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Giovani e preghiera: strategie e interventi educativi


Franco Floris

(NPG 1982-6-3)


Presentiamo il secondo dossier che con quello di marzo '82 (“Giovani e preghiera: un obiettivo ed una proposta educativa”) vuole offrire una riflessione globale nell'educazione dei giovani alla preghiera, all'interno del progetto di pastorale di cui la rivista si fa portatrice.
I due dossier fanno parte di un unico tracciato che, seguendo le indicazioni della programmazione educativa, ha percorso le tappe della ricerca di un obiettivo e della elaborazione della proposta (primo dossier) ed ora si sofferma maggiormente sui problemi del metodo a livello di strategie e di interventi concreti.
Il dossier, per forza di cose, si limiterà a cenni veloci. Tutt'altro che essere esaustivo, indicherà delle piste di lavoro. Quello di cui anche in questa parte della programmazione educativa il dossier si preoccupa è la individuazione di un modello unitario nella proposta e nel metodo.

Come passare dalla proposta, elaborata alla luce dell'esperienza cristiana e delle domande giovanili, all'azione educativa diretta? La programmazione educativa studia questo aspetto nella riflessione dedicata al metodo che comprende l'inventario delle risorse, la individuazione di alcune strategie di base e infine gli interventi educativi, fino ad arrivare, al termine del cammino, alla verifica e ad una nuova programmazione. La riflessione sul metodo pone un problema. spesso è stata vista come momento posteriore alla riflessione sui contenuti. Il metodo è stato ridotto a “come fare”. In realtà questo procedimento è inadeguato, perché il “come fare” ed il “che cosa” sono il contenuto stesso della proposta. Proprio per questo è importante soffermarsi sul modello teorico sottostante al nostro itinerario. Lungo la storia il problema del metodo e del suo rapporto con i contenuti anche nell'educazione alla preghiera è stato risolto in modi diversi. Per capire la nostra scelta è importante recensire, anche se in modo sommario, tali modelli.
Assieme al rapporto tra “che cosa” e “come” emerge un secondo problema, quello dell'utilizzo dei processi umani, e quindi delle indicazioni delle scienze umane, nella educazione alla preghiera. Nell'articolo che segue i due problemi vengono trattati insieme per arrivare ad un orientamento che pone l'educazione alla preghiera “dentro” il processo di crescita dei giovani e considera la dialettica tra “che cosa” e “come” quale filo conduttore delle strategie e dei vari interventi.


1. Introduzione al metodo nella educazione alla preghiera

In questa introduzione al metodo nell'educazione alla preghiera vogliamo accennare a due temi: il modello teorico educativo che fa da supporto a tutto il dossier; la esplicitazione del metodo in un itinerario di educazione dei giovani alla preghiera.

MODELLI DI EDUCAZIONE ALLA PREGHIERA

A volte si danno per scontate alcune affermazioni sulle quali non si discute più, ma se lo si facesse non ci si troverebbe facilmente d'accordo. Una di queste affermazioni riguarda la preghiera. “Si può educare a pregare?”. Spontaneamente la risposta è positiva. Ma se ci si chiede subito che contenuto si dà al verbo “educare” incominciano le discussioni.
Per alcuni vuole semplicemente dire sollecitare moralisticamente i giovani a partecipare alla preghiera. Per altri vuol dire addestrare ad una preghiera già esistente.
Per altri ancora vuol dire lasciare spazio alla creatività giovanile. Per altri infine non ha senso parlare in senso stretto di educazione alla preghiera perché la capacità di pregare è “dono” di Dio.
In che senso, dunque, parlare di educazione alla preghiera? Prima di tentare una risposta è utile individuare nella pratica pastorale alcuni modelli educativi.[1] Sono modelli successivi nel tempo, come vedremo, ma compresenti oggi nella vita ecclesiale.
Non si parla più (come nel dossier precedente) della proposta di alcuni contenuti piuttosto che altri, ma del modo come questa proposta viene elaborata e quindi mediata alle nuove generazioni. Un problema quindi di contenuto (come si definisce la preghiera) e di metodo (come si educa alla preghiera).

L'orientamento pre-educativo

Fino a che punto nel passato è esistita un'educazione alla preghiera? Più che un'educazione vera e propria, intesa come “abilitazione” delle capacità soggettive, esisteva una pratica di preghiera a cui progressivamente le nuove generazioni accedevano. L'inserimento era relativamente facile. Il contesto culturale non solo era favorevole, ma prevedeva ritmi e tempi di preghiera che permettevano alle nuove generazioni di entrare a far parte della società e cultura del tempo.
In questo modello il problema educativo veniva giocato sul dover essere della preghiera, sull'apprendimento delle formule e riti, sull'ascetica che deve sostenere la fatica del pregare. In questo modo, sostenute dall'ambiente, le nuove generazioni interiorizzavano, “facendo esperienza”, la preghiera.
Una simile pedagogia della preghiera non si occupa se non delle condizioni di grazia. Non c'è bisogno in fondo di preoccuparsi delle disposizioni umane per pregare. Le condizioni sono religiose e morali (cioè credere in Dio ed essere buoni). Non viene sviluppato, se non indirettamente, tutto il settore degli atteggiamenti umani sottostanti.
Se l'educazione alla preghiera non è un grosso problema di metodo, non è neppure un problema di contenuti, perché essi sono già noti e consolidati. Chi lavora con le nuove generazioni deve solo istruire sui contenuti fissati dalla tradizione. L'educazione si esprime quindi come “iniziazione” a un mondo preesistente. Il massimo concesso è l'ingresso “a tappe” in un mondo complicato come quello della preghiera, oppure un “adattamento”, cioè lo sfoltimento, ad uso dei giovani, delle pratiche di pietà degli adulti.
Si può dire che questo è un modello “pre-educativo”, perché l'educazione è ridotta a iniziazione, adattamento di formule, attenzione al “dover essere” senza mediazione con le condizioni reali delle nuove generazioni.
Il modello pre-educativo è quello della tradizione cristiana, e fino a non molti anni fa non poneva problemi perché tutti i processi formativi erano strutturati sul modello della iniziazione.
La sua crisi è iniziata con il lento estendersi della secolarizzazione e con il progressivo consolidarsi di processi educativi centrati sul soggetto. Proporre la preghiera in termini di verità/oggettività ha finito per creare disagio e rifiuto.

Il modello dialettico

Un primo superamento del modello pre-educativo si è avuto, fin dagli anni trenta, quando per superare il divario crescente tra esperienza cristiana e nuove generazioni si utilizzarono le suggestioni delle scuole attive e si accentuò la ricerca di metodi e tecniche come chiave di soluzione dei problemi della pastorale catechistica e liturgica. La crisi nell'educazione alla fede era vista non come problema di contenuti, ma di metodi e strategie educative. E per qualche anno si lavorò al rinnovamento dello stile educativo nella “trasmissione” dei contenuti.
Dopo pochi anni la situazione si capovolse. Sia per la delusione per gli scarsi risultati sia per l'influsso degli studi biblici, patristici e liturgici, l'attenzione passò rapidamente dai metodi ai contenuti, al kerigma. L'educazione alla preghiera e alla liturgia venne ridotta a immersione nell'esperienza cristiana attraverso una catechesi centrata sui contenuti e una liturgia proposta come fare esperienza della “grazia che trasforma”.
I problemi di metodo passarono in secondo piano. L'educazione rimase sempre ridotta ad iniziazione.
A questa svolta kerigmatica è venuto successivamente ad aggiungersi anche il contributo della teologia dialettica che rifacendosi, più o meno direttamente, alla teologia di K. Barth, opponeva l'umano al divino, e considerava il mondo del divino irraggiungibile attraverso qualsiasi tipo di mediazione umana. Credere di arrivare alla fede e alla preghiera con procedimenti umani è un attentato alla originalità della esperienza cristiana, che trova il suo fondamento nella immersione del “Totalmente Altro” nell'umano.
La preghiera cristiana sul piano dei contenuti è ritenuta assolutamente nuova rispetto ad ogni possibile preghiera dell'uomo. E l'educazione ad essa non è possibile se non rifacendosi immediatamente alla grazia di Dio e ai suoi strumenti. Essa non è frutto di educazione vera e propria, ma “dono dall'alto”, frutto dell'azione di Dio che si concentra nella Parola, nei sacramenti e nella preghiera.
Poiché la preghiera cristiana fa parte di quella zona di salvezza che è la chiesa nel mondo, per educare ad essa non valgono i contributi delle scienze pedagogiche e delle altre discipline umane. Ogni tentativo di riflettere in tale direzione viene condannato perché inquina la purezza della fede e fa dipendere il cammino nella fede dalle forze umane e dagli accorgimenti delle scienze umane, e non dalla forza di Dio e dalla scienza di Dio espressa nella rivelazione.
Merito dell'orientamento dialettico è l'aver sottolineato con forza, in un tempo di crescente secolarizzazione, lo specifico della preghiera cristiana che trova il suo fondamento nell'evento di salvezza in Cristo, in modo che se tra preghiera dell'uomo e preghiera cristiana c'è continuità, c'è pur sempre discontinuità.

La svolta antropologica e l'attenzione al metodo

Il superamento del modello pre-educativo e del modello dialettico nell'educazione alla preghiera e nella pastorale in genere, avviene man mano che si assume come principio ispiratore di ogni opzione pastorale il “principio della Incarnazione”.
In forza di questo principio, poiché Dio in Gesù ha assunto la natura umana, tutto ciò che è autenticamente umano ed ogni crescita in umanità sono luogo di effettiva comunione con Dio. La Incarnazione non minimizza l'umano per fare spazio al divino, ma “immerge” nel divino ciò che è autenticamente umano, cioè a misura del progetto di uomo realizzato da Gesù di Nazareth.
Il principio dell'Incarnazione fonda una teologia della educazione, che tutt'altro che annullare lo sforzo educativo, lo assume e lo valorizza riconoscendovi una manifestazione dello Spirito che il Risorto ha inviato nella storia.
Se ogni crescita nell'uomo è frutto della collaborazione fra Dio e l'uomo alla luce della decisione di Dio di fare compagnia all'uomo nella sua battaglia per la vita, si può dire che è possibile davvero educare alla fede e alla preghiera. Il “dono di Dio” si manifesta nel fatto che abilita a un cammino umano/divino verso una preghiera sempre più ispirata al Vangelo. Educare alla preghiera in termini cristiani implica quindi un'attenzione ai processi formativi connessi con la preghiera, e significa formazione delle sottostrutture umane che lo Spirito assume per dare voce ai suoi “gemiti inenarrabili” (Rom 8) nel cuore di ogni uomo. C'è dunque un “lato educabile” della preghiera e attraverso opportuni interventi si può preparare la pasta che il lievito dello Spirito trasforma in pane davanti a Dio.
A partire dalla riflessione sull'Incarnazione l'educazione alla preghiera ha conosciuto nuove fasi e forme.
In un primo momento l'interesse si volge nuovamente al metodo e ci si interroga su “come” educare alla preghiera.
L'azione educativa si svolge su due fronti. Anzitutto sul fronte della crescita globale della persona, per “preparare il terreno”, aiutando i giovani ad acquisire valori, atteggiamenti e modi di pensare aperti alla fede e alla preghiera. In secondo luogo sul fronte dei mezzi e delle tecniche, dove la creatività degli operatori elabora nuove occasioni, istituzioni, strategie, strutture, tempi e luoghi in cui fare esperienza di preghiera.
Anche nell'orientamento al metodo, che ha portato una ventata di freschezza nello stile di preghiera e ha favorito il nascere di nuovi ambienti di raccoglimento, di modelli più giovanili di musica e canto, di nuovi testi di preghiera, l'educazione è tuttavia pensata ancora in termini di iniziazione ad un mondo preesistente, già costituito prima dell'individuo.
La svolta consiste al massimo nel partire dagli spunti offerti dalla vita quotidiana, nell'assunzione del linguaggio in uso tra i giovani, nell'adattamento degli schemi generali della eucaristia e degli altri sacramenti alla situazione dei giovani, ma in fondo si rimane al principio che esiste un unico modello valido di preghiera e di celebrazione, quello degli adulti, praticato dalla comunità ufficiale. Quelle ai giovani sono concessioni per farsi capire o perché non se ne può fare a meno.

La condizione giovanile come criterio ermeneutico di una proposta di preghiera

Il rinnovamento metodologico e la riforma dei riti avvenuta negli stessi anni sono state due occasioni decisive per una riflessione e una pratica rinnovata di educazione alla preghiera e alla liturgia. Ma ben presto ci si rende conto che il vero nodo educativo è altrove.
Se è vero che senza un metodo non si educa, è anche vero che il metodo da solo non basta, come non basta modificare i riti e i testi di preghiera.
La domanda si trasforma e diventa: fino a che punto ha senso proporre la preghiera come iniziazione?
La domanda non è posta solo dal disagio dei giovani di fronte a simili proposte, ma anche da una attenta riflessione sulla fede con le indicazioni elaborate dalla ermeneutica.
L'ermeneutica, esperta nell'arte del sospetto, svela che ogni proposta anche di preghiera, è sempre sintesi di “fede” e di “cultura”, cioè sintesi tra la “memoria evangelica” e il modo di pensare e agire di una determinata epoca culturale. Prima allora di chiedersi “come” educare si pone la domanda: di “quale preghiera” si tratta?
Il metodo ermeneutico indica una nuova strada da percorrere. In un primo momento utilizzando le domande giovanili come criterio ermeneutico, si sottopongono i modelli di preghiera in circolazione ad un'opera di decodifica per separare ciò che è autenticamente umano e ciò che è specificamente cristiano, da ciò che è invece “cultura che passa” e incrostazione storica della fede. In un secondo momento (in senso logico, perché i due processi avvengono contemporaneamente) si elabora un nuovo modello di preghiera, coniugando insieme la domanda educativa religiosa e di preghiera con l'evento Gesù Cristo, come emerge dalla esperienza evangelica e dalla tradizione cristiana ripensata in termini critici in sede di decodifica.
In questo modo non solo si elabora un nuovo modello di preghiera, ma di fatto si dà inizio a nuovi processi educativi.
Nel modello orientato dai processi ermeneutici la domanda di fondo è non più come iniziare ad una preghiera preesistente, ma come “ridire” la preghiera nell'attuale condizione giovanile. Così si mette in pratica l'orientamento pastorale del Sinodo dei Vescovi del 1977, che ha ricordato a tutti: “La fede cristiana, attraverso la catechesi, deve incarnarsi nelle culture. La vera incarnazione della fede per mezzo della catechesi suppone non soltanto il processo del dare, ma anche quello del ricevere” (Messaggio al popolo di Dio, n. 4). Nel sottolineare, come si è fatto ora, l'importanza della inculturazione non si vuole IL dimenticare che l'educazione alla preghiera è sempre anche un fatto di iniziazione, visto che la preghiera cristiana non è una teoria ma una esperienza maturata da generazioni di uomini e donne lungo i secoli. In un tempo di crisi dei processi di trasmissione culturale e, di conseguenza, di crisi di memoria storica nei giovani, non può essere dimenticato che essi hanno bisogno di apprendere l'alfabeto della preghiera cristiana. Tuttavia, nella dialettica tra inculturazione e iniziazione, il punto di partenza deve rimanere una grossa attenzione alla inculturazione. Dentro questa attenzione e dentro le scelte educative che ne derivano ha senso preoccuparsi anche della iniziazione. E non viceversa.

Verso itinerari di educazione alla preghiera

La riflessione pastorale ha condotto ad un rinnovamento dell'educazione alla fede e alla preghiera, che, raccogliendo insieme i contributi della svolta antropologica e le indicazioni della ermeneutica, comincia a dare i suoi frutti.
Le domande si pongono ora nella direzione della concretezza, dell'elaborazione di proposte ed itinerari. Che fare in concreto, ci si chiede? Quale proposta fare e come elaborarla? Come passare alla pratica educativa sulla base di un progetto elaborato per “questi giovani”?
Per dare risposta a queste domande diventa indispensabile il ricorso alle discipline della programmazione educativa. Si entra così in una nuova fase degli orientamenti educativi.
Porsi una domanda sulla programmazione lascia intendere una svolta che è utile sottolineare. Si vuole uscire dal generico e dalla improvvisazione, e allo stesso tempo si rifiuta un cammino educativo come esecuzione di progetti elaborati a tavolino. L'orientamento che emerge è che gli educatori vanno aiutati ad acquisire la competenza teorico-didattica necessaria per la elaborazione di un progetto.

