Mario Pollo

(NPG 1982-08-52)


L'ASIMMETRIA EDUCATIVA E IL SUONO DI UNA MANO SOLA

L'articolo precedente ha proposto i contenuti e l'orizzonte in cui deve collocarsi una corretta comunicazione educativa che voglia raggiungere il risultato di attivare una presa di responsabilità etica nel giovane.
Ora da tempo si è riconosciuto che la comunicazione non è solo contenuto, ma anche e soprattutto relazione. Infatti ogni atto di comunicazione può e deve essere inteso come lo stabilirsi di una relazione che, al di là di ciò che veicola, condiziona il comportamento dei partecipanti. La comunicazione educativa, cioè, condiziona i partecipanti non solo per ciò che in essa viene detto, ma per il tipo di relazione che fa stabilire.
Purtroppo su questo aspetto non c'è ancora una sufficiente attenzione anche se spesso è quello che rivela una importanza strategica nel determinare il successo o l'insuccesso dell'intervento educativo. La diffusione della pragmatica della comunicazione umana è un importante contributo allo sviluppo della presa di coscienza e della competenza intorno a questo importante aspetto della relazione educativa.

LA TESTIMONIANZA DEI VALORI COME METACOMUNICAZIONE E ASIMMETRIA

È una affermazione quasi ovvia il sostenere che l'uomo è fatto, posseduto dai valori, anche se alcune volte i valori non riescono a tradursi in una condotta coerente ed efficace.
È bene però precisare che i valori sociali che la storia propone non sempre hanno radici universali o veritative, in quanto sovente sono semplici valorizzazioni che registrano ciò che in un dato momento ed in una data società ha valore.
L'adulto testimonia i valori non tanto con ciò che afferma, bensì con ciò che fa. È la condotta che manifesta attraverso il tipo di relazione che stabilisce con il giovane, che attesta e comunica il tipo di valori in cui l'adulto si identifica e che in definitiva vuole veramente tramettere.
Vi sono due caratteri ben precisi che l'adulto deve garantire alla relazione educativa con il giovane, se vuole che sia fonte di valori. Essi sono l'asimmetria ed il primato della metacomunicazione..
La conoscenza di questi due caratteri è necessaria, se non si vuole ottenere dalla relazione educativa risultati contrari o comunque diversi da quelli ipotizzati.

La metacomunicazione

Uno degli assiomi che fondano la pragmatica della comunicazione umana afferma che ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto ed uno di relazione, di modo che il secondo classifica il primo, essendo metacomunicazione. La relazione attraverso cui un contenuto viene passato funziona, cioè, da «comunicazione sulla comunicazione» in quanto fornisce delle indicazioni sul livello a cui il contenuto stesso deve essere decodificato.
In altre parole questo significa che è la relazione ad indicare al . ricevente se chi emette il messaggio crede in ciò che afferma, sta mentendo, sta scherzando, ecc... A volte può addirittura accadere che a livello di relazione si comunichi un vero e proprio messaggio di significato opposto, o comunque diverso, da quello espresso al livello del contenuto.
Nel rapporto educativo infatti può accadere che l'adulto annunci alcuni valori con foga ed apparente convinzione e che poi con la sua condotta pratica li smentisca. Basta pensare, per avere un esempio di questo tipo, a quanti adulti hanno «predicato» ai giovani i valori del risparmio, della austerità di vita tipici del mondo e della cultura contadina da cui in qualche modo provenivano e a come poi di fatto li hanno smentiti impostando la relazione educativa e la loro condotta di vita in generale su basi squisitamente consumistiche.
Quando c'è una contraddizione tra la relazione ed il contenuto si può stare certi che il giovane tende ad attribuire il valore di verità alla relazione.
Se questo principio è valido in misura generale per ogni tipo di contraddizione tra relazione e contenuto, lo è con maggior forza per quei casi in cui il contenuto è un valore. La ragione di questo è da ricercare nel fatto che l'acquisizione dei valori prima ancora di avvenire a livello razionale, di processo cognitivo, avviene attraverso la formazione di quei tratti della personalità conscia e subconscia, che consentono poi alla persona di realizzare concretamente nella condotta il valore.
Il valore è tale se, oltre ad esistere nella mente della persona come informazione, esiste come motivazione all'azione o perlomeno come predisposizione a reagire in un particolare modo alle sollecitazioni dell'ambiente interno ed esterno. E a tutti da tempo noto come la formazione di queste motivazioni e di questi tratti della personalità avvenga, non tanto attraverso i discorsi, le buone parole, bensì nel gioco delle relazioni interpersonali a livello emotivo-affettivo.
Credo che da queste brevi osservazioni emerga, in tutta la sua pregnanza, l'importanza della metacomunicazione in un processo di educazione ai valori. Infatti i valori devono essere comunicati dall'adulto al giovane, prima ancora che con le parole, con la relazione e con la propria condotta di vita.
Ma perché la relazione possa comunicare i valori è necessario che essa sia autentica, e cioè che sia fondata sul fatto che l'adulto è effettivamente percorso e strutturato da quei valori che enuncia ed inoltre che l'a-dulto sia motivato alla comunicazione dall'amore.
Senza queste condizioni non si ha una efficace metacomunicazione e quindi una relazione educativa che consenta la coerenza tra l'intenzionalità dell'educatore, la libertà del giovane e i risultati pratici.

