Uguaglianza, felicità, uova e latte /1

Inserito in NPG annata 1983.


Sussidio sulla «felicità» per gruppi giovanili (prima parte)

Paola Molinatto

(NPG 1983-2-45)

 


«Giustizia, uguaglianza, felicità. Chi può dire che uno qualsiasi di questi ideali sia più vicino alla verità del suo opposto? Secondo l'intellettuale medio del nostro tempo esiste solo un'autorità, cioè la scienza, intesa come classificazione dei fatti e calcolo delle probabilità. L'affermazione che la giustizia e la libertà sono di per sé migliori dell'ingiustizia e dell'oppressione è scientificamente indimostrabile e inutile; e all'orecchio nostro suona ormai priva di significato quanto potrebbe esserlo l'affermazione che il rosso è più bello dell'azzurro o le uova migliori del latte» (Max Horkheimer, da Eclissi della ragione).

Presentiamo un sussidio sulla «felicità» adatto a gruppi di giovani (dai 18 anni in su), sostanzialmente diverso da quelli presentati in questi ultimi tempi nella rivista.
È nato dall'esperienza di un convegno di tre giorni a Torino con un trecento giovani della città e dei dintorni, rielaborato con calma, utilizzando sia il documento di base dei giovani che hanno preparato il convegno, sia gli spunti offerti al convegno dai vari lavori di gruppo guidati da un esperto su temi come il gioco, la festa, l'incontro interpersonale, il consumismo...
Pur essendo un sussidio molto lungo (lo pubblichiamo in due parti) non si tratta di materiale del tutto elaborato, pronto all'uso. Il compito che si prefigge è offrire un quadro di insieme di una possibile riflessione sulla felicità in occasione di campi-scuola, ritiri, esercizi spirituali, convegni giovanili; ed offrire una serie di spunti che dovranno essere coordinati e rielaborati a seconda delle esigenze.
Il sussidio è rivolto a gruppi giovanili, sia per il tema che affronta sia per l'impostazione data all'approfondimento circa la felicità.
Ognuna delle cinque parti di cui si compone offre del materiale sufficiente per un incontro con un gruppo di giovani.
Il cammino da percorrere, previsto dal sussidio, contempla l'esperienza come punto di partenza e punto di arrivo della riflessione.
Il rischio è di scadere nel banale.
Non è facile gestire un tema complesso come quello della felicità.
Per questo diventa necessario collocare la presente riflessione dentro il discorso dei temi generatori, così come la rivista ha fatto nel dossier di gennaio di quest'anno.
Alcuni elementi del sussidio trovano più facile inserimento in una conversazione di gruppo (ad es. il confronto tra antropologie), altri invece in un momento di riflessione comunitaria (ad es. il quadro di riferimento).
Per motivi di spazio pubblichiamo il sussidio in due parti.

INDICE

1. LA SITUAZIONE
1.1. È possibile parlare di felicità oggi?
1.2. Un necessario tentativo di riformulazione
1.3. Felicità chiama profezia
1.4. Perché la vita possa raccontare di sé
1.5. Un manifesto della speranza di vivere
1.6. Felicità... tema generatore
1.7. Felicità produce narrazione

2. IL QUADRO Dl RIFERIMENTO
2.1. Un tesoro da scoprire
2.2. La scommessa più ardita
2.3. La vita quotidiana
2.4. Significazione del vissuto
2.5. Problematicità del quotidiano
2.6. Il «simbolo» per comprendere la vita
2.7. Frammenti che rivelino un mistero

3. CONFRONTO Dl ANTROPOLOGIE
3.1. Felicità-sorriso: piccoli analgesici per sopravvivere
3.2. L'homo faber
3.3. L'uomo senza volto e senza storia
3.4. E poi ancora...

4. PRIMA VIENE L'IDENTITÀ
4.1. Ripartendo dagli interrogativi
4.2. L'identità come relazione
4.3. La «transazione»
4.4. Dimensione storica dell'esistenza

5. PERCORSI VERSO LA FELICITÀ
5.1. La festa. celebrazione di un vissuto quotidiano condiviso
5.2. Il gioco: metafora della felicità per vivere
5.3. L'humor. esperienza di superamento
5.4. Una felicità per tutti


1. La situazione

È POSSIBILE PARLARE DI FELICITA' OGGI?

