Mario Pollo

(NPG 1982-08-39)


PREMESSA: DEFINIZIONE DEL TIPO DI APPROCCIO

L'approccio al problema di quale tipo di comunicazione occorra attivare per realizzare una corretta e significativa educazione etica, non può, se non vuole essere riduttivo, che svilupparsi lungo due direttrici. La prima è costituita dall'analisi del tipo di linguaggio che deve essere utilizzato nella comunicazione educativa e quindi del tipo di cultura che deve essere in qualche modo costitutiva del mondo del giovane. La seconda riguarda invece l'analisi del rapporto di comunicazione adulto- giovane da un punto di vista squisitamente comportamentale.
A queste due direttrici corrispondono questo articolo della rivista ed il seguente. Il primo articolo è prevalentemente teorico, mentre il secondo offre più immediati riscontri operativi all'educatore.

Cosa è l'educazione etica

L'educazione etica è una parte fondamentale dell'educazione umana ad essere. Essa consiste nel processo che rende il giovane capace di assumere una piena responsabilità rispetto ad un sistema di valori e quindi di fatto essere un soggetto attivo ed emancipato all'interno di una data cultura sociale.
Se il comportamento della persona per essere definito etico deve essere segno di una responsabilità, ne consegue che essa deve essere necessariamente in grado di esercitare un controllo pieno sull'insieme dei suoi atti esistenziali, di cui i comportamenti non sono che l'espressione finale. Questa osservazione talmente ovvia da apparire banale, si scontra però con quell'enorme serie di dati, di leggi e di formulazioni che le scienze umane in questo ultimo secolo hanno offerto alla comprensione del comportamento umano.
Infatti, se sono vere le riflessioni aperte dalla psicanalisi, l'uomo controlla solo la parte cosciente della sua personalità, che tra l'altro non è la maggiore, mentre sfugge quasi completamente al suo controllo la parte più profonda costituita dall'inconscio.
Allo stesso modo gli studi sull'influenza dei gruppi umani sulla personalità e sul comportamento dell'individuo sembrano ancora ulteriormente restringere il campo del controllo cosciente e responsabile dell'individuo su se stesso.
Questo elenco di citazioni potrebbe essere ulteriormente allargato alla biologia e a tutte le scienze che studiano da qualche punto di vista il comportamento umano, e comunque alla fine non ci si potrebbe sottrarre alla conclusione, dominante nella nostra cultura, che l'individuo è solo parzialmente responsabile di se stesso e che quindi è in grado di esercitare un limitato controllo sul proprio comportamento. Di fronte a questo pessimismo radicale intorno alla effettiva portata della libertà umana, tipico di una certa cultura scientifica contemporanea, occorre ribadire due affermazioni: 1) è possibile allargare le parti della personalità umana soggette al controllo della coscienza; 2) è possibile, attraverso particolari linguaggi, controllare, almeno parzialmente, quelle parti della personalità umana che sfuggono al dominio della coscienza.
Per fare questo è necessario che 1'uomo contemporaneo si riappropri di antiche forme della cultura e del linguaggio che le esprime.
Deve re-imparare cioè ad utilizzare i miti, le immagini ed i simboli e quindi, in definitiva, ad usare il linguaggio simbolico A questo proposito Jung nel suo ultimo scritto, pochi giorni prima di morire, rammentava: «L'uomo moderno non si rende conto di quanto il suo razionalismo (che ha distrutto le sue capacità di rispondere ai simboli ed alle idee soprannaturali) lo abbia posto alla mercè del mondo sotterraneo della psiche. Egli si è liberato (o crede di essersi liberato) della "superstizione", ma in questo processo egli è venuto perdendo i suoi valori spirituali in misura profondamente pericolosa. La sua tradizione morale e spirituale si è disintegrata, ed ora egli paga lo scotto di questo suo naufragio nel disorientamento e nella dissociazione generali».[1]
L'educazione morale allora, come pater della più generale educazione all'essere, deve fornire al giovane il possesso di quegli strumenti linguistici e culturali, che ben al di là dell'essere irrazionale barbarie, gli possono fornire il controllo su una parte più ampia della sua vita e della sua personalità.
In altre parole, educare alla responsabilità significa fare in modo che l'individuo sia in grado di governare tanto il comportamento cosciente quanto quello motivato dall'inconscio individuale o collettivo e infine il dialogo con il trascendente che balena nella esistenza umana.
Per fare questo deve iniziarsi ad un centro; deve fare in modo cioè che la sua coscienza sia effettivamente il centro della sua vita psichica, in quanto essa possiede una via, un passaggio, che la mette in contatto con l'inconscio ed un'altra che la mette in contatto con il cielo, ovvero la dimensione trascendente dell'esperienza umana. Questa necessità dell'uomo di ancorare la propria vita intorno ad un centro al fine di non perdersi ma anzi di poter vivere in modo più pieno la propria condizione umana, è presente nella coscienza dell'umanità fin dai tempi più antichi. Il «mito del centro», che più avanti sarà esposto, è appunto la «metafora» di questa profonda necessità dell'essere umano, e può quindi essere assunto, sempre metaforicamente, come il paradigma di una educazione morale che aiuta l'individuo ad espandere la propria coscienza e gli fornisce meccanismi di controllo sulle parti che a questa sfuggono.
In questo modello del centro, la coscienza si allarga e si organizza attraverso l'ausilio del linguaggio dialettico, della storia e del pensiero razionale e scientifico. Le vie di accesso alle parti più oscure, lontane e profonde della personalità e del mondo umano sono fornite dal linguaggio simbolico, dalla poesia, dal mito e dalle immagini che sin dalle più lontane origini dell'umanità popolano i suoi orizzonti di senso.