L'asimmetria

Alcune utopie pedagogiche, specialmente nel post '68, hanno ipotizzato l'ottimizzazione del rapporto educativo nello stabilirsi di una simmetria piena tra educando ed educatore. Simmetria nel senso di considerare allo stesso livello, alla pari, i due soggetti dell'educazione, negando in particolare che uno di questi fosse portatore di valori e di dati culturali e che soprattutto fosse legittimato a trasmetterli.
Nella simmetria la relazione educativa si fonda su una presunta ricerca comune che si deve svolgere intorno all'oggetto dell'apprendimento da educatore ed educando. Nulla deve essere trasmesso e tutto trovato liberamente: è questa la massima preferita da queste utopie pedagogiche. Tutto questo in nome del principio della non manipolazione.
Ciò però ha significato in molti casi l'inibizione di ogni possibile trasmissione da parte dell'educatore del patrimonio etico in cui si identificava e soprattutto la messa in crisi della verità dello stesso. Se infatti l'educatore teme di trasmettere certi valori, certe credenze, certe informazioni ed in definitiva la cultura che possiede per paura di manipolare l'educando, ciò significa che egli non riconosce l'utilità e la verità della stessa. (Non vorrei però che questo discorso fosse inteso in modo semplicistico, e cioè che quando l'educatore è convinto della bontà e della verità di ciò che insegna non deve farsi troppi scrupoli o suscitare dei dubbi, ma procedere con determinazione alla trasmissione acritica ed autoritaria).
L'atteggiamento corretto invece è quello di un educatore che si riconosce portatore di valori, e quindi parte integrata di una cultura sociale che ha radici lontane, che però fornisce, come parte integrante dell'educazione, all'educando la possibilità di criticare, e quindi di accettare o rifiutare, i valori e la loro cultura di riferimento. Recuperare la voglia e la dignità della trasmissione del proprio patrimonio etico-culturale, non vuol affatto dire aprire alla manipolazione selvaggia ed all'indottrinamento quasi coatto la relazione educati viva. Significa molto più semplicemente ristabilire la naturale asimmetria che, non per biechi motivi ma solo per ragioni anagrafiche, esiste tra adulto e giovane. Può infatti esistere una comunicazione educativa democratica partecipante e non manipolatoria anche all'interno di una relazione asimmetrica. Anzi è più rispettosa per la libertà del giovane una relazione asimmetrica di una simmetrica.
Questo per due ordini di motivi.
Il primo è che in ogni caso l'adulto, anche se in modo inconsapevole, trasmette i valori di cui è fatto ed il giovane, essendo all'interno di una relazione alla pari, non riesce ad attivare gli strumenti che avviano una critica degli stessi.
Il secondo è che nessuna libertà, rispetto alla cultura umana ed ai valori, può nascere se non è radicata in una storia. Infatti sono la storia, il bagaglio di esperienze, di sofferenze, di conquiste e di scacchi che hanno punteggiato la vita individuale e sociale delle persone che nel tempo hanno preceduto il giovane, che mettono in condizione lo stesso di esercitare la critica e la libertà rispetto alla trasmissione della cultura e dei suoi valori, e gli consentono anche di rifiutarla nel nome di una frontiera più prossima alla verità ed alla felicità umana.
Se l'adulto non trasmette la cultura, e quindi la vita stessa di cui è portatore, non rende affatto più libero il giovane, anzi lo fa regredire ad uno stadio più basso di possibilità di scelte consapevoli e responsabili.
Concludendo questo punto vorrei ribadire che l'asimmetria è foriera di libertà, di maturazione per il giovane solo se è caratterizzata dal fatto che l'educatore mette a disposizione della capacità critica del giovane tutti gli strumenti utili a tale scopo che possiede. Solo in questo caso l'asimmetria svelerà l'incredibile potenza creatrice che è presente nell'atto del giovane che accetta di rispondere alla domanda del maestro: «dimmi qual è il suono di una mano sola?».