IL METODO IN UN ITINERARIO DI EDUCAZIONE ALLA PREGHIERA

Proseguendo nell'abbozzo di un progetto di educazione alla preghiera dopo aver individuato un obiettivo e una proposta,[2] è venuto il momento di affrontare più da vicino il “metodo”.
Parlando del metodo vanno distinti essenzialmente tre livelli di azione: l'inventario delle risorse, le strategie e gli interventi educativi.

L'educazione alla preghiera dentro l'educazione umana e cristiana

Prima però di entrare in merito alle strategie e agli interventi occorre chiarire lo spazio pastorale in cui si colloca l'educazione alla preghiera.
L'attenzione al principio della Incarnazione ha condotto a pensare l'azione pastorale come presenza che si fa carico dei processi educativi nel loro insieme e aiuta i giovani ad aprirsi, nel rispetto dell'autonomia dei valori profani, ad una esperienza religiosa centrata sull'accoglienza del Regno di Dio in Gesù Cristo.
Questa impostazione permette da una parte di affermare che l'educazione alla fede e alla preghiera non sono un settore a sé stante, quasi un cerchio a parte. L'educazione alla preghiera è un fatto interno alla educazione umana e cristiana: non si tratta di qualcosa di diverso, ma di un modo particolare di educare a vivere l'umano ed il cristiano.
L'educazione alla preghiera è coestensiva a tutta l'educazione umana e cristiana. Coinvolge l'educazione artistica e letteraria, l'educazione politica e la educazione affettiva. Coinvolge la relazione educativa e l'istituzione educativa nel complesso. Tutto ha a che fare con la educazione alla preghiera. Non esistono spazi neutrali. I valori che circolano, gli atteggiamenti sottostanti agli interventi educativi, i comportamenti che fanno opinione: tutto è aperto o meno alla preghiera.
Lo stesso si deve dire dell'educazione alla preghiera nella comunità cristiana in genere e negli oratori, centri giovanili, scuole... L'educazione alla preghiera prima che isolabile e riconducibile agli interventi di cui si parlerà più avanti, è un fatto globale che coinvolge lo stile di vita delle comunità. Così, per fare un esempio, un oratorio educa all'“ascolto” non, in primo luogo, perché propone lunghi momenti di lettura della parola di Dio, ma perché vive in ascolto dell'uomo, accoglie le domande dei giovani, è sintonizzato sui “segni dei tempi” come linguaggio di Dio.
In conclusione è il processo educativo, catechistico e pastorale nel suo insieme che abilita o allontana dalla preghiera.
Ci sono però interventi che concentrano l'impegno educativo direttamente sulla preghiera e sulla celebrazione. di questo che ora si vuole parlare.

La scelta di un modello di preghiera

Nel precedente dossier si è sottolineato che esistono diversi modelli di preghiera e che questi sottendono uno specifico progetto di uomo e di cristiano, una particolare cristologia e teologia della salvezza, una diversa valorizzazione di ciò che è umano e profano, un modo caratteristico di pensare il rapporto tra chiesa e mondo, tra individuo e comunità.
Negli ambienti educativi a volte in proposito regna confusione. Modelli di uomo e di spiritualità si incrociano fino a contrapporsi e elidersi reciprocamente. Negli interventi si utilizzano schemi teologici e pastorali diversi. Nell'eucaristia, ad esempio, si fa riferimento ad una teologia che valorizza le realtà umane e la storia; nella penitenza si utilizza una teologia fondata sull'annichilimento di tutto ciò che è costruzione umana.
L'educazione alla preghiera comincia dalla scelta di un modello educativo, pastorale, teologico.
Quale modello scegliere? In queste pagine si è tentato di abbozzare una proposta compatibile con lo stile di vita secolarizzato di molti giovani. Non è l'unico modello di preghiera proponibile.
La domanda che si pone è: in base a che cosa decidersi per un modello? Si può avere la risposta se si attiva un confronto tra la propria originalità di comunità educativa e di movimento ecclesiale e i bisogni dei giovani. In un certo senso possono essere i destinatari a indicare quale modello preferire. Allo stesso tempo però la scelta dovrà esprimere la tendenza personale e carismatica degli educatori.
Il guaio di questi anni, anche a proposito di preghiera, non è il pluralismo delle proposte, ma che ogni proposta ha finito per chiudersi in se stessa. Oggi gli spiritualisti dialogano con gli spiritualisti, i secolaristi dialogano tra di loro, e così fanno i fautori dell'integrismo e quelli dei movimenti carismatici.

Risorse, strategie ed interventi

Nelle pagine seguenti si parlerà delle strategie e, soprattutto, degli interventi educativi. Tra gli interventi si parlerà anche, velocemente, della verifica e valutazione del cammino percorso.
Una parola soltanto sull'inventario delle risorse disponibili per concretizzare la proposta di preghiera. Sono risorse: gli educatori e le loro competenze; gli spazi e i tempi di educazione umana e cristiana; le occasioni in cui è possibile sensibilizzare i giovani e fare loro una proposta di preghiera; le istituzioni, le strutture, gli ambienti che è possibile utilizzare o a cui fare riferimento...
Le risorse vanno pensate in termini critici, perché sottendono, anche se non in modo evidente, un modello di uomo e di cristiano, una teologia della chiesa e della preghiera, una sensibilità sociale e culturale. Le risorse non sono in effetti neutrali per l'educazione alla preghiera. A volte si usano libri, ambienti, persone che sottendono una visione di preghiera diversa da quella che si condivide. Il risultato è la confusione, l'eclettismo spirituale. Una programmazione non si limita quindi a individuare le risorse disponibili, ma evidenzia vantaggi e rischi che comporta la loro utilizzazione.

 

2. Quali strategie per una educazione alla preghiera dentro una rinnovata passione per la vita?

Vengono distinti due capitoli. le strategie e gli interventi educativi. Le strategie sono le linee incanalatrici del servizio educativo, linee che a loro volta derivano idealmente dalle scelte di fondo del progetto globale. La preoccupazione nel delinearle non è tanto perciò quello di indicare “che fare”, ma in quale direzione e con quale stile muoversi. Gli interventi educativi sono invece maggiormente orientati all'azione. Vengono affrontati nove aspetti di una problematica educativa molto vasta, tale da aprire spazi per una ulteriore riflessione. Ogni area di intervento presa per se stessa rischia di essere unilaterale. Solo dall'insieme delle aree risulta il senso di ognuna di loro. Dato infine che il dossier è stato costruito seguendo l'ipotesi di una programmazione educativa, la pretesa di queste pagine è solo di offrire una traccia per sollecitare l'attività di programmazione di una comunità, di una scuola, di un centro giovanile. Al termine della lettura emergerà la urgenza di continuare la riflessione scendendo ancora di più verso il concreto. Indichiamo tre temi per i quali nel prossimo futuro la stessa rivista pensa ad un approfondimento: i ritiri e gli esercizi spirituali, l'educazione alla meditazione, la differenziazione della proposta e degli interventi per età e ambienti educativi.

Un modello educativo-pastorale, una volta messo a fuoco l'obiettivo generale e le sue dimensioni, comporta una adeguata strategia per raggiungere gli obiettivi, ispirata ai fondamenti antropologici e teologici che qualificano il modello. Gli interventi verranno a collocarsi entro queste linee strategiche.
Quali, all'interno di una proposta di preghiera che parte dalla passione per la vita per arrivare a riconoscere e confessare che Gesù è il Signore della vita, le direttrici strategiche da privilegiare?
Alcune linee strategiche sono già emerse, anche se non sono state dichiarate come quando si è scelto di procedere con un metodo di tipo ermeneutico ed è stata presentata una proposta che pone in primo piano la contemplazione nel quotidiano. Ora si vuole proporre alcune scelte strategiche in modo più organico. Ci limiteremo a degli accenni e, a volte, quasi solo a degli slogan che verranno a chiarirsi parlando degli interventi.

1. Dalla preoccupazione per la preghiera alla preoccupazione per i giovani

Per molti operatori questi sono anni di affanno perché i giovani non vengono a messa, non pregano. Tutto ciò è vero ed è giusto che ci si preoccupi. Ma non fino al punto da occuparsi in modo settoriale e quasi ossessivo della preghiera e dimenticarsi dei giovani, della loro salvezza, intesa come maturazione globale della persona fino a confessare che nella propria esperienza, esaltante e drammatica ad un tempo, è presente un Dio che è Padre e quindi accoglie e salva.
Il primo orientamento strategico, paradossalmente, è allora di non preoccuparsi della preghiera in modo settoriale, ma piuttosto che i giovani vivano una esperienza che dal di dentro sia di accoglienza e riconoscimento implicito di un Dio che salva.

2. Dal silenzio alla proposta

Viviamo in un contesto sociale e culturale diverso da quello di qualche anno fa. Allora lo slogan era: “decondizionare, non imporre”, ed era comprensibile perché si usciva da un periodo in cui i processi educativi erano inquinati spesso dal principio di autorità e del conformismo dell'ambiente.
Nel clima di indifferenza e di rigetto si affermò appunto lo slogan del “non condizionare” e del lasciare spazio alla libertà personale. Anche per la preghiera si arrivò alla cosiddetta “strategia del silenzio”.
Oggi sembra necessario ribaltare questa strategia per arrivare ad una nuova “strategia della proposta”. I giovani d'oggi poco o nulla sanno del mondo della preghiera, che in effetti li ha appena sfiorati durante la fanciullezza e la preadolescenza.

3. Dalla preghiera in generale alle proposte a misura dei destinatari

La utilizzazione dei processi ermeneutici pone in luce come quando si parla di preghiera, se ne parla dentro una serie di scelte non dichiarate in cui entrano una cultura e una teologia ancorate al passato.
Per fare una proposta di preghiera occorre allora attivare un processo di nuova incarnazione della preghiera nelle domande, attese e forma di vita giovanili.
La inculturazione ad ogni modo non potrà essere “selvaggia” (nel senso che non ,avrà niente a che fare con l'esperienza di preghiera del passato), ma si arricchirà anche della esperienza ecclesiale attraverso un'opera di “iniziazione”. L'attenzione ai processi di inculturazione e di iniziazione sottolinea l'urgenza di uscire da proposte generiche di preghiera, per individuare proposte adeguate alle varie età e forme di cultura giovanile. Non basta “esortare alla preghiera”, se insieme non si individua un modello significativo e praticabile dai giovani d'oggi.

4. Dalla preghiera come punto di arrivo alla preghiera come dimensione del cammino di fede

In questi anni alcuni operatori hanno attuato una pastorale in cui la preghiera era il “punto di arrivo” di un itinerario di crescita umana e cristiana. Essi hanno, di conseguenza, trascurato l'educazione alla preghiera per occuparsi “prima” della evangelizzazione e della catechesi agli adulti, disinteressandosi dei ragazzi.
In realtà la preghiera, in un cammino di fede non è un punto di arrivo, ma dimensione costitutiva fin dalle prime tappe del cammino.
Se la preghiera è un modo di vivere la fede, essa è possibile e doverosa ad ogni età e situazione. Ogni uomo è chiamato a pregare nella forma in cui gli è effettivamente possibile. Ci sarà allora la preghiera del fanciullo e del ragazzo, la preghiera del giovane in ricerca e quella del giovane che ha maturato una scelta di fede... Ognuna di queste forme è di pari dignità. In questo consiste la dignità della “preghiera del povero”, compresa quella dei “giovani poveri”.

5. Dalla preghiera dell'uomo alla preghiera evangelica

La preghiera, intesa come capacità di fare della vita una invocazione a Dio, è dono dello Spirito ad ogni uomo, al di là del fatto che sia cristiano o meno.
L'educazione alla preghiera si pone come servizio per liberare la voce dello Spirito dentro i giovani, perché siano in grado di “esprimere” il “grido dello Spirito”. Questa scelta conduce ad accogliere e valorizzare ogni forma di preghiera presente nei giovani, anche se ancora non espressa in termini evangelici. Educare alla preghiera implica allora una attenta ricerca di ciò che è “nella direzione” della preghiera nella cultura e nei giovani d'oggi.

6. Dalla passione per la vita alla preghiera

In un tempo di crisi culturale e di apatia esistenziale, ma anche di bisogno impellente di una nuova qualità di vita, una proposta che fa suo il principio della Incarnazione, privilegia il consolidamento della passione per la vita come luogo educativo e teologico entro cui maturare la fede e la preghiera.
Oggi ciò che è in crisi, più che la preghiera, è la capacità di dare un senso alla vita, ed in particolare la dimensione salvifica della vita, cioè il suo senso teologico, il fatto che è luogo di comunione con Dio e quindi di una esperienza che trascende i limiti dell'umano e immerge in una esperienza religiosa. Solo se si educa a vivere il “senso teologico” del quotidiano si crea nell'uomo uno spazio in cui può nascere e crescere la preghiera.

7. Dal dovere al significato della preghiera

Se in una cultura sacrale poteva essere sufficiente con le nuove generazioni insistere sul dovere per il cristiano di pregare, oggi si deve essere attenti ad una legittimazione soggettiva della preghiera. Si deve, in altre parole, privilegiare non la strada del dovere, ma quella del significato. E non per ridurre la preghiera ai bisogni superficiali dell'uomo, ma per indicare in che senso la preghiera è decisiva per la sua realizzazione.
Il passaggio da una strategia del dovere/oggettivo ad una strategia del significato/soggettivo, implica un cambio globale di linguaggio, che può essere descritto come passaggio da un linguaggio di tipo metafisico e razionale ad un linguaggio simbolico ed evocativo.
Il linguaggio metafisico e razionale tende alla dimostrazione della necessità ontologica della preghiera: l'uomo e il cristiano non possono fare a meno della preghiera. Il linguaggio simbolico-evocativo non pretende invece di dimostrare, ma sceglie di raccontare, di testimoniare, di lasciar intuire. Il linguaggio simbolico non costringe, ma evoca, coinvolge, sollecita ad una decisione personale.

8. Dall'esperienza alla riflessione

Si matura una scelta di preghiera quando, giocando sulla fiducia verso un ambiente o delle persone credibili, si partecipa a esperienze di preghiera e poi vi si riflette criticamente, fino ad arrivare ad una decisione sempre più autonoma e consapevole verso la preghiera.
Alla preghiera non si educa parlando o discutendo, ma sollecitando a farne esperienza.
La priorità all'esperienza non può essere tuttavia esaltazione dell'emotività e disprezzo per una riflessione razionale e critica, ma piuttosto attenzione maggiore ai procedimenti di apprendimento legati al fare esperienza, e affermazione che il cristianesimo non è una visione astratta della storia, ma un modo di vivere, uno stile di vita.

9. Dalle “esperienze di rottura” alla loro integrazione nel ritmo ordinario

L'educazione alla preghiera deve tener conto della crisi di comunicazione tra giovani ed esperienza cristiana.
Nel ritmo ordinario di vita non è facile fare proposte di preghiera ai giovani, sia perché la pratica quotidiana di preghiera delle comunità non è attenta ai giovani, sia perché anche le proposte significative trovano difficoltà ad emergere in una società in cui l'accumulo dei messaggi e l'affinarsi delle tecniche di trasmissione appiattisce i messaggi allo stesso livello, rendendo difficile discernere la loro effettiva importanza. Anche una proposta di preghiera significativa è facilmente destinata a passare inosservata.
Una soluzione della difficoltà, da utilizzare insieme ad altre strategie, la si può avere nel ricordo alla strategia delle esperienze forti, di rottura con gli schemi abituali di vita. Si apprende qualcosa quando un messaggio in qualche modo supera le attese e le previsioni del soggetto, le sconvolge e attiva però una ricerca “sopportabile”, nel senso che il cambio richiesto, anche se impegnativo, non è impossibile.
Cosa si intende per esperienze forti? Le possibilità sono diverse: un camposcuola, alcuni giorni di esercizi spirituali, un'esperienza di preghiera vissuta nel gruppo, l'incontro con un “testimone” che vive la preghiera come dimensione costitutiva della sua esistenza.
L'esperienza forte ha un valore di apprendimento, ma corre il rischio, senza opportune mediazioni, di non essere assimilata. Una corretta strategia educativa, mentre privilegia le esperienze forti si rende conto del rischio e facilita opportunamente il passaggio al ritmo ordinario di vita.