Un sussidio sul tema felicità? Da dove cominciare, come parlarne e perché?
La parola felicità probabilmente richiama alla nostra mente un sovrapporsi di immagini, desideri, luoghi e storie. Persone, concezioni e sogni, in parte immediati e chiari nell'evidenza con cui si pongono, ma anche estremamente confusi e forse in contrapposizione. Senza dubbio anche molte domande, interrogativi e quesiti. Ma prima ancora di chiederci che cosa è felicità? è possibile essere felici? e a quali condizioni, in che modo? possiamo cercare di capire se ha qualche senso lo stesso tentativo di riflettere, di dire qualcosa circa la felicità dell'uomo.
In primo luogo: la parola felicità esprime dei contenuti comprensibili nel mondo di oggi, oppure si tratta di un involucro vuoto, ormai incapace di declinare alcun significato per la nostra vita? È ancora un desiderio, un sogno, per questi giovani, per l'uomo del nostro secolo?
Certamente possono sorgere le più serie e fondate perplessità sulla scelta di parlare di felicità in un contesto culturale in cui, dopo aver proclamato la morte di Dio, sembrano essere già pronti i funerali per l'uomo. In un tempo di nichilismo, la ricerca di felicità è dunque niente più che la colonizzazione del reale, attraverso il potere dell'immaginario? O forse, soltanto l'illusione di un mondo felice, della città utopica, come ultima illusione per esorcizzare la morte del presente?
Infine, potremmo pensare che il discorso sulla felicità rappresenti, nella logica di una società che non sa più riconoscere la dignità della sofferenza, un'abile campagna pubblicitaria, appena capace di distrarci senza impedire poi di ripiombare nella finitudine della nostra condizione, e che lascerà soltanto amarezza.

UN NECESSARIO TENTATIVO Dl RIFORMULAZIONE

Eppure sembra di non poter fare a meno di affermare con Jurgen Moltmann: «Ogni uomo è affamato di gioia e di felicità». Anche se ciò non significa evidentemente saltare a piè pari gli interrogativi che ci siamo appena posti. Piuttosto si tratta di chiedersi: «come si può ridere se la situazione del mondo ci preoccupa, ci opprime e ci tormenta? Dice bene il salmo 126: "Quando il Signore libererà i prigionieri di Sion noi saremo come coloro che sognano. Allora la nostra bocca sarà aperta al riso". Ma evidentemente le cose non stanno ancora cosi. Nella nostra situazione dovremmo invece interrogarci con il salmo 137: " Come canteremo il cantico del Signore in terra straniera? "».[1]
È forse una presa in giro nei confronti di tanti parlare di homo ludens, quando condizioni strutturali sembrano impedire persino il porsi della domanda di questa condizione? Felicità: un privilegio di pochi? Uno sfogo, da giocarsi in piccoli spazi, una volta usciti dal tran tran quotidiano? Un intervallo tra la fatica della giornata?

FELICITÀ CHIAMA PROFEZIA

Esiste una funzione anticipatrice e profetica nel semplice fatto di ricercare la gioia. Giocare fino in fondo con la vita, gustare, con gli occhi di chi è felice, ogni piccolo evento, essere talvolta capaci di sorridere di se stessi implica la capacità di cercare, scavare nel profondo delle cose. Questo significa che felicità e sofferenza sono dimensioni inseparabili, perché strettamente intrecciate tra loro.
Interrogato sulla saggezza della vita, il Profeta del racconto di Gibran dice al popolo di Orfalese: «Quanto più in fondo vi scava il dolore, tanta più gioia potrete contenere. (...) e non è forse il liuto che accarezza il vostro spirito, il legno svuotato dal coltello? Quando siete contenti, guardate in fondo al cuore e saprete che ieri avete sofferto per quello che oggi vi rende felici».[2]
Tutto ciò ha un fondamento, se è vero, come osserva Moltmann, che «solo per chi è capace di essere contento le proprie ed altrui sofferenze divengono dolore. Chi può ridere può anche piangere. Chi ha speranza diviene capace di sopportare il mondo e di essere triste».[3]
Perché l'esperienza della finitudine, dello scacco, del limite, come la gioia anticipatrice di un'esistenza più umana e felice, sono costitutivamente umane. Avere il coraggio di sognare in una società come la nostra, implica una grossa scommessa sulla realtà: c'è un futuro soltanto per chi è riconciliato con la propria storia e con gli altri, e si inserisce in un processo vitale, così che la vita diventi già realizzazione di un frammento di felicità.

