazza timidamente si affaccia, soprattutto se ha vissuto finora in gruppi di sole ragazze, in un ambiente che è tradizionalmente maschile: è raro infatti il caso in cui è il ragazzo che si «trasferisce» in una struttura di gruppo femminile. L'oratorio, la sala giochi, i luoghi di incontro a accolgono» la ragazza, ma la comprimono in norme e usi, spesso, tipicamente maschili.
Del resto il ragazzo è presente lì fin da bambino, si esprime in svariate attività; gli animatori sono in maggioranza maschi, le figure carismatiche sono maschili.
La ragazza è impegnata quasi solo nella catechesi (e per lo più solo per la scuola elementare), e poi se ne torna a casa (essendo terminato il suo servizio), non sente «suo» l'ambiente; le decisioni più importanti per l'attività del gruppo o la programmazione del centro giovanile vengono prese alla sera, quando è impensabile che le ragazze siano ancora in giro; l'animatrice più grande o la suora si limitano a «guardare», non posseggono l'abilità dialettica dei maschi, si sentono «tagliate fuori», e accettano lo scotto del silenzio in vista di una possibile futura presenza più attiva.

L'irrompere del femminismo

Ma è una situazione che è ricca di fermenti innovativi.
La ragazza studente delle secondarie o all'università avverte nell'aria nuovi discorsi: è l'irrompere del femminismo, con una nuova presenza femminile che invade la vita quotidiana e le manifestazioni di essa.
Gli attenti osservatori della scena sociale avvertono la presenza di un nuovo soggetto storico: piccole ma battagliere minoranze che si fanno sentire, risvegliano una coscienza sopita, portatrici di una nuova dinamica culturale e sociale che si allarga a macchia d'olio, costringono la massa (anche femminile) a prendere posizione.
Lo strumento nuovo di lettura della condizione femminile è l'analisi della vita quotidiana, del privato separato dal pubblico, della famiglia come luogo storicamente deputato alla gestione del privato e alla difesa della sua separatezza dal sociale. Esso permette di analizzare con maggior acutezza in ogni frammento del dato quotidiano la situazione di dipendenza e subordinazione della donna, cristallizzata in ogni aspetto della cultura e della società.
Questo strumento di indagine diventa politico nel momento stesso della sua utilizzazione; esso produce confronto e quindi aggregazione che permette la crescita del movimento. Così che se da un lato si approfondisce e si allarga il campo di osservazione della donna, dall'altro si instaura una pratica cosciente di vita di gruppo, che rompe l'isolamento e si fa movimento di lotta.
Conseguenza immediata è il proliferare dell'associazionismo femminile, e l'accresciuta coscienza di forza della giovane negli altri gruppi.
Esse non sono più disposte ad accettare un'immagine di sé stereotipa, un ruolo obbligato, un rapporto di soggezione verso l'uomo. Inizia così anche una trasformazione dello stesso comportamento di coppia e uno scadimento dell'autoritarismo maschile, con la conseguenza finale di una modificazione dello stesso comportamento (ed ultimamente di identità) di un numero notevole di uomini.

Il gruppo giovanile come luogo di verifica

Lo scontro è inevitabile: il centro giovanile e il gruppo diventano luoghi in cui si portano «dentro» le discussioni e le battaglie di fuori. Non si fanno «dentro» i gruppi di incontro o di autocoscienza gestiti da sole ragazze, i collettivi di cui si fa .' esperienza «fuori»: ma il gruppo giovanile diventa la prova del fuoco, il campo di battaglia in cui discutere e analizzare, verificare la nuova coscienza femminile. Ci si fa aiutare magari da esperti, che affrontano tematiche come i rapporti uomo/donna (e già il parlarne è sintomo che la realtà del rapporto non è più intoccabile, scontata, ma soggetta a verifiche di tipo collettivo, significa che qualcosa «non andava più»).
Ci si rende conto che lo spazio per le ragazze è poco, che essa è compressa e limitata, che molte cose sono da mettere sotto discussione.
I maschi ci stanno perché non possono fare a meno, pur conservando un senso di superiorità o di facile ironia sulle «pretese» delle ragazze, tacciandole magari come «femministe».
I temi di discussione diventano prevalentemente quelli sull'identità di sesso, sulla gestualità e linguaggio, sulle modalità diverse di vivere ed esprimere l'amicizia e l'affettività (sentito come una forzatura e un obbligo di adeguamento al modello di fare maschile), l'attività educativa, il tempo.
Sotto accusa è soprattutto il rapporto di coppia, in cui anche il ragazzo più aperto e liberale esprime magari inconsciamente una cultura antica. La ragazza punta a un rapporto fondato su valori condivisi, sull'amicizia; il ragazzo tende a giocare in esso l'orgoglio del possesso.
Qualcosa però si muove e muta: si parla di coppie aperte/chiuse, si tentano attività «fuori» (il centro giovanile non come oasi ma come punto di riferimento), si vivono solamente pochi momenti separati di coppia. È un tentativo da parte della ragazza di non restare bloccata tra il mascolinizzarsi (adeguandosi ai modi di fare e di essere dei ragazzi) e il gregarismo.