10. Il gruppo come luogo primordiale in cui educare a pregare

C'è, in questi anni, una rinnovata attenzione alla dimensione personale della preghiera. Il vero nodo da sciogliere è diventato la capacità soggettiva di aprirsi in un dialogo intimo a Dio e la decisione di esprimerla nella preghiera. Questa giusta esigenza non può tuttavia condurre a proposte di preghiera individualiste o a strategie educative che fanno appello, in modo volontaristico e moralistico, all'individuo.
Il luogo in cui è possibile vivere la dimensione personale e comunitaria della preghiera rimane, nonostante i rischi di conformismo, il gruppo giovanile. Del resto la comunità adulta non è quasi mai in grado di educare i giovani alla preghiera.
Il gruppo rimane il vero e preferenziale luogo educativo: da un punto di vista educativo è il luogo in cui si attivano i processi di apprendimento e di cambio; dal punto di vista pastorale è il luogo in cui si fa un'esperienza reale di comunità e di preghiera.
Il gruppo non è solo luogo in cui si impara a prendere parte alla preghiera della comunità adulta, ma anche il luogo in cui si sperimenta il futuro della preghiera, in cui cioè si sviluppano nuovi modelli che dovranno ispirare il rinnovamento della preghiera di tutta la comunità.

11. Dalla preoccupazione per i comportamenti alla abilitazione di atteggiamenti

Quando si ha a che fare con giovani, e più in generale con processi di tipo formativo, è naturale il bisogno di individuare criteri di valutazione del cammino percorso. Dove rintracciarli? A volte per valutare il cammino si ricorre al criterio dei comportamenti qui ora. Si valuta positivamente il cammino percorso se i giovani prendono parte alla preghiera, se la vivono con entusiasmo, se si adeguano con facilità alla messa e ai ritiri spirituali, alla confessione e alle feste religiose.
Tutto questo non può bastare. Lo si comprende a distanza di anni, quando ci si rende conto che quella per la preghiera è stata per molti una passione passeggera. Una strategia educativa sembra allora il passaggio dalla preoccupazione per i comportamenti nell'arco di qualche mese o anche di due-tre anni, alla preoccupazione per gli atteggiamenti dai quali possa nascere, anche in futuro ed in situazioni ambientali molto diverse, la preghiera.
Questa strategia porta ad una maggiore flessibilità sul piano della pratica ed insiste maggiormente sul sottofondo esistenziale da cui la preghiera può sgorgare continuamente.

3. Aree di intervento nell'educazione dei giovani alla preghiera

Dopo l'obiettivo, la proposta, le strategie siamo giunti agli interventi educativi, al “che cosa fare” nel senso immediato del termine.
A questo punto la riflessione si allarga a macchia d'olio per occuparsi di tutto il processo educativo e indicare come, nel rispetto delle singole attività, il processo stesso abilita alla preghiera. L'area dell'educazione alla preghiera non è anzitutto un'area a sé stante, ma una dimensione di tutto il processo educativo. Solo dentro questo quadro educativo ha senso parlare di interventi specifici per la preghiera.
Aggiungiamo subito che più che di singoli interventi, i quali devono essere elaborati da ogni comunità educativa tenendo conto della situazione concreta dei giovani, in effetti verremo a parlare di aree, entro le quali possono essere programmati diversi interventi.
Vengono proposte nove aree. Naturalmente è possibile rintracciarne altre o suddividerle in altro modo. La loro delimitazione ha uno scopo prevalentemente operativo:
1. Verso la soglia contemplativa dell'esperienza
2. L'educazione al pensiero e all'agire simbolico
3. La identificazione in ambienti, gruppi e persone
4. Fare proposte assumendo i “ temi generatori”
5. Una pedagogia di esperienze educanti
6. Dalle esperienze educanti alla scuola di preghiera
7. Educare ad una corretta ermeneutica della parola di Dio
8. Promuovere e liberare il linguaggio del corpo
9. Educare ad una adeguata verifica della preghiera.
Ancora una premessa. Ogni area di intervento è importante ad ogni età, lungo quindi tutto il cammino di educazione alla preghiera. Ci sono però dei momenti della vita personale e di gruppo in cui alcune aree vanno privilegiate nell'attenzione educativa. Così, per fare un esempio, la cura per la appartenenza ad un gruppo e per la identificazione in un ambiente educativo aperto alla preghiera si farà più intensa nel momento cruciale del passaggio da una esperienza preadolescenziale di gruppo centrato sul fare insieme alla esperienza adolescenziale del gruppo centrato sulla ricerca di identità personale e nel momento in cui il gruppo giovanile passa dal modello “gruppo di appartenenza” al modello “gruppo di riferimento”.

1. VERSO LA SOGLIA CONTEMPLATIVA DELL'ESPERIENZA

La proposta di preghiera maturata nel precedente dossier NPG (marzo '82) impostata sulla contemplazione nel quotidiano, sulla meditazione e sulla celebrazione ha voluto prendere atto di alcuni problemi dei giovani e di alcuni rischi presenti in certe proposte di preghiera, optando per una forma di preghiera che esalta, in un momento di crisi culturale, il valore teologico del vissuto come luogo di incontro con Dio. Il nodo nevralgico dell'educazione alla preghiera è qui, ed è da qui che dunque deve prendere avvio il lavoro educativo.

Insignificanza teologica della vita e crisi della preghiera

La proposta in termini di contemplazione nel quotidiano vuole anzitutto tener conto della insignificanza della preghiera, a causa del dissolversi della stessa possibilità di rapporto con Dio. La vera crisi oggi non è di metodi e di strutture di preghiera, ma di decadenza contemplativa. La preghiera è insignificante perché la vita stessa è insignificante in senso teologico. E se la vita non ha valore davanti a Dio, che senso può avere la preghiera?
Parlare della priorità della contemplazione nel quotidiano significa allora proporre di ritrovare con i giovani il senso profondo della vita e l'incontro con Dio nel mistero della propria esistenza.
Molti gruppi giovanili lasciano perplessi proprio perché, non avendo affrontato il problema del senso teologico della vita, finiscono per fondare la preghiera su presupposti come l'esperienza di accoglienza reciproca, il senso di appartenenza, l'opposizione ad altri gruppi sociali, il bisogno di emozione. Tutte realtà non sufficienti per vivere un rapporto personale con Dio.
Come educare a questa valorizzazione teologica del quotidiano?

La mistagogia dell'esperienza

Richiamiamo velocemente alcuni punti di riferimento.
Il momento centrale di questa educazione è quella che K. Rahner chiama la “mistagogia dell'esperienza”, cioè un accompagnamento educativo per passare dal superficiale al profondo, dal visibile alla esperienza del mistero che vi è racchiuso. “Prima di elaborare ed approfondire in chiave teologica il tema della preghiera - scrive Rahner - bisognerebbe impostare una mistagogia della esperienza personale che coglie continuamente, anche se per lo più in maniera anonima, il trascendersi dell'esperienza umana totale, attraverso la natura e la grazia, e nell'unità radicale di queste due istanze, verso quel mistero che chiamiamo Dio e la cui realtà non può essere comunicata solo dall'esterno con un insegnamento, ma che viene sperimentata incessantemente nella nostra esperienza in modo misterioso, silenzioso, non tematizzato”.[3]
Prima dunque di arrivare alla educazione esplicita della preghiera c'è il grande compito di guidare ad una corretta “esperienza della esperienza”, verso quella che alcuni chiamano “la soglia contemplativa” dell'esistenza, che non è ancora immediatamente preghiera, ma che apre dal di dentro alla preghiera.
Si guidano i giovani verso questa soglia contemplativa quando li si aiuta a individuare quelle esperienze e situazioni - profane anzitutto e solo di conseguenza religiose - che possono condurre ad una preghiera personale che non sia un esercizio particolare, presentato dall'esterno e compiuto come dovere, ma che realizzi espressamente, come dice Rahner, “quel rapporto di tutto l'uomo con Dio attraverso il quale la sua vita intera è compresa a partire da Dio, in Dio e per Dio”.[4] Secondo Rahner “queste esperienze che aprono alla preghiera permeano tutta la nostra vita”. Egli stesso fa alcuni esempi: il presentimento della morte, l'assoluta responsabilità soprattutto nel caso che non se ne tragga alcun vantaggio, l'incondizionato amore del prossimo cui l'altro non risponde con pari incondizionatezza e che non trova nell'altro il fondamento adeguato della sua assolutezza, l'esperienza della insondabilità della nostra vita... “Se, grazie ad una corretta mistagogia, un uomo apprende a non rimuovere queste esperienze, ma a porsi, con inconcepibile coraggio, di fronte ad esse e le accetta, egli è sulla soglia della vera preghiera. Tutta la sua vita, anche nell'ambito apparentemente profano, e la sua preghiera esplicita possono compenetrarsi... In questo caso si verifica non " il camminare davanti a Dio" mediante un esercizio accessorio che lascia immutata la vita, ma il camminare davanti a Lui che costituisce la dimensione profonda della vita quotidiana”.[5]
La responsabilità, l'amore del prossimo, l'impegno radicale della propria vita per gli altri - cosa questa che è più facilmente realizzabile dall'uomo d'oggi che non gli atti religiosi immediati ed espliciti - possono certo (a meno che non siano compiuti con un esplicito riferimento a Dio) non essere ancora riconosciuti atti di preghiera formale. Però è fuori discussione che possono essere considerati la porta verso tale preghiera. In questo modo non si fa altro che riprendere ed utilizzare l'assioma secondo cui l'amore per Dio e quello per il prossimo formano insieme un'unica virtù teologale.

Alcune indicazioni pedagogiche

La prima indicazione è la personalizzazione progressiva della esperienza religiosa. Suggerisce lo stesso Rahner: “Si deve guidare l'uomo d'oggi ad ammettere esplicitamente e con santo ardimento, come dato per sé valido, che proprio lui, nella sua assoluta unicità e nella sua inalienabile responsabilità, viene interpellato da Dio, e che quindi Dio non è solo la causa del mondo in generale”.[6]
La seconda indicazione ci viene dalla distinzione nel quotidiano tra azione, riflessione razionale e contemplazione come evento globale religioso.[7] L'educazione ad accostarsi alla soglia della preghiera in senso stretto, implica un progressivo crescere nelle tre dimensioni: un accrescersi continuo del patrimonio esperienziale e della capacità di azione; un approfondirsi della capacità di riflettere sul vissuto e orientarsi con l'aiuto della scienza; un affinarsi della capacità contemplativa e quindi riuscire a vivere l'azione e la riflessione in un contesto contemplativo, in modo che, pur rispettati nel loro specifico, ne vengano trasformate.
In tal modo si può dire che una misura della contemplazione nel quotidiano è la “qualità” umana dell'azione, cioè il fatto che sia promozionale, arricchente per tutti (una azione politica, quindi). La qualità dell'azione alimenta esperienza di senso, anche se in modo implicito, e quindi abilita alla contemplazione.
Si deve riconoscere inoltre che la capacità di analizzare e riflettere in termini scientifici sul vissuto apre alla contemplazione, perché allarga gli spazi interiori e permette di rendersi conto che se da una parte la riflessione e la scienza illuminano molti problemi, dall'altro ne lasciano molti insoluti (perché ad altro livello) e anzi li acuiscono.
La terza indicazione riguarda gli atteggiamenti. La contemplazione nel quotidiano richiede un minimo di consapevolezza e di decisione: la consapevolezza che il Regno di Dio è presente e la decisione di vivere per la causa di questo Regno. La contemplazione nel quotidiano non implica una continua consapevolezza ed una esplicita decisione, ma alcuni atteggiamenti che sono il modo concreto con cui la dimensione contemplativa permea il quotidiano. La contemplazione è così prima di tutto un fatto di stile di vita e di atteggiamenti,[8] e solo dopo di coscienza esplicita di essere alla presenza di Dio.
La contemplazione è - in quarto luogo - favorita anche dalle intenzioni, dalle preghiere prima e dopo l'azione, dalle giaculatorie. Il loro compito tuttavia non è conferire dignità di incontro con Dio alla esperienza, ma piuttosto riconoscere in modo esplicito che il quotidiano è “già” luogo di incontro con Dio. Non si dicono le preghiere prima e dopo una attività per conferirle un significato religioso, ma per riconoscere che è “luogo santo” perché animata dallo Spirito.
L'educazione alla contemplazione nel quotidiano è infine risultato di una intensa esperienza di Dio nella meditazione personale e nella celebrazione comunitaria. L'esperienza riflessa infatti, come quella della liturgia, porta a compimento la rivelazione del senso ultimo della vita, come luogo in cui l'umano si intreccia con il grande evento della Incarnazione.

2. L'EDUCAZIONE AL PENSIERO E ALL'AGIRE SIMBOLICO

La “mistagogia dell'esperienza”, di cui si è appena parlato, introduce ad una visione della vita in cui eventi, persone, situazioni rivelano una dimensione religiosa, cioè di rapporto con Dio. Per un credente essi hanno una dimensione visibile che nasconde/rivela un'altra dimensione. Sono e rimangono eventi umani, ma allo stesso tempo e proprio in quanto umani, sono aperti al mondo trascendente: diventano “simboli”. Come osserva L. Boff “hanno cessato di essere cose e persone. Parlano. Possiamo sentire la loro voce ed il loro messaggio. Si sono tramutate in simboli: contengono, mostrano, rammentano, visualizzano e trasmettono un'altra realtà diversa da loro, presente in loro”.[9]

La creazione dei simboli oggi

Il pensare ed agire simbolico sono tipici di ogni uomo nel momento in cui tende a rappresentare il senso della vita. Il sensibile, il gesto, il sentimento, le esperienze contengono messaggi che a prima vista non è facile cogliere. Coglierli è frutto di pazienza, intuito, esercizio, educazione.
Tutto nella vita personale può avere valore simbolico. O perché per la pregnanza dell'evento in sé (come la nascita di un figlio) i messaggi sul senso della vita raggiungono una violenza e vivacità inaudita che possono portare all'esaltazione o alla disperazione. O perché l'evento è tale che può essere caricato di una storia in cui un soggetto si riconosce. In effetti certi oggetti che ricordano un evento significativo nella vita personale diventano simboli: vengono caricati della “nostra” storia. Così può diventare simbolo una catenina d'oro che si è avuta in regalo in un momento che ha segnato una svolta nella propria vita.
Non tutto, ad ogni modo, diventa simbolo; tanti regali ricevuti sono solo un “ricordo” più o meno pallido di un viaggio, di un incontro. Un oggetto o una situazione diventano simbolo quando sono in grado di mettere nuovamente a contatto con il senso ultimo della vita. Non è l'oggetto in sé o la situazione, ma la “storia” di cui sono carichi a dare loro valore simbolico.