PERCHÉ LA VITA POSSA RACCONTARE DI SÉ

Il desiderio di felicità è profezia sulla realtà. Ed è tale, perché nonostante tutto, sappiamo che si può continuare a vivere, solo se corriamo il rischio di ricominciare a sognare ogni giorno. Forse perché, comprendiamo, se sappiamo leggere nella realtà quotidiana, come ogni uomo, per quanto oppresso, frammentato, rotto dentro, è sempre provocazione ed in-vocazione di pienezza per sé e per gli altri.
Il desiderio è solo di uomini liberi, nella logica del dialogo. Superando il soggettivismo, che conduce inevitabilmente all'isolamento, è possibile incontrarsi. Infatti, quando due persone stabiliscono un rapporto faccia a faccia, sono l'una di fronte all'altra, nella «simpatia» che genera criticità e fiducia reciproca. Questa accettazione profonda della vita si gioca nella fantasia con cui ciascun uomo vive con gli altri, in una compagnia che suscita una dialettica tra il limite, di cui facciamo costantemente esperienza, e il suo superamento.
A partire da questa fiducia sconfinata nella vita, è comprensibile fino in fondo il desiderio quasi a folle» di gioia profonda, che sta dentro ogni uomo.

LA GIOIA E IL DOLORE
Allora una donna domandò: Parlaci della Gioia e del Dolore.
Ed egli rispose:
La vostra gioia è il vostro dolore senza maschera.
È il pozzo da cui scaturì il vostro riso, sovente fu colmo di lacrime.
Come può essere diverso?
Quanto più in fondo vi scava il dolore, tanta più gioia voi potrete contenere.
La coppa che contiene il vostro vino non è la stessa bruciata al forno del vasaio?
E non è forse il liuto che accarezza il vostro spirito, il legno svuotato dal coltello?
Quando siete contenti, guardate in fondo al cuore e saprete che ieri avete sofferto per quello che oggi vi rende felici.
E quando siete tristi, guardatevi in cuore e v'accorgerete di piangere per quello che ieri fu il vostro diletto. Tra voi, alcuni dicono. «La gioia è più grande del dolore», e dicono altri, «il dolore è più grande». Ma io vi dico che sono inseparabili. Essi giungono insieme, e se l'una vi siede accanto alla mensa, ricordatevi che l'altro sul vostro letto dorme. In verità siete bilance che oscillano tra la gioia e il dolore. Soltanto quando siete vuoti, voi siete equilibrati e fermi. Se per pesare l'oro e l'argento vi solleva il tesoriere, gioia e dolore dovranno a turno alzarsi o ricadere.
(Gibran Kahlil Gibran, Il Profeta, Milano, Guanda, 1980, pag. 59).

UN MANIFESTO DELLA SPERANZA DI VIVERE

Scrive Karl Rahner: «Io mi accetto. Senza protestare mi accetto con tutti i condizionamenti e casualità della mia esistenza biologica e storica, pur avendo il diritto e dovere di modificare e migliorare ciò che trovo in essa opprimente. Proprio questa volontà critica di modificare la mia esistenza in tutte le dimensioni è il modo e la prova che io realmente accetto fino all'ultimo questa esistenza.
Pur aspettandomi che essa realmente cambi, questa esistenza (la mia e quella degli altri, per la quale mi sento altrettanto responsabile) resta impenetrabile, opprimente, non risolvibile nella perfetta chiarezza, breve e piena di dolori e perplessità, soggetta alla morte, cui sono esposti sia i padri che i nipoti.
Questa esistenza io l'accetto e l'accetto in speranza.
Una speranza che tutto comprende e tutto sopporta, della quale non si sa mai se la si possegga davvero (o se si creda di possederla, perché per il momento tutto sembra andare discretamente bene); speranza la cui luce interiore è l'unica legittimazione, speranza che l'incomprensibilità dell'esistenza si sveli un giorno nel suo senso ultimo, quello definitivo e beatificante.
È una speranza totale, che io non posso sostituire con un'ambigua mistura di speranza e di angosce inconfessate, e che può essere presente nel più intimo dell'esistenza anche quando sul proscenio della mia vita sembra che a condurre l'azione non sia altro che l'assurdità e l'angoscia. E questa speranza completa e assoluta io voglio averla, me la riconosco, la considero come la mia suprema possibilità e come ciò di cui devo rispondere come del mio vero compito di vita.
Chi mi convincerà che si tratta di un'utopia, che questa speranza è fondata sulla menzogna e viltà, che sarebbe meglio abbandonarsi ad uno scetticismo radicale, senz'altro possibile da un punto di vista teorico ma non sostenibile quando si è sorretti dalla responsabilità e si è amati?».[4]
Dentro questo «ottimismo travolgente», che è accoglienza di sé, degli altri e del mondo, è possibile produrre atteggiamenti mediante i quali trasformare la realtà.