Il sentimento di una battaglia perduta

Tentativi riusciti?
L'esperienza delle protagoniste non è delle più confortanti: l'impressione è quella di esserne uscite «colle ossa rotte».
Quasi nessuna è rimasta oggi nel gruppo: chi per motivi di lavoro o di accasamento, chi per lo scoraggiamento di una battaglia perduta.
Forse anche perché l'ambiente e la struttura non è mai stata sentita come un amalgama, come il punto di riferimento affettivo, ma come luogo in cui si faceva qualcuna tra le tante attività della giornata, un momento staccato dalla vita.
Si è attuato come un «ritorno a casa» delle vecchie femministe. Con qualche nostalgia e rimpianto.
Come per Paola, 25 anni, che rivive quel passato come una serie di «occasioni mancate»: il non essere state sufficientemente intransigenti, il non aver vissuto meglio il rapporto colle altre donne, il non aver cercato una maggiore qualificazione sugli argomenti o una maggiore partecipazione ai movimenti.
Esse tuttavia sentono di poter giudicare le nuove generazioni dall'alto della loro esperienza di progettualità, di identità creata sull'opposizione, sulla dialettica e sulla lotta, di partecipazione.
Anna, per esempio, 21 anni, animatrice di un gruppo di diciassettenni, avverte acuta la differenza rispetto ai suoi diciassette anni: «C'è una grande differenza di oggi rispetto ad allora, che però non mi sento di giudicare. Manca oggi la riflessione sulla propria condizione di ragazza, come se niente oggi facesse più problema. Basta vedere il comportamento delle più giovani: c'è una ricerca ossessiva della coppia intimista, l'accettazione quasi di una impossibile realizzazione senza il maschio. Ciò è anche dovuto al fatto che il gruppo di amiche non è un gruppo di appoggio: chi vuole portare avanti certe idee deve farlo da sola».

I GRUPPI ECCLESIALI: ANNI '80

Cosa ne pensano le più giovani, le 16-18enni che vivono nei gruppi ecclesiali?
Il fatto indiscutibile è che sono davvero mutate le situazioni rispetto ai primi anni del femminismo, e le giovani sentono sempre meno svantaggioso il loro essere donna (non hanno subìto i condizionamenti educativi delle loro madri, non conoscono il vecchio separatismo delle scuole e istituzioni formative e associazionistiche, sono più libere di decidere secondo le loro inclinazioni personali e desideri, sono meno controllate nel loro tempo libero...).
Anche al centro giovanile la situazione «oggettivamente» è cambiata almeno quanto alle nuove svariate attività che sono possibili alle ragazze: esse non sono più solo catechiste, ma anche allenatrici sportive, animatrici a vari livelli; partecipano all'organizzazione e alle decisioni.

Un'ambiguità di atteggiamenti e comportamenti

Tutto roseo, dunque, tanto che non si sente più il bisogno di tornare a riflettere sulla propria condizione di donna?
Tutti problemi già risolti e superati, e antiquata è la ragazza che eventualmente ci torna sopra?
C'è dunque anche nel gruppo giovanile ecclesiale quel senso di stanchezza e di crisi che si riscontra a livello più ampio nello stesso movimento femminista (offuscamento degli obiettivi immediati, rallentamento della lotta, affievolirsi dell'unanimità interna)?
Piuttosto, attraverso molteplici testimonianze si manifesta una conflittualità che accompagna anche la più lucida consapevolezza di idee e obiettivi: conflittualità tra il bisogno di autonomia e quello di sicurezza, tra la critica al maschio e il desiderio di affetto, tra il rifiuto della famiglia e l'incapacità a staccarsene completamente. Conflittualità che per lo più si traduce nella difficoltà a dare contenuti concreti a progetti di libertà ansiosamente coltivati. Ritorna così il problema dell'identità confusa cui si accennava all'inizio: anche al centro giovanile non sono poche le ragazze incapaci a definirsi, a darsi, o anche solo a desiderare, un'identità diversa dal passato, o che mostrano un'identità assai fragile che accetta o addirittura desidera di mimetizzarsi entro un involucro imposto da altri e a tutte comune (come la moda...).
Le testimonianze delle ragazze oggi 16-18enni fanno risaltare, talora pacificamente, talora con disagio, questa confusa incertezza: segno di una rassegnata o pacifica accettazione dell'esistente?
Viscosità delle strutture e delle istituzioni, e persistenza di vecchi schemi culturali duri a morire, o situazione ottimale per le ragazze?