I simboli archetipi e l'eucaristia

Ci sono, oltre a questi simboli che vengono ad iscriversi nella storia personale, altri simboli, cioè altre situazioni interpersonali, altri oggetti e altre esperienze, che sono simbolici perché “patrimonio” di tutta l'umanità, come il mangiare e bere insieme, il fare festa per affermare il senso della vita, lo stare insieme in cui non si ha altro scopo che rappresentare la propria identità umana. In questo caso siamo di fronte a quelli che vengono chiamati i “simboli archetipi”, perché tendono a rappresentare la vita nel suo fondamento primo.
I simboli archetipi da una parte sono un accumulo di esperienza umana, dall'altra sono un luogo in cui l'esperienza umana può riconoscersi, ritrovarsi, rigenerarsi.
In quanto accumulo di esperienza i simboli si radicano nel più profondo della esistenza: sono il luogo in cui l'uomo ha imparato ad accogliere ed esprimere il senso della vita. I simboli si pongono in un'area a cui l'individuo accede spontaneamente perché vi riconosce una patria della sua identità, e a cui insieme va iniziato perché si arricchisca del patrimonio antropologico e religioso delle generazioni.
L'eucaristia, ad esempio, è un rito (un complesso organico di simboli) in cui sono proposti alcuni dei simboli di maggior rilievo nati e sviluppatisi nell'alveo del cristianesimo: la parola, il mangiare e bere insieme, la comunità riunita, la festa. Attorno a questi quattro simboli si struttura una celebrazione entro cui ognuno è sollecitato a vivere una esperienza in cui, proprio attraverso i simboli - cioè oggetti e situazioni sperimentabili -, “può toccare con mano” l'aspetto invisibile della vita ed il suo aspetto di comunione con il Dio di Gesù Cristo.
Il primo grande simbolo è il mangiare e bere insieme. Si parla appunto di pasto eucaristico, di cena del Signore, di banchetto escatologico per l'umanità intera. Il mangiare e bere in un contesto rituale è, presso tutte le culture, un simbolo primordiale, in grado di raccogliere e proclamare il senso ultimo della vita nella comunione tra il popolo ed il suo Dio. Nel cristianesimo questo simbolo è comprensibile alla luce dell'esperienza storica che evoca, dai grandi fatti dell'esodo e dell'agnello pasquale alla sera in cui Gesù con i suoi discepoli carica la cena, dove ormai si usa anche il pane azzimo e le benedizioni sul calice di vino, di un significato nuovo. La cena diventa memoriale della sua passione, morte e risurrezione e insieme memoria della storia di liberazione di tutta l'umanità, cominciata in quella morte e risurrezione ed operante oggi nello Spirito Santo.
Il secondo grande simbolo dell'eucaristia è la parola, intesa come luogo in cui l'uomo definisce se stesso accogliendo il grande messaggio iscritto nella storia, e impegnandosi a costruire la sua vita secondo tale messaggio. Il bisogno di interpretare, di dare senso, di illuminare il vissuto trova un grande simbolo nella bibbia che insieme si legge e si interpreta. Il libro della bibbia si trasforma, non è più un libro ma un evento che coinvolge e parla del mistero della vita.
Un terzo grande simbolo è la comunità riunita composta di soggetti con una loro dignità, libertà autonomia che hanno deciso di “stare insieme” e rappresentare nella celebrazione la propria identità. Che senso ha lo stare insieme di persone che appartengono a generazioni con mentalità diverse? Che senso ha la tolleranza, il rispetto reciproco, la solidarietà che si percepisce nella celebrazione? La comunità si rivela come il luogo in cui ci si ritrova e si riconosce la propria vocazione ad essere uomo. Nell'essere-con si percepisce anche il senso del essere-per gli altri. La comunità riunita ha così un aspetto visibile, quello rilevabile da tutti, ed un aspetto invisibile, il messaggio ultimo nell'esistenza. un simbolo.
Nel simbolo comunità sono compresi momenti specifici che ne evidenziano la valenza, come la comunità riunita per rappresentare se stessa, la comunità che fa festa e vive un momento di accoglienza reciproca, la comunità che si riconcilia e rinasce alla speranza, la comunità che invoca e confessa il suo bisogno di una salvezza. In questi gesti la comunità arricchisce l'autocomprensione e si realizza.
Il quarto simbolo presente nell'eucaristia cristiana è la festa, come momento in cui ci si ferma e, un poco distaccati, si contempla il quotidiano e ci si interroga sul suo senso. La festa ha una struttura in cui in primo luogo entrano i canti, i colori, le luci, i suoni; in secondo luogo, l'esperienza di comunità e quindi di solidarietà, di appartenenza nonostante le diversità, di condivisione nonostante le divisioni; e in terzo luogo la celebrazione in cui la comunità fa memoria del suo vissuto alla luce della parola per confermare, ritrovare, consolidare il suo senso ultimo. La festa è un simbolo perché nel suo aspetto sensibile, visibile, gestuale, immaginifico manifesta ed insieme, come ogni simbolo, nasconde il senso ultimo della vita. Il vissuto si trasforma, si rende trasparente, lascia intravvedere i suoi limiti e la trama di fondo che collega i singoli eventi e le storie personali e collettive in una “storia di salvezza”.

L'educazione ai simboli tra iniziazione ed inculturazione

Si è ripetuto più volte che oggi non si è affatto perso il senso del simbolico e del sacramentale. Anche l'uomo d'oggi è generatore di simboli e capace di decifrare il significato simbolico del mondo. Può darsi che egli sia divenuto cieco e sordo ad un certo genere di simboli e di riti. Del resto non si può nascondere lo stato di mummificazione in cui permangono molti simboli e riti cristiani. Tanto è vero che per essere capiti devono essere spiegati. Ora quando un simbolo viene per essere vissuto dev'essere spiegato ha perso la sua forza generativa. Prima di accennare ad alcune annotazioni pedagogiche sembra importante ritornare alla crisi e al distacco tra simboli delle nuove generazioni e simboli cristiani. I giovani afferrano il significato simbolico delle loro feste (dove proclamano il senso che loro riconoscono e danno alla vita), il significato del mangiare dello stare e mangiare insieme, e del ricercare insieme una “parola” sulla vita. Ma sono distanti dall'universo simbolico ecclesiale.
La distanza non può essere superata in maniera moralistica, insistendo perché prendano parte alla messa. Non basta neppure una buona iniziazione biblico-teologica ai simboli cristiani e alla loro storia nei secoli.
Una riflessione educativa implica una impostazione sulla base del metodo ermeneutico.
Bisogna riconoscere due realtà fra loro autonome: da una parte i giovani che decifrano il significato simbolico del mondo e generano simboli; dall'altra i cristiani adulti che vivono la dimensione simbolica della vita e la celebrano nell'eucaristia e nei simboli o riti tradizionali.
Solo quando entrambi, giovani e chiesa, si pongono l'uno sulla strada dell'altro si può pensare ad una possibile soluzione del problema, che non è semplicemente rituale, ma soprattutto esistenziale, perché coinvolge il modo globale di accostarsi alla vita che si esprime in gesti, parole e atteggiamenti simbolici.

Indicazioni educative

Una serie di indicazioni pedagogiche positive possono venire se si osserva come concretamente ci si apre al mondo dei simboli.
L'uomo si accosta al suo mondo, vi vive dentro e vi scopre dei valori, dei segni, dei messaggi. Quanto più l'uomo vive profondamente il rapporto con le cose del suo mondo, tanto più le cose e le situazioni rivelano la loro dimensione simbolica. Ecco la prima condizione educativa: appassionarsi fino in fondo alla vita, senza fughe spiritualiste o nichiliste, con un contatto “immediato” con le cose, le persone, le situazioni...
La naturale tendenza a creare simboli si manifesta soprattutto quando un oggetto o una situazione sono venute a far parte della storia personale in un momento di svolta, in un momento critico, di rottura, sia nel suo aspetto positivo che negativo. Il simbolo ha senso se fa parte di una storia, se immerge nel ricordo, nella memoria personale e collettiva. Ecco allora una seconda indicazione educativa: non si entra nel mondo dei simboli se si è sradicati, se non si possiede una storia personale, se non ci si identifica in una storia collettiva. Se è vero, come ha scritto Mircea Eliade, che “si diventa se stessi, quando si impara la propria storia”, è altrettanto vero che il farsi della storia collettiva è il luogo dove si generano i simboli.
Il simbolo, in terzo luogo, si forma quando la storia personale e/o collettiva riescono a individuare un evento fondante (nel caso del cristianesimo, Gesù Cristo) che illumina tutto. I simboli, per vie diverse, conducono al cuore della vita e della storia e ne proclamano il senso facendo riferimento ad un evento e al suo racconto (il “mito”) che non è un ripetere il passato ma orienta nel “labirinto del presente” (M. Eliade). Per educare al simbolo è allora necessario abilitare ad una “mentalità interpretativa” unificante alla luce del mito/evento in cui ci si riconosce.
In quarto luogo si educa ai simboli proponendo occasioni significative in cui sperimentarli. Nasce un procedimento educativo che sollecita a lasciarsi coinvolgere nel mondo dei simboli. Man mano che se ne fa esperienza si comprende cosa sia vivere i simboli. Nell'esperienza significativa il “fare la cena”, il vivere la comunità riunita alla ricerca del senso dello stare insieme, il fare festa e l'interpretare la vita con l'aiuto di un “mito” rappresentato dalla parola si illuminano e arricchiscono reciprocamente.[10]

3. LA IDENTIFICAZIONE IN AMBIENTI, GRUPPI E PERSONE

Ogni uomo nasce con dei bisogni che cerca di soddisfare partecipando alla vita sociale. I bisogni si traducono in motivi man mano che vengono percepiti e realizzati in forma consapevole e sono le forze che suscitano e sostengono il comportamento. Essi agiscono, positivamente, spingendo al raggiungimento di particolari scopi e negativamente, allontanando da situazioni che creano insoddisfazione.[11]
Tra i bisogni positivi si possono ricordare il bisogno di affiliazione, il desiderio di altruismo, la curiosità, il desiderio di possesso e di potere, la ricerca di prestigio, il bisogno di essere riconosciuti. Tra quelli negativi vanno invece ricordati l'ansia, la paura della solitudine, il rischio di fallimento.
L'insieme dei bisogni positivi e negativi e le modalità del loro soddisfacimento portano alla costruzione della identità personale.
Per soddisfare i bisogni il soggetto ricorre a processi di identificazione, cioè tende a “modellarsi” a immagine di un altro individuo o di un gruppo. Attraverso la identificazione, il singolo giunge a fare suoi gli orientamenti, le scelte, gli atteggiamenti di un altro individuo o di un gruppo e a manifestare un comportamento simile.
La crescita per identificazione regola anche la vita di fede e la maturazione della preghiera. Si impara a credere e a pregare se ci si identifica, in modo sempre più critico e autonomo, con ambienti, persone, gruppi e movimenti a cui il soggetto presta credito e nei quali si crede e si prega. A questo punto la domanda diventa: quali processi di identificazione attivare? quali condizioni sono richieste? con quali ambienti e persone creare identificazione per educare a pregare?

Il ruolo delle mediazioni educative

Quando si parla della identificazione in termini educativi, più che con la società o con la chiesa in senso generale (con le sue strutture e istituzioni universali, diocesane e parrocchiali), si pensa alla identificazione con precisi spazi e ambienti educativi, come i gruppi, le scuole, i centri giovanili...
Viene ad attuarsi un processo educativo in cui si possono distinguere tre momenti.
Il primo passo lo compie l'istituzione che prepara al suo interno spazi e persone e li abilita a rendere plastici i loro atteggiamenti e comportamenti e ad accettare le nuove generazioni come interlocutori. Gli educatori intessono ed invitano i giovani a intessere le capriate di un ponte: la funzione educativa.
Il secondo passo nell'ambito della funzione educativa, è la messa a punto dei ruoli specifici della tradizione (adulto) e della innovazione (il giovane) perché entrambi sentano che non è una comunicazione a senso unico: dall'adulto al giovane (autoritarismo, adultismo), dal giovane all'adulto (spontaneismo, giovanilismo). Viene invece a costituirsi la relazione educativa sulla base del principio generale di formazione permanente e quindi di un “dare” e “ricevere” reciproco tra generazioni.
Il terzo passo è la realizzazione di “mediazioni”, cioè di spazi, ambiti, occasioni, strutture, riti in cui dare luogo ad un nuovo modo di vivere che affonda le radici nella tradizione ma è insieme frutto dei nuovi bisogni e intuizioni giovanili. Le mediazioni educative sono il laboratorio del futuro della fede, della chiesa, della preghiera; sono spazi sperimentali del futuro della preghiera.
Ora, quali sono i luoghi in cui vengono ad attivarsi i processi di identificazione? Ne indichiamo tre: gli ambienti, i gruppi/movimenti, le persone.

Gli ambienti educativi

La preghiera matura in primo luogo quando i giovani entrano in contatto con ambienti aperti alla preghiera, come possono essere un centro giovanile o una scuola di ispirazione cristiana. Indichiamo due condizioni.
La prima condizione è che l'ambiente sia ispirato alla ricerca di una nuova qualità di vita e che, di conseguenza dia spazio a valori come la passione per la vita, l'attenzione alla persona nella sua globalità, l'accoglienza del mistero del fratello, la gratuità come luogo in cui decidere sulla propria vita.
Perché si educhi alla preghiera ci dev'essere integrazione educativa, e non semplice sovrapposizione, quando non contraddizione, tra le varie attività e proposte. L'ambiente evangelizza a tempo pieno, ventiquattro ore su ventiquattro.
La seconda condizione è la accoglienza di ogni giovane al livello di maturazione umana e cristiana in cui si trova.
Una scuola di ispirazione cristiana e un centro giovanile ecclesiale sono degli spazi/ponte con una identità delicata, “educativa” e “cristiana”.
In quanto istituzione ad identità cristiana, al loro interno sono presenti momenti espliciti di vita cristiana, compresa la preghiera. Ma la presenza a questi momenti non può essere il cartellino necessario per entrarvi, per giocare, per fare aggregazione, per studiare.
La partecipazione alla preghiera non potrà essere una discriminante, per motivi oltre che educativi, anche teologici. In campo pastorale non si misurano i soggetti prendendo come metro la presenza alle pratiche religiose. Non solo la crescita di un giovane è sempre un fatto misterioso, ma soprattutto il metro con cui misurare è l'unico passo possibile qui-ora a questo singolo soggetto. Ad ognuno è richiesto di fare il suo passo, dovunque egli si trovi, nel cammino verso l'uomo e verso Cristo. Ma ogni passo è di pari dignità perché è sempre immersione salvifica in Dio.
La distinzione non deve portare tuttavia alla perdita di identità cristiana dell'ambiente, che perciò prevede al suo interno momenti di preghiera e di celebrazione, momenti di “scuola della fede” e di studio della parola di Dio, ai quali si invitano tutti, facilitando l'ingresso in base ai criteri di tempo, luogo, maturazione personale, capacità di assimilazione delle proposte.
La presenza di nuclei giovanili che vivono la preghiera in modo esplicito e che si muovono nell'ambiente come proposta sono garanzia di serio lavoro educativo per la maggioranza.

Il gruppo dei giovani

Il luogo di maggior identificazione dei giovani è il gruppo dei coetanei. Il gruppo è il luogo di mediazione tra i messaggi, le informazioni e gli atteggiamenti e i comportamenti dell'ambiente ed i singoli. Ed è soprattutto nel gruppo che i bisogni di identificazione, affiliazione, prestigio, attività, riconoscimento si esprimono e aiutano a maturare delle scelte.
Il gruppo è un elemento decisivo anche nella maturazione della fede e della preghiera. Molte decisioni, anche per la preghiera, vengono giocate sulla fiducia in un membro del gruppo, sul fascino che esercita l'insieme del gruppo. A pregare spesso si va in gruppo o non si va.
Come orientare il gruppo in questa ricerca?
Anzitutto attraverso un legame sufficientemente stretto del gruppo con l'ambiente in cui vive, ad esempio il centro giovanile. La ideologia del gruppo deve essere sollecitata a incontrarsi con quella dell'ambiente, che si fa allora proposta e sostegno per raggiungere tappe educative, umane e di fede, sempre nuove.
In secondo luogo attraverso l'azione degli animatori che educano la libertà del gruppo, accogliendo le domande, liberandole, proponendo ulteriori interrogativi, organizzando attività e appuntamenti che esigono una decisione personale anche a proposito di fede. Quando l'animatore è umanamente credibile agli occhi dei ragazzi e degli adolescenti, e quando vive una vita personale di fede e di preghiera, il gruppo trova facilitato il suo cammino verso Dio e la preghiera.
Parlando di identificazione è importante distinguere non solo tra identificazione critica e identificazione passiva, ma anche tra identificazione superficiale e identificazione profonda.
Un giovane che cerca di soddisfare i suoi bisogni di affiliazione e solidarietà può trovare accoglienza in un gruppo ecclesiale nel quale incontra anche la preghiera. Il gruppo lo spinge a identificarsi nella preghiera, pena il perdere la sua solidarietà. Del resto la preghiera non è estranea ai suoi bisogni di intimità, gratificazione, identità.
I problemi incominciano quando il giovane comprende che i bisogni di intimità e identità che soddisfa nella preghiera può soddisfarli con altre pratiche e con la partecipazione ad altri gruppi e si rende conto che l'entusiasmo che provoca il contatto con la parola di Dio e la preghiera sono raggiungibili anche con altre pratiche ed altri libri. A questo punto la preghiera viene abbandonata.
Si evita questo rischio quando nel gruppo si sollecita a fare i conti con domande ulteriori a quelle psicologiche di identità e di aggregazione; a interiorizzare l'annuncio cristiano come modello di vita che mentre accoglie il bisogno personale di identità lo sconvolge proponendo l'incontro con Cristo come luogo da cui ridefinire se stessi; a una preghiera sempre più motivata personalmente; ad una vita di gruppo in cui il singolo matura una progressiva autonomia, soprattutto al momento del passaggio da gruppo di appartenenza a gruppo di riferimento.