DIPPOLD L'OTTICO
Che cosa vedi adesso?
Globi di rosso, giallo, viola.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle.
Si! E adesso?
Cavalieri in armi, donne bellissime,
volti gentili.
Prova questa.
Un campo di grano - una città.
Molto bene! E adesso?
Una giovane donna con degli angeli
chini su di lei.
Una lente più spessa. E ora?
Molte donne con gli occhi luminosi
e le labbra aperte.
Prova questa.
Solo una coppa su un tavolo.
Oh, capisco! Prova questa lente!
Solo uno spazio aperto - non vedo niente
in particolare.
Bene, adesso!
Pini, un lago, un cielo d'estate.
Così va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggine una pagina.
Non posso. I miei occhi sono trascinati
oltre la pagina.
Prova questa lente.
Profondità d'aria.
Ottimo! E adesso?
Luce, solo luce, che trasforma
tutto il mondo in giocattolo.
Molto bene, faremo gli occhiali così.
(Lee Masters, Antologia di Spoon River, Newton Compton ed., Roma, 1978).

FELICITÀ... TEMA GENERATORE

A partire dalla metà degli anni '70 numerose analisi hanno messo in evidenza come i giovani stiano ricercando, non senza difficoltà e unilateralità, nuovi rapporti tra le dimensioni costitutive dell'esistenza umana.
È utile ricordare che il giovane di oggi vive questa ricerca dovendo fare i conti con il suo più recente passato, caratterizzato dalle tensioni socio-politiche degli anni della contestazione, dall'etica dell'impegno cui è seguita, attraverso processi abbastanza complessi, una rivalutazione della soggettività, precipitata però in alcuni casi nella spirale dell'intimismo, della privatizzazione dell'esperienza. Emerge però chiaramente da questo vissuto la scoperta di nuovi valori e sensibilità che si mostrano con evidenza in tutta una serie di atteggiamenti che sono segno di una rinnovata passione per la vita e domanda di una nuova qualità di vita.
Ciascun uomo, proprio perché capace di mettere in discussione ciò che lo circonda, pone domande sul quotidiano, problematizzando la realtà, così che anche nel contesto di una crisi culturale è in grado di produrre nuove mentalità, idee e situazioni.
Ora, «la rappresentazione concreta di queste idee, valori, concezioni, come pure gli ostacoli all'essere di più» (P. Freire) costituiscono per un'epoca il proprio sistema di significato.
Questo può talora rappresentare una manipolazione del reale, nella logica del possesso: occorre perciò individuare un tema capace di esprimere significativamente il vissuto e di trasformare la vita, in quanto è riflessione attiva su di essa.
Assumendo la condizione giovanile come luogo privilegiato in cui situare la nostra riflessione, sembra di poter dire che il discorso sulla felicità genera vita nuova, perché permette di riportare tutta una serie di istanze ad un nodo problematico, per ripartire poi dalla «soluzione del nodo» verso nuovi progetti. Il tema felicità ci sembra quindi un tema generatore; prendendo le mosse dalla povertà dei frammenti della nostra esistenza, permette di andare alla ricerca di nuove sintesi culturali, accogliendo valori, desideri, angosce, sofferenze, e speranze di cui sono portatori i giovani.[5]
Per questa strada, è possibile ricomprendere il tentativo di inventare nuove architetture di valori, per esempio nel prevalere di un discorso sulla contemplazione, sul personale, sul desiderio di godere la vita, come risposte alle precedenti contrapposizioni tra azione e preghiera, ai problemi di identità tra politico e privato, ad un orizzonte morale tra legge e piacere.