Mito, simboli, immagini: una definizione

Il mito è una forma di discorso che non richiede e non prevede dimostrazioni, che anticipa il senso del tutto. In altre parole è una forma di conoscenza globale che si oppone alle forme di conoscenza analitica, che procede cioè per successive divisioni, tipica del razionalismo in generale e più in particolare del discorso scientifico e che trova la sua verità in particolari criteri di validazione rispondenti alle leggi della logica. La verità di un mito non può essere dimostrata ma solo accettata.
Di solito i miti, anche se non esclusivamente, appartengono alla sfera del sacro e riguardano dimensioni di significato legate alle concezioni del mondo, il fine della vita umana ed il senso dell'universo, ecc. È un tipo di conoscenza, di discorso che ha sempre accompagnato il cammino dell'uomo nel mondo sino al XVIII sec., quando nella natura occidentale si è generata una separazione tra pensiero logico- razionale e pensiero mitico e quest'ultimo è stato rapidamente rimosso dalla cultura occidentale. Oggi si assiste ad un suo recupero in corrispondenza alla crisi dello scientismo.
L'immagine è una rappresentazione, una imitazione di un modello esemplare che viene continuamente riattualizzato attraverso l'immaginazione, e cioè attraverso la facoltà di rappresentare cose non date attualmente alla sensazione. Avere immaginazione è segno di ricchezza interiore, di un flusso ininterrotto e spontaneo di immagini che consente di vedere il mondo nella sua totalità. Infatti la missione ed il potere delle immagini è quello di mostrare tutto ciò che rimane refrattario al concetto.[2] Di solito l'immagine non è portatrice di un solo significato, ma di un fascio di significati reciprocamente interdipendenti anche se appartenenti a piani diversi. L'immagine appartiene allo stesso piano conoscitivo del mito anche se ne differisce profondamente, perché l'uno è discorso e l'altra rappresentazione. Tuttavia l'immagine è anche essa una forma di pensiero complementare rispetto a quello razionale-scientifico.
Il simbolo è qualcosa di più di un semplice segno in quanto appare come una «struttura di significazione in cui un senso diretto, primario letterale designa per sovrappiù un altro senso, indiretto secondario o figurato che può essere appreso solo attraverso il primo».[3]
In altre parole, il simbolo è nascosto solitamente in un normale segno, ed il suo significato è celato dal significato immediato del segno. In questo senso Jung afferma che il «simbolo è un termine, un nome, o anche una rappresentazione che può essere familiare nella vita di tutti i giorni e che tuttavia possiede connotati specifici oltre al suo significato ovvio convenzionale. Esso implica qualcosa di vago, di sconosciuto o di inaccessibile per noi».[4] Il simbolo riconnette l'uomo tanto con la sua parte individuale più profonda, l'inconscio, quanto con la storia dell'umanità prima che sorgesse all'orizzonte ed alla storia. Le immagini, i simboli ed i miti, ben lungi dall'essere delle creazioni irresponsabili della psiche, come sostiene Eliade,[5] rispondono invece ad una necessità e ad una funzione importante e cioè quella di mettere a nudo le più segrete modalità dell'essere. Il loro studio, e quindi la capacità di utilizzarli, consente di conoscere più a fondo la radice più arcaica e costitutiva dell'uomo.

Linguaggio simbolico e linguaggio dialettico

Il linguaggio simbolico è quello che consente di esprimere e di comunicare le immagini, i miti e naturalmente i simboli. E un linguaggio che non mira né ad analizzare la realtà né a dimostrare alcunché, ma semplicemente rappresentare il mondo, nella sua totalità. Il linguaggio simbolico evoca, descrive e rappresenta il mondo ma non vuole spiegarlo smontandolo nei suoi componenti essenziali e rimontarlo in una macchina funzionante secondo un insieme accettato e provato di leggi scientifiche, logiche o semplicemente razionali.
È un linguaggio che non separa ma tiene unita la realtà anche nei suoi aspetti contraddittori. Per questo motivo esso serve a «comprendere» tutti quegli aspetti della vita, della realtà e del mondo che non sono dicibili secondo i concetti razionali. Il linguaggio dialettico che con qualche semplificazione può essere fatto coincidere con quello logico-razionale, è invece il linguaggio che non evoca ma rimanda ad un sistema concettuale preciso.
Il discorso che il linguaggio dialettico sviluppa si fonda su rigorosi criteri logici, la sua validità nasce dalla sua coerenza logica interna e dal rispetto delle corrette regole attraverso cui rimanda ad una realtà mentale o materiale. La caratteristica principale è quella di dividere la realtà secondo opposizioni, contraddizioni, separando in un processo analitico ciò che si oppone in quanto «diverso da». Se il linguaggio simbolico è il linguaggio della unità e della totalità, quello dialettico è quello della divisione e della parzialità. La realtà e il mondo per essere compresi sono smontati in parti successive, sempre più piccole sin quando ciò è possibile e necessario. Il linguaggio dialettico classifica, ordina, separa e differenzia con una incredibile fecondità la realtà.
Il linguaggio dialettico per eccellenza è quello della scienza, della tecnica e della filosofia, specialmente nella sua variante della filosofia della scienza.
Il linguaggio dialettico è quello che offre la necessaria premessa per un possesso non delegato sulla realtà e quello cioè che consente all'uomo quella incredibile potenza di manipolazione della natura che specialmente il nostro secolo esprime.
Linguaggio dialettico e linguaggio simbolico non sono, come sostengono fieramente i positivisti, opponentisi, ma come anche la più recente riflessione scientifica ammette, complementari.
Oltre a tutto proprio le più avvedute concettualizzazioni delle scienze umane riconoscono che le più antiche tradizioni, le più antiche culture dell'umanità sono veicolate direttamente dal linguaggio simbolico. Riscoprire, riutilizzare in modo adeguato il linguaggio simbolico, di fatto vuol dire riappropriarsi delle proprie radici culturali, del passato che non è emerso alla dignità della storia e che pure è indispensabile alla costruzione di una solida identità umana attuale. L'aver per lungo tempo estromesso dall'orizzonte culturale dell'uomo contemporaneo il linguaggio simbolico ha significato di fatto l'aver favorito il suo sradicamento, la sua perdita di identità e quindi la sua alienazione.

L'EDUCAZIONE ETICA COME INIZIAZIONE ALLA SCOPERTA DI UN CENTRO

Nelle culture più antiche dell'umanità sono presenti alcune immagini ed alcuni miti che dagli studiosi di storia delle religioni sono raggruppati sotto la voce «simbolismi del centro».