L'incontro con uomini appassionati alla vita e alla preghiera

È possibile arrivare, e per la maggior parte dei giovani è così, alla preghiera nel cammino ordinario del gruppo e, prima ancora, della famiglia e della istituzione educativa ecclesiale. Ma è anche possibile arrivarci attraverso una svolta nella vita determinata dall'incontro con alcune persone, in momenti particolari della propria esistenza.
In effetti molti apprendono a pregare o perché si identificano in un educatore o in un giovane animatore che gode della loro fiducia, o perché hanno occasione di incontrare dei personaggi che sono in grado di dare uno scossone al loro modo di vivere.
L'incontro con leaders carismatici religiosi può scatenare in certi giovani una “conversione” che porta alla riscoperta di Dio e della preghiera.
L'orientamento alla preghiera non viene però determinato nei giovani solo dall'incontro con uomini di preghiera. Per alcuni potrebbe essere anzi controproducente, perché la proposta potrebbe essere troppo distante dal loro stile di vita. Più che “testimoni della preghiera”, può essere importante che i giovani si incontrino con “profeti della speranza”, cioè con uomini e donne che provocano ad un salto di qualità nella direzione della donazione assoluta agli altri, della difesa appassionata della libertà e della giustizia, della lotta a fianco dei poveri, del senso religioso della vita quotidiana. Dentro questa provocazione è possibile riscoprire la preghiera.

4. FARE PROPOSTE ASSUMENDO I “TEMI GENERATORI”

Si è parlato più volte di arrivare a proposte significative capaci di impegnare in una decisione. Come arrivare a queste proposte?
Una risposta globale a questa domanda la si è data dicendo che la proposta di preghiera deve “assumere le domande dei giovani”. Riprendiamo e approfondiamo questa scelta.
Le domande si pongono sul versante della problematizzazione del vissuto. Ora la vita dell'uomo non è fatta solo di domande: l'uomo fa “domande”, ma dà anche “risposte”. Ed è da queste domande/risposte, anche se allo stato nascente, che la preghiera deve partire.
Quando una generazione affronta i problemi centrali della sua epoca viene a trovarsi in quelle che alcuni autori chiamano le “situazioni limite”, in cui cioè l'esistenza, con tutte le sue esaltazioni e paure, si mostra nella sua nudità. Nelle situazioni limite e nelle situazioni anche quotidiane che ne derivano, l'uomo si trova davanti a scelte dalle quali dipende la sua sopravvivenza e la sua capacità di dare un senso (una direzione) alla storia.[12]
Le scelte si pongono davanti a lui come alternative contraddittorie, nelle quali ogni fuga è unilaterale mortifica l'essenza stessa dell'esistere.
Così oggi, per fare degli esempi, l'uomo si trova a dover scegliere tra le coppie disperazione/senso, privato/pubblico, razionalità/emotività, sacralità/secolarità, scienza/mistica, azione/preghiera, ideologia/pragmatismo, vita/morte, corpo/mente. Come giocare dentro ogni coppia senza perdere nulla del contributo dei due elementi? Come uscire dalle alternative e dare risposta alle domande?

I “temi generatori”

Dalle situazioni limite e dalle domande relative, si esce solo attraverso una “scommessa” che si colloca ad un livello superiore alle domande, imponendo un salto di qualità nel modo di leggere e vivere il quotidiano. Al livello superiore l'alternativa non trova risposta, ma si scioglie generando un mondo nuovo. La “scommessa” è la scelta umanizzante per eccellenza: l'uomo realizza un salto qualitativo che lo rigenera.[13]
Alcuni studiosi, al seguito di Paulo Freire, parlano di queste scommesse come di “temi generatori” di vita. Siamo, come si intuisce, non solo più sul piano delle domande, ma anche delle risposte “allo stato nascente” I temi generatori non sono tuttavia risposte sul piano immediatamente operativo, ma piuttosto scelte di base, orientamenti profondi.
Ogni proposta educativa, compresa l'educazione alla preghiera, deve allora partire dai temi generatori, che a questo punto possono essere descritti come punti nodali di risposta, sul piano antropologico, ai problemi di senso della vita. Sono prospettive di fondo, punti di vista ultimi, scommesse decisive per il futuro dell'uomo, come persona e come collettività.

I temi generatori: un modello educativo ed un modello didattico

Dire temi generatori è proporre un modello educativo ed un metodo didattico.
Il modello educativo sottostante ai temi generatori è un modello “dialogico”, basato sullo scambio esperienziale tra generazioni a partire dalla scommessa che ogni generazione ha intuizioni nella vita decisive per le altre generazioni. Si rifiuta quindi un modello educativo come trasmissione di dati pietrificati da consegnare da una generazione all'altra, ma anche un modello giovanilista, in cui sarebbero i giovani gli unici portatori di nuove intuizioni per il futuro dell'umanità.
I temi generatori però, prima che prerogativa di un gruppo o di una classe, sono prerogativa di un'epoca, di un periodo storico. Freire parla di “temi generatori dell'epoca” e di “universo tematico minimo”, per indicare la presenza di questi temi nei vari periodi storici.
La scelta dei temi generatori introduce anche un particolare modello didattico. Se si vuole rappresentare un'epoca o una generazione, o anche la vita di un individuo come una superficie, si può dire che i temi generatori sono i punti alti e nevralgici nello spazio.
In effetti i temi formano tra loro una figura, si organizzano in un modo originale per ogni generazione, con gerarchie, rapporti preferenziali, schemi di dipendenza di un tema dall'altro.
Scegliere i temi generatori come modello didattico nella preghiera vuol dire partire dai punti emergenti nella situazione e valorizzare i collegamenti fra i temi, fare proposte che vanno dal particolare all'universale (cioè da un tema generatore a tutta la preghiera), pensare l'educazione come allargamento progressivo dei temi generatori fino ad apprendere la preghiera nella sua globalità.
Come individuare i temi generatori di un'epoca, di un'area geografica, di una generazione?
Dato che, come dice lo stesso Freire, “il tema generatore non si trova negli uomini isolati dalla realtà e neppure nella realtà isolata dagli uomini”, solo l'esperienza vissuta in modo empatico e la riflessione sull'esperienza possono dare indicazioni attendibili, se non pur risolutive, perché è la realtà stessa ad essere in mutazione continua.
Non è detto che i temi generatori siano immediatamente percepiti, da chi li vive, in modo riflesso e critico. Ecco allora la funzione dell'educatore.
Il primo compito dell'educatore è la coscientizzazione: rendere i giovani consapevoli dei loro temi generatori. Il secondo compito è la liberazione, il consolidamento, la purificazione e accrescimento del patrimonio dei temi.
Il terzo intervento è la utilizzazione dei temi come luogo in cui riformulare i contenuti della proposta educativa, anche a proposito di preghiera.
Non è detto, ad ogni modo, che i temi vadano o debbano essere individuati anche nell'educazione alla preghiera, solo partendo dal basso, cioè dall'esperienza dei giovani.
I temi di un'epoca non sono mai qualcosa del tutto nuova rispetto al passato. C'è continuità e novità insieme.
Proprio per questo i temi emergenti nel mondo giovanile vanno integrati in quelli emergenti nell'attuale momento culturale (“temi generatori dell'epoca”) ed ecclesiale.

Verso alcuni temi generatori oggi

Quali possono essere alcuni temi generatori oggi, cioè alcune “scommesse” che l'uomo d'oggi va facendo per gestire la crisi? Avanziamo delle ipotesi da verificare ulteriormente.
La scommessa sembra andare anzitutto nella direzione della riscoperta della vita in quanto tale, prima di ogni aggettivo e connotazione: la vita si presenta come bene da difendere sempre o in ogni caso. La vita “si mostra”, evocando il senso del mistero e del trascendente.
Un secondo tema sembra la persona come sintesi creativa tra le esigenze del politico e le esigenze del privato: la persona si impone come dignità assoluta che non è possibile usare e sfruttare e che con la sua presenza è per se stessa invocazione, domanda assoluta.
Come terzo tema generatore si possono indicare le tematiche legate alla festa, alla felicità, al ludico, all'espressione simbolica, al gusto di esprimersi; in quei momenti l'uomo intuisce la “novità” assoluta della sua esistenza, come esistenza chiamata non al sacrificio per il sacrificio o all'impegno per l'impegno, ma alla felicità e al godimento esistenziale, anche se implica sacrificio e impegno.
In quarto luogo va indicato il tema della comunità, con i sottotemi della apertura all'altro come mistero, dei rapporti gratuiti e spontanei, della comunione come descrizione ultima del senso della vita, che diventa così cammino dall'“essere-per” all'“essere-con”.
Un quinto tema va nella direzione del limite che attraversa l'universo e la vita dell'uomo: la povertà radicale non è riempibile da cose e oggetti, impegno per una causa, apertura agli altri, ideologie.
Un sesto tema generatore sembra la scelta ecologica, il “rispetto” per la natura che, senza elevare nuovi idoletti nei boschi o vicino alle sorgenti, si interroga sulla vita nell'universo e sul senso delle leggi inscritte nel suo svolgersi.
Un settimo tema può essere la meditazione, cioè il “ritornare dentro”, e la contemplazione. Si fa urgente apprendere a vivere non solo da scienziati ma anche da mistici, cioè da uomini che, per dirla con Mircea Eliade, fanno della loro vita una grande impresa, quella di andare a ricercare “dove Dio si è camuffato”.

Temi generatori nella adolescenza

A questo punto dai “temi generatori dell'epoca” occorre passare, per impostare l'educazione alla preghiera, ai temi tipici dei giovani.
A titolo esemplificativo ne indichiamo quattro per l'adolescenza.
Un primo tema generatore sembra la intimità, cioè l'intuizione di dover rinascere dal di dentro scendendo in profondità dentro l'io, che si presenta così sempre più come mistero affascinante. “Sono vivo, ci sono”: questa consapevolezza pervade lentamente tutti gli angoli della esistenza dell'adolescente e diventa la grande scommessa sulla vita.
Il secondo tema sembra legato alla decisione di essere un centro autonomo di scelta. “Io decido, posso decidere”. Anche l'autonomia è per l'adolescente un tema generatore: la vita passa nelle sue mani. In questo egli sente di vivere non solo una esperienza psicologica, ma una responsabilità esistenziale.
Un terzo tema generatore sembra la solidarietà che l'adolescente ricerca nel momento in cui si butta, rischiando, nella vita. “Rischio, dunque statemi vicini”. Nella vicinanza, nei compagni, nello stare insieme, nel dialogo egli vive qualcosa di esaltante che trova nella gratuità dello stare insieme il suo apice.
Un quarto tema generatore sembra la festa come luogo in cui l'adolescente arriva a confessare qual è il vero senso della vita. La gioia, il sorriso, l'umorismo, il canto, la musica sono momenti in cui la vita non si fa solo domanda ma affermazione di senso.

Dalla adolescenza alla giovinezza

Il passaggio dalla adolescenza alla giovinezza mentre porta a maturazione questi temi generatori, ne consolida altri.
Un primo tema generatore sembra l'esperienza di solitudine, come sintesi tra l'esperienza da una parte dell'isolamento e dell'anonimato nella civiltà della ipercomunicazione e dall'altra dell'incontro con l'altro come rischio di dipendenza e dunque fine della soggettività.
Il secondo tema generatore può essere l'accoglienza, che nasce dalla esperienza da una parte di sfruttamento reciproco in una società utilitarista e dall'altra di possesso dell'altro attraverso il “fare qualcosa per lui”.
Un terzo tema generatore è possibile intravederlo nella speranza come superamento, attraverso un salto qualitativo, sia dello scoglio dell'utopismo adolescenziale senza limiti, sia dello scoglio del pragmatismo più o meno nichilista di chi abbassa la testa e si accontenta.
Un quarto tema sembra essere il senso del limite e del suo superamento. Nell'attuale crisi sembra imporsi il limite e la disperazione storica oppure si ritorna ad un frenetico agitarsi. Facendo suo il senso del limite il giovane sente che la vita è minacciata ma non destinata alla morte: la morte non è più l'ultima parola.

L'incontro tra temi generatori biblici e temi generatori dell'uomo

Come utilizzare i temi generatori nell'educazione alla preghiera?
I temi generatori sono il luogo in cui attivare un circolo ermeneutico tra vangelo e vita. Le domande e i temi generatori dei giovani vanno utilizzati come criterio ermeneutico per riformulare la preghiera, attraverso il reciproco dare/ricevere tra fede e cultura. L'accostamento non può essere, come già si è detto, di tipo oggettivo o argomentativo, ma di tipo significativo ed evocativo, cioè attento a coinvolgere le domande ed i temi generatori dei giovani; non per dimostrare la propria fede, ma per illuminare dal di dentro il vissuto giovanile, e contemporaneamente, per ritrovare nuove possibilità esistenziali dentro la parola di Dio.
Il rischio è che i messaggi non si incontrino perché a livelli diversi. Così, per esempio, se le domande giovanili e i temi generatori non sono elaborati al livello del senso della esistenza, i messaggi che giungono dalla bibbia divengono incomprensibili. Allo stesso modo se i messaggi che dal mondo della bibbia giungono ai giovani sono al livello della ricostruzione dei fatti in sé o della sua riduzione a messaggio morale, è facile che lascino indifferenti i giovani.
Il metodo dei temi generatori non va applicato solo all'esperienza giovanile, ma anche a quella cristiana e alla sua proposta di preghiera. La domanda che si impone è: nell'attuale esperienza cristiana di preghiera cosa è maggiormente significativo per le nuove generazioni? E ancora: nelle tante pagine della bibbia quali sono quelle “generatrici” di esperienza religiosa per i giovani?

5. UNA PEDAGOGIA DI ESPERIENZE EDUCANTI

L'educazione alla preghiera, come ogni processo formativo, non è in primo luogo frutto si interventi di tipo quantitativo, bensì qualitativo.
Per interventi di tipo quantitativo si intende il pensare l'educazione come frutto di ripetizione di gesti, di pratica prolungata, di osservanza di norme nel tempo.
Per interventi di tipo qualitativo si intende invece occasioni che aiutano ad apprendere nella loro singolarità. Questi interventi partono dal presupposto che in certi periodi di adolescenza e giovinezza il soggetto è maggiormente sensibile all'apprendimento di certi aspetti della vita.
Uno degli elementi che qualificano i procedimenti qualitativi sono le esperienze, cioè quei momenti educativi organizzati in modo da attivare un passo decisivo nella vita del soggetto. Si educa, anche per la preghiera, facendo fare esperienze, cioè offrendo ai soggetti occasioni in cui possono sperimentare concretamente che cosa significhi pregare nella vita della persona o del gruppo.

Le condizioni per un'esperienza: evocazione, autoimplicazione, performazione

Di esperienza come luogo formativo e di educazione attraverso esperienze si parla da tempo. Oggi la ricerca si è spostata sulle “condizioni” perché l'esperienza sia tale.
Quando intanto si è di fronte ad un'esperienza? Da un punto di vista linguistico si può dire che un'esperienza deve possedere tre qualità/capacità: l'evocazione, la autoimplicazione, la performazione.[14]
Si entra in un'esperienza quando questa è anzitutto in grado di evocare il vissuto. Perché sia possibile, occorre non solo che l'esperienza sia orientata in modo che si è sollecitati a tornare sul quotidiano, ma anche prima ancora che lo stesso quotidiano sia intriso di domande.
Un vissuto in cui il processo formativo ha già fatto emergere le domande di senso ed ha già fatto una proposta di vita cristiana è in grado di aprirsi alla esperienza anche di preghiera.
Non è sempre necessario tuttavia che le domande del vissuto siano esplicite. A volte è proprio in occasione di esperienze di preghiera che si passa dalle domande implicite a quelle esplicite.
Una seconda caratteristica della esperienza è la capacità autoimplicativa. Una esperienza è tale se coinvolge chi vi partecipa, cioè immette la persona in un mondo affascinante, ricco di suggestioni, che non gli permettono di rimanere neutrale. Chi partecipa all'esperienza si sente toccato fino in fondo, sconvolto dal di dentro ed in modo sempre più consapevole.
Nella preghiera/esperienza si ha la percezione che Dio viene a noi e ci attira ad una comunione intima e personale, ad una amicizia in cui l'uno vive per l'altro. Tutto questo, senza abolire le distanze tra Dio e l'uomo. I frutti sono la pace, la gioia, la certezza, la consolazione, la illuminazione e tutto ciò che accompagna l'amore.[15] Altra caratteristica dell'esperienza è, in terzo luogo, il linguaggio performativo; porta cioè ad una modificazione della prassi del soggetto.
Egli ne uscirà con una nuova passione per la vita, con una rinnovata disponibilità al servizio, con una attenzione alla dimensione sacramentale del vissuto.
Questa trasformazione/conversione è facilitata se all'esperienza si accompagna la riflessione. Bisogna, in altre parole, che il gruppo e il singolo ritornino con calma su quello che hanno sperimentato, per separare ciò che era sentimentalismo dal vissuto profondo, per fare propria in modo critico l'esperienza concreta e trovarvi un punto fermo per il futuro. Solo da quel momento l'esperienza non sarà un masso erratico che ingombra la strada ed impedisce il cammino.