FELICITÀ PRODUCE NARRAZIONE

Quale linguaggio privilegiato, per dire della felicità dell'uomo? Occorre rispettare la logica della realtà: la musica, il gioco, la danza, possono esprimere meglio delle parole il desiderio di una vita felice.
Sono comunicazioni che, privilegiando l'espressione simbolico-evocativa, coinvolgono il soggetto e la sua realtà. Assumendo questa intuizione continueremo, tuttavia, a dire la vita con le parole, senza timore di uccidere la realtà, tentando di narrare l'esistenza.
Ciò è possibile perché la narrazione, a differenza del linguaggio di tipo argomentativo, «coinvolge il narratore e gli ascoltatori: suscita risonanze vitali. Per questo il racconto è sempre in un certo senso anche un'offerta vitale».
Solo chi è felice può raccontare storie di gioia. «Ogni narratore autentico - scrive Carlo Molari - ridà vita all'esperienza raccontata, rifà la storia, ricrea l'evento. Le sue parole non riguardano solo le persone di cui parla, ma anche se stesso. Per questo provoca un incontro e offre agli ascoltatori un'occasione di rinnovamento. Chi non si fa coinvolgere potrà ripetere formule ma non racconterà la vita».[6]
In questo modo la vita non è più soltanto il luogo dove nasce l'invocazione di senso. La vita stessa è domanda ed invocazione. Ed in un certo senso, non ci sono più solamente narratori della vita, ma è questa vita, che nella libertà, comincia a raccontare di sé...

ODE AL GIORNO FELICE
Questa volta lasciami
essere felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono in nessun luogo,
semplicemente
sono felice
nei quattro angoli
del cuore, camminando,
dormendo o scrivendo.
Che posso farci, sono
felice,
sono più innumerabile
dell'erba
nelle praterie,
sento la pelle
come un albero rugoso,
di sotto l'acqua,
sopra gli uccelli,
il mare come un anello
intorno a me,
fatta di pane e pietra la terra
l'aria canta come una chitarra.
Tu sei al mio f anco sulla sabbia
sei sabbia,
tu canti e sei canto,
il mondo
è oggi la mia anima,
canto e sabbia,
il mondo è oggi la tua bocca,
lasciami
sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché sì,
perché respiro
e perché tu respiri,
essere felice perché tocco
il tuo ginocchio
ed è come se toccassi
la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.
Oggi lasciatemi
da solo
essere felice,
con tutti o senza tutti,
essere felice
con l'erba
e la sabbia,
essere felice
con l'aria e con la terra,
essere felice,
con te, con la tua bocca,
essere felice.
(Pablo Neruda, Odi elementari, Ed. Accademia, Milano, 1977, pag. 119-121).

 

2. Il quadro di riferimento

UN TESORO DA SCOPRIRE

«Tanto tempo fa qui, a Kalamazoo, viveva un giovane. Era molto povero, disoccupato. Abitava in una capanna piccola, decrepita, alla periferia della città. Una bella notte ebbe un sogno. Vide un grande tesoro sepolto sotto un ponte in una lontana città che non conosceva. Il suo nome era Praga, in Cecoslovacchia. Quando s'alzò prese il badile e si mise in cammino. Attraversò tutta l'America e giunse sulla costa orientale, dove s'imbarcò per l'Europa. Peregrinò per molti paesi finché giunse a Praga. Qui trovò il ponte del sogno. Attese la notte e prese a scavare. Per sette notti scavò e non trovò nulla. Durante la settima notte improvvisamente sul ponte comparve un altro giovane. Lo vide e gli chiese che cosa stesse cercando. Quando gli raccontò il sogno, fatto nella capanna a Kalamazoo, quegli si mise a ridere e disse: "La scorsa notte ho fatto anch'io un sogno simile. Ho visto un tesoro sepolto in una piccola e decrepita capanna sotto un letto. La capanna sorge alla periferia di una piccola città dal nome simpatico: Kalamazoo. Ma io non sono cosi scemo da andarci". Il nostro giovane capì il messaggio, prese il badile, attraversò i paesi dell'Europa, giunse ad un porto, s'imbarcò, attraversò l'Atlantico e ritornò in America. Qui percorse tanti boschi finché giunse a Kalamazoo. Entrato nella piccola, decrepita capanna, scostò il letto e prese a scavare. Trovò il tesoro che aveva sognato e divenne ricco».[7]
Felicità: un tesoro da scoprire? Dove? In che modo?
La risposta a queste domande necessita di una scelta precisa che costituisce un po' l'orizzonte di riferimento all'interno del quale collocare la nostra ricerca. Il racconto del giovane di Kalamazoo non è stato scelto a caso: questa storia sembra in qualche modo suggerirci che il tesoro che andiamo sognando sta nella nostra realtà, lo si trova nella vita di tutti i giorni, addirittura, magari proprio sotto il nostro letto. Ma non per questo meno nascosto, o difficile da scoprire.
Quel giovane infatti, prima di comprendere che il tesoro è celato nella sua vecchia capanna, giunge fino a Praga, affrontando ogni sorta di peripezie.