I «simbolismi del centro» e la creazione di uno spazio discontinuo

Questi simboli propongono all'uomo la concezione di uno spazio discontinuo e disomogeneo. Infatti vi è lo spazio che l'uomo abita e che può essere assimilato ad un microcosmo, in quanto riproduce al suo interno l'immagine del cosmo essendo stato organizzato da una replica sacra della cosmogonia, ovvero dell'azione di creazione del mondo.
Fuori dai confini di questo microcosmo vi è il mondo dei demoni, delle larve, dei morti e degli stranieri. In altre parole, vi è il mondo non ancora organizzato dalla creazione divina in cui dominano il caos, la morte e la notte. Vi è insomma il mondo allo stato originario, l'apeiron illimitato ed indeterminato che precede la cosmogonia.
La città e la regione abitata, in quanto microcosmo, garantivano all'uomo antico la salvezza, e cioè il suo definitivo radicamento nell'essere. L'uscita dal microcosmo infatti significava per lui la perdita dell'essere, l'alienazione totale e definitiva di chi si perde ritornando nel caos primigenio anteriore alla creazione.
La città, il villaggio, il tempio e la stessa casa non erano localizzati e costruiti a caso, in quanto dovevano strutturarsi attorno ad un centro, secondo una procedura che di fatto non era che una replica della primitiva cosmogonia.
Questo centro, ben diverso da qualsiasi centro geometrico, che poteva corrispondere ad una montagna, ad un albero, ad un palo, ad un crocicchio o anche solo ad una loro rappresentazione simbolica di tipo architettonico, possedeva la fondamentale proprietà di essere il luogo sacro per eccellenza, il luogo cioè dove il sacro si manifestava in tutta la sua pienezza e potenza.
Il carattere sacro del centro proveniva dal fatto che esso era considerato il «centro del cosmo», il luogo cioè dove si intersecano le tre regioni cosmiche: cielo, terra ed inferno. Nel centro si realizzava la rottura dei confini tra i tre livelli ed era quindi possibile una comunicazione tra le tre regioni.
Nel centro l'iniziato, o anche più semplicemente l'uomo sacralizzato, poteva salire al cielo o discendere agli inferi, entrare in contatto con la divinità o con i morti ed i demoni.
Ogni città, ogni villaggio possedeva questo centro, anzi si può affermare che esse erano state costruite in quel luogo perché lì era il centro del mondo. Molto spesso questo centro corrispondeva con il tempio, la casa del re, il crocicchio principale. Vi era addirittura la possibilità, come alcune soluzioni architettoniche suggeriscono, che ogni casa avesse il suo centro. Essendo il centro un ente sacro e non geometrico, la pluralità di centri del mondo non creava in quel tempo alcun problema particolare, né tantomeno alcuna contraddizione. Mi rendo conto che la nostra mente, per tempo svezzata dalla sapienza scientista, incontra qualche difficoltà a considerare la simultanea esistenza di molti unici ed irrepetibili centri del mondo.
Concludendo questo breve e sommario accenno ai miti ed ai simboli del «centro del cosmo», mi preme far rilevare come fosse la dimensione sacra a costruire la discontinuità dello spazio in cui viveva ed abitava i giorni del tempo l'uomo antico. Spazio che era vivibile solo se sacralizzato, e cioè organizzato e ritualizzato in modo che ripetesse l'atto di creazione del cosmo e quindi consentisse la comunicazione con il cielo e con gli inferi.
In modo semplice e suggestivo, il simbolismo del centro testimonia la necessità che l'uomo sia radicato in uno spazio esistenziale, che gli consenta da un lato la trascendenza e dall'altro anche un legame con le proprie arcaiche radici che affondano nelle acque del caos primigenio. In definitiva testimonia della necessità che l'uomo ha di difendere il proprio essere, la propria salute fisica e mentale e quindi la propria identità attraverso l'organizzazione e la sacralizzazione dello spazio.

Educazione morale e capacità di dare senso agli atti quotidiani

L'educazione morale per alcuni versi, ed in modo metaforico, può essere assimilata ad una azione che crea nello spazio caotico, illimitato ed indifferenziato in cui si dice il desiderio e in cui risuonano gli istinti e le più paurose ferinità arcaiche, un microcosmo organizzato dotato di un centro nel quale il giovane può tanto conoscere e controllare i propri inferi (l'inconscio individuale e collettivo), quanto entrare in contatto con il cielo (i valori e la fede), rimanendo però ben radicato sulla terra (la coscienza, la razionalità umana e la dialettica).
Fuor di metafora si può affermare che, visto che il comportamento morale significa l'assunzione di responsabilità rispetto ad un progetto di vita ed ad un sistema di valori, esso non potrà che fondarsi sulla capacità della persona umana di esercitare un pieno e cosciente controllo su ogni regione e dimensione che la costituiscono. Infatti nessun individuo può essere ritenuto responsabile dei processi inconsci ed automatici che avvengono nella sua psiche e che condizionano il suo comportamento, se essi non sono soggetti alla sua volontà ed al suo controllo cosciente. Un comportamento etico è tanto più pieno, coerente e responsabile quanto più è effettivamente il risultato di una scelta libera, responsabile e quindi volontaria da parte del soggetto che la compie. Educare un giovane a comprendere e assumere la responsabilità della propria esistenza significa non solo aiutarlo ad assumere dei valori, dei principi ed in definitiva a dotare di senso i suoi atti quotidiani all'interno di un progetto di vita finalizzato da un preciso significato, ma anche e soprattutto ad assumere la capacità di conoscere, e controllare se stesso ed almeno in parte l'ambiente sociale e naturale in cui è inserito.
Ora, perché questa capacità si sviluppi, è necessario che egli possa comunicare, per mezzo di un linguaggio adeguato, con la parte più profonda della sua psiche: l'inconscio individuale e collettivo, con la sua coscienza, con il suo corpo, con la società, la storia e la cultura che costituiscono il necessario contorno alla sua identità umana. Occorre poi che comunichi con la trascendenza della propria fede.