La permanenza di un maschilismo diffuso

L'ambiente, le strutture sono sentite ancora come maschiliste, anche se nuovi spazi sono stati aperti per le ragazze.
Le ragazze sentono di essere accettate, di valere solo se riescono a imporsi, o se entrano nel gruppo attraverso un ragazzo.
Funziona ancora come garanzia di accettazione essere «la ragazza di» (soprattutto se lui è importante).
Monica, 16 anni: «Nel liceo che frequento le ragazze sono accolte e valorizzate per quello che sono, i rapporti sono egualitari; nel gruppo invece bisogna essere "super" per essere accettate: o riuscire bene nello sport o essere particolarmente carine e simpatiche.
Resistono allora solo le più forti, quelle che si impongono; le deboli crollano, se ne vanno. E capita sovente che una ragazza è messa da parte e perde l'interesse degli altri se molla il ragazzo del gruppo o ha l'amico fuori del gruppo».
Micaela, 17 anni: «Le nostre animatrici ci avevano preparato bene, eravamo unite, pronte a sfondare. Invece siamo sfondate noi. E ci siamo trovate non più in gruppo, ma sole. E si finisce con l'andarsene o col sottomettersi».
L'ambiente è sentito come maschilista anche da chi si sente bene al centro, ed è inserito con attività varie o rapporti di amicizia, perché impone delle scelte, emargina; ma il giudizio è critico sulle pose femministe. Mirella, 19 anni: «A volte sento il peso degli scherzi, delle prese in giro, di qualche limite, ma bisogna sapersi imporre, ed essere realiste. In fondo molte volte i maschi ci prendono in giro per atteggiamenti di "femminilità frivola", ma accettano e rispettano il nostro essere "altre". Tanto più che le nostre compagne femministe vengono respinte per la durezza del loro atteggiamento e perché difendono solo idee che non sanno realizzare».
Carmela, 18 anni: «Quello che dà fastidio è che alcune si atteggiano a pose femministe, si creano il "tipo" femminile: l'elegantona, quella da discoteca, la nevrotica...».

Problemi di modelli, di identità, di coppia

Un problema grosso è ancora la mancanza di un modello di donna cui riferirsi: la figura carismatica resta quella dell'affascinante animatore o del prete. Anche l'animatrice o la suora devono essere "super" per essere accettate come modello.
Un modello tuttavia che è diverso dalla madre (che esprime ancora troppo la «casalinghità» e il ruolo domestico, ha poca indipendenza, resta sottomessa): oltre alle doti di dolcezza, di sensibilità e spontaneità, rendono affascinante il modello una qualche attività di lavoro o extralavorativa che piace e in cui realizzarsi, la capacità di sapersi organizzare, la sicurezza di sé e la coerenza della propria coscienza e ideali, il sapersi far valere da sole in ogni circostanza.
La mancanza di un gruppo di amiche in cui discutere i problemi e con cui confrontarsi, la non facile presenza di modelli di donna, influiscono pesantemente sull'identità stessa della ragazza.
«Quando una si sente rifiutata e non accolta per quello che è, allora crolla tutto, crolli anche tu, e non capisci più chi sei. Allora ci si rifugia nelle discoteche, si passano pomeriggi vuoti, alla ricerca di qualcosa o qualcuno» (Monica).
«E nelle città il rischio è ancora maggiore: ci si sente più facilmente persi, soli» (Carmela).
Un senso di solitudine anche per la difficoltà di rapporto col ragazzo.
«I problemi più grossi sono quelli di comprendere gli atteggiamenti: è facile che il ragazzo cambi umore, diventi improvvisamente muto, e tu non sai cosa fare. Ma anche la difficoltà del rapporto sta nel fatto che uno cerca di imporre le sue idee, le sue scelte, le sue amicizie, fa capire che l'attività svolta dal partner non gli piace. È un senso di possessività che non è solo del maschio verso la ragazza... anche se è la ragazza in genere che pensa di essere messa dopo tutto» (Mirella).
Però qualcosa di nuovo emerge anche dalle testimonianze: una riscoperta dell'amicizia nella coppia, della affettività e della tenerezza, la certezza da parte della ragazza di essere rispettata e ascoltata.

TRA VECCHIE SICUREZZE E RICERCA DEL NUOVO

Anche nel centro giovanile, come già si diceva, tra difficoltà, ambiguità, sicurezze vere o da falsa coscienza, si sta giocando quella ricerca di nuovo, quell'espressione di soggettività femminile che tenta di darsi un'identità non equivoca.
Le vie seguite non sono molto chiare, e vanno dal rinnegare che esiste o sia mai esistita una questione femminile, alla riproposizione di steccati e barriere di difesa dal maschio.
Due sono perlomeno le cose da rilevare come importanti.
La prima è la persistenza di una solida e consistente forza strutturale della famiglia insieme col venir meno delle legittimazioni simboliche tradizionali per tali legami («identificazione selettiva o strumentale»), e la notevole qualità dei rapporti vissuti nei gruppi di riferimento amicali o nella coppia (rifugio e securizzazione di nuovo tipo? Lenta maturazione di un'identità adulta?).
La seconda è l'interrogarsi da parte della donna in generale e della ragazza in particolare sul proprio ruolo e immagine sociale, non già interrogandosi dalla sfera del politico o dell'economico, ma primariamente dal suo rapporto quotidiano con il mondo delle cose che valgono, che suscitano affetti ed evocano sentimenti di autenticità.
Il quotidiano, i rapporti di incontro e di vita come luogo in cui faticosamente (talora ambiguamente, con ritorni all'indietro) ridire l'identità, ricomprendere la propria soggettività.
Anche nel gruppo ecclesiale.
Sembra questo il modo possibile per quello «scambio simbolico allargato» che emerge dalla domanda delle giovani.