LA SCOMMESSA PIÙ ARDITA

Il racconto, riportato in termini evocativi, esprime l'opzione di fondo di tutto il discorso sulla felicità: crediamo che nel vissuto quotidiano si possa scoprire e vivere un'esistenza felice. Questa affermazione è molto meno scontata di quanto possa sembrare. Porta infatti dentro di sé un fatto molto grosso. Se la vita quotidiana è il luogo privilegiato in cui cercare e costruire una vita più felice per sé e per gli altri, ciò implica la capacità di vivere continuamente in profondità, guardando dentro le cose di tutti i giorni. Consapevoli della parzialità e provvisorietà della nostra proposta, è importante che ciascuno sappia individuare a quali condizioni un giovane può sognare di essere felice nel qui-ora della nostra situazione contemporanea.

LA VITA QUOTIDIANA

Abbiamo appena detto che l'esistenza di tutti i giorni è il luogo privilegiato in cui scoprire il nostro essere felici con gli altri. Cominceremo perciò a dirci in che modo facciamo esperienza nel quotidiano, cercando di individuare i processi che ne sono costitutivi.
L'esperienza della vita, di vivere nel mondo con gli altri e di agire in esso, si presenta ad ogni uomo evidente ed ovvia. Quando il suono della sveglia sancisce il confine tra sogno e realtà, nello spazio di un tempo brevissimo siamo in grado di stabilire (e senza troppi dubbi), la nostra appartenenza al mondo di tutti i giorni. Di fatto, i gesti che compiamo nella giornata, gli eventi più comuni, dall'allacciarsi le scarpe all'assistere ad uno spettacolo teatrale, al lavarsi i denti, sembrano dotati di una ragionevolezza implicita, e come tali considerati «normali».
Questo vuol dire che ciascuno di noi fa esperienza della realtà quotidiana senza dover ogni volta riscoprire il significato del suo agire, perché questo significato viene in qualche modo «oggettivato» e diventa quindi parte integrante delle cose e degli eventi. Questo processo di oggettivazione della realtà e del suo significato, costituisce una dimensione essenziale dell'esperienza umana. Infatti permette ad ogni uomo di «abitare» nel quotidiano senza sentirsi in qualche modo estraneo; ma proprio per questo motivo è un processo abbastanza complesso. Occorre però chiarire meglio come avviene questa continua significazione della realtà.

SIGNIFICAZIONE DEL VISSUTO

Ciò che in ogni società passa per il mondo reale, implica una varietà di eventi, cose, persone, situazioni, tali che l'individuo è continuamente invitato ad organizzare il mondo che lo circonda, dando forma ad una realtà che si presenta in modo vario e diffuso. Gli strumenti di cui dispone sono costituiti dalla capacità di rapportarsi alla realtà personale e sociale attraverso sistemi segnici, linguistici, e immagini, suoni, atteggiamenti e cosi via.
Ed è proprio grazie alla capacità di interagire con i simboli, tipici dell'agire umano, che ognuno di noi attua una continua modellizzazione della realtà, che dà carattere di «segno» alle cose. Quasi come se la dimensione culturale possedesse le stesse proprietà dell'acqua allo stato liquido, in cui l'uomo si trova immerso, che gli scivola tra le dita, pur essendo dotata di peso e volume proprio, ma priva di forma, o per lo meno raccoglibile (e forse intelligibile), solo mediante un contenitore di cui acquisisce la forma.[8]
Così nelle società, i sistemi di socializzazione, le istituzioni, le visioni del mondo organizzate nei miti, nelle ideologie, nelle religioni, sembrano costituire un elemento indispensabile affinché l'uomo non sia costretto a ridefinire continuamente e ricominciando sempre da capo, i confini della realtà e del suo significato. Tutto questo non vuol dire però, che l'esperienza quotidiana non si presenti problematica e non rinvii quindi continuamente ad una questione di senso.