Il linguaggio del mito e del simbolo e la conoscenza degli strati profondi della psiche umana

Non vi è però un solo linguaggio che possa consentire al giovane, ed all'uomo in generale, di comprendere attraverso la meditazione della coscienza e della ragione tanto il mondo della storia e della cultura, quanto quello in cui scorrono le acque primordiali dell'inconscio, oppure. quello dei significati e dei valori trascendenti l'utilità biologica.
Vi sono, per ognuna di queste esperienze esistenziali e di conoscenza, linguaggi diversi e particolari, alcuni dei quali sono antichissimi e portano al loro interno i dati della più antica storia della umanità. Altre invece sono più recenti e sono il risultato delle avventure della scienza moderna alla ricerca della consapevolezza dell'uomo intorno a se stesso.
Purtroppo la pluralità di questi linguaggi non è riconosciuta da molti uomini contemporanei a causa di un certo scientismo, di natura positivista, che ha «ridicolizzato» alcuni di questi linguaggi, relegandoli nella sfera della irrazionalità o comunque della barbarie di una umanità non ancora pienamente emancipata dalla paura e dalla irrazionale superstizione. Infatti per lungo tempo la nostra cultura ha estromesso, o meglio ha tentato di estromettere, i simboli, le immagini ed i miti in nome della esclusiva e totale verità del moderno linguaggio scientifico o anche del più antico, ma non per questo meno valorizzato, linguaggio dialettico. Come la più aggiornata riflessione scientifica e filosofica ha dimostrato, la nostra cultura con questa operazione si è per lungo tempo privata di linguaggi indispensabili tanto alla conoscenza delle più profonde e misteriose regioni della psiche umana, quanto di quegli strumenti conoscitivi in grado di dare un senso profondo alle piccole cose quotidiane e quindi alla stessa vita.
In nome della conoscenza analitica fornita dal linguaggio dialettico-scientifico, la nostra cultura ha abbandonato quella conoscenza di tipo globale che è fornita dal mito, dall'immagine e dal simbolo e che riguarda quegli aspetti della realtà che sfuggono a qualsiasi altro mezzo di conoscenza umano. Lévi-Strauss infatti colloca l'abbandono da parte dell'uomo occidentale del pensiero mitico in corrispondenza della nascita della scienza moderna e dei sistemi filosofici che nello stesso periodo l'hanno accompagnata e per molti versi resa possibile.
È importante a questo punto ribadire, come la riflessione scientifica contemporanea ha evidenziato, che tanto il pensiero simbolico quanto quello scientifico svolgono una funzione necessaria nella conoscenza umana e sono alla fine complementari nel disegnare il «mondo». E questo con buona pace di tutte le forme positivistiche, scientiste e razionaliste che affliggono il pensare contemporaneo.
Il linguaggio dialettico, il ragionamento discorsivo, la scomposizione analitica della realtà toccano il dominio circoscritto della storia, lo seguono e lo costituiscono rendendolo intelligibile, ma sono incapaci di superarne i confini.
Il linguaggio simbolico, il mito, le immagini in quanto fasci inestricabili di significati, invece escono dalla storia e anticipano senza giustificazioni razionali il senso del tutto.
L'uomo contemporaneo ricomincia a rivalutare questi linguaggi, e quindi queste forme di pensiero, a riappropriarsene in modo non casuale spinto da un bisogno di realtà ed aiutato in qualche modo da discipline scientifiche o quasi scientifiche quali la storia e la fenomenologia delle religioni, la psicoanalisi, l'antropologia culturale, la semiologia e la filosofia del linguaggio non positivista od analitica. La riscoperta del linguaggio simbolico, o simbolismo, consentirà di recuperare i miti e le immagini che, anche se degradati dalla cultura tecnologica scientifica a banali sciocchezze, continuano ad essere presenti nell'orizzonte della vita quotidiana e di restituire loro la primitiva forza e bellezza. Questo consentirà all'uomo di non limitarsi a quel «possesso» della realtà che il linguaggio scientifico e dialettico in generale fornisce con indubbia potenza, ma di sviluppare la comprensione delle più segrete modalità dell'essere per radicarsi in permanenza nella sua verità. Essere ed avere non si oppongono a priori, anzi si possono integrare in una più genuina e profonda forma di conoscenza del mondo nelle sue dimensioni storiche ed a- storiche.

MITI, SIMBOLI E IMMAGINI PER USCIRE DAL TEMPO, OVVERO LA SCALA DEL CIELO

È oramai riconosciuto dalla generalità degli studiosi che la funzione del simbolismo nella cultura umana è quella di far uscire l'uomo dalla storia, per portarlo verso quegli orizzonti in grado di fornire una prospettiva di senso ai vari accadimenti che si succedono nel tempo.
Riprendendo il simbolismo del centro si può affermare, dentro e fuori la metafora, che il simbolo è la scala, la montagna che all'uomo arcaico iniziato garantiva la salita al cielo, la comunicazione con la divinità e soprattutto la partecipazione alla cosmogonia e cioè all'azione di trarre il mondo dall'indifferenziata e priva di forma materia originaria.
Ora per l'uomo moderno, ed in modo particolare per quello cristiano, non è certamente riproponibile una concezione magico-religiosa di questo tipo. Sarebbe una follia oltre che un tradimento della verità del simbolismo. È necessario allora reinterpretare dentro una cultura che non è più quella dell'uomo arcaico, e che è stata profondamente segnata dal cristianesimo, dalla filosofia, dall'arte e dalla razionalità greca oltre che dal pensiero scientifico, il ruolo e la funzione del linguaggio simbolico.