Quali esperienze educanti?

Cosa si intende più da vicino, in termini di proposta, per esperienza di preghiera e per esperienze educanti?
Ci limitiamo ad un elenco.
Una forma classica di esperienza sono, ad esempio, gli esercizi spirituali per giovani, Un'altra forma sono le giornate di ritiro spirituale in un ambiente che permette ai giovani di distendersi e concentrarsi per raggiungere i livelli profondi dell'io e per sperimentare la preghiera a tu per tu con Dio.
Altre volte un'esperienza provocante può essere il partecipare per qualche tempo alla preghiera in un monastero di vita contemplativa. Per molti giovani esperienza sarà il recarsi ai vari santuari della spiritualità giovanile, in Italia o all'estero.
Anche certe eucaristie e certi incontri di preghiera, soprattutto se proposti in un contesto significativo come in un campo scuola, un campo di lavoro, un campeggio-vacanza, sono momenti in cui si fa evidente il ruolo dell'incontro con Dio nella preghiera o nella celebrazione. Esperienze educanti possono essere infine le “scuole di preghiera” sulle quali ritorneremo più avanti.
L'esperienza è sempre un fatto in cui ci si rende conto, compiendo un salto qualitativo rispetto alla vita ordinaria, che la preghiera è irrinunciabile per la propria identità. Da quel momento pregare diventa indispensabile quanto il respirare. Anche se forse un giorno non si pregherà più, tuttavia si saprà di rinunciare a qualcosa di essenziale e di limitarsi a vivere “a bassa tensione”.

Criteri nella scelta delle esperienze

Un primo criterio è l'inserimento della esperienza nel progetto educativo. Più che un momento a sé stante, essa deve essere un tempo forte che, dentro le scelte che qualificano il progetto educativo di cui sono espressione, porta a maturazione il lavoro compiuto fino a quel momento e rilancia verso una nuova tappa della crescita umana e cristiana.
Un secondo criterio della scelta delle esperienze è la gradualità. Ad ogni età la sua proposta educante. L'offerta eccessiva brucia inutilmente energie pastorali e ingolfa le capacità di recezione creando crisi di rigetto. A certi adolescenti, i quali hanno ormai fatto tutte le possibili esperienze di preghiera, non si sa più cosa proporre. Il terzo criterio è l'allargamento progressivo degli spazi in cui vivere le proposte educanti. Nella fanciullezza e nella preadolescenza la maggior parte delle proposte dovranno essere vissute nel gruppo o nell'ambiente normale di vita. Nell'adolescenza cominceranno le prime “uscite” a livello zonale e territoriale. Nella prima giovinezza si potrà raggiungere i cosiddetti santuari della spiritualità e preghiera giovanile.
Il quarto criterio è dato dalla occasionalità e dalla programmazione delle esperienze educanti.
Spesso le esperienze forti sorgono all'improvviso per un convergere di cause impensate.
A volte succede in un campo-scuola; basta offrire un tempo di silenzio e i giovani entrano in un momento privilegiato della loro esperienza di Dio. Altre volte questo momento si ha dopo un'esperienza intensa di servizio che alimenta nei partecipanti entusiasmo e gioia profonda. È l'esperienza di preghiera dopo una raccolta carta riuscita e dopo una settimana passata a far da animatori con un gruppo.
Tuttavia non è sensato affidare le esperienze educanti alla pura occasionalità. Un minimo di programmazione è da mettere in conto. Non basta “programmare l'impossibile”, se insieme non si individuano quei momenti e tempi in cui la sensibilità e la domanda di Dio si fanno più intense.

6. DALLE ESPERIENZE EDUCANTI ALLA “SCUOLA DI PREGHIERA”

È possibile distinguere tre modelli diversi di esperienze: le esperienze educanti di cui si è appena parlato, gli incontri di preghiera “ordinari” (le preghiere quotidiane, la messa domenicale...), gli incontri che aiutano a scoprire in modo didattico il ricco mondo della preghiera. È di questo terzo tipo di esperienze che ora parliamo.
La preghiera è come un mosaico composto di migliaia di tessere. Immaginato così il mondo della preghiera, si vede come sono importanti incontri in cui ci si preoccupa di scoprire con calma le diverse modulazioni e tonalità della preghiera. Di questi itinerari didattici oggi ne esistono molti, e vanno sotto il nome di “scuole di preghiera”.
Al di là delle varie tendenze con il termine “scuola di preghiera” si intende un insieme di incontri coordinati in modo da essere un progressivo cammino alla scoperta e alla pratica della preghiera.

Tre piste per una scuola di preghiera

Una scuola di preghiera si muove lungo tre direttrici: l'esperienza pratica, l'informazione, l'ascetica.
La prima pista è l'esperienza pratica: proporre incontri di preghiera e di liturgia in un contesto significativo per i soggetti. Vale il principio: a pregare si impara pregando.
La pratica della preghiera non è solo “esercitare la preghiera” mettendo a frutto la propria capacità di pregare, ma sperimentare il “nuovo” della preghiera, sia nei suoi atteggiamenti (lode, ringraziamento, supplica, domanda, perdono) sia nelle modalità espressive, e questo sia a livello di preghiera di gruppo che di preghiera personale. La preghiera personale, in cui il soggetto si sente sostenuto dal gruppo ed è responsabilizzato per gestire momenti suoi, si fa oggi più urgente e va quindi posta tra gli obiettivi principali di una scuola di preghiera.
La seconda pista è quella informativa. Non bisogna sottovalutare il ruolo della conoscenza e della riflessione. In molti casi i giovani sono istintivamente affascinati dalla preghiera, ma non ne sanno nulla. In questi casi il principio “a pregare si impara pregando” va integrato con una adeguata informazione sulla preghiera.
In quale modo svolgere i contenuti di informazione? In alcuni casi sarà più opportuno partire da uno studio della preghiera biblica alla ricerca dello specifico cristiano. In altri casi sarà meglio cominciare dal desiderio di preghiera nell'uomo e dalle modalità con cui questo desiderio si esprime. Il punto di partenza sarà pertanto dettato dalle circostanze. Quello che è decisivo è che l'informazione percorra un cammino circolare tra vissuto-domanda del giovane ed esperienza cristiana.
La terza pista didattica è la ascetica della preghiera. Pregare è sempre stato un desiderio per molti giovani. Ma tanti non sono riusciti ad andare avanti in questo sentiero, non perché siano mancate le esperienze e le informazioni, ma perché è mancato un accompagnamento educativo che aiutasse a superare i momenti di crisi, difficoltà, ripensamento... L'ascetica si traduce in un dialogo e in un confronto di esperienze. In questa direzione c'è oggi un discreto desiderio di maestri, che mettano a disposizione, senza autoritarismi e senza la pretesa di fare gli altri a propria immagine e somiglianza, la loro esperienza.

Dove e quando?

Ci sono alcune condizioni ed orientamenti da sottolineare.
In altre parole non è possibile pensare ad una scuola di preghiera che continua tutta la vita. Piuttosto è da prevedere che nella preadolescenza e nella adolescenza ci siano due grossi periodi di scuola di preghiera. Nella preadolescenza la scuola sarà piuttosto attiva, legata al fare gruppo, coordinata con il cammino catechistico, tesa a far praticare la vasta gamma degli atteggiamenti di preghiera.
Nell'adolescenza (o prima giovinezza) invece gli obiettivi saranno maggiormente legati alla vita personale, alla interiorizzazione, alla focalizzazione dello specifico della preghiera cristiana, al silenzio e alla meditazione, all'uso corretto della parola di Dio, alla individuazione di un ritmo di preghiera personale e di gruppo confacente con le possibilità delle persone.
La scuola di preghiera va in secondo luogo inserita in una programmazione di vasto respiro, in cui entrano l'insieme della crescita umana e cristiana (ed allora: come collegare gli obiettivi della scuola di preghiera con gli obiettivi educativi che si perseguono?) e il cammino catechistico, cioè la riflessione sui contenuti della esperienza cristiana (ed allora: come collegare catechesi e scuola di preghiera?).
Il luogo della scuola di preghiera è normalmente il gruppo in cui il ragazzo o l'adolescente conduce la sua vita, e non necessariamente un gruppo formato come scuola di preghiera. Questo orientamento intende fare in modo che non si perda la relazione tra vita e preghiera, e sollecitare a proposte misurate su tutti i membri del gruppo (“ i poveri”) e non invece selettive delle esigenze di alcuni.
Tutto questo non esclude affatto che, ad una certa età, quando ormai l'identità e spiritualità si è consolidata, si possa partecipare a scuole di preghiera più specifiche, nei vari santuari della spiritualità.
Nella adolescenza e soprattutto nella giovinezza, è da pensare anzi che una scuola di preghiera non sia sempre programmabile nel proprio gruppo. In questi casi diventano decisivi gli appuntamenti tra diversi gruppi nelle case di preghiera e negli altri santuari della spiritualità giovanile. L'utilizzazione di questi santuari va pensata dentro un quadro unitario di spiritualità per non sottoporre i giovani a esperienza contraddittorie e laceranti. Un criterio ben fermo deve essere che i centri prescelti assumano una coraggiosa valutazione della spiritualità del laico, anche se sono monasteri. La laicità è una vocazione originale da cui discende uno stile di spiritualità e di preghiera che non “imita”, né è dipendente, né è inferiore ai modelli monacali.
Una mediazione educativa è necessaria per i santuari della spiritualità giovanile al momento del ritorno a casa, quando una possibile rigidità mentale ripropone in modo integrale il modello trapiantandolo in altri ambienti. Ci vuole invece una paziente opera di riformulazione dello stile di preghiera dell'ambiente abituale, alla luce degli stimoli offerti dai santuari.

Il tracciato di un incontro di scuola di preghiera

Quale può essere il tracciato di un incontro di scuola di preghiera? Si possono prevedere alcuni momenti.[16]
Il primo momento attiva un circolo ermeneutico tra esperienza dei giovani e memoria evangelica ed ecclesiale. Il punto di partenza potrà essere diverso. A volte si potrà partire dall'esperienza dei giovani e camminare verso l'esperienza cristiana. Altre volte si potrà partire dalla proposta evangelica come luogo di senso della vita. In questo momento vanno ancora distinti due processi. Il primo processo è la “comprensione” del circolo che si viene a stabilire e in cui si fa appello alla razionalità. Il secondo processo aiuta invece a passare da un atteggiamento comprensivo ad un “atteggiamento celebrativo”, cioè di reazione entusiasta e gioiosa di fronte alla buona novella del Regno di Dio che si fa qui-ora.
Il secondo momento esplicita il contenuto del circolo ermeneutico nella direzione della lode, supplica, ringraziamento, perdono e dell'atteggiamento di preghiera a cui si intende educare. Si entra nel discorso immediatamente didattico, facendo attenzione a non presentare la preghiera come fatto in sé, ma come esperienza a cui il “tu” di ognuno può aprirsi una volta entrato nel circolo parola di Dio-esperienza personale.
Il terzo momento è la interiorizzazione personale o anche di gruppo delle motivazioni per pregare. Si passa quindi dal “didattico”, in cui si spiega, al “personale”, in cui ci si decide di abbandonarsi alla preghiera. In genere questo momento è fatto di silenzio; a volte è aiutato da brevi messaggi e spunti. Alcune domande si impongono su tutte: quali motivazioni ho o posso fare mie per pregare dicendo grazie, domandando perdono? Che senso può avere rivolgermi a Dio e, prima, ancora accettare di stare davanti a Lui?
Il quarto momento di un incontro di scuola di preghiera è la preparazione della preghiera. La preghiera non è qualcosa di misterioso o prefabbricato, ma richiede preparazione tecnica, un minimo di competenza. Questo momento può essere più attivo per i preadolescenti che apprendono facilmente “facendo la preghiera”, oppure più interiorizzato e quindi meno attento all'aspetto tecnico-operativo con gli adolescenti.
Il quinto momento è la preghiera vera e propria, che inizia normalmente con un attimo di silenzio per invitare a passare dalla ricerca di testi e canti e dalla sistemazione dell'ambiente, al “fare esperienza di Dio”.
Un sesto momento è la riflessione su ciò che si è vissuto insieme, per verificare il cammino percorso nei suoi aspetti positivi e negativi, e per appropriarsi dell'esperienza in modo riflesso e critico, rifuggendo dal sentimentalismo.

7. EDUCARE AD UNA CORRETTA ERMENEUTICA DELLA PAROLA DI DIO

Dire preghiera cristiana è dire lettura, ascolto, meditazione della Parola di Dio. È stata una grande sfida del Vaticano II dare in mano la bibbia al popolo di Dio, anche nella preghiera.
La sfida è ancor oggi attuale e un itinerario di educazione dei giovani alla preghiera trova qui uno dei suoi nodi cruciali. In che direzione muoversi?

Una corretta ermeneutica biblica

Il primo passo rimane la educazione ad una corretta ermeneutica biblica. Solo dopo viene la preghiera con la bibbia in mano.[17]
Dire ermeneutica è dire comprensione del mondo umano e degli eventi in cui l'uomo si esprime, racconta di se stesso, lascia traccia del suo passaggio. Ogni traccia dell'uomo su questa terra non è casuale, ma nasconde e rivela una “intenzione”. Di fronte ad una traccia ci chiediamo: cosa ha voluto dire? In questo caso facciamo un esercizio ermeneutico, che altro non è quindi che il risalire dalla traccia (un testo scritto, un monumento, un disegno, un utensile) all'idea da cui essa è nata, alle motivazioni che hanno spinto a scrivere quel racconto, a dare nel disegno quella particolare tensione alle figure.
Anche un testo come la bibbia realizza una idea, rivela una intenzione. Per arrivare a scoprirla bisogna superare due tentazioni.
La prima tentazione è considerare le pagine della bibbia realtà e oggetti muti, in un certo senso morti, a cui dare vita attraverso la combinazione soggettiva di pagine e frasi. Le pagine e le frasi vengono utilizzate come mattoni per costruire una casa, secondo il progetto di chi legge, senza chiedersi se la disposizione dei mattoni nascondesse già un qualche progetto architettonico e fosse già un messaggio lanciato nel tempo. Quello che conta è la soggettività di chi legge, il suo gusto combinatorio: la bibbia viene usata ideologicamente, citando pagine di appoggio alle proprie tesi.
La seconda tentazione è prendere tutto in modo fondamentalista,[18] facendo cioè coincidere il significato che oggi attribuiamo alle parole con quello che loro attribuiva chi ha scritto il testo cinquecento o seicento anni avanti Cristo. Le parole e le frasi vengono dunque prese alla lettera, senza distinguere la intenzione profonda dell'autore, da quello che era l'entroterra culturale e linguistico che utilizzava per esprimere la sua intenzione.
Vincere le due tentazioni non è facile anche per i giovani. Interpretare un testo richiede un lungo e paziente esercizio, in cui ogni prima lettura non si ritiene perfetta ma solo un passo, un compromesso momentaneo, da cui ripartire per una interpretazione più profonda. Tra il testo ed il lettore viene quasi ad instaurarsi una lotta, un continuo va-e-vieni, un progressivo dare-ricevere alla ricerca della verità. In questo dare-ricevere, va-e-vieni, consiste l'approccio ermeneutico.
Indichiamo tre “leggi” di questo approccio [19] che permettono di passare dallo studio alla preghiera con la bibbia.