PROBLEMATICITÀ DEL QUOTIDIANO

Si potrebbe dire che «finché continuano senza interruzione, le routines della vita quotidiana sono percepite come non problematiche. Ma anche il settore non problematico della realtà quotidiana è tale solo fino a nuovo avviso, cioè fino a che la sua continuità è interrotta dalla comparsa di un problema. Quando questo avviene, la realtà della vita quotidiana cerca di integrare il settore problematico in ciò che è già non problematico. La conoscenza del senso comune contiene una varietà di istruzioni circa il modo in cui ciò deve essere fatto» (P. Berger).
La domanda e il desiderio di una vita felice che emergono in modo diffuso e sofferto tra i giovani (ma che è ricerca vissuta da ogni uomo), invitano in un certo modo a porre interrogativi sulla vita. Pongono dei perché. Anche quando questa ricerca non viene espressa in termini riflessi o tematizzati, rinvia ad un problema di senso. Chiedersi cosa significa essere felici, avere una voglia pazza di scoprire in che modo è possibile vivere in un mondo in cui fare festa non è un'illusione, in fondo è interrogarsi su che cosa sono l'uomo e le realtà, sul senso o l'assurdità della vita.
Ed è in questi termini che la vita è essa stessa una domanda aperta. Poiché l'esperienza è sempre invito, appello, pro-vocazione e in-vocazione di senso, di felicità, di pienezza. O in altre parole, secondo l'espressione di K. Rahner «per me, io e il mio mondo siamo una domanda infinita».[9] Ebbene, questo «di-più», di cui sembra essere carica l'esistenza quotidiana, è in qualche modo intrinseco alla struttura simbolica della vita.

LA GIOIA SIEDE SILENZIOSA
Tutti i miei versi di gioia
si mescolino nei miei ultimi canti
la gioia, che fa straripare la terra
nel rigoglio sfrenato dell'erba,
la gioia che fa danzare per il mondo
le due gemelle, la vita e la morte;
la gioia che irrompe come una tempesta,
scuotendo e destando
tutta la vita col suo riso;
la gioia che siede silenziosa
con il suo pianto sul dischiuso
rosso fior di loto del dolore;
e la gioia che getta nella polvere
tutto quello che ha
e non conosce parole.
(Rabindranath Tagore, Poesie, Gitanjali LVIII, Newton Compton Ed., Roma, 1971, pag. 103).

IL SIMBOLO PER COMPRENDERE LA VITA

Infatti fare esperienza significa, in qualche modo, elaborare dei segni. Anzi, meglio ancora, si tratta di dare un segno, un nome alle cose. Cosi che il mondo non è più una realtà indifferenziata, perché superata l'estraneità, l'uomo può riconoscere se stesso e ciò che lo circonda.
Ma occorre avere piena consapevolezza della struttura logica dei simboli, altrimenti non è possibile comprendere il difficile linguaggio che essi parlano.
Concretamente, essere capaci di interagire con i simboli, vuol dire privilegiare una lettura della realtà in cui il complesso, la diversità come pluralità, ciò che non è evidente ed immediato, viene accolto nella sua non perfetta chiarezza. E quindi senza appropriarsi mai in modo definitivo dei messaggi evocati, ma proprio per questo in continua ricerca della ricchezza di senso che ogni evento, persona o realtà, se compreso in questa logica, porta dentro di sé.
Basti pensare che cosa questo può significare sul piano del dialogo e dell'incontro con gli altri. Chi mi sta davanti non è mai collocabile in modo netto e definitivo, ma è sempre portatore di un nuovo, che sfugge a qualsiasi tentativo di classificazione. E certamente non per impedire la chiarezza o per il gusto di complicare ciò che è già evidente. Si tratta invece di scegliere una presenza nella realtà che sfugge alla dialettica del bianco/nero, dell'amico/nemico, dell'affermazione/negazione, per cogliere ciò che è sfumato, senza alienare il «colore» delle cose.
Possiamo infatti considerare simbolo «ogni struttura di significazione in cui un senso diretto, primario, letterale, designa per sovrappiù un altro senso indiretto, secondario, figurato, che può essere appreso solo attraverso il primo».[10]
Dunque i simboli sembrano presentare un'eccedenza di significato, in altre parole si portano dentro un di-più, nascosto in profondità.
Per questo sembrerebbe quasi che nei simboli si tratti di mostrare-nascondendo. Infatti, a differenza del linguaggio scientifico basato sull'oggettività ed univocità dei segni, il linguaggio simbolico esprime ad un altro livello la realtà. Perché mediante il simbolo, l'uomo ad ogni istante attua un processo che è al tempo stesso lettura, una precomprensione (che implica gli strumenti della scienza e dell'analisi) e interpretazione (che richiede invece la capacità di rendere manifesti i sensi nascosti, radicati più a fondo) del mondo in cui vive.
Il che vuol dire che attraverso il simbolo si crea un intreccio che coinvolge contemporaneamente l'evento, il soggetto che lo esprime ed il contesto.
Ma non solo.
Per radicare l'essere nella vita, la lettura e l'interpretazione del mondo quotidiano implica sempre in fondo una scommessa. In quanto ogni domanda, desiderio o invocazione che emerge dalla problematicità della vita, è anche e soprattutto richiesta della decisione per «una protesta ultima o un si globale» sull'esistenza. Per questo motivo il simbolo porta in sé e ridice le domande interpellanti della stessa realtà. Poiché ricarica e rievoca in un preciso spazio-tempo queste domande e in quanto tale è sempre diverso da ogni altro, sempre ri-detto in modo nuovo, nuova domanda sulla realtà.[11]