Il linguaggio simbolico come luogo del radicamento nelle grandi tradizioni dell'umanità

Il linguaggio simbolico per l'uomo moderno, per il cristiano che concepisce la salvezza nella storia, non è più e non potrà più essere la scala del cielo, ma solo la via attraverso cui stabilire la propria identità profonda entrando in contatto con la cultura arcaica, con i simboli archetipi e con le immagini che in qualche modo rappresentano i «reperti archeologici» in cui è depositata, sin dagli inizi, la sapienza e l'esperienza dell'avventura umana nel mondo.
Riscoprire queste radici, questi significati profondi dell'essere, questi sensi che anticipano addirittura l'azione, vuol dire molto concretamente garantire una identità stabile, non alienata, all'individuo ed una maggior comprensione di sé e del mondo. In altre parole significa consentire al «centro», e cioè alla coscienza ed alla ragione, di controllare e conoscere una parte sempre maggiore delle modalità attraverso cui è costruita l'individualità dell'essere e che in qualche modo condizionano la psiche ed il comportamento umano nel presente.
Se l'educazione morale è porre il giovane in grado di esercitare la responsabilità rispetto a..., allora tutto ciò che di fatto svela le modalità profonde dell'essere si rivela utile, in quanto consente allo stesso giovane di esercitare un potere più efficace su di sé e sulle proprie azioni. Oltre ciò gli consente di acquisire quei valori profondi e perenni che costituiscono l'identità dell'uomo prima della storia e che, sotto varie forme, sono presenti in tutte le culture umane e costituiscono il fondamento di molti valori che si manifestano nella storia e quindi nello spazio-tempo in cui il giovane vive.
Senza i valori archetipi, senza i sensi cosmici che il linguaggio simbolico fornisce, i valori perdono profondità e potenza, si riducono a meri accadimenti relativi, privi di una verità per l'essere umano, che non sia quella che svela il ristretto dominio della convenzione sociale. È importante allora che l'azione che si vuol chiamare educazione morale, ma che altro non è se non una declinazione dell'educazione all'essere, fornisca gli strumenti linguistici attraverso cui il giovane può entrare in rapporto con questa antica cultura. Questo richiede però che la comunicazione educatrice giovane sia anche di tipo narrativo oltre che simbolica. Occorre che il rapporto con il giovane attraverso il filtro della tradizione si ponga come un narrare e cioè come una chiamata del giovane a far parte del mondo dell'educatore, cui dovrebbe risuonare la struttura del linguaggio simbolico.
L'uso del linguaggio simbolico di fatto riattualizza una cosmogonia. Infatti nel momento in cui consente di ordinare secondo un senso compiuto il microcosmo dell'individuo, lo sottrae all'angoscia nichilista che in qualche modo pervade di sé la cultura dell'occidente.
Il nichilismo afferma nelle sue varie declinazioni che le cose e gli enti, e quindi la vita stessa e l'essere umano, sono niente in quanto provengono dal niente ed al niente ritornano. Il niente che ha i connotati dell'apeiron, di quell'infinito cioè privo di forma, illimitato ed indifferenziato che tanto angosciava gli antichi. Il nichilismo come angoscia che la forma in cui si dice la vita sia un accadimento provvisorio, temporaneo, destinato in un attimo a scomparire per sempre dall'orizzonte dell'essere non è né superabile né esorcizzabile per mezzo del linguaggio dialettico. Anzi, a detta di alcuni studiosi, è proprio questo linguaggio che lo rende operante. L'affermazione della convinzione che l'essere umano pur nella sua caducità esistenziale, pur nella soggezione all'istante della morte, possa essere salvato e legato per sempre alla atemporalità dell'essere, può essere fatta risuonare nel luogo delle antiche paure ed angosce solo dal linguaggio simbolico.
Il linguaggio simbolico non ha bisogno di prove e di validazioni empiriche e logiche. Infatti la verità di cui è portatore si afferma nella mente umana solo per il fatto di venire detta. Il simbolo non è valido «perché...», ma solo per il semplice fatto di venire detto. Questa apparente irrazionalità, che sconvolge il nostro spirito di uomini che credono nella solarità e nella efficacia della ragione, è comunque sottoponibile ad un giudizio di validità che ha sede nel linguaggio di una scienza aperta al mistero.
L'acquisizione della fiducia che la vita umana e l'essere umano, al di là di ogni specifica fede, non sono un niente è fondamentale per costituire ogni fondamento dell'educazione morale. Infatti il nichilismo non può fondare alcuna morale che pretenda di avere dei caratteri costitutivi universali, al di là delle contingenze delle culture in cui la vita umana si esprime.