L'ADULTO COME LIMITE

In precedenza ho affermato che l'educazione morale del giovane si fonda anche sullo svolgersi della dialettica desiderio- limite. Sin dalle origini della storia questa dialettica si è svolta con il giovane nel ruolo dell'espressione del desiderio e l'adulto in quello del limite.
Basta rileggersi il dialogo platonico del Protagora perché questo gioco dei ruoli educativi sveli la sua realtà concreta e poetica allo stesso tempo.
Accettare l'asimmetria educativa significa anche sottolineare la naturalezza di queste caratterizzazioni dei ruoli nell'espressione del desiderio e del limite. Infatti se l'adulto, dimenticandosi il bieco dato anagrafico, non accetta questo ruolo, la dialettica desiderio-limite non può svolgersi in modo efficace e quindi, in conseguenza, il desiderio non potrà manifestare tutto il suo potenziale creativo in nuove forme di vita ma, viceversa, tenderà ad evidenziare la sua carica distruttiva.
Se l'adulto non si pone come limite al desiderio non fa il suo dovere, non svolge il suo amore per il giovane, anzi di fatto manifesterà il suo odio. Il problema, come per l'asimmetria, non è intorno alla domanda se è giusto che l'adulto si ponga come limite, ma sul modo di porsi dello stesso come limite.
È quindi il modo di porsi come limite dell'educatore che deve essere valutato per giudicare della maggiore o minore bontà e democraticità di un approccio educativo. Se infatti l'educatore pone il limite in modo rigido, invalicabile e stabilito una volta per tutte, si colloca in un tipo di educazione autoritaria e fortemente conservatrice. Se viceversa lo pone in modo più elastico, è pronto a discuterlo ed a ridefinirlo in accordo alle mutate situazioni umane e sociali, allora si colloca in una prospettiva democratica ed innovativa dell'educazione.
Al di là comunque di queste etichettature, che molto spesso servono a nascondere la realtà, resta il fatto che una educazione etica corretta non può che fondarsi su una dialettica desiderio-limite, in cui il limite è continuamente ridefinito e ristabilito in accordo alla realtà.
L'adulto educatore come limite è anche una solida garanzia che il giovane si radichi in uno spazio-tempo esistenziale in cui risuona non solo il presente ma anche il passato ed il futuro.

NARRARE SE STESSI, LA STORIA E L'ETERNO PER CONFERMARE CHE IL GIOVANE ESISTE

Un altro aspetto della comunicazione come relazione è costituito dal fatto che essa prima di trasmettere un qualsiasi contenuto o di metacomunicare su di esso, svolge la funzione di risposta alla domanda che i comunicanti si rivolgono reciprocamente: «io esisto?».
Infatti la prima e più profonda motivazione che spinge l'uomo a comunicare è la necessità che egli ha, ai fini della sua sicurezza e dell'identificazione di sé come uguale a se stesso e distinto dal mondo, di ricevere una risposta a questa domanda. Ora il semplice fatto di comunicare non garantisce il raggiungimento di una risposta che confermi l'individuo come esistente.
Vi sono infatti tipi di comunicazione che invece di offrire la conferma disconfermano l'uno o l'altro o entrambi i partecipanti allo scambio comunicativo. La comunicazione educativa deve possedere come requisito fondamentale quello di confermare l'educando e di aiutarlo a formare una identità personale, una immagine di sé adeguate a sostenere un adattamento cosciente e responsabile alla vita naturale e sociale.
Perché la comunicazione raggiunga questo obiettivo è necessario che da un lato essa si fondi su un processo di retroazione continuo, e cioè su una comunicazione in cui i comunicanti hanno la possibilità di verificare continuamente l'effetto che il loro atto comunicativo produce sugli altri e di adeguarlo in conseguenza, e dall'altro che essa sia il luogo di una genuina ed autentica apertura, anche se rischiosa, di un essere verso un altro essere.
Questo ultimo aspetto si verifica più facilmente quando la comunicazione oltre che lungo i canali della dialettica e della argomentazione, come già detto, si svolge anche lungo quelli della narrazione. E cioè se il rapporto di comunicazione educatore/educando oltre ad essere una trasmissione di informazione, un luogo di relazione diviene anche lo spazio-tempo in cui entrambi narrano se stessi ed il proprio mondo all'altro.
Narrare significa fondamentalmente chiamare gli altri a far parte del proprio mondo, reale o possibile non importa, ospitandoli con le parole e le immagini nelle più intime e remote profondità della propria coscienza.
È questo l'unico modo in cui l'amore può dirsi all'interno della comunicazione e concretarsi nell'affermazione che l'altro esiste, è nel mondo ed è l'oggetto di una autentica cura.
La narrazione per essere autentica deve fondarsi tanto sul linguaggio che descrive la storia, concettualizza la realtà, quanto su quello che rimanda oltre i confini dello spazio-tempo. In altre parole deve intrecciare al suo interno, portandoli ad unità di stile, il linguaggio simbolico ed il linguaggio dialettico.