SULLA VITA
La vita tu la prenderai sul serio
come fa uno scoiattolo per esempio
senza aspettarsi niente di fuori e d'aldilà.
Non dovrai fare nient'altro che vivere.
La vita non è uno scherzo,
la prenderai sul serio
ma sul serio a tal punto,
che addossato al muro, per esempio,
con le mani legate, o in un laboratorio,
con grandi occhiali,
tu morirai perché vivano gli uomini,
gli uomini di cui non avrai neppure visto il viso
e morirai, pur sapendo
che niente è più bello, niente è più vero che la vita.
Tu la prenderai sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, per esempio,
pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli,
ma perché non crederai alla morte, pur temendola,
ma perché la vita peserà più forte sulla bilancia.
(Nazim Hikmet).

FRAMMENTI CHE RIVELINO UN MISTERO

La lettura, l'interpretazione e la scommessa sulla realtà, che sta alla base degli atteggiamenti relazionali dell'uomo con sé, con gli altri, nella storia, sembrano scaturire dalla dimensione simbolica della esperienza umana. Non è facile però comprendere il linguaggio dei simboli e quindi scorgere il mistero, quel di-più che emerge dalla vita, segno della ricchezza infinita dell'esistenza.
È necessario infatti, nonostante il disorientamento dell'uomo contemporaneo che vive costantemente una pluralitià di appartenenze, di ruoli, di esperienze, cogliere ogni evento nella sua trasparenza.
In altre parole: solo se l'uomo, come essere relazionato, riesce a non disperdersi in una serie di esperienze totalizzanti, ma in una sintesi vitale, fa una «esperienza» di esperienze, può scoprire, accettare e fare festa per questo infinito che è già presente, anche se un po' nascosto, nella nostra realtà. E così accoglierlo, nella sua gratuità, senza rifugiarsi nella banalità del quotidiano o nello scetticismo più radicale. E si tratta forse dell'atteggiamento di fronte alla vita (carico di saggezza), di cui ci parla K. Rahner: «Io sono circondato e permeato dal mistero eterno, dal mistero infinito (che è cosa ben diversa dalla somma dei frammenti di ciò che finora non è ancora stato conosciuto e sperimentato), dal mistero che nella sua infinità e spessore è contemporaneamente interno ed esterno alle migliaia di realtà disperse, che chiamiamo nostro mondo esperenziale. Il mistero è qui e si esprime tacendo; e lascia tranquilli quanti dichiarano e spiegano che parlare di lui equivale a chiacchierare senza senso. Comprendo la stizza e l'irritazione di costoro. Dal momento che non si ama, adorandolo, tale mistero che tutto abbraccia, esso diventa ragione di scandalo».[12]

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NOTE

[1] J. Moltmann, Sul gioco, Queriniana, Brescia, pag. 11-12.
[2] Gibran, Il profeta, Guanda, Milano, pag. 59.
[3] Moltmann, op. cit., pag. 51.
[4] K. Rahner - K.H. Weger, Problemi di fede della nuova generazione, Queriniana, Brescia, pag. 194-195.
[5] Per questa citazione e per tutto il discorso sui temi generatori cfr. P. Freire, La pedagogia degli oppressi, Mondadori, Milano, pag. 131ss.
[6] B. Wacker Teologia narrativa, Queriniana, Brescia, editoriale di C. Molari, pag. 19.
[7] J. Moltmann, Esperienze di fede, Queriniana, Brescia, pag. 96-97.
[8] Sulle tematiche della precomprensione, cf D. Antiseri, Perché la metafisica è necessaria per la scienza e dannosa per la fede, Queriniana, Brescia, pag. 15 e ss., e H.G. Gadamer, Verità e metodo, Fabbri, Milano.
[9] K. Rahner, Sollecitudine per la Chiesa, Nuovi saggi VIII, ed. Paoline, Roma, pag. 12.
[10] P. Ricoeur, Il conflitto delle interpretazioni, Jaka Book, Milano, pag. 26.
[11] P. Ricoeur - E. Jüngel, Dire Dio, editoriale G. Grampa, Queriniana Brescia, pag. 21-24.
[12] K. Rahner. op. cit., pag. 13.