LE RAGIONI DEL LINGUAGGIO DIALETTICO PER AMARE VERAMENTE LA VITA

Nonostante il modo un po' enfatizzante con cui nelle pagine precedenti ho esposto le ragioni del linguaggio simbolico, non voglio in alcun modo sottovalutare la necessità e l'efficacia del linguaggio dialettico e della razionalità scientifica.
Infatti con la sottolineatura degli aspetti vitali, ai fini dell'esperienza umana, del linguaggio simbolico, che le moderne società industriali avevano dimenticato o rimosso, non intendevo privare di validità il linguaggio dialettico, ma semplicemente delimitarne gli ambiti. Il linguaggio della razionalità scientifica può infatti coprire una ampia parte della comprensione della vita umana e del mondo, ma è impotente ad esplorare i problemi che riguardano i più profondi nessi esistenziali e le vibrazioni dei significati legati al senso più riposto del mondo e del mistero umano. Non a torto Wittgenstein sosteneva nel Tractatus «noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi della vita non sono ancora neppure toccati».
Riaffermare la potenza del linguaggio simbolico nel declinare i problemi della vita, significa allora semplicemente evidenziare come una cultura umana non possa dirsi veramente piena e ricca, se non riesce ad integrare la conoscenza fornita dal linguaggio dialettico e scientifico con quella svelata dal linguaggio simbolico. Una cultura che non realizza questa integrazione rischia, se privilegia il linguaggio dialettico, di cadere nella disumanizzante esperienza del razionalismo scientista, oppure, se privilegia il linguaggio simbolico, di approdare alle infide paludi del più vieto irrazionalismo magico-religioso.
Dopo avere esplorato rapidamente il valore del linguaggio simbolico è necessario perciò evidenziare il valore del linguaggio dialettico, sempre rispetto al fine di radicare il giovane nella eticità.
Il linguaggio dialettico ha significato l'emersione della storia, del valore della vita, del lavoro umano, del pensiero tecnico scientifico e soprattutto della libertà all'orizzonte della cultura umana. Esso infatti ha fornito all'uomo uno strumento potente per attuare un possesso diretto, e non delegato, sulla realtà del mondo. In altre parole gli ha fornito la chiave del dominio sulla natura unitamente alla capacità di comprenderla. La libertà nasce come diretta espressione del potere che il linguaggio dialettico fornisce all'uomo di controllare, guidare e, in qualche modo, anticipare, il fluire degli eventi naturali, psichici che interessano l'accadere della vita umana. Senza questo potere infatti non si ha libertà, ma solo la sottomissione dell'uomo alla sua natura ed a quella del mondo. Se il linguaggio dialettico è il padre primo della libertà, della capacità di prevedere lo svolgersi degli eventi umani, della possibilità di trasformare il mondo sociale e naturale adattandolo ai bisogni dell'uomo, ecco allora che esso risulta indispensabile ad ogni processo educativo che voglia offrire al giovane la capacità di assumere responsabilità e di ordinare la propria vita secondo un particolare sistema etico. Il linguaggio dialettico diviene necessario anche per organizzare, controllare ed unificare nella coscienza umana tutte le conoscenze che i vari linguaggi forniscono. Solo il linguaggio dialettico può svolgere la funzione di metalinguaggio sia nei confronti degli altri linguaggi umani che di se stesso.
Da questo punto di vista il linguaggio dialettico può essere considerato il cardine, la pietra angolare attorno a cui si struttura la conoscenza e la prassi umana nel mondo. È il luogo necessario affinché il simbolo, dopo avere risuonato nelle profondità dell'inconscio o dell'infinito trascendente, emerga nel dominio della coscienza umana. Il simbolo, per autoriflettersi, ha bisogno del piccolo ma significativo contributo del linguaggio dialettico.
Il linguaggio dialettico infine consente di dare valore all'esperienza dell'uomo nel mondo e nella storia. Infatti il linguaggio simbolico, se non si incontra con il linguaggio dialettico, rischia di far perdere la dimensione del valore del tempo umano, dei singoli atti in cui si dice la vita quotidiana per rinchiudere il valore della vita solo nei ritmi del gran tempo cosmico, nella atemporalità eterna che è prima e dopo la storia. La storia, per il linguaggio simbolico senza il contrappeso del linguaggio dialettico, è un nulla, perché al confronto del tempo cosmico essa dura lo spazio di un istante.
La cultura occidentale e lo stesso cristianesimo esaltano invece il valore della storia, che viene considerata il luogo della salvezza e della emancipazione umana. Oltre alla identità arcaica fornita dal simbolismo, il giovane ha bisogno di quella fornita attraverso il linguaggio dialettico dalla cultura del luogo in cui è nato e vive. L'identità con la cultura sociale è innanzitutto identità con la storia e continuità della singola esperienza umana con quella che collettivamente hanno elaborato gli uomini che l'hanno preceduta e che elaborano quelli che con essa si accompagnano.

L'identità del giovane con la cultura locale

Per vivere la storia e nella storia è necessario che la persona umana entri in continuità critica, assimilandola, con la tradizione e la cultura del suo gruppo sociale. La cultura, intesa come patrimonio di testi, conoscenze, abitudini, modi di vita, di schemi di rapporto interpersonale, attraverso cui si esprime la concezione del mondo, il sistema di valori, le opinioni, le credenze e le modalità di organizzazione interna di una data società.
Tuttavia, anche se ampia, questa definizione non copre tutto il fenomeno della cultura, perché essa infatti non è solo una sorta di memoria collettiva esterna alle persone, ma anche e, forse soprattutto, il luogo dove l'esperienza esistenziale di un popolo si traduce in strutture profonde della personalità individuale, in sequenze comportamentali complesse utili alla sopravvivenza, in abitudini alimentari, di lavoro, di riproduzione e di svago per mezzo di un rapporto educativo particolare.
Perché questa trasmissione educativa della cultura possa essere fonte di crescita e di emancipazione per il giovane, deve svolgersi all'interno di un rapporto che consenta a questi una assunzione critica. E cioè deve lasciare libero il giovane tanto di attuare una piena assunzione, quanto un motivato e consapevole rifiuto.
La cultura deve essere sempre e comunque assunta con l'atteggiamento di chi guarda alla lezione del passato con la viva coscienza di vivere un presente che è rivolto al futuro. È solo l'assunzione critica della cultura sociale che consente l'innescarsi di quel processo evolutivo, individuale e sociale, che rende possibile l'esercizio della libertà nella responsabilità e quindi il radicamento nella storia, senza la prigione di un condizionamento deterministico.
La cultura sociale è in effetti la premessa fondamentale ad ogni tipo di esperienza dell'uomo nella storia e, più in generale, nel mondo. Anzi il mondo è costituito attraverso la cultura, che altro non è che la struttura dello spazio-tempo in cui si svolge la vicenda umana e la lingua dà forma a tutte le esperienze umane nel mondo.

La storia come luogo della salvezza umana e la ragione come strumento per affermare l'amore per la vita