Lo specifico della parola di Dio

In primo luogo: la bibbia contiene indicazioni di tipo storico, economico, geografico, politico, ma è anzitutto un messaggio religioso, che riguarda cioè il senso ultimo dell'uomo. La bibbia offre le coordinate del dialogo tra Dio e l'uomo. Non è neppure una informazione su Dio, ma una rivelazione del rapporto profondo che unisce Dio e l'uomo e che dà senso alla vita dell'uomo
Ma per cogliere quale sia in effetti il senso esistenziale che la bibbia propone non basta scorrere velocemente una pagina. L'esistenziale biblico è dato dall'architettura d'insieme della bibbia. Solo una ricerca seria e prolungata può rivelare progressivamente il vero volto dell'uomo e di Dio, il vero senso della storia e del cosmo.
La parola di Dio, in secondo luogo, non è un libro da studiare. Molti leggono e studiano la bibbia senza con questo arrivare ad una scelta di fede. Per costoro la bibbia non è una parola che interpella, ma solo un documento magari sublime, della ricerca umana. L'interpellazione è il modo con cui il credente si pone davanti alla bibbia. Egli sa che essa ha qualcosa da dire a lui qui-ora, nella sua situazione. Questa è la pre-comprensione con cui il credente si avvicina alla bibbia. Qui nasce l'ascolto della “parola di Dio”, che non parla più dell'uomo e all'uomo in genere, ma di me e a me. Non parla del senso ultimo dell'esistenza dell'uomo, ma pretende di indicare a me (a noi) come realizzare il senso della vita.
In terzo luogo: lo spazio privilegiato di lettura sembra essere la consapevolezza della povertà dell'uomo, L'uomo biblico ragiona a partire dal fatto che è povero ed ha bisogno di un salvatore. Questa è la grande scommessa sulla vita che trova una risposta di fondo nel Dio che scende a fianco del povero per lottare contro la sua povertà, contro il limite che attraversa la vita dell'uomo. Molte volte l'uomo ed il giovane che leggono non si sentono affatto poveri, bisognosi di salvezza. A volte sono pieni di sé, più spesso sanno di soffrire di un male indefinito, senza riuscire a chiamare per nome quel male. La non chiara “domanda di salvezza” rende sterile l'approccio alla bibbia.

L'incontro di quattro “memorie”

Occorre una precisazione ulteriore sul come leggere la bibbia per reagire alle tentazioni del soggettivismo e del fondamentalismo. Tra la bibbia e i giovani, tra la bibbia e l'uomo d'oggi, sta una intera storia di interpretazione della parola alla luce delle domande/risposte maturate dal popolo cristiano e dall'umanità lungo i secoli. Altri prima di noi hanno letto, sviscerato la parola di Dio e ne hanno tratto una riflessione attualizzata della salvezza di Dio all'uomo. Il messaggio cristiano originario, sotto la spinta dello Spirito, si è così progressivamente arricchito.
La pretesa di saltare la mediazione ecclesiale e culturale, viene a sconfessare la presenza dello Spirito nella storia dell'uomo e della chiesa che continuamente hanno letto, meditato, pregato e dunque interpellato la parola.
Si può esprimere sinteticamente la complessità ed organicità dell'approccio ermeneutico nella preghiera dicendo che è l'incontro tra quattro “memorie”: la memoria personale di ogni soggetto che prega, la memoria dell'uomo come insieme delle domande sul senso della vita che gli uomini d'oggi (e del passato) hanno sollevato, la memoria evangelica (rappresentata dal testo biblico) come evento che fonda una precisa interpretazione della vita, la memoria ecclesiale come luogo in cui l'evento illumina lentamente la storia dell'uomo e si attua una mediazione tra memoria evangelica, memoria dell'uomo e memoria personale.
Nella preghiera le quattro modalità di memoria sono tutte attive. Il rischio è che anche solo una di esse venga disattivata favorendo l'intimismo, la diffidenza verso le mediazioni culturali e teologiche, lo sradicamento delle nuove generazioni dalle “domande” che la storia dell'umanità si porta dentro.

La ricerca di metodi personali e comunitari per pregare la bibbia

Indicate le coordinate per un corretto approccio alla bibbia, rimangono aperte le domande relative al momento in cui si prende in mano il testo biblico e si prega. Come attuare il passaggio da una ermeneutica del testo alla preghiera? Pregare non è solo interpretare. Interpretare è il presupposto ed il primo passo. La preghiera infatti si basa sulla presenza reciproca tra Dio e l'uomo, mediata dal testo biblico e dagli altri sacramenti (il fratello, la comunità, la vita con le domande che impone, l'esperienza accumulata nella memoria ecclesiale...). Nel momento ermeneutico l'uomo fa sue le coordinate con cui interpretare la vita (la Pasqua, la vita come cammino pasquale, la presenza del Regno di Dio nella storia, la risurrezione del Cristo come anticipazione e promessa di ogni risurrezione...).
Nel momento della preghiera l'uomo si abbandona a questa misteriosa presenza, vive per un certo tempo nell'atmosfera immediata del dono, della salvezza e si la scia prendere dal senso ultimo che la parola rivela.
L'esperienza cristiana si è interrogata a lungo su come concretamente utilizzare la bibbia nella preghiera. Ha elaborato vari tecniche e metodi. Tra di essi un ruolo particolare è venuta ad assumere la lectio divina, oggi di nuovo di attualità.[20]
Forse, più che la strutturazione tecnica della lectio, è importante l'itinerario che propone ed è da questo punto di vista che la presentiamo.
Il presupposto perché si entri nella preghiera è che la bibbia da libro come tanti altri diventi e sia accolta come “simbolo” “sacramento” che realizza una presenza. Chi prega con la bibbia sa bene di leggere un libro il cui contenuto è stato elaborato nell'arco di un migliaio di anni da un popolo in una precisa area del Mediterraneo. Ma sa anche che “attraversando” quel libro e quelle parole viene in contatto con la rivelazione divina di Dio che ha voluto entrare nella storia. Il libro diventa “parola di Dio”.
Il primo passo è la lettura del testo con la consapevolezza che essa è parola di Dio qui-ora “per me”, “per noi”. Il testo viene letto e studiato alla ricerca della sua intenzionalità storica. Lettura e studio dicono competenza che si acquisisce con l'esperienza e si qualifica progressivamente con l'aiuto di esperti.
Il secondo passo è la meditazione. il passaggio dall'insieme delle informazioni sul testo alla individuazione della sua intenzionalità profonda. Qui entra in gioco il circolo ermeneutico tra oggettività e soggettività. Non si tratta infatti di scoprire qualcosa di oggettivo che esiste nel testo prima di me (questo già stato fatto nel momento dello studio), ma di coniugare oggettività e soggettività e chiedersi: cosa vuol dire qui-ora per me e per noi?
La parola di Dio diventa così luogo della interpretazione sia della “domanda” sul senso della vita (quando si intuisce la risposta la stessa domanda si fa più limpida), sia sulla “risposta” di salvezza che alla luce delle domande acquista tutta la sua forza.
Oggetto della meditazione non è allora il testo biblico ma il contenuto dell'intero tracciato ermeneutico, il gioco delle quattro modalità di memoria, per rifarci al linguaggio appena accennato.
Il terzo tempo della lectio divina è la orazione. il momento in cui, sulla base del cammino percorso, ci si inoltra nel colloquio, partendo dalla consapevolezza che Dio ha deciso di parlarci per primo e ci parla effettivamente attraverso il linguaggio dei sacramenti, dal Cristo alla chiesa, dalla bibbia alla storia, dalla “mia” coscienza al “fratello” che è vicino.
Come si svolge questo colloquio con Dio? Non può esserci schema fisso, salvo il riferimento alla parola appena meditata e all'esperienza che essa ha evocato. Si entra nell'orazione quando si lasciano emergere sentimenti e riflessioni di supplica, domanda, intercessione, lode, rendimento di grazie, ammirazione, richiesta di perdono, confessione della salvezza. Questi atteggiamenti e sentimenti immediatamente rivolti a Dio si ripercuotono dentro la persona che prega alimentando il senso del dono che è la vita, la consapevolezza che si è immersi nel Regno e che l'esistenza è cammino pasquale e dunque di liberazione... Da questa consapevolezza marcatamente evangelica possono nascere a loro volta disposizioni interiori di pace, di speranza, di accettazione di sé e degli altri. La preghiera in questo modo trasforma, rigenera, dona coraggio e speranza, libera la passione per la vita.
Il quarto momento della lectio è la contemplazione in senso classico, cioè l'abbandono a Dio che coinvolge il livello profondo della personalità. La contemplazione mediata dalla parola chiede che chi prega scelga una espressione biblica, si abbandoni al suo messaggio, alla sua intenzione profonda e unifichi (in questo sta la contemplazione) la propria vita attorno a quel messaggio e soprattutto al Dio e al Cristo di cui quel messaggio è sacramento. Nella contemplazione la vita passa dalla confusione all'unità, dalla molteplicità delle esperienze alla loro unificazione. La vita rivela la sue trama ultima di esperienza di Dio.
La lectio divina prevede degli spazi e tempi personali ma anche momenti comunitari, la cosiddetta collatio, cioè lo scambio in gruppo lungo le varie fasi dell'itinerario. Sia nella lettura del testo che nella meditazione e nell'orazione ognuno in effetti percorre un suo itinerario. Se il metodo della lectio divina responsabilizza i soggetti, rischia anche di accentuare il soggettivismo e l'intimismo. Solo un confronto comunitario può ovviare a questi rischi e allo stesso tempo accrescere l'esperienza di preghiera dei singoli.
Ci siamo soffermati sull'itinerario della lectio divina, non per proporla sempre e ovunque come metodo di preghiera con i giovani, ma offrire un quadro globale entro cui elaborare metodi più accessibili ai giovani, che permettano in ogni caso di passare dalla lettura o dallo studio alla preghiera della bibbia.

Criteri per l'uso concreto della bibbia

Due premesse. Dire uso della bibbia non significa che nella preghiera si debba sempre partire dalla bibbia. Si può pregare ed educare alla preghiera partendo da tante esperienze, partendo dalle varie situazioni e appuntamenti della vita. Nella preghiera in effetti la bibbia potrà essere il punto di partenza o quello di arrivo, o potrà ancora essere il punto più alto di un arco di parabola che nasce e termina nel cuore dell'esperienza umana.
Quello che importa è che qualunque sia il punto di partenza, ci si collochi dentro l'approccio ermeneutico e lo si percorra nelle sue varie tappe, dalla memoria evangelica a quella personale, dalla memoria dell'uomo a quella ecclesiale.
Una seconda premessa. In questi anni si è lavorato molto per la riscoperta comunitaria, ma si è trascurata l'educazione alla lettura, meditazione e preghiera personale con la bibbia in mano. Anche qui occorre delineare un metodo, anzi dei metodi. Occorre che si inventino “metodi poveri” di preghiera anche con la bibbia in mano, diversificati per età ed effettivamente praticabili.
Quali pagine della bibbia pregare?
Una domanda del genere si pone in concreto quando si tratta di preparare un incontro di preghiera. Due le tentazioni. Anzitutto abbandonarsi al caso o al già codificato, o ancora alla lectio continua. Si corre il rischio, così facendo, di passare sopra le persone, la loro sensibilità, il loro livello di maturazione umana e cristiana. A questa tentazione di asservimento dei soggetti alla parola fa riscontro una seconda tentazione, cioè la strumentalizzazione della bibbia che viene ridotta a raccolta di testi e citazioni medicinali da applicare alle varie situazioni. La bibbia non ha più una sua vera intenzionalità, ma le viene invece conferita da chi sceglie e monta i testi con ambigui collages.
Indichiamo quattro criteri da prendere in considerazione per utilizzare la bibbia nella preghiera.
Il primo criterio è quello della rilevanza, per cui ciò che è importante merita il primo posto e la preferenza. In questo senso, ad esempio, un testo biblico va preferito in base al suo orientamento cristocentrico. Vanno allora privilegiati temi di fondo della cristologia e della relative teologia della salvezza, come la promessa del Regno di Dio, la risurrezione di Gesù come prototipo e causa della risurrezione di ogni uomo.
Il secondo criterio è quello dei temi generatori. Vanno preferite le pagine che alla luce dell'attuale condizione giovanile risultano più significative, non in quanto immediatamente comprensibili e gratificanti, ma in quanto in grado di evocare le esperienze profonde. Quali sono oggi le pagine bibliche che maggiormente sono in grado di evocare l'esperienza giovanile e coinvolgerla in un itinerario di fede?
Un terzo criterio è quello della accessibilità del testo, per cui è da preferire la pagina che è comprensibile, alla portata del lettore. Non è solo una questione di episodi, ma anche e soprattutto di generi letterari. Come strutturare, ad esempio, il passaggio di attenzione giovanile dai fatti, dagli episodi dell'antico e nuovo testamento, alle parabole? Come strutturare il passaggio di sensibilità dell'uomo d'oggi dai testi storici, come i libri dell'esodo, a quelli poetico-sapienziali, come i salmi o il libro di Qoelet?
Un ultimo criterio nella scelta dei testi da pregare è il tempo in cui si prega. Ci si trova in un momento in cui è la vita personale e del piccolo gruppo ad innescare il processo, oppure, ci si ritrova in un momento in cui è il fascino del Cristo a determinare il clima ed il tono della preghiera? L'occasione è maggiormente determinata dalla apertura soggettiva al senso della vita dell'uomo minacciato, oppure dal tempo ecclesiale che si sta vivendo, ad esempio, il tempo liturgico o altro evento ecclesiale?

8. PROMUOVERE E LIBERARE IL LINGUAGGIO DEL CORPO

“La nostra educazione, razionalista quanto basta, ci ha abituati a pensare, più o meno coscientemente, che l'unico modo di esprimersi è il linguaggio delle parole: per questo tutto ciò che non è verbale rimane un di più, qualcosa di marginale, di aneddotico, o per lo meno di importanza secondaria. Noi diamo ai fanciulli le occasioni per esprimersi "perché è una cosa che piace a loro " e qualche volta " perché è una cosa che li fa stare quieti"... Ebbene: e se la stessa espressione non-verbale fosse un linguaggio, fondamentale, che permette di manifestare ciò che non si è ancora capaci di fare con delle frasi, e che forse non si sarà mai capaci di fare, perché esistono dei sentimenti e delle intuizioni che non si possono tradurre con delle formule?”.[21]
Queste considerazioni dei vescovi francesi possono essere allargate dai fanciulli agli adolescenti e da loro ai giovani e agli adulti. L'esigenza di valorizzare adeguatamente il linguaggio non-verbale è oggi sentita in tutti i processi formativi. Il bisogno di fare unità tra ragione e sentimento, tra mente e corpo, è sempre più impellente. Giustamente oggi si dice che “l'uomo non ha un corpo, ma è un corpo”, e si osserva che egli non pensa e decide solo con il cervello ma con tutto il corpo. Il pensiero e la decisione sono sempre pensiero e decisione incarnati in un corpo.
Nel campo della preghiera e della liturgia si è verificato nei secoli un progressivo impoverimento e standardizzazione del linguaggio del corpo, mentre è proprio in questo campo che quel modulo di linguaggio dovrebbe trovare le sue espressioni più spontanee e ricche.
Al livello di preghiera adolescenziale e giovanile si può dire che è già in atto una rivoluzione di linguaggi. Tuttavia, se si guarda più in generale, lo spettacolo non è molto vivace.
In che direzione muoversi per una adeguata liberazione del linguaggio del corpo nella preghiera?