Con l'affermarsi della ragione dialettica, e più in generale della ragione come strumento essenziale per la ricerca della verità e per scoprire l'intima essenza della realtà al di là dell'apparenza, è emersa all'orizzonte della cultura umana la storia. Il linguaggio simbolico, i miti e le immagini in cui esso si declina, tende solitamente alla costruzione ed alla descrizione di una realtà umana e cosmica sostanzialmente astorica, lontana quindi dal tempo breve e ingannevole in cui si svolge la realtà terrena dell'uomo. Gli antichi miti infatti dotano di significato la vita, dicendo che esso è al di là della storia, oltre l'apparenza, e che l'unica reale salvezza dell'uomo consiste nella sua possibilità di uscire dalla storia e di vivere in accordo con i grandi e imperturbabili ritmi del tempo cosmico. L'occidente, sia nella sua matrice costituita dal pensiero greco che in quella rappresentata dal cristianesimo, ha posto al centro dei suoi valori e del suo sistema di senso la storia, che non viene più vista come il luogo dove dominano le false apparenze e l'uomo può soltanto perdersi, ma come il luogo in cui può svolgersi ogni definitivo e radicale riscatto ed emancipazione della condizione umana.
La storia concepita come libertà aperta tanto alla salvezza quanto alla perdizione. E nella storia che si costruisce l'affrancamento dal bisogno e che si compie il cammino che conduce dalla patria dell'istinto a quella del valore. Per il credente, d'altronde, la storia è stata salvata dal sacrificio di Gesù ed è già, e non ancora, il luogo in cui inizia la realtà del Regno.
Il riconoscimento del valore della storia e della ragione che ad essa è correlata, è necessario alla costruzione di quel centro che è la coscienza e che consente il controllo su tutte le dimensioni in cui si dice l'esperienza umana nel mondo.
Se la ragione è all'origine della storia lo è anche dell'amore per la vita, per quel breve ed ingannevole istante che intercorre tra l'apparire e lo scomparire di un singolo esistente all'orizzonte del mondo.
Un amore che si fonda sulla ricerca della verità e sulla libertà intesa nella sua accezione più profonda e cioè come possibilità di controllare e governare, in qualche modo, se stessi e l'ambiente naturale e sociale. L'amore per la vita è amore della libertà, della verità ricercata avendo come centro la ragione e la capacità di dominare, trasformare e forse, come era nel sogno degli antichi alchimisti, di redimere la natura.
L'uomo ha il suo centro sulla terra e quindi per lui l'intersezione dei tre mondi (il cielo, la terra e gli inferi) avviene in un luogo che, pur nella aspazialità e nella atemporalità tipica del luogo sacro, è circoscritto dallo spazio-tempo della storia. Una coscienza quindi senza terra, senza radicamento nella storia, senza la potenza della ragione e la volontà di trasformare il mondo, è priva di qualsiasi concreta possibilità di esercitare una signoria e quindi una responsabilità sull'unico luogo in cui la vita umana nel suo divenire terreno risuona: il mondo.
È indispensabile allora, per ogni comunicazione educativa, riuscire ad intrecciare nel linguaggio complesso di una cultura matura il linguaggio simbolico con quello dialettico, l'argomentazione con la narrazione, senza tuttavia contaminare gli ambiti propri di ciascuno con improvvidi ed esiziali zibaldoni. Un intreccio quindi non inteso come miscela di linguaggi, di metodi e di strutture di pensiero diverse tra di loro, ma come necessità di realizzare nella comprensione del mondo approcci plurimi e complementari, che utilizzino tutte le forme in cui nel tempo è andata sedimentandosi ed istituzionalizzandosi la conoscenza umana.

Il linguaggio dell'inconscio e del desiderio per distruggere il tempo che nega la signoria del soggetto su se stesso

Vi sono alcuni antichi miti indiani ed alcune tecniche ascetiche ad essi associati, in particolare quelle dello yoga, che propongono le modalità per uscire dal tempo. L'uscita dal tempo è indicata come il mezzo per poter esercitare un pieno controllo su se stessi, sulla propria vita psicofisica, e nello stesso tempo per entrare in contatto con la divinità. La via per cui si realizza l'uscita dal tempo passa attraverso l'assunzione della capacità di integrarsi prima nei vari tempi cosmici e poi di uscirne definitivamente abolendo il cosmo e reintegrandosi nei contrari.
Ora, senza entrare nell'analisi di questi miti e di queste sofisticate tecniche ascetiche, mi preme solo porre in evidenza come essi indichino la strada che conduce alla piena signoria dell'uomo su se stesso, nella abolizione della memoria subconscia ed inconscia individuale e collettiva. Questi miti parlano espressamente di bruciare la memoria inconscia che è depositata in ogni uomo.

Cancellare il passato che impedisce il pieno controllo dell'uomo su se stesso

Nel tentativo di bruciare il passato, di purificarlo attraverso particolari tecniche, lo yogin manifesta la volontà di abolire l'opera del tempo. Con questa azione egli, di fatto, persegue un obiettivo comune a molte pratiche mistiche e, per alcuni versi, caratteristico delle odierne terapie psicoanalitiche. Infatti anche se dietro il mascheramento di improbabili teorie scientifiche, la psicoanalisi nella sua opera di indagine che porta alla coscienza i materiali inconsci, di fatto tende a purificare il passato liberandolo da quei traumi, individuali o culturali, da quelle esperienze esistenziali e da quei conflitti che perturbano la vita psicofisica attuale dell'individuo.
La differenza della psicoanalisi rispetto alla tecnica dello yoga è che, mentre essa utilizza, per liberare il passato, il linguaggio nella sua dimensione simbolica più profonda, lo yoga ricorre a tecniche respiratorie psicomotorie e autosuggestive.
Il recupero del linguaggio, come chiave per aprire le porte dell'inconscio e liberare l'essere umano dal logoramento del tempo e quindi anche dalle cadute della storia, è uno dei contributi più importanti che la psicoanalisi, nel complesso delle sue varie scuole, può offrire alla cultura contemporanea. Infatti, come era già implicito nella freudiana formulazione delle associazioni libere, ma anche a livello letterario nella tecnica di scrittura automatica inventata dai surrealisti, è emersa la con.sapevolezza che i sentieri dell'inconscio possono essere percorsi da un linguaggio che, abbandonati i nessi sintattici logico-grammaticali, costruisce le proprie proposizioni sulla base delle contiguità, simboliche o puramente affettivo-emotive, dei significanti che emergono al discorso. In altre parole si ha un significante che ne richiama un altro sulla base di una linearità conseguenziale, che non è quella di alcuna logica formale, bensì solo quella dei nessi esistenziali. Il significante come forma visiva o come suono che, legandosi ad altri significanti in un flusso quasi automatico svela i significati nascosti, impedendo per una volta che quelli manifesti li oscurino. I significati latenti, e perciò squisitamente simbolici, si legano a formare un sentiero che non segue le regole della topografia, ma solo quelle della memoria inconscia.
La memoria inconscia non ancora bruciata e purificata è una ostruzione che impedisce all'uomo la piena comprensione di se stesso e del cosmo, oltre a negargli l'accesso contemplativo a quella soglia oltre la quale non si ha né spazio né tempo, ma solo il sorriso dell'eterno. Anche nell'inconscio non si ha lo spazio-tempo in quanto esso svanisce nel non ancora infinito e nel non più finito di un luogo illimitato ed indeterminato che il nichilismo scambia con l'infinito vero.
L'inconscio allora, come spazio del desiderio ancora in bilico tra la distruzione, l'annichilimento e la realtà trascendente dell'infinito vero.
L'inconscio rappresenta da questo punto di vista la connessione dell'umano con l'apeiron, inteso come l'illimitato indeterminato, in cui la assenza del limite non è la felicità dell'infinito ma l'angoscia della mancanza di forma di vita, il baratro in cui la vita umana non può tornare dopo la creazione se non vuole perdersi e distruggersi.
Bruciare la memoria inconscia, purificarla dalle scorie dei traumi e delle paure infantili dell'uomo, ecco la strada che libera, aprendo le porte dell'infinito vero, l'uomo dalle sue innominate ed innominabili angosce per avviarlo ad una più piena signoria di se stesso.
Occorre allora ricuperare nell'educazione, accanto al linguaggio razionale e dialettico e all'arcaico linguaggio simbolico, il linguaggio dell'inconscio individuale che altro non è che il linguaggio in cui i significanti possono emanciparsi dal dominio dei significati per associarsi in libere catene che portano giù nelle più riposte zone della personalità umana.

Riproporre un limite mai fisso al desiderio, ovvero una morale che si rinnova

Il desiderio, che può essere considerato il motore dell'esistenza umana, la molla che spinge l'uomo verso la vita intesa come ampliamento di sé e degli spazi esperienziali, se non è controllato e posto all'interno di un limite, può divenire la forza che distrugge la vita nullificandola e disperdendola nello spazio-tempo illimitato e privo di forma del falso infinito. Il desiderio, infatti, se non si lega continuamente ad un limite è di fatto ciò che dagli antichi sapienti veniva massimamente temuto, e cioè la memoria come tempo che distrugge la capacità dell'uomo di legare il senso della propria vita alla verità dell'Essere. È l'inconscio che emerge alla vita condizionandola al di fuori di ogni possibilità di controllo dell'individuo. È ciò che impedisce all'uomo di esercitare la ricerca della verità e la responsabilità.
L'educazione morale dev'essere quindi intesa come una educazione al limite. Tuttavia, anche qui, con una importante precisazione. E cioè quella che se il limite diventa fisso, si cristallizza in modi ed in forme immutabili impoverisce la vita negandole ogni significativa evoluzione. Deve esistere allora una dialettica desiderio-limite in cui quest'ultimo si ride= finisce continuamente adattandosi alla nuova realtà umana, esperienziale e sociale del singolo individuo e della collettività dove la dialettica si svolge.
In termini di comunicazione ciò significa che lo spazio, o meglio le strutture in cui si declinano i vari significati dei linguaggi e dei codici, non va pensato in modo rigido e chiuso, bensì in modo flessibile ed aperto a nuove forme e quindi a nuove distribuzioni del senso.
Una parola infatti se vuole mantenersi viva non può rimandare sempre agli stessi significati, ma, pur rimanendo alla radice fedele a se stessa, deve rimandare a nuovi significati, adeguandosi continuamente alla nuova realtà sociale ed esperienziale in cui si trova ad operare. Una parola statica, così come una lingua statica, è segno di morte.
Le parole vere che descrivono la vita e la storia sono parole che rischiano continuamente la loro identità in un ciclo permanente di innovazione-conservazione che non distrugge il senso precedente, ma semplicemente lo ridice all'interno di un senso nuovo.
Credo che questa metafora della parola viva riproduca abbastanza fedelmente il ciclo per mezzo del quale la morale si rinnova rimanendo fedele a se stessa. Di come cioè la morale accetti la storia e nello stesso tempo tenga fermo un radicamento nel luogo dove la verità viene detta al di fuori dello spazio-tempo.
La morale intesa come fonte di una condotta umana, di una comunicazione che consente all'uomo la presenza nella storia e l'ancoramento alla astoricità di quei valori che sono perenni, perché legati alla rivelazione divina nel mondo.
Ciò significa che i valori possono essere giocati nella storia come in un gioco linguistico. In un gioco, cioè, in cui si ha una continua modificazione del senso dei valoni, una continua scoperta di nuovi modi di combinarli tra di loro e quindi di far dir loro nuove realtà, nella fedeltà tuttavia ad un codice che garantisce che le diverse declinazioni in cui i valori si manifestano non sono che stati di una precisa identità. Giocare i valori è realizzare non solo la dialettica limite-desiderio, ma anche fornire ad essa continuamente uno spazio-tempo in cui dirsi.
In altre parole giocare i valori, spostare i confini del loro senso, è far dire al desiderio nuove forme, è costringere il desiderio a porsi come fucina di forme finite, è sottrarre il desiderio al rischio della distruzione. Significa ancora sottrarre nuove energie psichiche umane al caos primigenio, agli inferi ed ai demoni, per costruire nuove forme che altro non sono che nuovi modi in cui può dirsi la verità e la felicità della vita umana.
L'uomo attraverso un sistema etico che continuamente ridefinisce se stesso, può con più potenza proseguire il suo lavoro nel mondo, il suo compito storico di salvezza e di emancipazione, bonificando e colonizzando l'angoscioso spazio dell'illimitato-indeterminato, costruendo in esso nuove forme e nuovi frammenti di spazio-tempo, di storia e di senso e quindi aumentando i luoghi abitabili dall'uomo e dal suo spirito.
Dare un limite al desiderio è dare terra all'orizzonte, è consentire allo sguardo umano l'intuizione del punto in cui balena la presenza dell'infinito nel mondo.


NOTE

[1] Jung C.G., L'uomo e i suoi simboli, Milano 19 pp. 75-76.
[2] Eliade M., Immagini e Simboli, Milano 1980, p. 22.
[3] Ricoeur P., Il conflitto delle interpretazioni, Milano 1976, p. 26.
[4] Jung C.G., o.c., p. 5.
[5] Eliade M., o.c., p. 16.