Rivalutazione della corporeità nell'esperienza di fede

Il primo passo è di ordine teologico ed implica una maturazione generale del mondo cristiano verso ciò che è corporeo. Contro ogni spiritualismo antico e moderno, che oppone spirituale a materiale e corporeo, la fede cristiana è chiamata a rifiutare una concezione che vede nel corporeo un semplice strumento dello spirituale, e a presentare invece il materiale ed il corporeo come spazio, luogo in cui si realizza, “si fa”, la realtà uomo-figlio di Dio.
Il secondo passo è ancora di ordine teologico. La fede non è una realtà astratta, ma si realizza nella gestualità. Scrive in proposito A. Vergote: “Il gesto liturgico è la fede in atto. Dire che esprime la fede è un modo scorretto di dire poiché farebbe pensare che la fede sia uno stato d'animo interiore che si esprime in una manifestazione esteriore... La fede, al contrario, è una disposizione verso Dio, che non si attualizza se non nell'espressione. Esprimerla è, pertanto, effettuarla. Ne consegue che non esiste fede che non si realizzi in un rito che è indissolubilmente gesto e parola efficaci”.[22]

Linguaggio del corpo e ascetica della preghiera

Se dalle riflessioni sul rapporto tra fede e gestualità si passa all'educazione del linguaggio corporeo, si deve approfondire un tema sul quale qualche accenno è già stato fatto, e cioè, l'ascetica della preghiera.
In un tempo che valorizza il linguaggio della corporeità si ha la impressione non solo che il corpo non sia preparato ad esprimere positivamente la fede nella preghiera, ma anche che in qualche modo appesantisca la preghiera.
Se in passato il corpo era inutile o asservito allo spirito, oggi il corpo, rischia di agire per conto suo. Basti pensare a come da una parte spesso agisca senza esprimere alcun contenuto interiore (la stretta di mano ed il sorriso di circostanza) e dall'altra faccia da padrone nella comunicazione escludendo altre dimensioni (ad esempio, nella comunicazione affettiva ridotta a sola comunicazione fisica).
Mentre si nota un forte interesse dei giovani per il linguaggio del corpo, come non rendersi conto che spesso la preghiera è appesantita dal cattivo uso del corpo? La intenzionalità sembra andare da una parte e la corporeità dall'altra.
La dimensione corporea è oggi ipersollecitata. Gli stimoli visivi, tattili, gustativi e olfattivi che giungono al corpo sono troppo numerosi e intensi e lo stordiscono. Il corpo è spesso agitato, senza riposo e di conseguenza stanco e deconcentrato quando c'è da esprimersi in modo impegnativo. Di qui la necessità, anche in vista di un'azione complessa come la preghiera, di educare a rispettare i ritmi del proprio corpo, a non abusare di eccitanti, a imparare a stare nel corpo in modo da “realizzare” quello che il soggetto sta vivendo. Una prima serie di interventi possono riguardare il rapporto tra intenzione ed espressione nell'individuo.
Indichiamo tre spazi di azione: l'abilitazione a controllare e utilizzare il livello corporeo, muscolare e respiratorio; l'abilitazione a controllare e utilizzare positivamente le emozioni e le fantasie; l'abilitazione a controllare e utilizzare la riflessione e l'attività intellettuale in genere.
Oggi c'è anzitutto un grande sviluppo di tecniche che possono condurre alla liberazione del linguaggio del corpo secondo le piste appena indicate.[23] Possono servire l'attività artistica soprattutto se connessa con il linguaggio del corpo come il mimo, la danza, il balletto, il teatro; l'attività psicofisica legata a pratiche come lo joga, la meditazione trascendentale; o più semplicemente le indicazioni dell'ascetica occidentale, esplicitata, ad esempio, negli esercizi spirituali ignaziani.
Una seconda serie di interventi possono riguardare l'educazione alla comunicazione interpersonale. La liberazione interiore ed il controllo della corporeità non possono proporsi come fine l'assenza da se stessi (quasi in un nirvana) o l'assenza dal reale o dagli altri; devono invece portare ad una nuova comunicazione con gli altri, oltre che con se stessi. Liberare l'espressione per comunicare con gli altri è decisivo anche per creare comunione nella preghiera. La comunità non è una realtà astratta, ma si realizza nella accoglienza reciproca, nelle parole e nei gesti interpersonali.
Una terza serie di interventi si pongono al livello dell'abilitazione alla espressione per vivere la dimensione simbolica della esistenza. Se da una parte infatti l'espressione aiuta a realizzare la propria interiorità, dall'altra la liberazione del linguaggio del corpo facilita l'ingresso nel mondo dei simboli, in quanto rende capaci di cogliere il senso nascosto che affiora nel sensibile, nell'immaginazione, nel gesto, nel sentimento.[24]

Il silenzio e le posizioni del corpo nella preghiera

Un aspetto particolare dell'educazione al linguaggio del corpo è dato dalla abilitazione a fare silenzio e a vivere le diverse posizioni del corpo come preghiera.
L'immagine comune di silenzio, soprattutto tra i giovani, è il vuoto, l'annullamento, la cancellazione di tutto ciò che esiste. Occorre abituare a vivere il silenzio come concentrazione e occasione per la scoperta di una parte del vissuto di cui normalmente non ci si accorge.
Un altro importante obiettivo è l'abilitazione al linguaggio delle posizioni fondamentali, coinvolgendo il corpo, i sentimenti, i pensieri e le parole fino ad essere e sentirsi uno e aprirsi alla comunicazione profonda con la realtà e con Dio.

9. EDUCARE AD UNA ADEGUATA VERIFICA DELLA PREGHIERA

Ci sono dei momenti in cui è importante verificare il cammino percorso nell'educazione alla preghiera: la fine o l'inizio di un anno catechistico, un campo-scuola, la programmazione educativa.
Distinguiamo tra la valutazione di un incontro di preghiera e di una celebrazione (come è riuscita? quali gli aspetti positivi e negativi?) e la valutazione dell'itinerario educativo alla preghiera (che modello di preghiera i giovani stanno apprendendo? la preghiera è dimensione irrinunciabile della loro vita oppure qualcosa di sovrapposto e non interiorizzato?).
Distinguiamo anche la valutazione in vista di una nuova programmazione educativa e la valutazione della preghiera in vista della decisione personale pro o contro di essa.
Troppe volte i giovani si decidono per la preghiera oppure la abbandonano in base a criteri discutibili. Così, ad esempio, per un adolescente può essere importante che la preghiera sia gratificante, capace di coinvolgere, esperienza di solidarietà... Come educare questi criteri allo stato ancora grezzo? E se fossero scorrette le attese che gli adolescenti hanno verso la preghiera? Quanti abbandonano la preghiera solo perché si rendono conto che i bisogni di solidarietà, emozione, senso, gratificazione è possibile soddisfarli in altro modo?

Il limite delle componenti psicologiche

Alla luce dell'esperienza evangelica di preghiera si comprende che il criterio ultimo di valutazione della preghiera non è interno alla preghiera.
Il cristiano non va anzitutto valutato per la preghiera o per la partecipazione alle celebrazioni. La preghiera non è, di per sé, un valore assoluto: più importante, come ricorda la parabola di Mt 25 sul giudizio universale, è la disponibilità concreta ai fratelli bisognosi.
Di conseguenza la qualità della preghiera non è data dalla riuscita tecnica della celebrazione (i canti, la fraternità, la partecipazione di tutti...), ma dalla qualità della vita che di cui si fa memoria. In questo modo viene ridimensionato, il ruolo delle componenti psicologiche.
Alla preghiera si può applicare il testo di Galati 5,22 quando parla della presenza dello Spirito nella vita dei cristiani: “ frutti dello Spirito sono amore, pace, comprensione, cordialità, bontà, fedeltà, mansuetudine, dominio di sé... )”.
Ora se è vero che la preghiera genera questi atteggiamenti, più difficile è interpretarne il significato. I rischi di sopravvalutazione non mancano. Non è impossibile incontrare giovani che hanno compiuto esperienze esaltanti di preghiera e poi hanno abbandonato ogni pratica religiosa. Resta in loro il ricordo di ingenuità adolescenziali o di pie illusioni, con il rammarico forse o con la nostalgia di stagioni che non possono tornare.
Occorre rendere i giovani consapevoli che le esperienze psicologiche della preghiera non sono per se stesse segno di preghiera cristiana. Medesimi esiti, infatti, potrebbero realizzarsi con altre forme di preghiera, vivendo altre celebrazioni, utilizzando altri libri spirituali che non il vangelo. Ci sono gruppi di giovani che riescono a raggiungere gli stessi stati emotivi, a volte in modo anche più intenso, riflettendo su altri testi religiosi o seguendo guide spirituali non cristiane. Anzi vi possono essere risultati simili in tecniche sganciate da qualsiasi orizzonte religioso.

Quattro criteri positivi di valutazione

Veniamo ora ad alcuni criteri positivi che dovrebbero entrare lentamente a far parte della capacità di giudizio dei giovani ogni volta che la riflessione o la valutazione cade sulla preghiera personale e di gruppo.[25]
Il primo criterio è la capacità di ascolto di Dio. Poiché il Dio di Gesù Cristo è un Dio che si è fatto presente nella storia di un popolo e soprattutto nella vita di una persona, l'atteggiamento di ascolto è tipico dell'agire e della preghiera cristiana.
L'ascolto è un'attività dell'adulto che è ormai capace di dimenticarsi per aprirsi, senza finzioni o secondi interessi, ad un altro. È apertura incondizionata a tutto ciò che è nonio (persone, situazioni storiche...), ed è, in particolare, apertura a Dio, come Altro da noi che desidera entrare in comunione con noi.
La preghiera ha senso, in questa prospettiva, quando non è tentativo di impadronirsi di Dio, tentativo di costringerlo ad entrare nella nostra orbita. L'uomo si pone invece progressivamente a servizio della causa del Regno di Dio, è capace di dare tutto se stesso per riconoscere nel quotidiano il Signore della vita.
Il secondo criterio è la fiducia e l'abbandono a Dio. La preghiera è il grande simbolo dell'abbandono a Dio. Ma quale abbandono e quale fiducia?
La preghiera ci pone davanti ad un Tu che è amore, accoglienza, perdono, misericordia. Nella preghiera si vive in modo esplicito il lasciarsi sorprendere ed amare da Dio, sorpresa ed amore che sono costitutivi, in modo diverso, anche della vita quotidiana.
Abbandono e fiducia non vanno confusi con dipendenza irresponsabile ed infantile. L'abbandono vero nasce dal realismo, dalla consapevolezza, senza illusioni, della realtà. Questo rapportarsi a Dio, abbandonandosi al suo mistero e capitolando senza alcuna condizione è “il compito ultimo e fondamentale dell'uomo” (K. Rahner).
La fiducia si traduce in progressiva crescita contemplativa, cioè capacità di unificare il proprio vissuto davanti a Dio, e con atteggiamenti di serenità, ottimismo, umorismo, dignità, rispetto, distacco, tolleranza, coraggio.
Un terzo criterio per valutare la crescita nella preghiera è l'atteggiamento di apertura verso gli altri uomini. La preghiera è evangelica quando amplia gli spazi di accoglienza verso gli altri simili, al di là da qualsiasi legame, familiare, di religione, di nazione, di cultura. Il segno dell'amore cristiano è il suo progressivo “universalizzarsi”.
La preghiera non conduce però a comodi irenismi e a ingenuo ottimismo. Si rende conto invece della diversità interpersonale, del pluralismo ideologico e culturale, della situazione di violenza e di conflitto. In particolare, mentre contribuisce a creare identità fra quanti vi partecipano, la preghiera non crea schemi integristi, di separazione, opposizione o lotta verso quanti non sono nel “giro” della preghiera, della comunità, della fede.
Un quarto criterio, che riassume anche gli altri, è la prassi messianica. Come la preghiera di Gesù è comprensibile solo se la si vede come espressione della sua scelta di vivere completamente per il Regno di Dio, per il progetto messianico, così la preghiera del cristiano la si può valutare solo alla luce della sua prassi complessiva a servizio del Regno. Essa è evangelica quando potenzia la passione per la vita, l'impegno di liberazione, la capacità di soffrire per la causa della giustizia nel mondo, la intolleranza verso ogni sopruso e la solidarietà con gli ultimi.

Conclusione: dalla verifica ad una nuova progettazione educativa

Riprendiamo lo schema di base del progetto educativo. Si è parlato a lungo di scelte strategiche e di piste di interventi, anche se ci si è limitati ad accenni che andrebbero sviluppati con calma.
Poiché l'obiettivo era evidenziare un metodo di lavoro, concludiamo con la verifica della programmazione che introduce in una nuova sequenza educativa.
Una verifica complessiva del lavoro educativo svolto pone in luce gli aspetti positivi e quelli negativi, tiene conto del fatto che il progetto va riformulato progressivamente.
I punti nodali sembrano due.
La valutazione, in primo luogo, può dare luogo ad una critica sul piano del metodo. Come mai non si sono raggiunti gli obiettivi? Dove si sono incontrate le maggiori carenze sul piano delle strategie e degli interventi?
Nel rispondere a queste domande sarà possibile individuare le correzioni di tiro che facilitano il cammino in avanti.
In certi casi bisogna però arrivare ad altre domande da quelle sul metodo: la proposta di preghiera è adeguata ai giovani qui-ora, oppure è fuori dalle loro possibilità concrete? Si è più volte insistito sul fatto che non esiste la preghiera, ma dei giovani che pregano e quindi pregano secondo quel che è loro possibile.
In cammino educativo non può proporre mete irraggiungibili. Se la proposta non è praticabile non è una proposta. L'unica cosa che dal punto di vista educativo conta è individuare e fare proposte praticabili con “questi giovani”.


NOTE

[1] Cf R. Tonelli, Una proposta globale per la pastorale giovanile, in Note di pastorale giovanile (1981/5) 17-22.
[2] Cf Giovani e preghiera. un obiettivo e una proposta, NPG marzo 1982, pp. 3-45.
[3] K. Rahner, Fede e preghiera, in Id., Frammentl di spiritualità, o.c., 75; cf. G. Gevaert, Esperienza umana e annuncio cristiano (LDC Leumann, 1975), spec. il capitolo Sensibilizzare alla dimensione della trascendenza; R. Tonelli, Un itinerario per educare alla fede i giovani d'oggi, in Note di Pastorale Giovanile (1981/2) 31-45.
[4] Ib., 76.
[5] Ib., 76-77.
[6] Ib., 75.
[7] Cf Giovani e preghiera: un obiettivo ed una proposta, o.c., 32-33. Seguendo le indicazioni della filosofia della prassi, abbiamo descritto il quotidiano come sintesi di tre momenti: l'azione che trasforma, la riflessione scientifica sull'azione, la contemplazione al livello del senso ultimo e religioso della attività. Rimandiamo alle stesse pagine e a quelle seguenti per un approfondimento di queste indicazioni educative.
[8] Cf Giovani e preghiera. un obiettivo ed una proposta, o.c., 35-36. Sono presentati alcuni atteggiamenti che esprimono la contemplazione nel quotidiano.
[9] L. Boff, I sacramenti della vita, o.c., 18. In queste riflessioni si seguono da vicino le riflessioni di questo autore.
[10] Per una maggiore esplicitazione di queste indicazioni educative si veda quanto si è detto nel precedente dossier su giovani e preghiera nel paragrafo dedicato alla celebrazione come esperienza simbolica (pp. 40-45), nei suoi vari aspetti di festa, “gioco” con gli oggetti e le situazioni interpersonali, passaggio dal mistero di sé a Dio e dal mistero del “noi” a quello di chiesa di Dio, lettura del presente alla luce dell'evento Cristo e del Regno di Dio.
[11] Cf D. Krech - R.S. Crutchfield - E.L. Ballachey, Individuo e società. Manuale di psicologia sociale (Giunti Barbera Firenze, 1970) 139-164.
[12] P. Freire, Pedagogia degli oppressi (Mondadori, 1975) 120.
[13] Sui temi “generatori”: P. Freire, o.c. 117-152.
[14] L Boff, I sacramenti della vita, o.c., 12-15. Utilizziamo lo stesso schema linguistico di cui ci si è serviti per parlare della celebrazione come esperienza (cf Giovani e preghiera. un obiettivo e una proposta, o.c., pp. 40).
[15] Y. Congar, Credo nello Spirito Santo. 1. Rivelazione ed esperienza dello Spirito (Queriniana, 1981) 14.
[16] C. F. Floris, Ragazzi in preghiera”: per educare alla preghiera pregando, in Note di pastorale giovanile (1981/2) 58-59. Una indicazione operativa per una scuola di preghiera per preadolescenti la si trova in F. Floris, Ragazzi in preghiera (LDC, Leumann 19823) 29-74.
[17] A. Rizzi, Letture attuali della bibbia (Borla, 1978), specialmente 261-269.
[18] C. Molari, Come utilizzare la bibbia perché la vita diventi preghiera, in Note di pastorale giovanile (1981/9) 22.
[19] A. Rizzi, o.c., 265-269.
[20] Cf E. Bianchi, Pregare la parola (Gribaudi, 1975).
[21] Commissione episcopale per la liturgia dei paesi di lingua francese (a cura di), Celebrare la messa con i fanciulli (LDC, Leumann, 1975) 127.
[22] A. Vergote, Gesti e azioni simboliche nella liturgia, in Concilium (1972/2) 58-59. Si veda anche G. Lukken, Nella liturgia la fede si realizza in modo insostituibile, in Concilium (1973/2) 23-42.
[23] Oltre alle opere di K. Tillmann citate nel precedente dossier, segnaliamo alcuni testi facilmente reperibili: A. Gentili, Pregare cosi (EDB, Bologna 1978); B. Pennington, Respiriamo Dio ogni giorno (Paoline, Roma 1978); Racconti di un pellegrino russo (Milano, 1973); A. De Mello, Un cammino verso Dio (Sàdono) (Roma, 1980); Anonimo (a cura di A. Gentili), La nube della non conoscenza (Ancora, Milano 1981 ); R. Bleistein, Esercizi per imparare a pregare e a meditare (Gribaudi, 1977); G. Moroni, Il corpo e la preghiera (EDB, Bologna 1976); J.M. Déchanet, Yoga cristiano in 10 lezioni (LDC, Leumann 1981).
[24] Si veda in queste pagine il paragrafo dedicato alla educazione al simbolo.
[25] Cf C. Di Sante, Per una valutazione delle esperienze: alcuni criteri, in Note di pastorale giovanile (1981/9) 25-31.

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